Festa a Sarajevo per l'arresto del boja Karadžić

Barba e baffi, lavorava come medico
Radovan Karadžić aveva assunto una falsa identità e prestava servizio in un ambulatorio fuori Belgrado
BELGRADO - Barba e baffoni bianchi, sotto i quali camuffare la sua identità e sfuggire all'arresto. L'ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadžić aveva assunto una falsa identità - quella di Dragan Dabic - e lavorava negli ultimi tempi come medico in un ambulatorio privato alla periferia di Belgrado. Lo ha rivelato il procuratore nazionale serbo per la lotta ai crimini di guerra, Vladimir Vukcevic, mostrando una foto dell'ex latitante ormai in arresto nella quale egli appare difficilmente riconoscibile. Secondo il procuratore, nell'ambulatorio - individuato dalle forze di sicurezza serbe nel quartiere residenziale di Nuova Belgrado - nessuno sapeva chi fosse in realtà.
UN "GURU" SPECIALIZZATO IN MEDICINE ALTERNATIVE - La copertura era rafforzata e avvalorata dal nuovo look ascetico, in stile "guru": barba bianca folta e lunga, capelli anch'essi lunghi, lasciati crescere volutamente in maniera disordinata. La polizia ha rilasciato una prima foto di Karadžić, in versione «dottor» Dragan Dabic. A quanto pare la sua fasulla specializzazione in ambito medico consisteva nelle medicine alternative, come l'omeopatia, che praticava presso una clinica privata di Belgrado. Il suo nuovo aspetto non avrebbe mai destato sospetti o dubbi sulla sua vera identitá, oltre che sulle sue presunte competenze in campo medico. «Tanto che girava indisturbato e tranquillo» per le strade di Belgrado, ha riferito una fonte ufficiale serba coperta dall'anonimato. L'arresto, ha confermato Vukcevic, è avvenuto «nelle vicinanze di Belgrado»: secondo alcune indiscrezioni nel sobborgo di Batajnica, a 13 chilometri dalla capitale.
L'INTERROGATORIO. «UNA FARSA» - In mattinata si è svolto il primo interrogatorio dell'ex leader dei serbo-bosniaci, Radovan Karadzic. Lo ha riferito il giudice Milan Dilparic che ha comunque rifiutato di rivelare ulteriori dettagli, definendolo come "confidenziale". Secondo quanto riferito dall'avvocato di Radovan Karadžić, Svetozar Vujakic, citato dall'agenzia Beta news, l'ex leader politico dei serbo-bosniaci «è stato arrestato venerdì» a Belgrado e da allora è rimasto «detenuto in una cella». Secondo un'altra versione sarebbe invece stato fermato lunedì.
L'avvocato ha poi spiegato che Radovan Karadžić, ha descritto la situazione come una «farsa» e che avrebbe anche usufruito del suo «diritto di rimanere in silenzio durante l'interrogatorio».
ANNUNCIATO RICORSO IN APPELLO - Vujacic ha poi annunciato che il suo cliente presenterà ricorso in appello contro la decisione del giudice istruttore per i crimini di guerra, Milan Dilparic, di consegnare l'ex latitante al Tribunale penale internazionale dell'Aja. Il processo presso il Tribunale serbo prevede una durata di tre giorni. La legge serba prevede altri tre giorni per il processo di appello la cui sentenza sarà poi definitiva. Quindi il superlatitante dovrebbe essere trasferito all’Aia entro una settimana dove l'attende una condanna all'ergastolo. «Speriamo che sia trasferito al più presto sotto la nostra giurisdizione, ma non sappiamo ancora quando - ha dichiarato un portavoce del Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia - tutto dipende dalle autorità serbe. Quasi certamente sarà detenuto in isolamento e portato di fronte alla Corte il prima possibile per procedere con il giudizio». «Questo arresto - continuano dal Tpi - è un altro passo fondamentale per il raggiungimento del nostro mandato». Nel corso della prima udienza, a Karadžić sarà chiesto di dichiararsi colpevole o innocente. Nel caso - considerato altamente improbabile - in cui Karadžić si dichiarasse colpevole, i giudici si limiterebbero a stabilire la pena. Altrimenti, sempre che l'ex leader serbo-bosniaco sia dichiarato idoneo dal punto di vista medico, inizierà la fase preparatoria del processo, durante la quale la difesa verrà informata di tutti gli elementi di prova a carico dell'imputato.
dal CorrieredellaSera.it
L'ex leader è accusato di genocidio e crimini di guerra in particolare per l'assedio di Sarajevo e per la strage di Srebrenica. La Nato: "Una buona notizia per la comunità internazionale".
