Sarajevo - Bosnia

Blog italo-bosniaco di informazione sulla Bosnia. Contro ogni forma di discriminazione: etnica, politica, religiosa, culturale. L'intolleranza non è tollerata. La menzogna neppure.
martedì, 22 aprile 2008

Nudi alla meta

 21.04.2008    scrive Massimo Moratti
Dopo l'approvazione della riforma della polizia, la Bosnia Erzegovina si avvia a firmare l'Accordo di Associazione con Bruxelles. I contenuti della riforma sono stati però sacrificati di fronte al rischio di instabilità regionale dopo l'indipendenza del Kosovo.
Nostro commento
Luce verde per la firma dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione (ASA) per la Bosnia ed Erzegovina. L’accordo sarà firmato molto probabilmente il 28 aprile prossimo, o in alternativa il 26 maggio, ma di fatto oramai la strada è stata spianata. Lo ha confermato Olli Rehn il 16 aprile scorso, immediatamente dopo che entrambe le camere del Parlamento della Bosnia ed Erzegovina avevano approvato le leggi necessarie per la riforma della polizia. Tali provvedimenti consistono nella legge sul “Direttorato per il coordinamento dei corpi di polizia” e nella legge sulle “Agenzie per il supporto delle strutture di polizia in Bosnia ed Erzegovina”, che prevede la creazione di una serie di istituti volti a coadiuvare il lavoro delle agenzie di polizia nel Paese.

In sospeso fino all’ultimo

L’adozione di queste leggi dà attuazione alla “dichiarazione di Mostar”, il documento multipartito che era stato firmato dai rappresentanti delle maggiori forze politiche bosniache lo scorso novembre, e che aveva consentito la parafatura dell’ASA. L’adozione della “dichiarazione di Mostar” era giunta al termine di una crisi istituzionale che per lungo tempo era sembrata senza via d’uscita.

La “dichiarazione di Mostar” aveva stabilito che ulteriori riforme della polizia sarebbero state adottate solamente dopo l’entrata in vigore della nuova Costituzione. Il percorso di adozione di queste due importanti leggi non è stato dunque facile e, ad un certo punto, l’accordo raggiunto con la “dichiarazione di Mostar” era sembrato in pericolo. A metà febbraio l'SDA (Partito di Azione Democratica) e l'SBIH (Partito per la Bosnia Erzegovina) avevano praticamente ritirato il proprio sostegno alla dichiarazione annunciando che avrebbero votato contro la bozza delle leggi approvate in Parlamento. Secondo questi partiti infatti i principi contenuti nella dichiarazione di Mostar non presentavano garanzie sufficienti per la creazione di una polizia centralizzata. L'SDA aveva anche ribadito che la riforma della polizia non era necessaria per la firma dell’ASA.

L'Ufficio dell'Alto Rappresentante (OHR) a quel punto era intervenuto con un comunicato stampa, precisando che non c’era altra soluzione per la firma dell’ASA e che la riforma della polizia doveva essere adottata così come previsto dalla “Dichiarazione di Mostar”.

Alla resa dei conti, quando si è arrivati al voto nelle due camere del Parlamento, nessuno dei partiti politici bosniaci si è voluto assumere la responsabilità di rimandare ulteriormente la firma dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione, e si sono quindi o astenuti o non hanno sollevato la questione degli interessi vitali che può bloccare l’intero procedimento.

La controversa riforma della polizia

L’adozione delle leggi sulla riforma della polizia è avvenuta solo dopo che l’Unione Europea aveva progressivamente ridotto i requisiti richiesti alla Bosnia ed Erzegovina per la conclusione dell’ASA. Inizialmente il modello di riforma della polizia, auspicato a suo tempo da Paddy Ashdown, era molto più ambizioso e controverso: si prevedeva infatti la creazione di un’unica struttura di polizia sotto la guida del Consiglio dei Ministri della Bosnia ed Erzegovina, e la creazione di regioni di polizia che non tenessero conto della linea di separazione tra le due entità (IEBL). Tale proposta aveva da sempre incontrato l’opposizione dei vari governi della Republika Srpska, ultimo tra i quali quello di Dodik, che della riforma della polizia aveva fatto uno dei punti principali della propria linea politica.

La proposta di Ashdown era già stata criticata dallo European Stability Initiative (ESI) che, in un recente rapporto (“The worst in class: How the international protectorate hurts the European future of Bosnia and Herzegovina”), aveva illustrato come la proposta Ashdown proponesse un modello di polizia centralizzato che rifletteva più una scelta di Ashdown che il risultato di un’attenta analisi della situazione. Il team di esperti dell’Unione Europea che si era occupato della possibile revisione delle forze di polizia, nel rapporto “Financial, Organisational And Administrative Assessment of The Bih Police Forces And The State Border Service: Final Assessment Report”, non aveva poi riscontrato che la presenza di un così gran numero di forze di polizia fosse una debolezza istituzionale di per sé: tale situazione era infatti compatibile con gli standard già esistenti in Europa (per esempio sia in Svizzera che nei Paesi Bassi vi sono circa 20 forze di polizia locali). Il problema, secondo loro, sussisteva nella mancanza di coordinamento tra queste forze di polizia.

Secondo quanto raccomandato dagli esperti UE, tra i criteri da prendere in considerazione per la riforma della polizia vi era quello di privilegiare un processo di consultazioni locali rispetto a quello di una riforma imposta dall’alto. Alquanto polemicamente, ESI faceva del resto notare che agli altri Paesi dell’ex Jugoslavia non erano state imposte condizioni così rigide per la firma dell’ASA e che, nel caso ad esempio della Macedonia, l’ASA era stato firmato addirittura quando il Paese era sull’orlo di una guerra civile. In sostanza, il processo di adesione all’Unione Europea della Bosnia ed Erzegovina era prigioniero della decisione unilaterale di Ashdown di favorire un certo modello di riforma della polizia, centralizzato e a scapito delle entità.

