Sarajevo - Bosnia

Blog italo-bosniaco di informazione sulla Bosnia. Contro ogni forma di discriminazione: etnica, politica, religiosa, culturale. L'intolleranza non è tollerata. La menzogna neppure.
mercoledì, 23 luglio 2008

E ora dateci Mladic

Festa a Sarajevo per l'arresto del boja Karadžić

Barba e baffi, lavorava come medico

Radovan Karadžić aveva assunto una falsa identità e prestava servizio in un ambulatorio fuori Belgrado

BELGRADO - Barba e baffoni bianchi, sotto i quali camuffare la sua identità e sfuggire all'arresto. L'ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadžić aveva assunto una falsa identità - quella di Dragan Dabic - e lavorava negli ultimi tempi come medico in un ambulatorio privato alla periferia di Belgrado. Lo ha rivelato il procuratore nazionale serbo per la lotta ai crimini di guerra, Vladimir Vukcevic, mostrando una foto dell'ex latitante ormai in arresto nella quale egli appare difficilmente riconoscibile. Secondo il procuratore, nell'ambulatorio - individuato dalle forze di sicurezza serbe nel quartiere residenziale di Nuova Belgrado - nessuno sapeva chi fosse in realtà.

UN "GURU" SPECIALIZZATO IN MEDICINE ALTERNATIVE - La copertura era rafforzata e avvalorata dal nuovo look ascetico, in stile "guru": barba bianca folta e lunga, capelli anch'essi lunghi, lasciati crescere volutamente in maniera disordinata. La polizia ha rilasciato una prima foto di Karadžić, in versione «dottor» Dragan Dabic. A quanto pare la sua fasulla specializzazione in ambito medico consisteva nelle medicine alternative, come l'omeopatia, che praticava presso una clinica privata di Belgrado. Il suo nuovo aspetto non avrebbe mai destato sospetti o dubbi sulla sua vera identitá, oltre che sulle sue presunte competenze in campo medico. «Tanto che girava indisturbato e tranquillo» per le strade di Belgrado, ha riferito una fonte ufficiale serba coperta dall'anonimato. L'arresto, ha confermato Vukcevic, è avvenuto «nelle vicinanze di Belgrado»: secondo alcune indiscrezioni nel sobborgo di Batajnica, a 13 chilometri dalla capitale.

L'INTERROGATORIO. «UNA FARSA» - In mattinata si è svolto il primo interrogatorio dell'ex leader dei serbo-bosniaci, Radovan Karadzic. Lo ha riferito il giudice Milan Dilparic che ha comunque rifiutato di rivelare ulteriori dettagli, definendolo come "confidenziale". Secondo quanto riferito dall'avvocato di Radovan Karadžić, Svetozar Vujakic, citato dall'agenzia Beta news, l'ex leader politico dei serbo-bosniaci «è stato arrestato venerdì» a Belgrado e da allora è rimasto «detenuto in una cella». Secondo un'altra versione sarebbe invece stato fermato lunedì.

L'avvocato ha poi spiegato che Radovan Karadžić, ha descritto la situazione come una «farsa» e che avrebbe anche usufruito del suo «diritto di rimanere in silenzio durante l'interrogatorio».

ANNUNCIATO RICORSO IN APPELLO -
Vujacic ha poi annunciato che il suo cliente presenterà ricorso in appello contro la decisione del giudice istruttore per i crimini di guerra, Milan Dilparic, di consegnare l'ex latitante al Tribunale penale internazionale dell'Aja. Il processo presso il Tribunale serbo prevede una durata di tre giorni. La legge serba prevede altri tre giorni per il processo di appello la cui sentenza sarà poi definitiva. Quindi il superlatitante dovrebbe essere trasferito all’Aia entro una settimana dove l'attende una condanna all'ergastolo. «Speriamo che sia trasferito al più presto sotto la nostra giurisdizione, ma non sappiamo ancora quando - ha dichiarato un portavoce del Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia - tutto dipende dalle autorità serbe. Quasi certamente sarà detenuto in isolamento e portato di fronte alla Corte il prima possibile per procedere con il giudizio». «Questo arresto - continuano dal Tpi - è un altro passo fondamentale per il raggiungimento del nostro mandato». Nel corso della prima udienza, a Karadžić sarà chiesto di dichiararsi colpevole o innocente. Nel caso - considerato altamente improbabile - in cui Karadžić si dichiarasse colpevole, i giudici si limiterebbero a stabilire la pena. Altrimenti, sempre che l'ex leader serbo-bosniaco sia dichiarato idoneo dal punto di vista medico, inizierà la fase preparatoria del processo, durante la quale la difesa verrà informata di tutti gli elementi di prova a carico dell'imputato.

dal CorrieredellaSera.it

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martedì, 22 luglio 2008

Bosnia, arrestato Karadzic

L'ex leader è accusato di genocidio e crimini di guerra in particolare per l'assedio di Sarajevo e per la strage di Srebrenica. La Nato: "Una buona notizia per la comunità internazionale".

BELGRADO - L'ex leader dei serbo-bosniaci, Radovan Karadzic, è stato arrestato. Lo ha reso noto questa sera a Belgrado la presidenza della Serbia. Karadzic è ritenuto responsabile di genocidio per l'assedio di Sarajevo, durato 43 mesi e costato la vita a 12.000 persone, e per la strage di Srebrenica del 1995, che ha portato al massacro di 8.000 musulmani.

Secondo la nota della presidenza serba, Karadzic è stato "localizzato e arrestato" nelle ultime ore dalle forze di sicurezza serbe. Il comunicato non precisa il luogo del fermo, ma rende noto che Karadzic è attualmente detenuto a Belgrado dagli organi della procura nazionale serba per la lotta ai crimini di guerra. Si tratta di "una buona notizia" per la comunità internazionale, afferma un portavoce della Nato. La cattura di Karadzic rappresenta inoltre sicuramente un passo in più nel processo di avvicinamento di Belgrado all'Ue.

L'ex leader serbo bosniaco era al primo posto fra gli ultimi tre ricercati rimasti nella lista nera del Tribunale internazionale dell'Aja (Tpi) per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia.

Latitante da circa 13 anni, deve rispondere delle accuse di genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità per il ruolo svolto nella sanguinosa guerra di Bosnia (1993-95, 200.000 morti in totale), la più feroce fra quelle scatenate dalla dissoluzione della Jugoslavia.

