Sarajevo - Bosnia

Blog italo-bosniaco di informazione sulla Bosnia. Contro ogni forma di discriminazione: etnica, politica, religiosa, culturale. L'intolleranza non è tollerata. La menzogna neppure.
mercoledì, 23 luglio 2008

E ora dateci Mladic

Festa a Sarajevo per l'arresto del boja Karadžić

Barba e baffi, lavorava come medico

Radovan Karadžić aveva assunto una falsa identità e prestava servizio in un ambulatorio fuori Belgrado

BELGRADO - Barba e baffoni bianchi, sotto i quali camuffare la sua identità e sfuggire all'arresto. L'ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadžić aveva assunto una falsa identità - quella di Dragan Dabic - e lavorava negli ultimi tempi come medico in un ambulatorio privato alla periferia di Belgrado. Lo ha rivelato il procuratore nazionale serbo per la lotta ai crimini di guerra, Vladimir Vukcevic, mostrando una foto dell'ex latitante ormai in arresto nella quale egli appare difficilmente riconoscibile. Secondo il procuratore, nell'ambulatorio - individuato dalle forze di sicurezza serbe nel quartiere residenziale di Nuova Belgrado - nessuno sapeva chi fosse in realtà.

UN "GURU" SPECIALIZZATO IN MEDICINE ALTERNATIVE - La copertura era rafforzata e avvalorata dal nuovo look ascetico, in stile "guru": barba bianca folta e lunga, capelli anch'essi lunghi, lasciati crescere volutamente in maniera disordinata. La polizia ha rilasciato una prima foto di Karadžić, in versione «dottor» Dragan Dabic. A quanto pare la sua fasulla specializzazione in ambito medico consisteva nelle medicine alternative, come l'omeopatia, che praticava presso una clinica privata di Belgrado. Il suo nuovo aspetto non avrebbe mai destato sospetti o dubbi sulla sua vera identitá, oltre che sulle sue presunte competenze in campo medico. «Tanto che girava indisturbato e tranquillo» per le strade di Belgrado, ha riferito una fonte ufficiale serba coperta dall'anonimato. L'arresto, ha confermato Vukcevic, è avvenuto «nelle vicinanze di Belgrado»: secondo alcune indiscrezioni nel sobborgo di Batajnica, a 13 chilometri dalla capitale.

L'INTERROGATORIO. «UNA FARSA» - In mattinata si è svolto il primo interrogatorio dell'ex leader dei serbo-bosniaci, Radovan Karadzic. Lo ha riferito il giudice Milan Dilparic che ha comunque rifiutato di rivelare ulteriori dettagli, definendolo come "confidenziale". Secondo quanto riferito dall'avvocato di Radovan Karadžić, Svetozar Vujakic, citato dall'agenzia Beta news, l'ex leader politico dei serbo-bosniaci «è stato arrestato venerdì» a Belgrado e da allora è rimasto «detenuto in una cella». Secondo un'altra versione sarebbe invece stato fermato lunedì.

L'avvocato ha poi spiegato che Radovan Karadžić, ha descritto la situazione come una «farsa» e che avrebbe anche usufruito del suo «diritto di rimanere in silenzio durante l'interrogatorio».

ANNUNCIATO RICORSO IN APPELLO -
Vujacic ha poi annunciato che il suo cliente presenterà ricorso in appello contro la decisione del giudice istruttore per i crimini di guerra, Milan Dilparic, di consegnare l'ex latitante al Tribunale penale internazionale dell'Aja. Il processo presso il Tribunale serbo prevede una durata di tre giorni. La legge serba prevede altri tre giorni per il processo di appello la cui sentenza sarà poi definitiva. Quindi il superlatitante dovrebbe essere trasferito all’Aia entro una settimana dove l'attende una condanna all'ergastolo. «Speriamo che sia trasferito al più presto sotto la nostra giurisdizione, ma non sappiamo ancora quando - ha dichiarato un portavoce del Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia - tutto dipende dalle autorità serbe. Quasi certamente sarà detenuto in isolamento e portato di fronte alla Corte il prima possibile per procedere con il giudizio». «Questo arresto - continuano dal Tpi - è un altro passo fondamentale per il raggiungimento del nostro mandato». Nel corso della prima udienza, a Karadžić sarà chiesto di dichiararsi colpevole o innocente. Nel caso - considerato altamente improbabile - in cui Karadžić si dichiarasse colpevole, i giudici si limiterebbero a stabilire la pena. Altrimenti, sempre che l'ex leader serbo-bosniaco sia dichiarato idoneo dal punto di vista medico, inizierà la fase preparatoria del processo, durante la quale la difesa verrà informata di tutti gli elementi di prova a carico dell'imputato.

dal CorrieredellaSera.it

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martedì, 22 luglio 2008

Bosnia, arrestato Karadzic

L'ex leader è accusato di genocidio e crimini di guerra in particolare per l'assedio di Sarajevo e per la strage di Srebrenica. La Nato: "Una buona notizia per la comunità internazionale".

BELGRADO - L'ex leader dei serbo-bosniaci, Radovan Karadzic, è stato arrestato. Lo ha reso noto questa sera a Belgrado la presidenza della Serbia. Karadzic è ritenuto responsabile di genocidio per l'assedio di Sarajevo, durato 43 mesi e costato la vita a 12.000 persone, e per la strage di Srebrenica del 1995, che ha portato al massacro di 8.000 musulmani.

Secondo la nota della presidenza serba, Karadzic è stato "localizzato e arrestato" nelle ultime ore dalle forze di sicurezza serbe. Il comunicato non precisa il luogo del fermo, ma rende noto che Karadzic è attualmente detenuto a Belgrado dagli organi della procura nazionale serba per la lotta ai crimini di guerra. Si tratta di "una buona notizia" per la comunità internazionale, afferma un portavoce della Nato. La cattura di Karadzic rappresenta inoltre sicuramente un passo in più nel processo di avvicinamento di Belgrado all'Ue.

L'ex leader serbo bosniaco era al primo posto fra gli ultimi tre ricercati rimasti nella lista nera del Tribunale internazionale dell'Aja (Tpi) per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia.