Cambio di rotta

Favorire la centralità a scapito delle entità, tradotto nella logica della competizione politica bosniaca, significa favorire i partiti che più di altri aspirano a centralizzare la Bosnia ed Erzegovina e cioè l'SDA e l'SBIH, i principali partiti bosgnacchi. Ciò crea una reazione uguale e contraria nei partiti della Republika Srpska (RS) che mirano a preservare le prerogative di quella entità, e la sua relativa autonomia. Non solo. Milorad Dodik, molto più dell'SDS (Partito Democratico Serbo), ha come obiettivo quello di resistere a tale centralizzazione, e di riprendersi le competenze che la RS ha trasferito a livello centrale nel corso di questi anni. Fondato o meno, questo timore blocca le possibilità di dialogo e rafforza le posizioni dell’uomo forte di Laktasi all’interno della RS.

Consapevole della potenziale pericolosità di questa situazione, nell’agosto del 2007 l'OHR ha fatto circolare tra i maggiori partiti politici della Bosnia ed Erzegovina un Protocollo sulla riforma della polizia. Il testo non è stato reso pubblico, ma è facile ritenere che sia stato alla base della “dichiarazione di Mostar”. Tale dichiarazione infatti prevedeva che inizialmente si dovessero adottare solamente le leggi sul “Direttorato per il coordinamento dei corpi di polizia” e sulle “Agenzie per il supporto delle strutture di polizia in Bosnia ed Erzegovina”. Per quanto riguardava la creazione di una futura forza di polizia unica e le relazioni tra questa e le forze di polizia locali, il discorso veniva rimandato alla riforma costituzionale e all’assetto che avrà il Paese dopo tale riforma.

Di fatto, l’ambiziosa riforma voluta da Ashdown è stata, nel migliore dei casi, posticipata, e il modello di riforma che è stato ora approvato mira più a soddisfare le condizioni per la firma dell’ASA che a centralizzare le forze di polizia. Ciò ha provocato le reazioni negative dell'SDA, SBIH e anche dell'SDP (partito socialdemocratico), che hanno visto questa riforma come un successo dei partiti della RS. Ciò nonostante, questi partiti non se la sono sentita di bloccare il processo di adesione. Nel corso di questi mesi, la UE ha infatti dato chiaramente ad intendere che una volta passata la riforma non ci sarebbero stati altri ostacoli verso la firma dell’Accordo, aumentando di fatto la pressione su coloro che non erano d’accordo con le riforme proposte.

La situazione vista da Bruxelles

L'Unione Europea non poteva permettersi di mantenere la situazione in sospeso. La dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo, lungi dal portare stabilità alla regione, favorisce e rafforza le opzioni secessioniste nella RS. La UE si è presentata divisa sul Kosovo e si è preoccupata più volte di sottolineare (in modo alquanto contraddittorio) che l’indipendenza della provincia “non rappresenta un precedente”. Allo stesso tempo, però, la UE ha una posizione comune sulla Bosnia, dove secessioni unilaterali non verrebbero riconosciute. In questo senso, la UE si è preoccupata di mandare dei segnali precisi alla Bosnia e soprattutto di rendere possibile l’accesso all’UE anche allo scopo di evitare future tendenze separatiste. Lajcak stesso ha ricordato come una volta firmato l’ASA nessun Paese ha poi mancato l’ingresso nell'Unione. In questo senso, la firma dell'ASA diventa anche un modo per scongiurare una futura instabilità e per togliere tentazioni secessioniste ai leader serbo-bosniaci. Questo approccio potrebbe rendere più semplice anche la riforma costituzionale, rimuovendo dalla discussione alcuni punti controversi quali per esempio l’eventuale diritto alla secessione delle componenti della BiH. Ciò contribuirebbe a far scendere la temperatura del dibattito costituzionale all’interno del Paese, rendendo più facili le riforme sulla struttura interna dello Stato.

La preoccupazione, dopo le tensioni politiche del 2006 e 2007, è stata quindi quella di porre la Bosnia ed Erzegovina irreversibilmente sulla strada dell’Unione Europea. La riforma della polizia, così come unilateralmente suggerita da Ashdown, è stata parzialmente sacrificata e via via spogliata degli aspetti più controversi. Vista la posta in gioco, e i rischi associati all’indipendenza del Kosovo, questo approccio pragmatico sembra essere quello che più facilmente permetterà di sbloccare la situazione. Ancora una volta però, nonostante il compito fosse stato facilitato dalla UE, i partiti politici della BiH hanno rischiato di fallire l’obiettivo, più per ragioni parrocchiali che per vere e proprie questioni di principio. Un ennesimo segnale della necessità di un ricambio di contenuti nel dibattito politico in Bosnia Erzegovina.
da Osservatorio sui Balcani
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sabato, 07 gennaio 2006

BOSNIA: ASHDOWN,FONDI PARTITO KARADZIC A ISTITUZIONI STATALI

(ANSA) - SARAJEVO, 5 GEN - I fondi del Partito democratico serbo (Sds), congelati l'anno scorso dall'Alto rappresentante della comunita' internazionale in Bosnia Paddy Ashdown, non saranno restituiti al Sds ma versati alle istituzioni statali, perche' il primo presidente del Partito, ex leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic, non e' stato consegnato al Tribunale internazionale dell'Aja (Tpi) entro la fine del 2005. Lo hanno reso i media bosniaci citando una portavoce dell'ufficio di Ashdown, Ljiljana Radetic. Circa 100.000 euro, confiscati da Ashdown, verranno versati alle istituzioni statali, distribuiti tra l'Agenzia di investigazioni e protezione, la sezione per crimini di guerra del Tribunale statale e la Commissione elettorale bosniaca. L'Sds, partito nazionalista al governo nella Republika Srpska (Rs, entita' a maggioranza serba di Bosnia), e' ritenuto la forza politica che sostiene la fuga di Karadzic, nonostante se ne sia formalmente distanziato da diversi anni. L'ex leader, ricercato per genocidio e crimini di guerra e contro l'umanita', e' latitante da dieci anni e si ritiene che si nasconda spostandosi tra la Bosnia sud orientale e il Montenegro, suo paese d'origine. Le autorita' serbo bosniache affermano di non conoscere il nascondiglio di Karadzic.