(21 luglio 2008)

da Repubblica.it

martedì, 17 giugno 2008

Srebrenica: parte il processo ai caschi blu olandesi

Dietro questa storia ci sono un uomo, una donna, una famiglia e 8000 fantasmi; le vittime del massacro di Srebrenica. Ricordate? Era il caldo luglio del 1995. C’era la guerra in Bosnia. L’uomo è Hasan Nuhanovic.
Ora ha 40 anni. Allora era un interprete dei caschi blu olandesi. È stato uno dei pochi sopravvissuti a quella che è stata definita “la peggiore atrocità” commessa in Europa dopo la Secondo Guerra Mondiale.

La donna è Liesbeth Zegveld, avvocato di Amsterdam, specializzata nella difesa dei diritti umani. Mehida, Damir e Alma Mustafic sono invece la famiglia di Rizo, meccanico impiegato presso la base militare delle Nazioni Unite della cittadina bosniaca. Lui non ce la fece: venne ucciso dai soldati del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic. Il 16 giugno, la vedova e le figlie di Mustafic sedevano accanto ad Hasan, e dietro al loro avvocato, nella aula del Tribunale dell’Aja. Dove è iniziata una delle più importanti cause riguardanti il massacro. E non è l’unica che parte in questi giorni. Il 18 giugno un’altra corte olandese discuterà della denuncia presentata da un’associazione che si chiama “Le madri di Srebrenica”, una sorta di prima class action del genocidio.

Potrebbero essere due sentenze pilota, in grado di creare un precedente, dare ossigeno a migliaia e migliaia di altri ricorsi. Ma, soprattutto potrebbe essere la prima volta che una corte di giustizia indica chi furono i conniventi, i complici, i corresponsabili di quella strage. Dopo numerosi tentativi, Liesbeth Zegveld è riuscita a portare sul banco degli imputati il governo olandese e le Nazioni Unite. Coloro che avevano il compito di difendere gli abitanti dell’enclave bosniaca. E che, invece, lasciarono il campo libero ai fucili e ai coltelli serbi. I suoi assistiti erano lì. Videro tutto e, dopo averlo fatto in interviste, conferenze, denunce, hanno finalmente potuto raccontarlo anche ai magistrati dei soldati che avrebbero dovuto difenderli e che, invece, li tradirono, aprendo le porte ai loro carnefici.

Hasan Nuhanovic ha descritto il momento in cui i caschi blu olandesi ordinarono a lui e alla sua famiglia di lasciare la base militare in cui erano rifugiati. “Sapevo io, sapevano tutti, che equivaleva a una condanna a morte. Mia madre piangeva, io anche. Solo mio fratello, 22 anni, era troppo orgoglioso per farlo”. Sotto gli occhi dei soldati Onu, i serbi uccisero quasi tutti i maschi della comunità. Vecchi, adulti, giovani, bambini, tanti bambini. Ci sono filmati che immortalano l’entrata in città del generale Mladic. Un paio di strette di mano ai caschi blu; i bosniaci incolonnati e caricati sugli autobus che li avrebbero portati alle fossi comuni; le carezze sui visi terrorizzati dei più piccoli, che, dopo quelle riprese, avrebbero avuto ancora solo qualche minuto di vita in più.

 

Nel 2002, un’inchiesta indipendente dell’Istituto olandese per la documentazione di guerra indicò le responsabilità del governo dell’Aja per aver mandato in Bosnia truppe male addestrate ed equipaggiate, creando così i presupposti per la loro “resa” incondizionata” di fronte alle truppe serbe. Una missione impossibile, condizionata – in quella sanguinosa estate - anche dalla scarsa volontà delle Nazioni Unite di intervenire a difesa dei bosniaci.

11 luglio 2007

L’autodifesa burocratica del governo olandese. Ieri, per difendersi dalle accuse di Hasan, Mehida, Damir e Alma, il rappresentante dell’esecutivo olandese Bert Jan Houtzagers si è trincerato dietro una giustificazione burocratica: ha detto che i parenti uccisi non erano sulla lista degli impiegati delle Nazioni Unite e quindi non avevano il diritto a una protezione speciale. Rizo Mustafic lavorò per 18 mesi presso la base dell’ Onu, ma nessuno gli fece mai un contratto. Quindi, quando arrivarono i serbi, gli venne detto di lasciare l’accampamento olandese. Il rapporto del 2002, classificò questo come un caso di “cattiva comunicazione”. “Noi vogliamo giustizia. Non potete dirci che nostro padre è morto a causa di un problema di comunicazione “ - ha detto ai giornalisti Alma Mustafic. L’avvocato Zegveld cercherà di dimostrare che venne violato statuto contro i crimini di guerra adottato dall’Aja nel dopoguerra, secondo il quale è un delitto “abbandonare qualcuno al nemico”. Bene – ha scandito la docente universitaria - è proprio quello che fecero i nostri soldati laggiù”. L’uomo, la famiglia (e gli 8000 fantasmi che li accompagnano) hanno già annunciato che non mancheranno alla prossima udienza, fissata per il 10 settembre prossimo.

Da Panorama.it

martedì, 17 giugno 2008

Ue. Firmato accordo Asa tra Unione Europea e Bosnia-Erzegovina

È stato firmato l'accordo di Associazione e Stabilizzazione (Asa) tra Unione Europea e Bosnia-Erzegovina. Si tratta del primo passo verso l'integrazione del Paese nella Ue.
A Lussemburgo durante una cerimonia ufficiale, il premier bosniaco Nikola Spiric e i rappresentanti della presidenza di turno slovena dell'Ue hanno firmato l'intesa alla presenza del leader dei musulmani di Bosnia, Haris Silajdzic.
L'Unione europea aveva dato lo scorso aprile, il suo consenso alla firma di tale accordo dopo che il parlamento bosniaco aveva approvato le leggi sulla riforma della polizia. L'Alto rappresentante della comunità internazionale per la Bosnia- Erzegovina, lo slovacco Miroslav Lajcak, aveva avvertito i politici locali che solo una riforma della polizia avrebbe potuto spianare la strada alla firma dell'Accordo di Associazione e Stabilizzazione.

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venerdì, 13 giugno 2008

Fosse comuni scoperte per denaro

Bosnia Erzegovina - Prijedor - 12.6.2008

Gente senza scrupoli vende informazioni su fosse comuni ai familiari delle vittime

Per più di un decennio, il bosniaco Edo Ramulic ha cercato tracce del corpo di suo fratello e di altri familiari uccisi dalle forze militari serbe nel 1992 nella città di Prijedor, a nord ovest della Bosnia.