BELGRADO - L'ex leader dei serbo-bosniaci, Radovan Karadzic, è stato arrestato. Lo ha reso noto questa sera a Belgrado la presidenza della Serbia. Karadzic è ritenuto responsabile di genocidio per l'assedio di Sarajevo, durato 43 mesi e costato la vita a 12.000 persone, e per la strage di Srebrenica del 1995, che ha portato al massacro di 8.000 musulmani.
Secondo la nota della presidenza serba, Karadzic è stato "localizzato e arrestato" nelle ultime ore dalle forze di sicurezza serbe. Il comunicato non precisa il luogo del fermo, ma rende noto che Karadzic è attualmente detenuto a Belgrado dagli organi della procura nazionale serba per la lotta ai crimini di guerra. Si tratta di "una buona notizia" per la comunità internazionale, afferma un portavoce della Nato. La cattura di Karadzic rappresenta inoltre sicuramente un passo in più nel processo di avvicinamento di Belgrado all'Ue.
L'ex leader serbo bosniaco era al primo posto fra gli ultimi tre ricercati rimasti nella lista nera del Tribunale internazionale dell'Aja (Tpi) per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia.
Latitante da circa 13 anni, deve rispondere delle accuse di genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità per il ruolo svolto nella sanguinosa guerra di Bosnia (1993-95, 200.000 morti in totale), la più feroce fra quelle scatenate dalla dissoluzione della Jugoslavia.
(21 luglio 2008)
da Repubblica.it
ARRESTATO KARADZIC
FINALMENTE...
Dietro questa storia ci sono un uomo, una donna, una famiglia e 8000 fantasmi; le vittime del massacro di Srebrenica. Ricordate? Era il caldo luglio del 1995. C’era la guerra in Bosnia. L’uomo è Hasan Nuhanovic.
Ora ha 40 anni. Allora era un interprete dei caschi blu olandesi. È stato uno dei pochi sopravvissuti a quella che è stata definita “la peggiore atrocità” commessa in Europa dopo la Secondo Guerra Mondiale.
La donna è Liesbeth Zegveld, avvocato di Amsterdam, specializzata nella difesa dei diritti umani. Mehida, Damir e Alma Mustafic sono invece la famiglia di Rizo, meccanico impiegato presso la base militare delle Nazioni Unite della cittadina bosniaca. Lui non ce la fece: venne ucciso dai soldati del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic. Il 16 giugno, la vedova e le figlie di Mustafic sedevano accanto ad Hasan, e dietro al loro avvocato, nella aula del Tribunale dell’Aja. Dove è iniziata una delle più importanti cause riguardanti il massacro. E non è l’unica che parte in questi giorni. Il 18 giugno un’altra corte olandese discuterà della denuncia presentata da un’associazione che si chiama “Le madri di Srebrenica”, una sorta di prima class action del genocidio.
Potrebbero essere due sentenze pilota, in grado di creare un precedente, dare ossigeno a migliaia e migliaia di altri ricorsi. Ma, soprattutto potrebbe essere la prima volta che una corte di giustizia indica chi furono i conniventi, i complici, i corresponsabili di quella strage. Dopo numerosi tentativi, Liesbeth Zegveld è riuscita a portare sul banco degli imputati il governo olandese e le Nazioni Unite. Coloro che avevano il compito di difendere gli abitanti dell’enclave bosniaca. E che, invece, lasciarono il campo libero ai fucili e ai coltelli serbi. I suoi assistiti erano lì. Videro tutto e, dopo averlo fatto in interviste, conferenze, denunce, hanno finalmente potuto raccontarlo anche ai magistrati dei soldati che avrebbero dovuto difenderli e che, invece, li tradirono, aprendo le porte ai loro carnefici.
Hasan Nuhanovic ha descritto il momento in cui i caschi blu olandesi ordinarono a lui e alla sua famiglia di lasciare la base militare in cui erano rifugiati. “Sapevo io, sapevano tutti, che equivaleva a una condanna a morte. Mia madre piangeva, io anche. Solo mio fratello, 22 anni, era troppo orgoglioso per farlo”. Sotto gli occhi dei soldati Onu, i serbi uccisero quasi tutti i maschi della comunità. Vecchi, adulti, giovani, bambini, tanti bambini. Ci sono filmati che immortalano l’entrata in città del generale Mladic. Un paio di strette di mano ai caschi blu; i bosniaci incolonnati e caricati sugli autobus che li avrebbero portati alle fossi comuni; le carezze sui visi terrorizzati dei più piccoli, che, dopo quelle riprese, avrebbero avuto ancora solo qualche minuto di vita in più.