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lunedì, 19 dicembre 2005

BOSNIA: SCHWARZ-SCHILLING TO REPLACE PADDY ASHDOWN

German diplomat Christian Schwarz-Schilling has been appointed as new high representative of the international community in Bosnia, replacing Britain's, Paddy Ashdown, it was announced on Wednesday. Ashdown’s office said in a statement that Schwarz-Schilling was appointed by the Council for the implementation of peace in Bosnia at a meeting in Paris.

The Council met to mark the tenth anniversary of the signing of the Dayton peace agreement that ended 1992-1995 civil war in Bosnia, and to discuss constitutional changes needed to pave the way Bosnia’s accession to the European Union.

Schilling, who had served as a minister in the government of Helmut Kohl and has held various diplomatic posts, will assume the new job on 31 January, the statement said. The high representative has wide arbitrary powers in Bosnia, and Ashdown has been credited for pushing through reforms of police, judiciary and defence, to bring Bosnian laws and political system closer to EU standards. He took the job of high representative in May 2002.

Ashdown has often clashed with Bosnian Serb leaders, who resisted reforms. But Pero Bukejlovic, prime minister of Bosnian Serb entity, Republika Srpska, on Wednesday praised his achievements. “Whether we like it or not, he has done a lot for Bosnia,” said Bukejlovic.

Source: AKI

Felice di presentarvi il nostro nuovo babysitter  ;)

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venerdì, 11 novembre 2005

BOSNIA: LEADER POLITICI A BRUXELLES PER EMENDARE DAYTON

(ANSA) - SARAJEVO, 10 NOV - I leader degli otto maggiori partiti bosniaci, al governo e all'opposizione, si recheranno domani a Bruxelles per negoziare, nel corso del fine settimana e sotto gli auspici dell'Unione europea, le modifiche da apportare alla Costituzione dell'accordo di pace di Dayton, in occasione del decimo anniversario della firma del documento che mise fine alla guerra in Bosnia (1992-95).
''La struttura di governo in Bosnia e' troppo complicata e il processo di adesione all'Ue richiede cambiamenti per i quali e' indispensabile il consenso di tutte le etnie del paese'', ha detto oggi l'Alto rappresentante della comunita' internazionale Paddy Ashdown.
''La flessibilita' dell'accordo di pace e' esaurita e se vogliamo continuare le riforme - ha detto in un'intervista Ashdown - questa cornice, ora, e' troppo stretta, e' arrivato il momento di occuparci piu' dettagliatamente dei problemi di funzionalita' (dello stato) creati da Dayton''.
Con l'assetto costituzionale creato 10 anni fa, la Bosnia e' divisa in due entita', la Republika Srpska (Rs, a maggioranza serba) e la Federazione Bh (a maggioranza croato musulmana), che a sua volta e' divisa in dieci cantoni, ha deboli organi centrali e una presidenza dello stato tripartita.
Il principio della rappresentanza etnica a tutti i livelli ha creato un complicato apparato amministrativo che, oltre a essere troppo costoso, e' poco funzionale grazie al sistema di veti incrociati.
''Secondo le disposizioni di Dayton - ha ricordato Ashdown - la Bosnia funziona in base ai principi di tutela dei diritti collettivi, ma bisogna cominciare a pensare al passaggio alle leggi europee secondo le quali i diritti sono tutelati individualmente e non in base all'appartenenza etnica''.
Negli ultimi cinque anni di riforme richieste da Bruxelles, le istituzioni centrali bosniache sono state notevolmente rafforzate e sono state attuate o avviate riforme importanti come quella del sistema fiscale, giudiziario, della difesa, delle forze di polizia e quella del servizio pubblico radio televisivo, e secondo molti l'accordo di Dayton e' stato ormai superato dalla realta'.
Secondo la stampa, esperti statunitensi, con l'appoggio dell'Ue, hanno gia' redatto un disegno della futura costituzione bosniaca che i leader locali, che il 21 novembre assisteranno a Washington alle celebrazioni per il decimo anniversario dell'accordo di pace siglato nella base americana in Ohio, dovrebbero firmare il giorno seguente, per adottare definitivamente la nuova costituzione nel marzo successivo e avviarsi alle politiche nell'autunno del 2006 in condizioni politiche profondamente modificate.
Il progetto della nuova costituzione prevedrebbe il mantenimento delle due entita', ma private in misura considerevole delle competenze attuali a favore dello stato centrale, con un solo capo dello stato.

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lunedì, 07 novembre 2005

London: Insight with Paddy Ashdown

Monday 7 November 2005

7.30 p.m

Insight with Paddy Ashdown

High Representative for Bosnia-Herzegovina

in conversation with

Allan Little

BBC Paris Correspondent

Lord Ashdown has been High Representative in Sarajevo since May 2002, and his mandate is nearing its end. Allan Little covered the war in B-H for the BBC, and has frequently returned since. Their discussion will clearly be of the greatest interest to those who attend Bosnian Institute meetings. In view of the fact that our regular monthly forum coincided with this event organized by The Frontline Club, we were delighted when the latter agreed to combine the two meetings. There is a £5 admission fee for non-members at this event, but we are paying for thirty Bosnian Institute guests. Please contact us as soon as possible to book a place. Once your name is on our list, you will be able to turn up at The Frontline Club and gain admission free (otherwise, given limited space, there is no guarantee of admission and it will not be free!).