Latitante da circa 13 anni, deve rispondere delle accuse di genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità per il ruolo svolto nella sanguinosa guerra di Bosnia (1993-95, 200.000 morti in totale), la più feroce fra quelle scatenate dalla dissoluzione della Jugoslavia.

(21 luglio 2008)

da Repubblica.it

lunedì, 21 luglio 2008

ARRESTATO KARADZIC

ARRESTATO KARADZIC

FINALMENTE...

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martedì, 17 giugno 2008

Srebrenica: parte il processo ai caschi blu olandesi

Dietro questa storia ci sono un uomo, una donna, una famiglia e 8000 fantasmi; le vittime del massacro di Srebrenica. Ricordate? Era il caldo luglio del 1995. C’era la guerra in Bosnia. L’uomo è Hasan Nuhanovic.
Ora ha 40 anni. Allora era un interprete dei caschi blu olandesi. È stato uno dei pochi sopravvissuti a quella che è stata definita “la peggiore atrocità” commessa in Europa dopo la Secondo Guerra Mondiale.

La donna è Liesbeth Zegveld, avvocato di Amsterdam, specializzata nella difesa dei diritti umani. Mehida, Damir e Alma Mustafic sono invece la famiglia di Rizo, meccanico impiegato presso la base militare delle Nazioni Unite della cittadina bosniaca. Lui non ce la fece: venne ucciso dai soldati del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic. Il 16 giugno, la vedova e le figlie di Mustafic sedevano accanto ad Hasan, e dietro al loro avvocato, nella aula del Tribunale dell’Aja. Dove è iniziata una delle più importanti cause riguardanti il massacro. E non è l’unica che parte in questi giorni. Il 18 giugno un’altra corte olandese discuterà della denuncia presentata da un’associazione che si chiama “Le madri di Srebrenica”, una sorta di prima class action del genocidio.

Potrebbero essere due sentenze pilota, in grado di creare un precedente, dare ossigeno a migliaia e migliaia di altri ricorsi. Ma, soprattutto potrebbe essere la prima volta che una corte di giustizia indica chi furono i conniventi, i complici, i corresponsabili di quella strage. Dopo numerosi tentativi, Liesbeth Zegveld è riuscita a portare sul banco degli imputati il governo olandese e le Nazioni Unite. Coloro che avevano il compito di difendere gli abitanti dell’enclave bosniaca. E che, invece, lasciarono il campo libero ai fucili e ai coltelli serbi. I suoi assistiti erano lì. Videro tutto e, dopo averlo fatto in interviste, conferenze, denunce, hanno finalmente potuto raccontarlo anche ai magistrati dei soldati che avrebbero dovuto difenderli e che, invece, li tradirono, aprendo le porte ai loro carnefici.

Hasan Nuhanovic ha descritto il momento in cui i caschi blu olandesi ordinarono a lui e alla sua famiglia di lasciare la base militare in cui erano rifugiati. “Sapevo io, sapevano tutti, che equivaleva a una condanna a morte. Mia madre piangeva, io anche. Solo mio fratello, 22 anni, era troppo orgoglioso per farlo”. Sotto gli occhi dei soldati Onu, i serbi uccisero quasi tutti i maschi della comunità. Vecchi, adulti, giovani, bambini, tanti bambini. Ci sono filmati che immortalano l’entrata in città del generale Mladic. Un paio di strette di mano ai caschi blu; i bosniaci incolonnati e caricati sugli autobus che li avrebbero portati alle fossi comuni; le carezze sui visi terrorizzati dei più piccoli, che, dopo quelle riprese, avrebbero avuto ancora solo qualche minuto di vita in più.

 

Nel 2002, un’inchiesta indipendente dell’Istituto olandese per la documentazione di guerra indicò le responsabilità del governo dell’Aja per aver mandato in Bosnia truppe male addestrate ed equipaggiate, creando così i presupposti per la loro “resa” incondizionata” di fronte alle truppe serbe. Una missione impossibile, condizionata – in quella sanguinosa estate - anche dalla scarsa volontà delle Nazioni Unite di intervenire a difesa dei bosniaci.

11 luglio 2007

L’autodifesa burocratica del governo olandese. Ieri, per difendersi dalle accuse di Hasan, Mehida, Damir e Alma, il rappresentante dell’esecutivo olandese Bert Jan Houtzagers si è trincerato dietro una giustificazione burocratica: ha detto che i parenti uccisi non erano sulla lista degli impiegati delle Nazioni Unite e quindi non avevano il diritto a una protezione speciale. Rizo Mustafic lavorò per 18 mesi presso la base dell’ Onu, ma nessuno gli fece mai un contratto. Quindi, quando arrivarono i serbi, gli venne detto di lasciare l’accampamento olandese. Il rapporto del 2002, classificò questo come un caso di “cattiva comunicazione”. “Noi vogliamo giustizia. Non potete dirci che nostro padre è morto a causa di un problema di comunicazione “ - ha detto ai giornalisti Alma Mustafic. L’avvocato Zegveld cercherà di dimostrare che venne violato statuto contro i crimini di guerra adottato dall’Aja nel dopoguerra, secondo il quale è un delitto “abbandonare qualcuno al nemico”. Bene – ha scandito la docente universitaria - è proprio quello che fecero i nostri soldati laggiù”. L’uomo, la famiglia (e gli 8000 fantasmi che li accompagnano) hanno già annunciato che non mancheranno alla prossima udienza, fissata per il 10 settembre prossimo.

Da Panorama.it

mercoledì, 11 giugno 2008

Serbia: Tpi, arrestato nega di essere Zupljanin

BELGRADO - Ha negato di essere Stojan Zupljanin, ricercato dal Tribunale penale internazionale (Tpi) del'Aja per crimini di guerra commessi durante la guerra in Bosnia (1992- 1995), il serbo-bosniaco arrestato oggi a Belgrado. Lo ha reso noto stasera l'agenzia Tanjug citando la portavoce del tribunale distrettuale di Belgrado Slavica Ramic.