Nel 2002, un’inchiesta indipendente dell’Istituto olandese per la documentazione di guerra indicò le responsabilità del governo dell’Aja per aver mandato in Bosnia truppe male addestrate ed equipaggiate, creando così i presupposti per la loro “resa” incondizionata” di fronte alle truppe serbe. Una missione impossibile, condizionata – in quella sanguinosa estate - anche dalla scarsa volontà delle Nazioni Unite di intervenire a difesa dei bosniaci.
L’autodifesa burocratica del governo olandese. Ieri, per difendersi dalle accuse di Hasan, Mehida, Damir e Alma, il rappresentante dell’esecutivo olandese Bert Jan Houtzagers si è trincerato dietro una giustificazione burocratica: ha detto che i parenti uccisi non erano sulla lista degli impiegati delle Nazioni Unite e quindi non avevano il diritto a una protezione speciale. Rizo Mustafic lavorò per 18 mesi presso la base dell’ Onu, ma nessuno gli fece mai un contratto. Quindi, quando arrivarono i serbi, gli venne detto di lasciare l’accampamento olandese. Il rapporto del 2002, classificò questo come un caso di “cattiva comunicazione”. “Noi vogliamo giustizia. Non potete dirci che nostro padre è morto a causa di un problema di comunicazione “ - ha detto ai giornalisti Alma Mustafic. L’avvocato Zegveld cercherà di dimostrare che venne violato statuto contro i crimini di guerra adottato dall’Aja nel dopoguerra, secondo il quale è un delitto “abbandonare qualcuno al nemico”. Bene – ha scandito la docente universitaria - è proprio quello che fecero i nostri soldati laggiù”. L’uomo, la famiglia (e gli 8000 fantasmi che li accompagnano) hanno già annunciato che non mancheranno alla prossima udienza, fissata per il 10 settembre prossimo.
Da Panorama.it
BELGRADO - Ha negato di essere Stojan Zupljanin, ricercato dal Tribunale penale internazionale (Tpi) del'Aja per crimini di guerra commessi durante la guerra in Bosnia (1992- 1995), il serbo-bosniaco arrestato oggi a Belgrado. Lo ha reso noto stasera l'agenzia Tanjug citando la portavoce del tribunale distrettuale di Belgrado Slavica Ramic.
"La magistratura aveva ordinato tutte le tecniche investigative speciali per stabilire l'identità di Zupljanin, inclusa l'analisi del Dna per poter fugare qualsiasi dubbio" - ha detto Ramic, precisando che per legge rimangono ora 24 ore per compiere nuovi accertamenti.
L'avvocato nominato d'ufficio dal tribunale ha detto che l'arrestato si è presentato alla corte con il nome di Branislav Vukadin.
Stojan Zupljanin, di 57 anni, uno dei quattro fuggiaschi ricercati dal Tpi, è stato arrestato oggi in un appartamento a Pancevo, 13 chilometri dal centro di Belgrado. Gli altri ricercati sono l'ex leader politico dei serbo-bosniaci Radovan Karadzic, l'ex comandante dell'esercito Ratko Mladic e l'ex presidente dell'autoproclamata Repubblica serba di Krajina, Goran Hadzic.
L'alto ufficile jugoslavo è stato fermato a Belgrado. L'accusa contro di lui è di aver ucciso numerosi civili musulmani e croati durante la guerra dei Balcani
Stojan Zupljanin, ricercato da anni dal Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia, è stato catturato vicino Belgrado. Zupljanin, serbobosniaco, era uno dei quattro presunti criminali di guerra di cui le autorità del tribunale chiedevano l'arresto e la consegna: comandante a Banja Luka negli anni 1992-95, Zupljanin è accusato di aver ucciso civili musulmani e croati.
Zupljanin, 57 anni, era un alto ufficiale della polizia e dei servizi segreti e consigliere speciale di Radovan Karadzic, leader politico dei serbi di Bosnia Erzegovina. Durante la guerra si è reso colpevole di crimini contro l'umanità e di violazioni delle norme di guerra, oltre che di assistenza in genocidio.