Un anno fa, un ragazzo gli ha offerto delle informazioni su una fossa comune nella quale sosteneva fossero sepolti trenta cadaveri di persone uccise a Prijedor, tra cui il fratello di Ramulic. Ma la soffiata aveva un prezzo molto alto.
''Voleva 10mila euro per quell’informazione'', ha detto Ramulic, ''gli ho detto che avrei provato a trovare i soldi, ma non mi ha più ricontattato''.
Ramulic non era affatto sorpreso nel ricevere una richiesta di ricompensa per avere informazioni sulla posizione di una fossa comune: ''È una pratica diffusa, in Bosnia''.
Aggiunge che è appena stata trovata una fossa comune con quaranta bosniaci uccisi vicino alla città di Bosanski Novi, nella regione di Prijedor, dopo che un uomo aveva richiesto un favore alle autorità per rivelare dove fosse il posto.
''L’uomo che ha fornito alle autorità bosniache le informazioni su questa fossa comune ha voluto in cambio la riparazione del tetto di casa, e la sua richiesta è stata soddisfatta'', dice Ramulic.

Le autorità bosniache sostengono che ci sono persone che vendono e comprano informazioni sui luoghi di sepoltura già dall'inizio della guerra del 1992-1995, e si può fare ben poco per fermarli.
''Poco dopo lo scoppio della guerra nel 1992, c'erano già individui che cercavano di fare soldi fornendo informazioni sui luoghi di prigionia di militari e civili'', dice Amor Masovic, ex presidente della Commissione Federale sulle persone scomparse, ''questa pratica è continuata dopo la guerra, solo che adesso gli informatori vendono soffiate sui luoghi di sepoltura di singole persone o sulle fosse comuni''. Dice che molte persone di tutti i gruppi etnici hanno contattato la Commissione cercando di vendere informazioni sulle fosse comuni, ''persino gente della stessa nazionalità di chi era sepolto nella fossa comune ha chiesto soldi per rivelare le informazioni''. Masovic sospetta addirittura che alcune di queste persone siano state coinvolte direttamente nella sepoltura dei corpi.
''Lo si può capire dalla conoscenza dei dettagli che hanno del posto''.

Altri informatori sembrano avere conoscenza solo di seconda o terza mano delle fosse comuni.
Secondo Masovic, gli informatori chiedono somme diverse per una soffiata, da pochi euro fino a un milione di euro.
''Alcuni hanno fatto richieste che non comprendevano i soldi: per esempio aiuto nell'ottenimento di un passaporto, di un visto o l'asilo politico all'estero. In un solo caso, l'informatore ha chiesto un milione di euro di ricompensa'', dice Masovic. ''Anche se non abbiamo né gli strumenti né i fondi per rispondere a queste richieste, in più di un'occasione, alcuni membri del mio staff hanno organizzato delle collette interne per ottenere queste informazioni sulle fosse comuni''.
Ramulic crede che nascondere informazioni sui crimini di guerra – incluso le informazioni sulle fosse comuni – sia esso stesso un crimine. Secondo lui chi rivela queste informazioni facendosi pagare dovrebbe essere punito, non ricompensato.

Comunque, molte famiglie di persone scomparse credono che questo sia l’unico modo per ritrovare i loro congiunti.
''Le famiglie delle vittime hanno bisogno di mettere la parola fine alle loro ricerche. È per questo che sono pronti a percorrere grandi distanze per trovare finalmente i corpi dei loro congiunti'', dice Seida Karabasic dell’Associazione Vittime di Prijedor.
''Sappiamo che, sfortunatamente, alcuni di loro hanno già pagato centinaia di euro per ogni corpo ritrovato, ma la nostra associazione non è mai stata coinvolta in questo genere di cose''.
Karabasic fa notare che le informazioni offerte, in diversi casi, hanno dimostrato di essere molto accurate e che i “venditori” sembravano essere della zona in cui i crimini sono stati commessi, infatti “conoscono bene la zona e possono identificare le vittime con nome e cognome”.

Le autorità della Repubblica Serba di Bosnia riportano le stesse problematiche in tema di fosse comuni.
Milan Bogdanic, ex presidente della Commissione della Repubblica Serba sulle Persone Scomparse, ritiene molto probabile che il commercio di informazioni sulle fosse comuni prosegua, finché numerose persone continueranno a rifiutarsi di diffondere volontariamente questa conoscenza. ''Sono poche le persone informate che ci forniranno informazioni per pura compassione o per liberare le loro coscienze. Mentre molte di quelle che potrebbero aiutarci a individuare i luoghi delle fosse hanno paura di essere implicati nei crimini commessi: è per questo che esitano a farsi avanti'', dice Bogdanic, ''questa è la ragione per cui vorremmo regolare la materia per legge e vorremmo anche che le istituzioni governative fossero maggiormente coinvolte nel processo, ma non tutte le famiglie delle vittime sono d'accordo su questo''.

Zana Kovacevic*
* Zana Kovacevic è una reporter di Radio Free Europe e collabora con l’Istitute for War and Peace Reporting
TRADUZIONE A CURA DI PAOLA CASSANI  per  Peace Reporter
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sabato, 24 maggio 2008

Fino a che punto si può tollerare la falsità?

di Luca Ferrari

Alla ricerca della verità. Della giustizia. L’indifferenza ha avvelenato il mondo. La sofferenza va somministrata a seconda dell’interesse. Ci stanno narcotizzando spacciando mine antiuomo per colombe.

Nel film The hunting party (2007) per la regia di Richard Shepard, i protagonisti Richard Gere e Terrence Howard, indossano le vesti rispettivamente di un agguerrito reporter e del suo fedele cameraman, alla ricerca del più famoso ricercato criminale della guerra dei Balcani.

Gere è un giornalista che durante una diretta televisiva nazionale, si rifiuta di coprire la notizia, e parla apertamente del massacro indiscriminato perpetrato dalle forze serbe ai danni dei bosgnacchi (musulmani bosniaci), e per questo licenziato subito dopo.

In quanti lo avrebbero fatto? Dura la vita del reporter sul fronte. E non parliamo di quelli che se ne stanno comodi a filmare fasulle strette di mano che hanno il solo obbiettivo di deviare lo sguardo del pubblico verso una realtà che non esiste.

La guerra in Bosnia c’è stata. E non facciamo certo uno scoop nel dire ha raccolto più silenzio e che attenzione. “Hanno fatto pulizia etnica per la tua sicurezza” dice il cameraman Duck (Howard) al giovane rampollo, figlio del magnate del network, che accompagna i due protagonisti.

Già, la nostra sicurezza. Sembra di sentire i discorsi di tanti galantuomini. Una donna assassinata, tutta sporca di sangue con il ventre “gonfio” di un bambino, su cui si vedono i fori di quattro proiettili. È questo il prezzo? L’immagine non è per nulla diversa dalla realtà visto che le donne furono squarciate con i figli in grembo.

