21.04.2008 scrive L’assemblea del parlamento di Pristina, nel corso di una seduta straordinaria tenutasi domenica 17 febbraio alle ore 15.00, ha proclamato la propria indipendenza. Alle ore 16.00, in un messaggio televisivo rivolto alla nazione, il premier serbo Kustunica ha espresso la condanna più ferma di un atto definito nullo e “illegale”. Dalla Russia e dalla Serbia è stato rivolto un appello al Consiglio di sicurezza per l’annullamento della decisione e il presidente Tadic all’indomani era già in volo per New York, mentre si annunciva un veto cinese al possibile riconoscimento.
Accanto al plauso del presidente Bush, più freddamente i ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno parlato di “presa d’atto” della situazione, ma alcuni stati dell’Unione hanno già espresso dubbi e perplessità sull’implicito automatismo tra dichiarazione unilaterale di indipendenza e riconoscimento internazionale (Cipro, Bulgaria, Grecia, Romania, Slovacchia, Spagna). Il ministro degli Esteri sloveno Dimitrj Rupel, alla presidenza di turno dell’UE, ha precisato in maniera significativa che l’Unione in quanto tale non ha la possibilità di riconoscere il Kosovo, ma “molti” Stati sono pronti a farlo.
Non sono mancate quindi altre reazioni sia in Kosovo che in Serbia. A Mitrovica è stato lanciato un ordigno esplosivo contro la sede Onu; a Belgrado si è verificata una sassaiola conto l’ambasciata americana; a Novi Sad contro una filiale dei supermercati Mercator di proprietà slovena e si segnalano altri momenti di tensione davanti a vari Mac Donald in Serbia. I disordini solo a Belgrado avrebbero provocato una sessantina di feriti. Uomini con l’uniforme dell’Jna (ex armata popolare jugoslava) provenienti dalla Serbia sono stati respinti mentre cercavano di forzare il confine con il Kosovo e il patriarca ortodosso serbo ha esortato a difendere il Kosovo. Il ministro serbo per il Kosovo ha però escluso qualsiasi iniziativa a carattere militare e anche la possibilità di un blocco economico o energetico nei confronti della ex provincia.
Comprensibile esultanza invece a Pristina con una nuova bandiera, un nuovo inno nazionale, circa duemila giornalisti presenti a riferire dell’avvenimento e addirittura una torta di 25 metri quadrati chiamata con scarsa fantasia “torta dell’indipendenza”. In verità, nonostante la nuova bandiera, le immagini diffuse hanno mostrato però l’onnipresenza di quella albanese e di quella degli Stati Uniti. Pochi giorni orsono però da parte di alcuni esponenti politici kosovari venivano espressi dei dubbi fondati a proposito della nuova costituzione e si lamentava anche la poca trasparenza sul processo di stesura della stessa: un sito Internet infatti mette a disposizione i testi di alcune costituzioni occidentali, ma non per questo espone ancora al pubblico dibattito il testo di quella kosovara.
Per completare infine il quadro delle immediate reazioni nell’area qualche preoccupazione si manifesta in Bosnia e potrebbe ora materializzarsi nella Republika Srpska: un gruppo di giuristi e politici ha infatti dichiarato che la Republika Srpska ha lo stesso diritto del Kosovo alla proclamazione dell’indipendenza dalla Bosnia. Si temono ora anche contraccolpi in Macedonia e Montenegro dove si trovano consistenti minoranze albanesi. Alla soddisfazione per la dichiarazione di domenica ovviamente si associa la stragrande maggioranza degli albanesi e, con ogni probabilità, l’Albania sarà sicuramente tra i primi Stati a riconoscere l’indipendenza del Kosovo.