"La magistratura aveva ordinato tutte le tecniche investigative speciali per stabilire l'identità di Zupljanin, inclusa l'analisi del Dna per poter fugare qualsiasi dubbio" - ha detto Ramic, precisando che per legge rimangono ora 24 ore per compiere nuovi accertamenti.

L'avvocato nominato d'ufficio dal tribunale ha detto che l'arrestato si è presentato alla corte con il nome di Branislav Vukadin.



Stojan Zupljanin, di 57 anni, uno dei quattro fuggiaschi ricercati dal Tpi, è stato arrestato oggi in un appartamento a Pancevo, 13 chilometri dal centro di Belgrado. Gli altri ricercati sono l'ex leader politico dei serbo-bosniaci Radovan Karadzic, l'ex comandante dell'esercito Ratko Mladic e l'ex presidente dell'autoproclamata Repubblica serba di Krajina, Goran Hadzic.

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mercoledì, 11 giugno 2008

Bosnia, arrestato Stojan Zuplijanin, accusato di crimini di guerra

L'alto ufficile jugoslavo è stato fermato a Belgrado. L'accusa contro di lui è di aver ucciso numerosi civili musulmani e croati durante la guerra dei Balcani

Stojan Zupljanin, ricercato da anni dal Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia, è stato catturato vicino Belgrado. Zupljanin, serbobosniaco, era uno dei quattro presunti criminali di guerra di cui le autorità del tribunale chiedevano l'arresto e la consegna: comandante a Banja Luka negli anni 1992-95, Zupljanin è accusato di aver ucciso civili musulmani e croati.

Zupljanin, 57 anni, era un alto ufficiale della polizia e dei servizi segreti e consigliere speciale di Radovan Karadzic, leader politico dei serbi di Bosnia Erzegovina. Durante la guerra si è reso colpevole di crimini contro l'umanità e di violazioni delle norme di guerra, oltre che di assistenza in genocidio.

Il tribunale ad hoc dell'Aja sta insistendo da anni perchè vengano arrestati i sospetti ancora a piede libero. La piena collaborazione con il tribunale dell'Aja è una delle condizioni chiave poste dall'Unione Europea a Belgrado per un definitivo avvicinamento all'Ue. Qualche giorno fa Serge Brammertz, procuratore capo del Tribunale penale Internazionale per la ex-Jugoslavia, aveva detto che la Serbia «non ha compiuto visibili progressi negli ultimi sei mesi nelle ricerche »

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sabato, 24 maggio 2008

Fino a Mladić

21.05.2008    Da Sarajevo, scrive Andrea Rossini

Fausto Pocar
Il presidente del Tribunale Penale per la ex Jugoslavia, Fausto Pocar, è giunto lunedì a Sarajevo per una visita di tre giorni. Al centro dei colloqui la cooperazione della Bosnia Erzegovina con L'Aja e la questione dell'eredità del Tribunale. Nostro resoconto
Karadžić, Mladić, Hadžić e Župljanin. I primi due accusati di genocidio, gli altri per crimini di guerra e contro l'umanità, sono ricercati da anni. La loro persistente latitanza rappresenta “il principale ostacolo al successo del Tribunale Penale per la ex Jugoslavia (Tpi), un'ombra sulla credibilità della comunità internazionale nel suo impegno per la giustizia e un impedimento al progresso di questa regione”.

Lunedì pomeriggio a Sarajevo, nella sala stampa della Presidenza della Bosnia Erzegovina, il presidente del Tpi, l'italiano Fausto Pocar, ha voluto rassicurare gli scettici. Si sbagliano quanti pensano che, dopo il via libera dato dall'Unione Europea alla firma dell'Accordo di Associazione e Stabilizzazione con la Serbia, la volontà di arrestare i quattro superlatitanti sia venuta meno. L'impegno resta. Almeno quello del Tribunale. Ma il tempo a disposizione sta per scadere. La strategia di completamento prevista dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite stabilisce infatti il 2011 come data di chiusura del Tribunale.

"Il Tribunale non deve chiudere fino a quando i latitanti non saranno arrestati e processati"
Incontrando la stampa insieme a Željko Komšić, rappresentante dell'Ufficio di presidenza della Bosnia Erzegovina, Pocar è ritornato su alcune questioni generali legate all'attività del Tribunale Internazionale e al suo futuro. In primo luogo ricordando proprio che, nonostante la prevista data di chiusura, “ho ribadito più volte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e all'Assemblea Generale la posizione del Tpi e mia personale sulla questione: il Tribunale non deve essere chiuso fino a che i latitanti non saranno arrestati e processati”.

Pocar, che ha parlato di “irreversibilità” del processo di verità e giustizia nella regione in conseguenza del lavoro svolto in questi anni dal Tpi, ha poi affrontato numerose questioni specificamente bosniache. Tra le altre, quella della fuga di Radovan Stanković. L'uomo, il cui caso era stato trasferito dall'Aja alla Corte di Stato della Bosnia Erzegovina, era stato condannato a 20 anni per stupro e altri crimini contro l'umanità commessi a Foća nel 1992. Secondo la sentenza, Stankovic era uno dei responsabili del tristemente noto campo di detenzione per donne (Karaman kuća), la cui detenuta più giovane aveva 12 anni. Proprio a Foća era stato mandato per scontare la pena, ma l'anno scorso i suoi secondini si sono distratti – tutti insieme e allo stesso momento – mentre lo portavano in città per una visita dentistica. Da allora è latitante [v. sulla questione il nostro articolo
Il fuggiasco].

Il presidente del Tribunale Internazionale ha espresso il proprio disappunto per la persistente latitanza del detenuto, annunciando per il giorno dopo [ieri, ndr] la propria visita a Foća “per raccogliere informazioni sulla vicenda”.