Il tribunale ad hoc dell'Aja sta insistendo da anni perchè vengano arrestati i sospetti ancora a piede libero. La piena collaborazione con il tribunale dell'Aja è una delle condizioni chiave poste dall'Unione Europea a Belgrado per un definitivo avvicinamento all'Ue. Qualche giorno fa Serge Brammertz, procuratore capo del Tribunale penale Internazionale per la ex-Jugoslavia, aveva detto che la Serbia «non ha compiuto visibili progressi negli ultimi sei mesi nelle ricerche »
| "Il Tribunale non deve chiudere fino a quando i latitanti non saranno arrestati e processati" |

Il procuratore dell'Aia lascia l'incarico. E lancia un'accusa contro chi l'ha lasciata sola. Bush, l'Onu, D'Alema. E il Vaticano. Colloquio con Carla Del Ponte
Definisce il ministro degli esteri italiano Massimo D'Alema "una delusione". Ma va giù duro anche contro il Vaticano, "il muro di gomma forse più spesso" che si è trovata di fronte, "una sorpresa enorme in negativo". Carla Del Ponte, nuovo ambasciatore svizzero in Argentina ma soprattutto ex procuratore generale del Tribunale internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia, traccia in un'intervista all'Espresso - di cui il settimanale ha fornito un'anticipazione - il bilancio dei suoi anni all'Aja e non fa sconti a nessuno.
Del Ponte punta il dito contro chi, a suo dire, non l'ha aiutata a catturare Ratko Mladic e Radovan Karadzic, il capo militare e quello politico dei serbi di Bosnia. Tra questi, l'ambasciatore sottolinea di non aver affatto apprezzato l'atteggiamento aperturista del ministro degli Esteri italiano sulla Serbia senza che Belgrado avesse consegnato il generale Mladic: "Non ho apprezzato. D'Alema è stato una delusione. E' stato tra i primi a rompere un fronte. E pensare che Romano Prodi, invece, fin da quando stava a Bruxelles ha sempre dimostrato sensibilità circa il tema del rispetto dei diritti umani".
Contro "un muro di gomma", Del Ponte è andata poi a sbattere quando ha chiesto a monsignor Giovanni Lajolo, segretario vaticano per le relazioni con gli Stati, aiuto per catturare il generale croato Ante Gotovina, secondo alcune segnalazioni protetto in qualche monastero. 'Il Vaticano non e' uno Stato e il Pontefice non può fare pressioni sulla conferenza episcopale croata', racconta di essersi sentita rispondere. A quel punto ha chiesto un incontro con Benedetto XVI: "mi è stato risposto - riferisce - che, se volevo vederlo, mi potevo recare il sabato successivo in piazza San Pietro perché Sua Santità riceve solo presidenti e ministri. Ma il giorno prima aveva ricevuto il capo di un partito e forse avrebbe potuto fare uno sforzo per il procuratore del Tribunale internazionale". "Io sono una cattolica, anche se non praticante. Ma in certi valori ci credo. Da questo punto di vista - è lo sfogo di Del Ponte - la sorpresa è stata enorme, in negativo".
TicinoNews.ch
12 Febbraio 2008- Finalmente, tra le mille cose che ho fatto e faccio, ne ho fatta una di cui sono davvero fiera e contenta: ho scritto un libro. Non è il primo che scrivo. Non è nemmeno il primo che pubblico. Però è il mio primo romanzo e, soprattutto, è il libro che avrei voluto scrivere. Per verificare che non ci fossero errori o sviste l'ho riletto da capo a piedi e poi, nonostante sia ipercritica nei confronti di me stessa e di ogni cosa che faccio, mi sono sorpresa a pensare: è bello, è proprio bello. Quasi me ne vergogno ma è la verità e vorrei che tutti potessero leggerlo e dire la loro. La distribuzione partirà tra breve. Al momento è reperibile presso la casa editrice che lo ha messo in vendita in internet, e si può acquistare senza problemi tramite le carte varie previste o anche contrassegno. Se volete... se ne avete voglia, cliccate sull'immagine della copertina subito qui sotto. Se amate gli animali, i cani in particolare... se avete amato un libro che si intitola "Il Piccolo Principe" allora, credetemi, non ve lo dovete perdere. Poi fatemi sapere che ne pensate. Ve ne sarò davvero molto grata. Ciao e buona lettura, Valeria