Una vicenda iniziata alla fine della prima guerra balcanica nel 1913, quando la Serbia aveva praticamente annesso un territorio dello sconfitto impero ottomano e che aveva avuto il punto di crisi più acuta nel 1999, sembra essersi conclusa. Da un punto di vista di prospettiva storica di lungo periodo la decisione presa chiude apparentemente la lunga conflittualità di questi decenni, ma una “questione balcanica” – non solo limitata al Kosovo – esiste ancora e continuerà a esistere se non si verificheranno radicali cambiamenti di atteggiamento e mentalità o non si attuerà la stabilizzazione dell’area con un processo di integrazione politica, economica e istituzionale. “Bratsvo, Jedintsvo” (fratellanza e unità) in verità erano già state sepolte da falsi miti e dure repressioni. D’altro canto però, è stato osservato con una certa amarezza, la pulizia etnica, o la contropulizia sono state alla fine riconosciute ufficialmente come i motori della storia balcanica.
Non si tratta per questo di conculcare il diritto del popolo kosovaro all’autodeterminazione (ben diversa tuttavia dalla secessione), ma di ammettere francamente che il tentativo di riequilibrare i Balcani dopo i dieci anni che li hanno sconvolti adottando il principio della multietnicità – ovvero quello del rispetto delle minoranze integrate in un unico sistema democratico – si è rivelato fallimentare. Un principio a ben vedere che aveva cominciato a scricchiolare fin dall’inizio del nuovo assetto, da quando cioè le costituzioni dei nuovi Stati avevano in misura diversa creato la cittadinanza etnica, relegando in tal modo le politiche di integrazione nell’utopia. La pulizia etnica, che nel secolo scorso ha assunto dimensioni e carattere omicida di massa, è sospettata ancora una volta di essere una sorta di lato oscuro della democrazia.
Proprio domenica 17 febbraio Le Courrier des Balkans, commentando l’imminente dichiarazione del parlamento di Pristina, presentava un servizio dedicato alla “piccola Jugoslavia” di Shtimje (lungo la strada tra Prizren e Pristina), ovvero un istituto ospedaliero che raccoglie un’ottantina di persone con gravi disagi mentali. Dalla Vojvodina al Sangiaccato, tutti respinti dalle rispettive famiglie, lavorano in un piccolo atelier che produce mediocre bigiotteria o cornici per fotografie. Il luogo è abbastanza noto e spesso, scorgendo da un’auto gli ospiti a passeggio nell’ampio giardino, si aveva l’impressione di una scena scartata da un brutto film di Kosturica.
Si tratta di una considerazione tristemente pessimista, più sarcastica che ironica e forse persino inutilmente gratuita, ma l’altro luogo nel quale convivono relativamente in pace – e da parecchio tempo – numerosi ex-jugoslavi rimane ora anche il carcere annesso al Tribunale dell’Aja: serbi, croati, bosniaci e kosovari sono colà detenuti in attesa di giudizio per crimini di guerra e questo sembra essere l’ultimo microcosmo multietnico dei Balcani. Solo intravedere delle qualsiasi metafore provenienti da questi luoghi sembra tuttavia di pessimo auspicio.
Resta il fatto che la famosa frase “tutto è cominciato in Kosovo e tutto si concluderà in Kosovo”, relativamente alla seconda dissoluzione jugoslava del XX secolo, non sembra più sufficiente a spiegare i fatti né profetica: l’effetto domino si sta estendendo ora alla stessa Serbia, meno di un secolo fa trionfatrice delle guerre balcaniche e nazione vittoriosa dopo la prima guerra mondiale. Un finale forse inaspettato e ancora tutto da scrivere.
Roma, 20 gen.- Nonostante l’accettazione dei principi del Saa (Accordo di Associazione e Stabilizzazione) con la Ue firmato con grande euforia lo scorso 4 dicembre la Bosnia-Erzegovina è in piena crisi. I tanto celebrati Accordi di Pace di Dayton del 1995 sono una zavorra che ha solo garantito la continuazione della permanenza al potere di una classe politica che non si è certo preoccupata troppo della creazione di uno stato unitario democratico. Il compromesso di Dayton, ebbe sicuramente il merito di fermare il conflitto, ma al tempo stesso ha generato una fragile architettura di State Building, istituendo un debolissimo Stato centrale costituito da due “Entità”: quella della Repubblica Serba (con il 49% del territorio) e quella della Federazione croato-musulmana (con il 51%), seguendo in sostanza la suddivisione per linee etniche tra i gruppi maggioritari nel paese e soddisfacendo in tal modo le richieste dei “signori della guerra” presenti al tavolo della pace.