The Frontline Club

13 Norfolk Place

London W2

Trustees: Dr Noel Malcolm (chair), Dr Bojan Bujić, Dr Melanie McDonagh, Dr Brendan Simms Director: Quintin Hoare Registered Charity Number 1064733

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giovedì, 03 novembre 2005

Farewell, Sarajevo

n.d.r. This is a long article, but it's a really good one. So I like to republish it here. Hope you'll find it as interesting as I do.

Farewell, Sarajevo

As he steps down as the de facto ruler of Bosnia,
Paddy Ashdown tells Ed Vulliamy (photo) that it has been
'frightening to have so much power'



Wednesday November 2, 2005
The Guardian

Lord Jeremy "Paddy" Ashdown (photo) has not yet packed his bags, and has still to find a buyer for his beloved lakeside house. But in his heart, he is ready to go now. The international community's high representative to Bosnia Herzegovina - whose powers have been likened to those of a colonial governor of yore - is moving on. His successor is about to be announced; he has promised to bring his wife, Jane, home to Britain in time for Christmas.
Ashdown sits back and draws breath before describing his three and a half years in office in Bosnia: "It's been knackering, carpet-chewing, frustrating, depressing, wonderful and a huge privilege," he says. "There's been nothing like it in my long life - as a soldier, politician, diplomat or businessman. I can't imagine what the pattern of my life would have been without it."

It's a sunny autumn day in Sarajevo as Ashdown gives the Guardian his valedictory interview. When he talks over his time here, he speaks with a raw emotional vigour and direct honesty for which politicians are not generally known, and for which one remembers him during the days of war in this region. "But I shall go home now," he says. "You have to know when your time us up. I knew that with the Liberal Democrats, and I know that now, in Bosnia."

It is exactly a decade since the hurricane of violence that engulfed this country abated, uneasily - exactly a decade since organised mass rape, the burning of millions from their homes and the enforced deportations that came to be called "ethnic cleansing" finally ceased.

Unlike his three predecessors in this office, Ashdown's history in Bosnia goes back to the opening months of that war, and the night I first met him, on August 7 1992. The ITN journalists Penny Marshall and Ian Williams and I had just forged a way into the infamous concentration camps at Omarska and Trnopolje, and Ashdown, then Liberal Democrat leader, had flown out as soon as he heard about it. He summoned us to his room at the Hyatt Hotel in Belgrade late at night; next morning, he went to the camps, to see for himself.

For all the outrage of those days, the war dragged on for another three bloody years, and when Ashdown took on the role as high representative, he said: "I am here because I think it was a terrible sin of the west to allow those years of war." Indeed, with the Bosnian Serb architects of mass murder - Radovan Karadzic and General Ratko Mladic - on the run, wanted for genocide, it is easy to forget that during those three years of savagery that he unleashed, Karadzic's hand was eagerly clasped by western diplomats beneath the chandeliers of London, Paris and Geneva.

Throughout that time of international complicity, there were few - very few - voices calling for cogent intervention. And there was only one British politician who kept on coming back to Bosnia, each time returning to London to lambast the government for its resistance to intervention. Ashdown accused foreign secretary Douglas Hurd (photo)  of "using humanitarian aid to blackmail the victims of aggression into capitulation", and prime minister John Major of calculated inaction over the Srebrenica massacre.

"We who came here saw what was happening - you did too - that this was far more than a war in a faraway place. This was a moral imperative, a terrible vision of the future," he says. "The generous way of putting it is that we were not ready for this. The less generous way is to say: 'How was it possible to return to the politics of appeasement of the 1930s?'"

Finally, after limited bombing of the Serbs, the war was halted by the international community just as the Bosnian and Croatian armies were turning the tide, and a peace forged at Dayton, partitioning Bosnia into two "entities", the "Republika Srpska" and a precarious Muslim-Croat "Federation". "It was a superb agreement to end a war, but a very bad agreement to make a state," says Ashdown. "From now on, we have to part company with Dayton and try to build a modern democratic state, for which I have tried to lay the foundations."

Ashdown was appointed high representative to Bosnia by the Peace Implementation Council (PIC), a consortium of powers and signatories to Dayton, in May 2002 (photo).

He came, he now says, "because Bosnia is under my skin, and still is. It's the place you cannot leave behind. I was obsessed by the nightmare of it all; there was this sense of guilt, and an anger that has become something much deeper over these last years. I love this country, I love these people, though I can't say I love their politicians. People are always nicer than politicians, but here, you can mark that difference up a hundredfold."

Ashdown assumed an authority which has been compared to that of a medieval pope. He enjoys - and has used - sweeping powers to issue decrees, sack politicians, judges and whomsoever he wants. "This is in a sense an anachronism," he says, "power that should make a liberal blush. And looked at from the outside, I suppose it is legitimate to see it that way; it is frightening to have so much power. But actually that is not what my job has been like, and it would be a foolish high representative who worked that way." Ashdown has been criticised for "absolutism", but the reality, he says, is that he operates under tight diplomatic constraints and accountability to that capricious body he represents, the so-called "international community". "I am formally accountable to the steering board of the PIC," he says - principally the governments of the USA, UK, France, Germany and Russia - "and I meet with nine ambassadors from the PIC every week. I have to have the (national) capitals' broad agreement with what I do. Sometimes, if I have 70% of them behind me, I'll go ahead with a decision. Once, I even had an embassy threaten to cut off diplomatic relations with me. I am also," he adds, "responsible to the Bosnian people. If I pass a decree that is refused, my authority is gone like the morning dew."