La verità non ha bisogno di spiegazioni, o correzioni. La verità non segue la regola delle cinque “W”: who (chi), what (cosa), when (quando), where (dove) e why (perchè), più eventuale how (come). È possibile non sporcarsi le mani, sguazzando nel putrido?

I reporter vedono cose orribili. È il loro lavoro. Ma c’è una grossa differenza fra quello che loro vedono e quello che poi si sente (o si legge). Il popolo è traghettato. I telespettatori se ne stanno sul seggiolone in attesa che qualche “papavero” decida cosa dar loro da mangiare.

“Una vita in pericolo è una vita reale. Il resto è televisione”, dice il saggio Simon (Gere). Così come vanno le cose, non è giusto. Ecco perché dobbiamo cambiare le regole. E d’ora in poi la storia dovrà essere raccontata da altri. Già, da chi?

da Il Reporter

sabato, 24 maggio 2008

Fino a Mladić

21.05.2008    Da Sarajevo, scrive Andrea Rossini

Fausto Pocar
Il presidente del Tribunale Penale per la ex Jugoslavia, Fausto Pocar, è giunto lunedì a Sarajevo per una visita di tre giorni. Al centro dei colloqui la cooperazione della Bosnia Erzegovina con L'Aja e la questione dell'eredità del Tribunale. Nostro resoconto
Karadžić, Mladić, Hadžić e Župljanin. I primi due accusati di genocidio, gli altri per crimini di guerra e contro l'umanità, sono ricercati da anni. La loro persistente latitanza rappresenta “il principale ostacolo al successo del Tribunale Penale per la ex Jugoslavia (Tpi), un'ombra sulla credibilità della comunità internazionale nel suo impegno per la giustizia e un impedimento al progresso di questa regione”.

Lunedì pomeriggio a Sarajevo, nella sala stampa della Presidenza della Bosnia Erzegovina, il presidente del Tpi, l'italiano Fausto Pocar, ha voluto rassicurare gli scettici. Si sbagliano quanti pensano che, dopo il via libera dato dall'Unione Europea alla firma dell'Accordo di Associazione e Stabilizzazione con la Serbia, la volontà di arrestare i quattro superlatitanti sia venuta meno. L'impegno resta. Almeno quello del Tribunale. Ma il tempo a disposizione sta per scadere. La strategia di completamento prevista dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite stabilisce infatti il 2011 come data di chiusura del Tribunale.

"Il Tribunale non deve chiudere fino a quando i latitanti non saranno arrestati e processati"
Incontrando la stampa insieme a Željko Komšić, rappresentante dell'Ufficio di presidenza della Bosnia Erzegovina, Pocar è ritornato su alcune questioni generali legate all'attività del Tribunale Internazionale e al suo futuro. In primo luogo ricordando proprio che, nonostante la prevista data di chiusura, “ho ribadito più volte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e all'Assemblea Generale la posizione del Tpi e mia personale sulla questione: il Tribunale non deve essere chiuso fino a che i latitanti non saranno arrestati e processati”.

Pocar, che ha parlato di “irreversibilità” del processo di verità e giustizia nella regione in conseguenza del lavoro svolto in questi anni dal Tpi, ha poi affrontato numerose questioni specificamente bosniache. Tra le altre, quella della fuga di Radovan Stanković. L'uomo, il cui caso era stato trasferito dall'Aja alla Corte di Stato della Bosnia Erzegovina, era stato condannato a 20 anni per stupro e altri crimini contro l'umanità commessi a Foća nel 1992. Secondo la sentenza, Stankovic era uno dei responsabili del tristemente noto campo di detenzione per donne (Karaman kuća), la cui detenuta più giovane aveva 12 anni. Proprio a Foća era stato mandato per scontare la pena, ma l'anno scorso i suoi secondini si sono distratti – tutti insieme e allo stesso momento – mentre lo portavano in città per una visita dentistica. Da allora è latitante [v. sulla questione il nostro articolo
Il fuggiasco].

Il presidente del Tribunale Internazionale ha espresso il proprio disappunto per la persistente latitanza del detenuto, annunciando per il giorno dopo [ieri, ndr] la propria visita a Foća “per raccogliere informazioni sulla vicenda”.

Sulla affidabilità del sistema giudiziario (e detentivo) bosniaco si gioca molta parte del futuro del Tribunale. Dopo la sua chiusura saranno infatti le Corti locali (e in primo luogo quella della Bosnia Erzegovina) a dover continuare il lavoro dei giudici dell'Aja. Sotto questo profilo, l'interesse del Tribunale per lo sviluppo e il rafforzamento delle istituzioni giudiziarie in Bosnia Erzegovina è probabilmente il motivo principale alla base della visita di Pocar.

La volontà delle istituzioni bosniache a collaborare pienamente con il Tpi è stata ribadita dal membro dell'Ufficio di presidenza Željko Komšić, cha ha sostenuto in conferenza stampa la posizione secondo cui “il Tribunale deve continuare fino a quando Karadžić e Mladić non saranno processati”.

Komšić è tuttavia intervenuto anche sullo specifico funzionamento del Tribunale, criticando la pratica – in uso all'Aja da diversi anni - dei patteggiamenti con la Procura. Il Tribunale Internazionale prevede infatti la possibilità per l'imputato di patteggiare con la Procura la propria posizione, offrendo collaborazione in cambio dell'impegno dell'accusa a lasciar cadere alcuni capi di imputazione e richiedere ai giudici una riduzione di pena. Questa prassi, che porta a processi più brevi, è stata estesa anche ad accuse gravissime (genocidio), ed è stata aspramente criticata dalle associazioni delle vittime. Proprio alle vittime ha fatto riferimento Komšić sostenendo che “l'uso troppo frequente dei patteggiamenti offende i [loro] sentimenti, diffondendo una sensazione di svalutazione della giustizia.” (vedi il capitolo sui Patteggiamenti in
Sette giorni d'estate).

Il rappresentante della Presidenza bosniaca ha poi sollevato di fronte a Pocar e alla stampa il caso di Ilja Jurišić, ex presidente del consiglio comunale di Tuzla, da oltre un anno detenuto a Belgrado per i fatti della cosiddetta "Brćanska Malta". La vicenda, per la quale è ricercato da un tribunale serbo anche Sélim Bešlagić, ex sindaco di Tuzla oggi parlamentare della Federazione della Bosnia-Erzegovina, risale al maggio 1992, quando una colonna di militari jugoslavi si scontrò con le milizie locali mentre stava lasciando la città. Si tratta di un caso estremamente delicato su cui esistono versioni diametralmente opposte, e che da tempo rappresenta un contenzioso tra i due Paesi. Komšić ha chiesto al presidente del Tpi di poter verificare se la Serbia arrestando Jurišić non abbia violato gli accordi di Roma del 1996 (le cosiddette “regole della strada”, che prevedono l'approvazione da parte dell'Aja delle inchieste condotte dalle Corti locali su crimini di guerra ).