Sulla affidabilità del sistema giudiziario (e detentivo) bosniaco si gioca molta parte del futuro del Tribunale. Dopo la sua chiusura saranno infatti le Corti locali (e in primo luogo quella della Bosnia Erzegovina) a dover continuare il lavoro dei giudici dell'Aja. Sotto questo profilo, l'interesse del Tribunale per lo sviluppo e il rafforzamento delle istituzioni giudiziarie in Bosnia Erzegovina è probabilmente il motivo principale alla base della visita di Pocar.

La volontà delle istituzioni bosniache a collaborare pienamente con il Tpi è stata ribadita dal membro dell'Ufficio di presidenza Željko Komšić, cha ha sostenuto in conferenza stampa la posizione secondo cui “il Tribunale deve continuare fino a quando Karadžić e Mladić non saranno processati”.

Komšić è tuttavia intervenuto anche sullo specifico funzionamento del Tribunale, criticando la pratica – in uso all'Aja da diversi anni - dei patteggiamenti con la Procura. Il Tribunale Internazionale prevede infatti la possibilità per l'imputato di patteggiare con la Procura la propria posizione, offrendo collaborazione in cambio dell'impegno dell'accusa a lasciar cadere alcuni capi di imputazione e richiedere ai giudici una riduzione di pena. Questa prassi, che porta a processi più brevi, è stata estesa anche ad accuse gravissime (genocidio), ed è stata aspramente criticata dalle associazioni delle vittime. Proprio alle vittime ha fatto riferimento Komšić sostenendo che “l'uso troppo frequente dei patteggiamenti offende i [loro] sentimenti, diffondendo una sensazione di svalutazione della giustizia.” (vedi il capitolo sui Patteggiamenti in
Sette giorni d'estate).

Il rappresentante della Presidenza bosniaca ha poi sollevato di fronte a Pocar e alla stampa il caso di Ilja Jurišić, ex presidente del consiglio comunale di Tuzla, da oltre un anno detenuto a Belgrado per i fatti della cosiddetta "Brćanska Malta". La vicenda, per la quale è ricercato da un tribunale serbo anche Sélim Bešlagić, ex sindaco di Tuzla oggi parlamentare della Federazione della Bosnia-Erzegovina, risale al maggio 1992, quando una colonna di militari jugoslavi si scontrò con le milizie locali mentre stava lasciando la città. Si tratta di un caso estremamente delicato su cui esistono versioni diametralmente opposte, e che da tempo rappresenta un contenzioso tra i due Paesi. Komšić ha chiesto al presidente del Tpi di poter verificare se la Serbia arrestando Jurišić non abbia violato gli accordi di Roma del 1996 (le cosiddette “regole della strada”, che prevedono l'approvazione da parte dell'Aja delle inchieste condotte dalle Corti locali su crimini di guerra ).

Gli archivi

Con l'avvicinarsi della chiusura del Tribunale dell'Aja, la questione che sta maggiormente catalizzando il dibattito pubblico nella regione è tuttavia quella degli archivi. L'Aja ha raccolto in questi anni moltissima documentazione, gran parte della quale è ancora segreta, sulle guerre degli anni '90. Chi dovrebbe gestirli, quale uso dovrebbe esserne fatto, quale accesso per il pubblico, quali parti dovrebbero essere mantenute eventualmente segrete? La decisione finale sul futuro degli archivi sarà presa dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dopo che un gruppo di lavoro coordinato dall'ex procuratore Richard Goldstone avrà presentato un proprio rapporto entro il prossimo mese di agosto. Sia la Bosnia Erzegovina che la Croazia e la Serbia hanno un evidente interesse nel ricevere questo materiale. Allo stesso tempo, tuttavia, questi Stati temono l'uso che i propri vicini ne possano fare. Diverse associazioni hanno già preso la parola, sostenendo che gli archivi dovrebbero essere resi integralmente disponibili al pubblico, per la loro importanza in un processo di elaborazione del passato recente di questa regione. Alcuni osservatori hanno posto la questione del rispetto delle famiglie delle vittime su materiali particolarmente sensibili, mentre altri sostengono che dovrebbero essere resi disponibili alle Corti locali per continuare i processi sui crimini di guerra.

Fausto Pocar ha riassunto il proprio pensiero sulla questione: “[Gli archivi] devono essere accessibili alle vittime, al pubblico e alle Corti [locali] che devono continuare a condurre i processi per crimini di guerra”, ricordando tuttavia che si tratta di una decisione che dovrà prendere il Consiglio di Sicurezza.

Per quanto riguarda la Bosnia Erzegovina la vicenda è - se possibile - più complicata. Komšić ha sottolineato che secondo lui gli archivi dovrebbero essere trasferiti a Sarajevo, ma ha ricordato che esiste sulla questione un veto da parte del rappresentante serbo della Presidenza, Radmanović, e che quindi l'Ufficio di presidenza bosniaco non può fare una richiesta in questo senso.

Tutta la conferenza stampa, per la parte bosniaca, è stata attraversata da questo paradosso. Komšić non ha nascosto dall'inizio che, stante la disponibilità di tutti a collaborare con il Tpi, “quando si discute in dettaglio di questa collaborazione ci sono differenze e punti di disaccordo”, ribadendo di aver discusso con Pocar “a livello personale” e di non essere stato autorizzato a parlare anche a nome di Silajdžić e Radmanović .

Questo è pur sempre un Paese in cui i presidenti sono 3, e capita che quando uno di loro incontri le istituzioni internazionali o la stampa parli “a titolo personale”. Questioni bosniache.

da Osservatorio Balcani
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giovedì, 27 marzo 2008

Carla Del Ponte: La mia caccia testarda ai boia dei Balcani

In un libro di memorie il procuratore dell’Aja racconta le sue battaglie l’incontro con Tenet, capo della Cia, e la scoperta del muro di gomma
CARLA DEL PONTE
Da bambina andava a caccia di serpenti con i suoi fratelli nei boschi di Bignasco, Vallemaggia, Svizzera italiana; da adulta le è capitato di cacciare gli strateghi del terrore nei Balcani, la guerra più antica e feroce che s’è consumata nella vecchia Europa dopo la fine del conflitto mondiale. Carla Del Ponte, dopo aver lavorato insieme a Giovanni Falcone sulla mafia in quanto procuratore capo della Confederazione elvetica, tra il 1999 e il 2007 ha diretto la procura del Tribunale per i crimini di guerra dell’Onu. È stata lei a portare in giudizio il primo capo di Stato, Slobodan Milosevic. Le sfuggono invece gli altri due pesci grossi di questa difficile «caccia»: Ratko Mladic e Radovan Karadzic. I ricordi e i retroscena di questa incompiuta sono ora raccolti in un libro che andrà a giorni in libreria e che si intitola appunto La caccia (Feltrinelli, 412 pag, 20 euro) scritto dalla Del Ponte insieme con Chuck Sudetic, già reporter del New York Times in Jugoslavia, poi collaboratore del procuratore all’Aja. Del libro anticipiamo una parte del prologo, dove Carla Del Ponte racconta delle difficoltà nella caccia e fa capire perché Mladic e Karadzic siano tuttora latitanti.