Ashdown's first break with his three predecessors - competent, professional bureaucrats - was one of style. He left the stockade of the "international presence" in Bosnia to look local politicians in the eye, hold "town hall" meetings all over Bosnia and sleep on the floors of refugee camps with Jane at his side.

Treading on shards, then, between the "international community" and three wary ethnic populations, Ashdown set out to create a unified state which could find its way into the European Union - something the Muslim-Croat Federation was desperate to do (poignantly, they included the EU's starry flag in theirs), while the instinctively separatist Serbs - who doggedly identify with Serbia, not Bosnia - were ready to contest all efforts. "My first job," says Ashdown, "has been to do the best thing for the Bosnian people. Not for the Serbs, the Bosniaks [Muslims] or Croats, but the people as a whole. My second job has been to try to use my power to create institutions of a modern state that could enter the European Union, and there was very little time. The door was closing, and I wanted to get Bosnia through before it shut."

To get Bosnia in, he had to establish a state-wide military, and a state-wide unified police command (to which the Bosnian Serbs have only recently agreed). There was more; the list of what are called "benchmarks set for integration into Euro-Atlantic structures" is a long one. Since May 2002, Ashdown has supervised the establishment of a Bosnian judicial system, including a new chamber to try those newly accused war crimes, and referrals from The Hague. He has welded together a single-state intelligence structure under parliamentary oversight, a unified customs service, and an expanded council of ministers. There have been dictates on education, public services, and the terrain Ashdown calls "civil society" - the people as a social organism, able to express itself democratically. And yet: "The greatest failure," he says, "is that although we have created institutions, we have not created a civil society."

Ashdown's reforms have ploughed on - "very fast, perhaps too fast" - but Bosnia remains a scarred, divided country, its wounds far from healed.

The word "reconciliation" has been bandied about by outsiders since almost the first days after the war; the idea that those whose lives have been shattered by persecution should somehow "forgive and forget" and move on. But before reconciliation, you need reckoning. And reckoning means the perpetrators of crime admitting and coming to terms with what they have done - with all the judicial implications of that. This is why Ashdown announced, when he took the post, that he would put "justice first".

Since then he has assailed the rampant criminal and political networks that entwine racketeering with protection of those indicted by The Hague - markedly the still-fugitive Karadzic and Mladic. Ashdown's sacking of tainted figures in high office began within weeks of taking over, proceeding to the dismissal, last year, of 59 senior officials and politicians of the Bosnian Serb structure, for their involvement in the protection of war criminals, and Karadzic in particular. "I was told there would be riots in the streets," Ashdown says, "but there were no riots. People do not want politicians they know to be corrupt."

The purge is not complete, however. In many municipalities, the murderous authorities remain intact. There are people employed in the state security apparatus about whom serious wartime allegations have been made, in one instance involving a former interrogator in the Omarska camp itself who now holds high office. "Politics is compromise," says Ashdown. "What one has to do is respect legal procedure. If The Hague says to me they have evidence against someone, I will remove them. But I cannot be governed by innuendo, by what someone says to me about person X or person Y."

Another attempt at reckoning came when Ashdown tasked the Republika Srpska to establish a commission into the Srebrenica massacre, which duly repeated the well-worn lies that only hundreds had died, mostly fighting one another. Ashdown was furious, and ordered the commission to go away and try again. Accordingly, last year, in an unprecedented and unrepeated document, the Bosnian Serbs admitted "that between July 10 and July 19 1995, several thousands of Bosniaks were liquidated in a manner that represents a serious violation of International Humanitarian law".

But Srebrenica, however infamous, was merely iconic of so much other unspeakable violence over those three years, especially in 1992, in places whose names the world has forgotten, if it ever knew them. Srebrenica was but a coda to three years' carnage, deportation and rape from the Drina valley in the east to the camps to the west. "If I have regrets," says Ashdown, "they are that we could not do more like the Srebrenica commission. This country is about history, and unless the Serbs in particular - although terrible things were done by the Bosniaks and Croats too - come to some understanding of this history, we cannot build a stable state. The major burden of guilt is on them, and they have to acknowledge it, just as the Germans acknowledged it."

For all Ashdown's attempts to bring about reckoning at official level, it progresses slowly on the ground. The worst crimes - even when there have been convictions at The Hague - remain widely denied or justified, or some non-sensical blend of the two. A pivotal moment of Ashdown's tenure was to rebuild - physically, symbolically - a replica of the iconic old bridge at Mostar, destroyed by Croats during the siege of Muslims in 1993. But the Croats have mocked Ashdown's school reforms, with what amounts to apartheid - Bosniak Muslim children segregated from their Croatian counterparts in both learning and play.

"I can create institutions," says Ashdown, "But I can't rewrite the chips in people's heads. It works both ways: there are victims of tragedy who come to me who have experienced grief of such magnitude that they cannot reconcile, however much people say to them 'forgive and forget' - they can't, and if I were them, I don't think I could either. Likewise, I cannot change the mentality of those who committed the crimes, or the fools who followed them.

"But what I can do is establish the expectation of retributive justice. Have we done that? No, in all honesty I can't say that's been done. But we have come close, only 10 years after the war. We are not there yet, but I'd be disappointed if in two years' time there was not some movement towards truth as a precursor to reconciliation. 'Truth and reconciliation' are always combined, but I would split them: I don't think Bosnia is ready for reconciliation, but I do think it is ready for truth."

Ashdown said two years ago: "We have invented a new human right here - the right to return home after a war." The precarious return - mainly by Bosniak Muslims to rebuild the razed towns and villages from which they were "cleansed" is one of the phenomena of present-day Bosnia. "It's a miracle," says Ashdown, "that 10 years after a war in which 250,000 people were killed - one-sixteenth of the population - and two million displaced, that one million of them have gone home. But there are problems: many of them are old and face extreme hardship. What we have to do is to make their livelihoods viable, get them the proper prices for their produce, try and make them stay rather than do what is anyone's right to do, sell their property and leave again."