Gli archivi

Con l'avvicinarsi della chiusura del Tribunale dell'Aja, la questione che sta maggiormente catalizzando il dibattito pubblico nella regione è tuttavia quella degli archivi. L'Aja ha raccolto in questi anni moltissima documentazione, gran parte della quale è ancora segreta, sulle guerre degli anni '90. Chi dovrebbe gestirli, quale uso dovrebbe esserne fatto, quale accesso per il pubblico, quali parti dovrebbero essere mantenute eventualmente segrete? La decisione finale sul futuro degli archivi sarà presa dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dopo che un gruppo di lavoro coordinato dall'ex procuratore Richard Goldstone avrà presentato un proprio rapporto entro il prossimo mese di agosto. Sia la Bosnia Erzegovina che la Croazia e la Serbia hanno un evidente interesse nel ricevere questo materiale. Allo stesso tempo, tuttavia, questi Stati temono l'uso che i propri vicini ne possano fare. Diverse associazioni hanno già preso la parola, sostenendo che gli archivi dovrebbero essere resi integralmente disponibili al pubblico, per la loro importanza in un processo di elaborazione del passato recente di questa regione. Alcuni osservatori hanno posto la questione del rispetto delle famiglie delle vittime su materiali particolarmente sensibili, mentre altri sostengono che dovrebbero essere resi disponibili alle Corti locali per continuare i processi sui crimini di guerra.

Fausto Pocar ha riassunto il proprio pensiero sulla questione: “[Gli archivi] devono essere accessibili alle vittime, al pubblico e alle Corti [locali] che devono continuare a condurre i processi per crimini di guerra”, ricordando tuttavia che si tratta di una decisione che dovrà prendere il Consiglio di Sicurezza.

Per quanto riguarda la Bosnia Erzegovina la vicenda è - se possibile - più complicata. Komšić ha sottolineato che secondo lui gli archivi dovrebbero essere trasferiti a Sarajevo, ma ha ricordato che esiste sulla questione un veto da parte del rappresentante serbo della Presidenza, Radmanović, e che quindi l'Ufficio di presidenza bosniaco non può fare una richiesta in questo senso.

Tutta la conferenza stampa, per la parte bosniaca, è stata attraversata da questo paradosso. Komšić non ha nascosto dall'inizio che, stante la disponibilità di tutti a collaborare con il Tpi, “quando si discute in dettaglio di questa collaborazione ci sono differenze e punti di disaccordo”, ribadendo di aver discusso con Pocar “a livello personale” e di non essere stato autorizzato a parlare anche a nome di Silajdžić e Radmanović .

Questo è pur sempre un Paese in cui i presidenti sono 3, e capita che quando uno di loro incontri le istituzioni internazionali o la stampa parli “a titolo personale”. Questioni bosniache.

da Osservatorio Balcani
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giovedì, 15 maggio 2008

Bosnia: incastrato il Gasi, il boss di Sarajevo

E' stato arrestato e condannato uno dei capisaldi della criminalità in Bosnia, Muhammed Ali Gasi, boss incontrastato di Sarajevo. La sua condanna è una vittoria per gli sforzi messi in campo dall'Unione Europea per contrastare l'illegalità in questo paese. E' stato dato, inoltre, un forte segnale alla criminalità organizzata, rimasta finora completamente impunita. Il boss, 35 anni, era libero di agire indisturbato, non rispettando le regole; viveva una vita di soldi, donne derivanti dalla illegalità delle sue azioni. Possedeva una Ferrari rossa che lasciava parcheggiata indisturbata nelle zone pedonali della città sicuro che nessuno avrebbe mai osato fargli una multa.

"Abbiamo dimostrato alla gente che questo tipo di persone non sono intoccabili" sottolinea Edin Vranj, il capo del dipartimento anti-criminalità della Federazione croato-musulmana (una delle due entità della Bosnia insieme alla Republika Srpska), il quale ha 350 poliziotti alla caccia di Gasi.

Prima dell'arrivo, nel 2006, della polizia Ue in Bosnia Erzegovina (Eupm) giudata dal Generale di Brigata dei Carabinieri, Vincenzo Coppola, Gasi era libero di scorrazzare per le strade della capitale indisturbato. Fin qundo le autorità non hanno trovato il coraggio di affrontare il problema, la latitanza del boss è continuata. Inoltre, Gasi attaccava continuamente, supportato dalla complicità dei media che hanno costruito intorno al boss la figura di un eroe di guerra, nonostante le umili origini, Oleg Cavka, il quale ha raccolto per quattro mesi consecutivi, indizi contro Gasi.

"Una volta ha avuto perfino la faccia tosta di telefonarmi per chiedermi perchè ce l'avessi con lui. Ha avuto il mio numero dal suo avvocato", ha raccontato Cavka in un incontro a Sarajevo con alcuni giornalisti la settimana scorsa. "E' stato un bel successo, che secondo me sarà un catalizzatore per operazioni simili che saranno condotte in futuro" concorda Coppola, sottolineando che la magistratura locale e l'Eupm stanno indagando su "altri 32 o 33 casi di criminalità organizzata in tutto il territorio della Bosnia-Erzegovina".

Il generale ci tiene a sottolineare che l'arresto del boss " è stata un'eccezione". Conferma questa posizione Drew Engel, americano a capo del Dipartimento anti-criminalità della Corte della Bosnia-Erzegovina. "Mi piacerebbe vedere i miei procuratori battersi fra di loro per vedersi assegnati i casi più difficili, invece, per il momento, hanno ancora un atteggiamento passivo, anche se individualmente sono molto preparati", dichiara.

Il lavoro dei magistrati e dei poliziotti in Bosnia è complicato enormemente dall'assetto iperfederalista del Paese creato dagli accordi di pace di Dayton del 1995. Questo prevede la Republika Srpska dei serbo-bosniaci e la Federazione croato-musulmana, due entità  che possono essere considerati come due 'mini-Stati', ognuno dei quali ha un proprio governo, parlamento e corpi di polizia. In più nella Federazione ci sono 10 cantoni divisi tra croati e musulmani con strutture di governo  completamente autonome. La volta in cui Gasi è stato avvistato a est di Sarajevo ci sono volute due ore e mezzo per mettersi d'accordo su quale corpo di polizia avesse dovuto provare a prenderlo. "Avrebbe avuto il tempo di scappare fino in Slovenia", denuncia Cavka.