Durante la mia prima visita a Washington come Procuratore capo dei Tribunali per i crimini di guerra delle Nazioni Unite, mi sono rivolta a uno degli uomini più potenti della Terra per chiedergli aiuto.

Questo accadeva un mercoledì pomeriggio della fine di settembre del 2000, all’inizio della lunga serie di appelli che nel corso degli anni avrei rivolto a funzionari governativi e capi di organizzazioni internazionali. Avevo bisogno che forzassero la mano di stati non collaborativi come la Serbia, la Croazia e il Ruanda; avevo bisogno che ci aiutassero a ottenere materiale di prova; e, soprattutto, avevo bisogno che ci aiutassero ad arrestare latitanti imputati di crimini di guerra. La sede di questo specifico appello era adiacente alla Casa Bianca, nell’Old Executive Office Building. Un assistente accompagna me e i miei consulenti attraverso il portone d’ingresso. \ Attraversiamo un corridoio che rimbomba dei nostri passi. Poi ci troviamo faccia a faccia con il Potere, sotto le spoglie di George Tenet, direttore della Central Intelligence Agency. È oberato di impegni, impegni pressanti. Dieci anni dopo l’invasione irachena del Kuwait e l’imposizione di sanzioni economiche che hanno distrutto la vita di centinaia di migliaia di iracheni, Saddam Hussein è ancora al potere. Tutti si lamentano che il prezzo del petrolio sia balzato a trentacinque dollari al barile, e tra poche ore a Gerusalemme Sharon salirà sul Monte del Tempio, l’Haram al-Sharif, accendendo la miccia della Seconda intifada. Forse Tenet sa già che nell’arco di qualche settimana la folla invaderà le strade di Belgrado rovesciando Slobodan Milosevic. Nella Corea del Nord, Kim Jong-il si balocca con le armi nucleari. Gli agenti della Cia sono sulle tracce di Osama bin Laden. All’11 settembre mancano ancora undici mesi.

Quello di cui ho bisogno è che Tenet coordini le attività della Cia con gli sforzi del nostro ufficio e di altre agenzie di intelligence per aiutarci a catturare due degli uomini più ricercati al mondo, Radovan Karadzic e Ratko Mladic. Il Tribunale li ha incriminati con imputazioni relative, tra l’altro, all’assedio e al bombardamento di Sarajevo, a operazioni di pulizia etnica che hanno provocato centinaia di migliaia di profughi, e all’uccisione di quasi settemilacinquecento prigionieri musulmani, uomini e ragazzi, a Srebrenica: il più vasto massacro avvenuto in Europa dopo quelli delle settimane che seguirono la fine della Seconda guerra mondiale. \ La mia opinione è che potrebbe metterci a disposizione le informazioni raccolte dalla Cia nelle sue operazioni di sorveglianza, intercettazioni telefoniche, consigli e sostegno per gli arresti...

Tenet commenta che Karadzic gli ricorda un capomafia siciliano. Non mi sfugge l’ironia. Di boss mafiosi ne so qualcosa. E Tenet, con le sue origini greche, trasuda una passione mediterranea, una forza di volontà autoritaria e altre qualità tipiche dei capimafia siciliani. La cosa mi va a genio, perché ogni capo di un’organizzazione di spionaggio ha bisogno di queste qualità perché le sue attività siano efficaci. Mi assicura che la Cia è attivamente impegnata nella caccia all’uomo, ma che mettere le mani su Karadzic, che non parla mai al telefono né firma mai una carta, è un compito impervio: «Di gente così ne sto inseguendo in tutto il mondo... Ci abbiamo messo sette giorni per trovare Noriega, con ventimila GI». Butta lì il nome di bin Laden. Poi aggiunge: «Karadzic è la mia priorità numero uno». \

Non dovrei essere tanto ingenua. Confido che Tenet faccia seguire i fatti alle parole. Non immagino che stia innalzando quello che noi di lingua italiana chiamiamo il «muro di gomma», il rifiuto travestito da qualcosa che non sembra un rifiuto. \ La mia carriera ha avuto inizio con una lunga serie di collisioni con il muro di gomma, collisioni seguite talvolta da forme di resistenza più rozze, quando non da minacce fisiche. Mi sono scontrata e continuerò a scontrarmi con il muro di gomma in occasione di incontri con molti personaggi potenti, da finanzieri della mafia a banchieri e politici svizzeri, da capi di stato come George Bush e primi ministri come Silvio Berlusconi, a burocrati responsabili di uffici governativi e di vari dipartimenti delle Nazioni Unite e, più avanti nel mio incarico, ministri degli Esteri europei che sembravano prontissimi ad accogliere la Serbia nell’abbraccio dell’Unione europea anche quando leader politici, poliziotti e militari serbi davano rifugio a uomini responsabili dell’uccisione a sangue freddo, sotto gli occhi del mondo, di migliaia di prigionieri. L’unico modo che conosco per sfondare il muro di gomma e servire gli interessi della giustizia consiste nel cercare, con costanza e persistenza, di imporre la mia volontà.