Ashdown's branch office has been particularly energetic over the return around Srebrenica, and Ashdown himself stayed with some of the returnees - "a way of paying homage to the sheer courage of those people who have come back". One family with whom Ashdown stayed is that of Hasib Huseinovic, who, along with his fellow villagers of Suceska, high on a mountaintop above Srebrenica, rebuilt their incinerated village from nothing. When I went to visit Huseinovic in deep winter, he explained that he had come back in part because he hoped his missing son would come walking back across the newly planted field.

This summer, however, at the Srebrenica anniversary commemorations and burials of hundreds of dead, Ashdown and Huseinovic met again. "I was with Hasib," says Ashdown, "when his son's coffin, number 84, was passed over the heads of the crowd. I helped Hasib fill in the grave ..."

More than a hint of a tear appears in his eyes. "Sorry," he says. "I'm not very good at this bit ... refugees ... God, I've seen enough refugees for one lifetime."

Ashdown's tenure has been one long illustration of John F Kennedy's refrain that you cannot please all the people all of the time. Although he is warmly respected and eagerly greeted wherever he goes, mention of Ashdown's name makes hardline Serbs and Croats bristle with resentment and bile. More surprisingly, though, Ashdown has aroused hostility and disillusionment among the Bosniak intelligentsia whom he had presumed to be his allies. "Paddy Crashdown," reads graffiti near his office; he has been accused of inconsistency, of playing God. Ashdown has the misfortune to be a long way down the line of brazen foreign presences in a city and country weary of comfortably-salaried "internationals" - many of them, unlike Ashdown, emotionally detached, career-hopping to the next blighted destination.

"Maybe it's legitimate criticism," says Ashdown, "though it can be hurtful. Maybe I haven't paid sufficient attention to the people with whom I would have a natural affinity as a liberal, and they feel let down by that. But it's not my job to be popular - I'm goal-driven; my job is to get results. And mind you," he adds, "I've had much nastier things said about me in the British press than in the Bosnian press."

Ashdown says his job "was to try to ensure that the office I have held does not continue to exist. And, by the end of next year, it will cease to exist." His successor, due to be announced within 10 days from a shortlist of four, is intended to be Bosnia's last high representative.

So what next for the prize fighter of British and Balkan politics, still only 64, whose quintessence is restlessness? He could easily make a career fixing international crises. Or he could go back into national politics; the Liberal Democrats are said to await his return with a mixture of great expectation and trepidation. "What my future will not be is active politics in the Liberal Democrat party," he says.

"But I do have huge plans for my garden. I really need a rest." It sounds plausible for a moment, but as one leaves Ashdown's office, into the autumn sunshine and straight across a bridge on which two lovers - one Serb, one Muslim - were famously shot dead by a Serbian sniper during the war, it is hard to imagine this tempest of a man spending the rest of his years pruning English roses.

On guilt Bosnia is under my skin, and still is. There was this sense of guilt, and an anger that has become something much deeper over these last years

On reconciliation I don't think Bosnia is ready for reconciliation, but I do think it is ready for truth

On justice This country is about history, and unless the Serbs in particular - although terrible things were done by the Bosnians and Croats too - come to some understanding of this history, we cannot build a stable state. The major burden of guilt is on them, and they have to acknowledge it, just as the Germans did

On popularity Maybe I haven't paid sufficient attention to the people with whom I would have a natural affinity as a liberal, and they feel let down by that. But it's not my job to be popular - I'm goal driven; my job is to get results

On his reign in Bosnia It's been knackering, carpet-chewing, frustrating, depressing, wonderful and a huge privilege. There's been nothing like it in my long life. I can't imagine what my life would have been without it

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lunedì, 17 ottobre 2005

BOSNIA: AEROPORTO 'IZETBEGOVIC' A SARAJEVO, NO DI ASHDOWN

(ANSA-AFP) - SARAJEVO, 15 OTT - L'Alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Paddy Ashdown ha annullato oggi la decisione delle autorità di Sarajevo di chiamare l'aeroporto di Sarajevo con il nome di Alija Izetbegović, leader defunto dei musulmani, accusato di crimini di guerra dai serbo bosniaci.
''Ho deciso di prendere una misura difficile ma necessaria, quella di sospendere il cambiamento di nome dell'aeroporto internazionale di Sarajevo'', ha detto Ashdown in un comunicato.
Izetbegovic è stato il primo presidente della Bosnia dopo la proclamazione dell'indipendenza dalla Jugoslavia nel 1992.
In base all'accordo di pace che ha posto fine alla guerra interetnica (1992-1995), l'Alto rappresentante dispone di poteri discrezionali tra cui quello di annullare decisioni degli eletti locali.
Ashdown ritiene che la decisione adottata dal settimana scorsa dalle autorità musulmane a Sarajevo ''non contribuisce al processo di riconciliazione ma, al contrario, lo mette in pericolo''.
Tale decisione ha provocato una levata di scudi dei serbo bosniaci che accusano Izetbegović di essere responsabile di ''azioni che hanno provocato decine di migliaia di morti, di dispersi e di espulsi serbi e croati da Sarajevo'' durante la guerra.
Ashdown ha detto invece di ritenere che Izetbegović sia stato ''un buon dirigente del suo paese''.