Agenzia Radicale

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martedì, 22 aprile 2008

Nudi alla meta

 21.04.2008    scrive Massimo Moratti
Dopo l'approvazione della riforma della polizia, la Bosnia Erzegovina si avvia a firmare l'Accordo di Associazione con Bruxelles. I contenuti della riforma sono stati però sacrificati di fronte al rischio di instabilità regionale dopo l'indipendenza del Kosovo.
Nostro commento
Luce verde per la firma dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione (ASA) per la Bosnia ed Erzegovina. L’accordo sarà firmato molto probabilmente il 28 aprile prossimo, o in alternativa il 26 maggio, ma di fatto oramai la strada è stata spianata. Lo ha confermato Olli Rehn il 16 aprile scorso, immediatamente dopo che entrambe le camere del Parlamento della Bosnia ed Erzegovina avevano approvato le leggi necessarie per la riforma della polizia. Tali provvedimenti consistono nella legge sul “Direttorato per il coordinamento dei corpi di polizia” e nella legge sulle “Agenzie per il supporto delle strutture di polizia in Bosnia ed Erzegovina”, che prevede la creazione di una serie di istituti volti a coadiuvare il lavoro delle agenzie di polizia nel Paese.

In sospeso fino all’ultimo

L’adozione di queste leggi dà attuazione alla “dichiarazione di Mostar”, il documento multipartito che era stato firmato dai rappresentanti delle maggiori forze politiche bosniache lo scorso novembre, e che aveva consentito la parafatura dell’ASA. L’adozione della “dichiarazione di Mostar” era giunta al termine di una crisi istituzionale che per lungo tempo era sembrata senza via d’uscita.

La “dichiarazione di Mostar” aveva stabilito che ulteriori riforme della polizia sarebbero state adottate solamente dopo l’entrata in vigore della nuova Costituzione. Il percorso di adozione di queste due importanti leggi non è stato dunque facile e, ad un certo punto, l’accordo raggiunto con la “dichiarazione di Mostar” era sembrato in pericolo. A metà febbraio l'SDA (Partito di Azione Democratica) e l'SBIH (Partito per la Bosnia Erzegovina) avevano praticamente ritirato il proprio sostegno alla dichiarazione annunciando che avrebbero votato contro la bozza delle leggi approvate in Parlamento. Secondo questi partiti infatti i principi contenuti nella dichiarazione di Mostar non presentavano garanzie sufficienti per la creazione di una polizia centralizzata. L'SDA aveva anche ribadito che la riforma della polizia non era necessaria per la firma dell’ASA.

L'Ufficio dell'Alto Rappresentante (OHR) a quel punto era intervenuto con un comunicato stampa, precisando che non c’era altra soluzione per la firma dell’ASA e che la riforma della polizia doveva essere adottata così come previsto dalla “Dichiarazione di Mostar”.

Alla resa dei conti, quando si è arrivati al voto nelle due camere del Parlamento, nessuno dei partiti politici bosniaci si è voluto assumere la responsabilità di rimandare ulteriormente la firma dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione, e si sono quindi o astenuti o non hanno sollevato la questione degli interessi vitali che può bloccare l’intero procedimento.

La controversa riforma della polizia

L’adozione delle leggi sulla riforma della polizia è avvenuta solo dopo che l’Unione Europea aveva progressivamente ridotto i requisiti richiesti alla Bosnia ed Erzegovina per la conclusione dell’ASA. Inizialmente il modello di riforma della polizia, auspicato a suo tempo da Paddy Ashdown, era molto più ambizioso e controverso: si prevedeva infatti la creazione di un’unica struttura di polizia sotto la guida del Consiglio dei Ministri della Bosnia ed Erzegovina, e la creazione di regioni di polizia che non tenessero conto della linea di separazione tra le due entità (IEBL). Tale proposta aveva da sempre incontrato l’opposizione dei vari governi della Republika Srpska, ultimo tra i quali quello di Dodik, che della riforma della polizia aveva fatto uno dei punti principali della propria linea politica.

La proposta di Ashdown era già stata criticata dallo European Stability Initiative (ESI) che, in un recente rapporto (“The worst in class: How the international protectorate hurts the European future of Bosnia and Herzegovina”), aveva illustrato come la proposta Ashdown proponesse un modello di polizia centralizzato che rifletteva più una scelta di Ashdown che il risultato di un’attenta analisi della situazione. Il team di esperti dell’Unione Europea che si era occupato della possibile revisione delle forze di polizia, nel rapporto “Financial, Organisational And Administrative Assessment of The Bih Police Forces And The State Border Service: Final Assessment Report”, non aveva poi riscontrato che la presenza di un così gran numero di forze di polizia fosse una debolezza istituzionale di per sé: tale situazione era infatti compatibile con gli standard già esistenti in Europa (per esempio sia in Svizzera che nei Paesi Bassi vi sono circa 20 forze di polizia locali). Il problema, secondo loro, sussisteva nella mancanza di coordinamento tra queste forze di polizia.

Secondo quanto raccomandato dagli esperti UE, tra i criteri da prendere in considerazione per la riforma della polizia vi era quello di privilegiare un processo di consultazioni locali rispetto a quello di una riforma imposta dall’alto. Alquanto polemicamente, ESI faceva del resto notare che agli altri Paesi dell’ex Jugoslavia non erano state imposte condizioni così rigide per la firma dell’ASA e che, nel caso ad esempio della Macedonia, l’ASA era stato firmato addirittura quando il Paese era sull’orlo di una guerra civile. In sostanza, il processo di adesione all’Unione Europea della Bosnia ed Erzegovina era prigioniero della decisione unilaterale di Ashdown di favorire un certo modello di riforma della polizia, centralizzato e a scapito delle entità.

Cambio di rotta

Favorire la centralità a scapito delle entità, tradotto nella logica della competizione politica bosniaca, significa favorire i partiti che più di altri aspirano a centralizzare la Bosnia ed Erzegovina e cioè l'SDA e l'SBIH, i principali partiti bosgnacchi. Ciò crea una reazione uguale e contraria nei partiti della Republika Srpska (RS) che mirano a preservare le prerogative di quella entità, e la sua relativa autonomia. Non solo. Milorad Dodik, molto più dell'SDS (Partito Democratico Serbo), ha come obiettivo quello di resistere a tale centralizzazione, e di riprendersi le competenze che la RS ha trasferito a livello centrale nel corso di questi anni. Fondato o meno, questo timore blocca le possibilità di dialogo e rafforza le posizioni dell’uomo forte di Laktasi all’interno della RS.