* * *

Nella primavera del 2001, ho avuto il mio secondo incontro con il Potere nelle vesti di George Tenet. Questa volta il luogo era il quartiere generale della Central Intelligence Agency, un complesso di vetro, acciaio e cemento sormontato da antenne che proiettavano i voleri di quest’uomo e dei suoi superiori in ogni capitale e in ogni angolo del mondo devastato da una guerra. \ Tenet esce a ricevermi nel corridoio subito prima del nostro colloquio. «Carla» esclama, «la mia cara Madame Prosecutor.» Poi vengono i bacini-bacetti, che tanto mi danno sui nervi. Entriamo in una sala riunioni senza finestre e con le pareti rivestite di pannelli, forse legno di ciliegio. Tenet si siede alla testa del tavolo, dopo che io ho preso la sedia accanto alla sua. Dice qualche bagattella in tono informale. Specifica che non può dirmi tutto quello che la Cia sta facendo. È comprensibile. Assicura che arrestare i nostri latitanti rimane una priorità alta. Dice che sono state condotte operazioni che non hanno avuto successo e queste dichiarazioni mi facilitano abbastanza il compito di venire al punto senza tanti discorsi infiorettati e mielate espressioni di gratitudine. Forse è stato un errore immaginare che Tenet, il top delle spie della superpotenza, non scambierà la mia franchezza per mancanza di rispetto: «George, ci siamo visti a settembre. Allora mi hai detto che Karadzic era la priorità numero uno della Cia. Ma sono passati sei mesi e, visti i risultati, faccio fatica a crederti». I pezzi grossi dell’intelligence non amano che qualcuno che non faccia parte del giro dica loro come fare il loro mestiere, e molti pensano di non aver nulla da guadagnare e molto da perdere mettendosi a inseguire criminali di guerra in terre lontane. Forse a Tenet brucia che io abbia detto quelle cose davanti al suo staff. Ma sa che non sono venuta a ringraziare gli Usa per il loro appoggio finanziario alle Nazioni Unite. Sa che sono lì per discutere di come assicurare l’arresto di Karadzic e Mladic. A questo punto so che quello che ha fatto nel nostro precedente incontro di settembre è stato innalzare il muro di gomma, quando mi assicurava che Karadzic era una priorità allo stesso livello di bin Laden. Ma se il direttore della Cia mi dice che arrestare Karadzic è una priorità, io presumo che gli operativi della Cia siano sufficientemente competenti per realizzare tempestivamente gli obiettivi del loro direttore. «Quali misure sono state prese per assicurare gli arresti?» domando. «In che modo la Cia può cooperare con il Tribunale?» L’Ufficio della Procura ha intenzione di formare un team che si occupi di rintracciare i fuggitivi, gli dico. Poi propongo di elaborare una nuova strategia per arrestare Karadzic. Penso che, entro i limiti della legge degli Stati Uniti, dovremmo essere in grado di scambiare informazioni e di lavorare di conserva con le agenzie di intelligence di altri paesi, in particolare di Francia, Gran Bretagna e Germania. Se non avete intenzione di fare qualcosa, dico, penso che dovreste almeno sostenere i nostri sforzi. «Guarda, Madame» risponde Tenet, «che di quello che pensi tu non me ne frega un cazzo».
da LaStampa.it
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mercoledì, 13 febbraio 2008

Io e i criminali di guerra

Il procuratore dell'Aia lascia l'incarico. E lancia un'accusa contro chi l'ha lasciata sola. Bush, l'Onu, D'Alema. E il Vaticano. Colloquio con Carla Del Ponte

 
Il muro di gomma del Vaticano. La delusione per D'Alema. Il disinteresse di Bush e Condoleezza Rice. Le reticenze di Francia e Germania. La debolezza di Kofi Annan. Non fa sconti a nessuno, come è nel suo costume, Carla Del Ponte, 61 anni, fresca ambasciatrice della Svizzera in Argentina.
Prima di raggiungere l'altro emisfero per il nuovo incarico, lascia in eredità un libro sulla sua esperienza precedente di procuratore del Tribunale internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia. Il volume di prossima uscita per Feltrinelli (20 marzo) è stato scritto con Chuck Sudetic, che seguì i Balcani negli anni '90 per il 'New York Times'. Ha per titolo 'La caccia'. Sottotitolo: 'Io e i criminali di guerra'. I diritti sono già stati venduti in diversi paesi del mondo. 'L'espresso' lo ha letto in anteprima e l'autrice ha accettato di parlarne prima che arrivi in libreria.

In 412 pagine (costo 16 euro) Carla Del Ponte ripercorre gli otto anni di caccia a persone che si sono macchiate di delitti orrendi, con accuse che sono arrivate fino a quella estrema di genocidio. Seppur a denti stretti riconosce una sconfitta: "Non sono riuscita a ottenere dalla comunità internazionale l'arresto di Ratko Mladic e Radovan Karadzic, il capo militare e quello politico dei serbi di Bosnia". Il suo ragionamento comprende una chiamata in correità verso potenti più o meno grandi che hanno ostacolato il suo lavoro. Del resto lei non si riconosce errori: "O meglio, errori piccoli ne ho fatti molti, ma non quelli che hanno pregiudicato la cattura. Forse avrei solo dovuto essere più aggressiva, più cattiva. Ma è sempre molto difficile il rapporto di un procuratore con la politica". Semmai altri le rimproverano esattamente l'opposto. Di essere cioè stata troppo intransigente e aver ostacolato i buoni rapporti tra le nazioni.


Ambasciatrice Carla Del Ponte, lei non ha apprezzato l'atteggiamento di Massimo D'Alema circa l'apertura di colloqui con la Serbia senza che avesse consegnato il generale Mladic.
"No. Non ho apprezzato. D'Alema è stato una delusione. È stato tra i primi a rompere un fronte. E pensare che Romano Prodi, invece, fin da quando stava a Bruxelles ha sempre dimostrato sensibilità circa il tema del rispetto dei diritti umani".