Questa è la Bosnia oggi... a 10 anni dalla fine della guerra. Questo è quanto contano gli uomini politici Bosniaci e i troppi governi nati da quella gran porcata che è la pace di Dayton.
Alija Izetbegović, lungi dall'essere stato un uomo perfetto, è stato comunque il presidente della Bosnia multietnica e della difesa strenua di quella Bosnia contro l'aggressione serba e, seppur conchiusa in tempi definiti, croata. Ha commesso molti errori, ma tutto si può dire di lui, tranne che sia stato un criminale di guerra. Era un uomo buono e coraggioso... forse troppo vecchio e non abbastanza grande per il ruolo che la Storia ha deciso di assegnargli. Ma non ha mai smesso di fare del suo meglio rischiando ogni giorno la vita per questo, mentre molti di coloro che oggi ne criticano l'operato (ma tra questi nessuno che sia in buona fede lo accusa di essere stato un criminale) erano all'estero a guardare la nostra guerra in tv.
Oggi Paddy, a nome della brava, buona, civile, perfetta Comunità Internazionale, ci dice che il nostro aeroporto non potrà chiamarsi col suo nome perché il fatto potrebbe disturbare i nostri massacratori, legittimati a esistere come Stato e a impedirci ancora di essere quello che vorremmo essere da quella stessa Comunità Internazionale che Ashdown rappresenta.
Il mondo felice (durante la guerra la nostra gente lo chiamava così), dopo aver goduto per quasi 4 anni delle immagini quotidiane dei massacri e degli assedi senza muovere un dito, oggi stabilisce che Alija Izetbegović non è degno di dare il nome all'aeroporto di Sarajevo.

Inshallah - ako Bog da...

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mercoledì, 05 ottobre 2005

BOSNIA: SREBRENICA, DIFFUSI 20.000 NOMI IMPLICATI MASSACRO

(ANSA) - SARAJEVO, 4 OTT - Una commissione del governo della Republika Srpska (Rs, entità a maggioranza serba di Bosnia) ha stilato una lista di 19.473 militari e poliziotti serbo bosniaci implicati nel massacro di circa 8.000 musulmani di Srebrenica nel luglio del 1995.

Lo hanno reso noto i media locali citando un membro della commissione, Smail Cekic. L'Ufficio dell'Alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Paddy Ashdown, dopo aver esaminato il rapporto della commissione presentato venerdì, ha reso noto oggi che ''il governo della Rs ha finalmente preso sul serio i propri obblighi ed ha reso accessibili le informazioni in suo possesso''.

Il rapporto con tutti i suoi annessi, firmato oggi da tutti i membri della commissione, si dice in un comunicato dell'Ufficio di Ashdown, ''rappresenta un serio tentativo di stilare un elenco esauriente di tutte le persone coinvolte nei crimini di Srebrenica''.

''Nessun nome della lista verrà reso noto per non minare future inchieste, procedimenti penali ed eventuali condanne si dice ancora nel comunicato - ma l'Ufficio dell'Alto rappresentante si aspetta che la procura del Tribunale internazionale dell'Aja (Tpi) e quella bosniaca fissino le priorità per concentrarsi all'inizio sulle persone che ancora oggi ricoprono incarichi pubblici nelle istituzioni della Rs e della Bosnia Erzegovina''.

Dopo anni di tentativi di minimizzare il numero delle vittime di Srebrenica, le autorità serbo bosniache, sotto pressioni internazionali, hanno formato una commissione incaricata di far luce sulla sorte dei dispersi di Srebrenica dal 10 al 19 luglio 1995, raccogliendo testimonianze e documenti ufficiali delle istituzioni locali.

Nell'ottobre dell'anno scorso la commissione ha completato il suo rapporto che contiene i nomi di oltre 7.800 musulmani di Srebrenica, massacrati dalle forze serbe in quel periodo.

Un gruppo di lavoro ha quindi completato, il 31 marzo scorso, un rapporto con 892 nomi di autori del massacro e ancora impiegate nelle istituzioni. Quell'elenco fu giudicato insoddisfacente dall'Alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Paddy Ashdown che insistette che venisse integrato.

Ora, dopo dieci anni, si dice nel comunicato dell'Ufficio di Ashdown, ''dopo che è stato rotto il muro del silenzio, coloro i quali hanno perduto i loro cari avranno la possibilità di ottenere le risposte che chiedono dal luglio 1995 e di vedere fatta giustizia''.

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martedì, 27 settembre 2005

BOSNIA: AMBASCIATORE A UE, POTERI ASHDOWN DEVONO DIMINUIRE

 BRUXELLES (ANSA) - La Bosnia-Erzegovina si aspetta la riduzione dei poteri dell'Alto rappresentante della comunità internazionale, ruolo ricoperto attualmente da Paddy Ashdown. E' quanto ha detto l'ambasciatore bosniaco presso l'Ue, signora Lidija Topić (foto), rispondendo ai giornalisti a Bruxelles che chiedevano come Sarajevo intende reagire alle minacce di sanzioni da parte di Ashdown in seguito alla mancata riforma delle forze polizia.
La diplomatica ha spiegato che all'inizio era stato previsto che Ashdown fosse il primo e l'ultimo Alto rappresentante internazionale in Bosnia-Erzegovina, ma adesso è molto probabile che a dicembre, alla fine del mandato, Ashdown sia sostituito da un altro delegato per un periodo indefinito. ''Vorremmo che i poteri di questa carica siano diminuiti'', ha spiegato Topić a margine di una conferenza sul mondo imprenditoriale nei Balcani Occidentali.
Sulla riforma della polizia ''non abbiamo un piano B, così come non c'era un piano B sulla Costituzione europea'', ha aggiunto Topić.
L'unificazione delle forze dell'ordine in Bosnia-Erezegovina è considerata dall'Unione europea una pre-condizione per l'avvio dei negoziati per un accordo di stabilizzazione e associazione con Sarajevo. La recente bocciatura della riforma da parte del parlamento dell'entità serba della Bosnia (Repubblica Srpska) ha spinto Bruxelles a rimandare l'avvio delle trattative, inizialmente previsto per la fine dell'anno.