Consapevole della potenziale pericolosità di questa situazione, nell’agosto del 2007 l'OHR ha fatto circolare tra i maggiori partiti politici della Bosnia ed Erzegovina un Protocollo sulla riforma della polizia. Il testo non è stato reso pubblico, ma è facile ritenere che sia stato alla base della “dichiarazione di Mostar”. Tale dichiarazione infatti prevedeva che inizialmente si dovessero adottare solamente le leggi sul “Direttorato per il coordinamento dei corpi di polizia” e sulle “Agenzie per il supporto delle strutture di polizia in Bosnia ed Erzegovina”. Per quanto riguardava la creazione di una futura forza di polizia unica e le relazioni tra questa e le forze di polizia locali, il discorso veniva rimandato alla riforma costituzionale e all’assetto che avrà il Paese dopo tale riforma.

Di fatto, l’ambiziosa riforma voluta da Ashdown è stata, nel migliore dei casi, posticipata, e il modello di riforma che è stato ora approvato mira più a soddisfare le condizioni per la firma dell’ASA che a centralizzare le forze di polizia. Ciò ha provocato le reazioni negative dell'SDA, SBIH e anche dell'SDP (partito socialdemocratico), che hanno visto questa riforma come un successo dei partiti della RS. Ciò nonostante, questi partiti non se la sono sentita di bloccare il processo di adesione. Nel corso di questi mesi, la UE ha infatti dato chiaramente ad intendere che una volta passata la riforma non ci sarebbero stati altri ostacoli verso la firma dell’Accordo, aumentando di fatto la pressione su coloro che non erano d’accordo con le riforme proposte.

La situazione vista da Bruxelles

L'Unione Europea non poteva permettersi di mantenere la situazione in sospeso. La dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo, lungi dal portare stabilità alla regione, favorisce e rafforza le opzioni secessioniste nella RS. La UE si è presentata divisa sul Kosovo e si è preoccupata più volte di sottolineare (in modo alquanto contraddittorio) che l’indipendenza della provincia “non rappresenta un precedente”. Allo stesso tempo, però, la UE ha una posizione comune sulla Bosnia, dove secessioni unilaterali non verrebbero riconosciute. In questo senso, la UE si è preoccupata di mandare dei segnali precisi alla Bosnia e soprattutto di rendere possibile l’accesso all’UE anche allo scopo di evitare future tendenze separatiste. Lajcak stesso ha ricordato come una volta firmato l’ASA nessun Paese ha poi mancato l’ingresso nell'Unione. In questo senso, la firma dell'ASA diventa anche un modo per scongiurare una futura instabilità e per togliere tentazioni secessioniste ai leader serbo-bosniaci. Questo approccio potrebbe rendere più semplice anche la riforma costituzionale, rimuovendo dalla discussione alcuni punti controversi quali per esempio l’eventuale diritto alla secessione delle componenti della BiH. Ciò contribuirebbe a far scendere la temperatura del dibattito costituzionale all’interno del Paese, rendendo più facili le riforme sulla struttura interna dello Stato.

La preoccupazione, dopo le tensioni politiche del 2006 e 2007, è stata quindi quella di porre la Bosnia ed Erzegovina irreversibilmente sulla strada dell’Unione Europea. La riforma della polizia, così come unilateralmente suggerita da Ashdown, è stata parzialmente sacrificata e via via spogliata degli aspetti più controversi. Vista la posta in gioco, e i rischi associati all’indipendenza del Kosovo, questo approccio pragmatico sembra essere quello che più facilmente permetterà di sbloccare la situazione. Ancora una volta però, nonostante il compito fosse stato facilitato dalla UE, i partiti politici della BiH hanno rischiato di fallire l’obiettivo, più per ragioni parrocchiali che per vere e proprie questioni di principio. Un ennesimo segnale della necessità di un ricambio di contenuti nel dibattito politico in Bosnia Erzegovina.
da Osservatorio sui Balcani
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giovedì, 27 marzo 2008

Carla Del Ponte: La mia caccia testarda ai boia dei Balcani

In un libro di memorie il procuratore dell’Aja racconta le sue battaglie l’incontro con Tenet, capo della Cia, e la scoperta del muro di gomma
CARLA DEL PONTE
Da bambina andava a caccia di serpenti con i suoi fratelli nei boschi di Bignasco, Vallemaggia, Svizzera italiana; da adulta le è capitato di cacciare gli strateghi del terrore nei Balcani, la guerra più antica e feroce che s’è consumata nella vecchia Europa dopo la fine del conflitto mondiale. Carla Del Ponte, dopo aver lavorato insieme a Giovanni Falcone sulla mafia in quanto procuratore capo della Confederazione elvetica, tra il 1999 e il 2007 ha diretto la procura del Tribunale per i crimini di guerra dell’Onu. È stata lei a portare in giudizio il primo capo di Stato, Slobodan Milosevic. Le sfuggono invece gli altri due pesci grossi di questa difficile «caccia»: Ratko Mladic e Radovan Karadzic. I ricordi e i retroscena di questa incompiuta sono ora raccolti in un libro che andrà a giorni in libreria e che si intitola appunto La caccia (Feltrinelli, 412 pag, 20 euro) scritto dalla Del Ponte insieme con Chuck Sudetic, già reporter del New York Times in Jugoslavia, poi collaboratore del procuratore all’Aja. Del libro anticipiamo una parte del prologo, dove Carla Del Ponte racconta delle difficoltà nella caccia e fa capire perché Mladic e Karadzic siano tuttora latitanti.

Durante la mia prima visita a Washington come Procuratore capo dei Tribunali per i crimini di guerra delle Nazioni Unite, mi sono rivolta a uno degli uomini più potenti della Terra per chiedergli aiuto.