Ma a D'Alema, alla politica in generale, non riconosce almeno, per usare un linguaggio a lei caro, le 'attenuanti generiche'? C'erano delle ragioni. Si è sostenuto: non si può penalizzare un popolo per le colpe di una persona.
"Nessuna attenuante, dal mio punto di vista, per quel tipo di approccio. Siamo già molto in ritardo, sono passati 14 anni. Se si ritiene che la repressione di questi crimini non è più importante, che il passato vada cancellato, lo si deve dire a chiare lettere, assumersi la responsabilità. Ma allora significa che il Tribunale l'avevano creato solo per mettersi la coscienza a posto".

Spostiamoci di pochi chilometri dalla Farnesina e arriviamo alla Santa Sede. Lei racconta un episodio burrascoso con monsignor Giovanni Lajolo, segretario vaticano per le relazioni con gli Stati, il ministro degli Esteri in pratica.
"Ero andata per chiedergli di sostenerci nello sforzo di catturare il generale croato Ante Gotovina. Secondo alcune segnalazioni era protetto in qualche monastero. Ma mi sono trovata davanti al muro di gomma forse più spesso".

Lajolo le ha detto che il Vaticano non è uno Stato e che il pontefice non può fare pressioni sulla Conferenza episcopale croata.
"Esatto. Il che contraddice le nozioni che si apprendono nei libri di scuola".

A quel punto lei ha chiesto un incontro col papa, Benedetto XVI.
"E mi è stato risposto che, se volevo vederlo, mi potevo recare il sabato successivo in piazza San Pietro perché sua santità riceve solo presidenti e ministri. Ma il giorno prima aveva ricevuto il capo di un partito e forse avrebbe potuto fare uno sforzo per il procuratore del Tribunale internazionale".

Non è andata così. Cosa avrebbe chiesto a Benedetto XVI?
"Un intervento ufficiale sulla Croazia per Gotovina. Sono note le relazioni privilegiate del Vaticano con Zagabria fin dall'inizio della dissoluzione jugoslava, no?".

Un suo assistente, scherzando, le ha detto che sarebbe stata scomunicata.
"La scomunica non è arrivata. Io sono una cattolica anche se non praticante. Ma in certi valori ci credo. Da questo punto di vista la sorpresa è stata enorme in negativo".

Valichiamo l'Oceano. George Tenet, allora capo della Cia, non fu di nessun aiuto.
"È un simpaticone. Ma le regole interne dell'agenzia gli impedivano di dare una forma di collaborazione. Comunque è vero: la Cia non mi diede nessun aiuto".

Mentre Colin Powell si dimostrò collaborativo.
"Sì. Ma poi è cambiato anche l'atteggiamento americano. Dopo l'11 settembre. Li ho sentiti impegnati su altri fronti. Sembrava tutto perfetto all'inizio, poi hanno rivolto lo sguardo altrove".

Curiosa la scena in cui lei si infila nell'auto di Condoleezza Rice per strappare un colloquio.
"Disse che il suo problema si chiamava Bin Laden. Risposi che il mio si chiamava Mladic. E Karadzic".

Kofi Annan pure non esce molto bene. Sembra un debole. Chissà perché la scelse, visto che notoriamente lei non è una malleabile.
"Annan mi scelse quando era molto forte, molto in sella. E credeva davvero nel Tribunale. Avrebbe continuato ad avere del coraggio se non si fosse indebolito. Lo ribadisco: l'attacco alle Torri Gemelle ha segnato uno spartiacque. In generale, mi hanno dato l'incarico e forse non si immaginavano che avrei fatto così bene".

Lei aprì e poi richiuse un'inchiesta su eventuali crimini commessi dalla Nato quando bombardò la Serbia. Per questo si attirò alcune critiche.
"Non ho trovato riscontri. Di questo avrei voluto parlare con Slobodan Milosevic. Non è stato possibile".

Vi siete incontrati una sola volta e lui si limitò a guardarla fisso negli occhi.
"Poi ha prodotto un documento, una registrazione. Si sentiva un pilota Nato che parlava con la base di Aviano e faceva notare che c'erano dei civili dove doveva colpire. Dalla base gli hanno risposto 'vai ugualmente', condendo l'invito con qualche parolaccia in buon americano".

Non era una prova?
"Poteva essere una contraffazione, bisognava verificarla. Cosa che feci chiedendo i documenti ad Aviano. Mi risposero che non esistevano più quei documenti. Non ci ho creduto, naturalmente. Comunque non avrei potuto incriminare il pilota perché il mio mandato riguardava le responsabilità di comando".

Forse si sarebbe trovata nelle condizioni di indagare sul generale Wesley Clark. Al quale poi propose di collaborare col Tribunale.
"Non so se sarei arrivata a lui. Comunque avevo bisogno della Nato. Mi serviva. Aveva gli uomini sul terreno che potevano procedere alla cattura dei criminali. Clark non accettò. Stava già pensando alla sua carriera politica: si candidò alle primarie del partito democratico".

Con un altro generale, l'italiano Fabio Mini, ci fu grande affiatamento.
"Sì. Quando comandava in Kosovo si dimostrò molto collaborativo. Per questo ebbe alcune conseguenze spiacevoli. Dovette subire delle ramanzine...".

Da chi? Perché?
"Lo chieda a lui. Io non posso svelarlo".

Da una registrazione di cui eravate in possesso sembra che il presidente francese Chirac avesse garantito l'impunità al generale Mladic.
"L'ho chiesto direttamente a Chirac. Mi ha risposto che non era vero. Io gli credo. È un vero uomo di Stato".

Lei scrive di aver provato rabbia quando Milosevic morì prima della sentenza.
"Rabbia sì. Perché le prove che avevamo raccolto avrebbero assunto maggior valore con una sentenza di condanna. Che per me non poteva essere che il carcere a vita".

Se si fosse trovata davanti Karadzic o Mladic cosa avrebbe loro chiesto?
"Sulla responsabilità criminale non avrei perso tempo perché non possono sussistere dubbi, abbiamo vagoni di prove. La mia curiosità sarebbe stata quella di capire come hanno fatto a stare in latitanza per 14 anni, chi li ha protetti, che contatti avevano con le istituzioni".