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martedì, 06 settembre 2005

BOSNIA: ASHDOWN, REVOCA LEGGE SULLA GRAZIA

(ANSA) -SARAJEVO, 6 SET- L'Alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Paddy Ashdown ha annunciato oggi la sospensione della possibilità che le autorità locali, a qualsiasi livello, concedano la grazia per reati penali finché il parlamento non avrà approvato una nuova legge in materia.
La decisione è stata motivata, ha detto Ashdown, dalla recente decisione del presidente della Federazione Bh (entità a maggioranza croato musulmana), Niko Lozančić (foto in alto a sinistra), di concedere la grazia all'ex ministro della difesa Miroslav Prce (foto a destra).
Esponente del partito nazionalista croato Hdz (Comunità democratica croata), così come Lozančić, l'ex ministro l'anno scorso ha patteggiato con la procura una pena di cinque anni dopo aver ammesso una ''condotta negligente in servizio e abuso d'ufficio'' legato alla Hercegovačka banka, commissariata quattro anni fa per decisione dell'allora Alto rappresentante Wolfgang Petritsch perché sospettata di finanziare le strutture illegali degli autonomisti croati guidati dall'Hdz dopo la sconfitta elettorale del 2000.
Ashdown (foto a sinistra) ha precisato che la sua decisione non è una revoca della grazia a Prce perché è suo dovere rispettare la legge anche se ''stupida'', ma vuole impedire futuri ''abusi della legge stessa'': dall'inizio dell'anno i presidenti delle due entità bosniache, la Federazione Bh e la Republika Srpska (Rs,a maggioranza serba) hanno graziato 142 persone.
''In Bosnia i criminali ottengono più facilmente la grazia che i cittadini la patente di guida'', ha detto l'Alto rappresentante e ha aggiunto che la legge da lui sospesa non obbligava neanche i presidenti a informare i parlamenti né l'opinione pubblica delle loro decisioni.
L'anno scorso Ashdown ha sospeso la legge statale dopo un altro caso discusso di concessione della grazia da parte della presidenza tripartita bosniaca.
Da allora un gruppo parlamentare, con l'aiuto dell'ufficio dell'Alto rappresentante, sta preparando un disegno di legge in materia che, ha annunciato Ashdown, potrà essere approvato in ottobre.

***

La giustizia ingiusta

Ormai la comunità internazionale ha reso la Bosnia un giocattolo nelle mani dell'occidente. Ne ha fatto uno Stato diviso etnicamente, con troppi governi e nessuno in grado di governare. E per mancanza di poteri reali, e per incapacità degli uomini allevati e approvati dalla comunità stessa. 

Così questa notizia fa da esempio allo scempio attuale. E' giusto infatti sospendere questa forma di grazia che, data la situazione, viene usata in modo a dir poco errato. Contemporaneamente non è giusto che, a oltre 10 anni dalla fine della guerra, sia ancora l'Alto Commissariato a prendere decisioni di questo tipo. Insomma la situazione della Bosnia è ormai così corrosa e corrotta che anche quello che è giusto non è mai giusto... 

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Chi sono

Blogger: LibertAria
Nome: Valeria Taradash
Giornalista, scrittrice... innamorata della Bosnia da molti anni. Da quando una guerra insensata, giocata troppo vicino a casa mia perché riuscissi a restarne fuori, mi ha portato in questo Paese. La spinta somigliava molto alla curiosità o, più gradevole espressione, al desiderio-bisogno di capire. Crimini troppo grandi e incomprensibili venivano commessi, spesso in nome di un Dio che, come al solito, non c'entrava niente. Non ho saputo restare davanti al televisore a scuotere la testa. Il bisogno di partire si è fatto viaggio, il viaggio si è fatto conoscenza, la conoscenza si è fatta amore, partecipazione e necessità di testimoniare. In passato ho collaborato con TV e radio private. Per la carta stampata ho scritto e tradotto per "Shabab", un bollettino che si occupava di MedioOriente, più precisamente della Palestina. Inoltre ho pubblicato tre libri, due saggi ("La fame nel mondo" e "La nonviolenza") e un romanzo ("Concerto per chihuahua ...e frammenti di stelle ...e altre code"). Oltre all'amore per la scrittura, un'altra passione mi ha accompagnato per tutta la vita, divenendo a periodi una professione: i cani. Allevo cani per hobby e per amore. Anni fa sono stata titolare di una scuola di addestramento all'obbedienza e all'agility. Con i miei amici a quattro zampe mi diverto e lascio che mi dipingano sulla faccia sorrisi di tenerezza uniti a sentimenti di protezione e di condivisione affettiva. Insomma a loro concedo il mio lato "morbido", che altrimenti so nascondere benissimo. Chi mi conosce lo sa...


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12 Febbraio 2008- Finalmente, tra le mille cose che ho fatto e faccio, ne ho fatta una di cui sono davvero fiera e contenta: ho scritto un libro. Non è il primo che scrivo. Non è nemmeno il primo che pubblico. Però è il mio primo romanzo e, soprattutto, è il libro che avrei voluto scrivere. Per verificare che non ci fossero errori o sviste l'ho riletto da capo a piedi e poi, nonostante sia ipercritica nei confronti di me stessa e di ogni cosa che faccio, mi sono sorpresa a pensare: è bello, è proprio bello. Quasi me ne vergogno ma è la verità e vorrei che tutti potessero leggerlo e dire la loro. La distribuzione partirà tra breve. Al momento è reperibile presso la casa editrice che lo ha messo in vendita in internet, e si può acquistare senza problemi tramite le carte varie previste o anche contrassegno. Se volete... se ne avete voglia, cliccate sull'immagine della copertina subito qui sotto. Se amate gli animali, i cani in particolare... se avete amato un libro che si intitola "Il Piccolo Principe" allora, credetemi, non ve lo dovete perdere. Poi fatemi sapere che ne pensate. Ve ne sarò davvero molto grata. Ciao e buona lettura, Valeria

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