Questo accadeva un mercoledì pomeriggio della fine di settembre del 2000, all’inizio della lunga serie di appelli che nel corso degli anni avrei rivolto a funzionari governativi e capi di organizzazioni internazionali. Avevo bisogno che forzassero la mano di stati non collaborativi come la Serbia, la Croazia e il Ruanda; avevo bisogno che ci aiutassero a ottenere materiale di prova; e, soprattutto, avevo bisogno che ci aiutassero ad arrestare latitanti imputati di crimini di guerra. La sede di questo specifico appello era adiacente alla Casa Bianca, nell’Old Executive Office Building. Un assistente accompagna me e i miei consulenti attraverso il portone d’ingresso. \ Attraversiamo un corridoio che rimbomba dei nostri passi. Poi ci troviamo faccia a faccia con il Potere, sotto le spoglie di George Tenet, direttore della Central Intelligence Agency. È oberato di impegni, impegni pressanti. Dieci anni dopo l’invasione irachena del Kuwait e l’imposizione di sanzioni economiche che hanno distrutto la vita di centinaia di migliaia di iracheni, Saddam Hussein è ancora al potere. Tutti si lamentano che il prezzo del petrolio sia balzato a trentacinque dollari al barile, e tra poche ore a Gerusalemme Sharon salirà sul Monte del Tempio, l’Haram al-Sharif, accendendo la miccia della Seconda intifada. Forse Tenet sa già che nell’arco di qualche settimana la folla invaderà le strade di Belgrado rovesciando Slobodan Milosevic. Nella Corea del Nord, Kim Jong-il si balocca con le armi nucleari. Gli agenti della Cia sono sulle tracce di Osama bin Laden. All’11 settembre mancano ancora undici mesi.

Quello di cui ho bisogno è che Tenet coordini le attività della Cia con gli sforzi del nostro ufficio e di altre agenzie di intelligence per aiutarci a catturare due degli uomini più ricercati al mondo, Radovan Karadzic e Ratko Mladic. Il Tribunale li ha incriminati con imputazioni relative, tra l’altro, all’assedio e al bombardamento di Sarajevo, a operazioni di pulizia etnica che hanno provocato centinaia di migliaia di profughi, e all’uccisione di quasi settemilacinquecento prigionieri musulmani, uomini e ragazzi, a Srebrenica: il più vasto massacro avvenuto in Europa dopo quelli delle settimane che seguirono la fine della Seconda guerra mondiale. \ La mia opinione è che potrebbe metterci a disposizione le informazioni raccolte dalla Cia nelle sue operazioni di sorveglianza, intercettazioni telefoniche, consigli e sostegno per gli arresti...

Tenet commenta che Karadzic gli ricorda un capomafia siciliano. Non mi sfugge l’ironia. Di boss mafiosi ne so qualcosa. E Tenet, con le sue origini greche, trasuda una passione mediterranea, una forza di volontà autoritaria e altre qualità tipiche dei capimafia siciliani. La cosa mi va a genio, perché ogni capo di un’organizzazione di spionaggio ha bisogno di queste qualità perché le sue attività siano efficaci. Mi assicura che la Cia è attivamente impegnata nella caccia all’uomo, ma che mettere le mani su Karadzic, che non parla mai al telefono né firma mai una carta, è un compito impervio: «Di gente così ne sto inseguendo in tutto il mondo... Ci abbiamo messo sette giorni per trovare Noriega, con ventimila GI». Butta lì il nome di bin Laden. Poi aggiunge: «Karadzic è la mia priorità numero uno». \

Non dovrei essere tanto ingenua. Confido che Tenet faccia seguire i fatti alle parole. Non immagino che stia innalzando quello che noi di lingua italiana chiamiamo il «muro di gomma», il rifiuto travestito da qualcosa che non sembra un rifiuto. \ La mia carriera ha avuto inizio con una lunga serie di collisioni con il muro di gomma, collisioni seguite talvolta da forme di resistenza più rozze, quando non da minacce fisiche. Mi sono scontrata e continuerò a scontrarmi con il muro di gomma in occasione di incontri con molti personaggi potenti, da finanzieri della mafia a banchieri e politici svizzeri, da capi di stato come George Bush e primi ministri come Silvio Berlusconi, a burocrati responsabili di uffici governativi e di vari dipartimenti delle Nazioni Unite e, più avanti nel mio incarico, ministri degli Esteri europei che sembravano prontissimi ad accogliere la Serbia nell’abbraccio dell’Unione europea anche quando leader politici, poliziotti e militari serbi davano rifugio a uomini responsabili dell’uccisione a sangue freddo, sotto gli occhi del mondo, di migliaia di prigionieri. L’unico modo che conosco per sfondare il muro di gomma e servire gli interessi della giustizia consiste nel cercare, con costanza e persistenza, di imporre la mia volontà.

* * *

Nella primavera del 2001, ho avuto il mio secondo incontro con il Potere nelle vesti di George Tenet. Questa volta il luogo era il quartiere generale della Central Intelligence Agency, un complesso di vetro, acciaio e cemento sormontato da antenne che proiettavano i voleri di quest’uomo e dei suoi superiori in ogni capitale e in ogni angolo del mondo devastato da una guerra. \ Tenet esce a ricevermi nel corridoio subito prima del nostro colloquio. «Carla» esclama, «la mia cara Madame Prosecutor.» Poi vengono i bacini-bacetti, che tanto mi danno sui nervi. Entriamo in una sala riunioni senza finestre e con le pareti rivestite di pannelli, forse legno di ciliegio. Tenet si siede alla testa del tavolo, dopo che io ho preso la sedia accanto alla sua. Dice qualche bagattella in tono informale. Specifica che non può dirmi tutto quello che la Cia sta facendo. È comprensibile. Assicura che arrestare i nostri latitanti rimane una priorità alta. Dice che sono state condotte operazioni che non hanno avuto successo e queste dichiarazioni mi facilitano abbastanza il compito di venire al punto senza tanti discorsi infiorettati e mielate espressioni di gratitudine. Forse è stato un errore immaginare che Tenet, il top delle spie della superpotenza, non scambierà la mia franchezza per mancanza di rispetto: «George, ci siamo visti a settembre. Allora mi hai detto che Karadzic era la priorità numero uno della Cia. Ma sono passati sei mesi e, visti i risultati, faccio fatica a crederti». I pezzi grossi dell’intelligence non amano che qualcuno che non faccia parte del giro dica loro come fare il loro mestiere, e molti pensano di non aver nulla da guadagnare e molto da perdere mettendosi a inseguire criminali di guerra in terre lontane. Forse a Tenet brucia che io abbia detto quelle cose davanti al suo staff. Ma sa che non sono venuta a ringraziare gli Usa per il loro appoggio finanziario alle Nazioni Unite. Sa che sono lì per discutere di come assicurare l’arresto di Karadzic e Mladic. A questo punto so che quello che ha fatto nel nostro precedente incontro di settembre è stato innalzare il muro di gomma, quando mi assicurava che Karadzic era una priorità allo stesso livello di bin Laden. Ma se il direttore della Cia mi dice che arrestare Karadzic è una priorità, io presumo che gli operativi della Cia siano sufficientemente competenti per realizzare tempestivamente gli obiettivi del loro direttore. «Quali misure sono state prese per assicurare gli arresti?» domando. «In che modo la Cia pu&