Lei è sembrata più concentrata su Mladic.
"Perché so dove è. A Belgrado. Non saprei in quale appartamenti ma sta lì. Di Karadzic invece non abbiamo tracce ormai da diverso tempo".

Si dice sia nei monasteri ortodossi.
"E sarà difficile catturarlo. Comunque fino al 2004 stava a Belgrado pure lui. Ha trascorso persino un mese con la moglie".

È vero che ha allestito una squadra speciale per catturarli?
"Funziona da sei anni. Ha fatto 91 arresti. Ora si è concentrata solo su di loro"

Il suo Tribunale è stato paragonato a quello di Norimberga.
"Le differenze sono enormi. A Norimberga le prove erano già lì in aula. Noi ce le siamo andate a cercare ad una ad una".
(13 febbraio 2008)
Gigi Riva (L'Espresso)
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venerdì, 08 febbraio 2008

Tpi: Del Ponte, delusa da d'Alema. Vaticano sorpresa negativa

Definisce il ministro degli esteri italiano Massimo D'Alema "una delusione". Ma va giù duro anche contro il Vaticano, "il muro di gomma forse più spesso" che si è trovata di fronte, "una sorpresa enorme in negativo". Carla Del Ponte, nuovo ambasciatore svizzero in Argentina ma soprattutto ex procuratore generale del Tribunale internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia, traccia in un'intervista all'Espresso - di cui il settimanale ha fornito un'anticipazione - il bilancio dei suoi anni all'Aja e non fa sconti a nessuno.

Del Ponte punta il dito contro chi, a suo dire, non l'ha aiutata a catturare Ratko Mladic e Radovan Karadzic, il capo militare e quello politico dei serbi di Bosnia. Tra questi, l'ambasciatore sottolinea di non aver affatto apprezzato l'atteggiamento aperturista del ministro degli Esteri italiano sulla Serbia senza che Belgrado avesse consegnato il generale Mladic: "Non ho apprezzato. D'Alema è stato una delusione. E' stato tra i primi a rompere un fronte. E pensare che Romano Prodi, invece, fin da quando stava a Bruxelles ha sempre dimostrato sensibilità circa il tema del rispetto dei diritti umani".

Contro "un muro di gomma", Del Ponte è andata poi a sbattere quando ha chiesto a monsignor Giovanni Lajolo, segretario vaticano per le relazioni con gli Stati, aiuto per catturare il generale croato Ante Gotovina, secondo alcune segnalazioni protetto in qualche monastero. 'Il Vaticano non e' uno Stato e il Pontefice non può fare pressioni sulla conferenza episcopale croata', racconta di essersi sentita rispondere. A quel punto ha chiesto un incontro con Benedetto XVI: "mi è stato risposto - riferisce - che, se volevo vederlo, mi potevo recare il sabato successivo in piazza San Pietro perché Sua Santità riceve solo presidenti e ministri. Ma il giorno prima aveva ricevuto il capo di un partito e forse avrebbe potuto fare uno sforzo per il procuratore del Tribunale internazionale". "Io sono una cattolica, anche se non praticante. Ma in certi valori ci credo. Da questo punto di vista - è lo sfogo di Del Ponte - la sorpresa è stata enorme, in negativo".


TicinoNews.ch

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Nome: Valeria Taradash
Giornalista, scrittrice... innamorata della Bosnia da molti anni. Da quando una guerra insensata, giocata troppo vicino a casa mia perché riuscissi a restarne fuori, mi ha portato in questo Paese. La spinta somigliava molto alla curiosità o, più gradevole espressione, al desiderio-bisogno di capire. Crimini troppo grandi e incomprensibili venivano commessi, spesso in nome di un Dio che, come al solito, non c'entrava niente. Non ho saputo restare davanti al televisore a scuotere la testa. Il bisogno di partire si è fatto viaggio, il viaggio si è fatto conoscenza, la conoscenza si è fatta amore, partecipazione e necessità di testimoniare. In passato ho collaborato con TV e radio private. Per la carta stampata ho scritto e tradotto per "Shabab", un bollettino che si occupava di MedioOriente, più precisamente della Palestina. Inoltre ho pubblicato tre libri, due saggi ("La fame nel mondo" e "La nonviolenza") e un romanzo ("Concerto per chihuahua ...e frammenti di stelle ...e altre code"). Oltre all'amore per la scrittura, un'altra passione mi ha accompagnato per tutta la vita, divenendo a periodi una professione: i cani. Allevo cani per hobby e per amore. Anni fa sono stata titolare di una scuola di addestramento all'obbedienza e all'agility. Con i miei amici a quattro zampe mi diverto e lascio che mi dipingano sulla faccia sorrisi di tenerezza uniti a sentimenti di protezione e di condivisione affettiva. Insomma a loro concedo il mio lato "morbido", che altrimenti so nascondere benissimo. Chi mi conosce lo sa...


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12 Febbraio 2008- Finalmente, tra le mille cose che ho fatto e faccio, ne ho fatta una di cui sono davvero fiera e contenta: ho scritto un libro. Non è il primo che scrivo. Non è nemmeno il primo che pubblico. Però è il mio primo romanzo e, soprattutto, è il libro che avrei voluto scrivere. Per verificare che non ci fossero errori o sviste l'ho riletto da capo a piedi e poi, nonostante sia ipercritica nei confronti di me stessa e di ogni cosa che faccio, mi sono sorpresa a pensare: è bello, è proprio bello. Quasi me ne vergogno ma è la verità e vorrei che tutti potessero leggerlo e dire la loro. La distribuzione partirà tra breve. Al momento è reperibile presso la casa editrice che lo ha messo in vendita in internet, e si può acquistare senza problemi tramite le carte varie previste o anche contrassegno. Se volete... se ne avete voglia, cliccate sull'immagine della copertina subito qui sotto. Se amate gli animali, i cani in particolare... se avete amato un libro che si intitola "Il Piccolo Principe" allora, credetemi, non ve lo dovete perdere. Poi fatemi sapere che ne pensate. Ve ne sarò davvero molto grata. Ciao e buona lettura, Valeria

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