Il susseguirsi degli eventi che dallo scorso ottobre stanno mutando la faccia politica del Bosnia-Erzegovina hanno preso il via dopo una violenta crisi di governo, la più grossa dalla fine della guerra, partita con la fallita riforma della polizia ed aggravatasi dopo l’intervento dell’Alto rappresentante della comunità internazionale, Miroslav Lajcak, che ha modificato la norma parlamentare secondo cui le leggi potevano essere votate solo in presenza di tutti i deputati. Una decisione che ha scatenato la furia dei serbo-bosniaci della Republika Srpska, ai quali è comunque rimasta la possibilità di veto, ma che ha permesso allo slovacco Lajcak di superare, senza contravvenire quanto sancito dalla Costituzione, la tecnica del boicottaggio dei lavori parlamentari.
La crisi si è spinta fino alla minaccia di un referendum secessionista annunciato dal premier della Republika Srpska, Milorad Dodik, alle dimissioni del primo ministro del governo centrale, il serbo bosniaco Nikola Spiric, e al rischio di una nuova guerra civile. Allo stesso tempo la frattura politica ha però rilanciato l’operazione riformatrice dell’Ufficio dell’Alto Rappresentate per la Bosnia-Erzegovina che, tra scandali più o meno presunti e promesse più o meno mantenute, aveva ormai perso credibilità e immagine agli occhi dei bosniaci.
L'accordo di Dayton stipulato il 21 novembre 1995 nella base aerea di Wright-Patterson, Ohio (Usa), ha messo fine a più di tre anni di guerra interetnica. Scoppiato nel 1992 a causa delle forte opposizione della comunità serba alla volontà indipendentista della Bosnia-Erzegovina espressa da parte della popolazione croata e musulmana, il conflitto ha causato circa 100 mila morti (65 mila musulmani , 25 mila serbi e 5 mila croati). Dal 1995 la Bosnia-Erzegovina è suddivisa in due: la Federazione di Bosnia-Erzegovina, croato musulmana con il 51% del territorio, e la Republika Srpska, serba con il 49% del territorio; dal 1998 la città di Brcko, nel nord-est del Paese, è stata dichiarata distretto autonomo sotto supervisore internazionale. Dal 2 dicembre 2004, l'applicazione della parte militare dell'accordo di Dayton è passata dalla Nato alla missione dell’Unione Europea Eufor. La parte politica e istituzionale è coordinata dall’Ufficio dell’Alto Rappresentate per la Bosnia-Erzegovina che lavora per assicurare la corretta ed efficace implementazione degli accordi di pace promuovendo e coordinando l’attività delle agenzie civili, rispettando l’autonomia delle organizzazioni locali e mantenendo uno stretto contatto con tutte le etnie.
In questi 12 anni non è stato fatto molto, soprattutto perché i meccanismi costituzionali che di solito mandano avanti i sistemi democratici occidentali in Bosnia non funzionano. Il nodo principale rimane ancora la controversa riforma della polizia, condizione fondamentale richiesta da Bruxelles per il proseguimento del viaggio della Bosnia-Erzegovina verso l’Europa, un cammino iniziato il 4 dicembre scorso a Sarajevo con la firma dell’Accordo di associazione e stabilizzazione con l’Unione Europea. In realtà, più che sottoscrivere l’accordo, il governo centrale di Sarajevo ha preso visione del contenuto di un documento che, una volta firmato, assegna al Paese lo status di candidato per l’UE. L’obbiettivo, che di fatto ha risolto la crisi politica, è stato raggiunto dopo che i leader politici locali si sono impegnati a portare a termine la riforma sulle forze di sicurezza, primo di una lunga serie di atti legislativi che dovrebbero portare ad una soluzione durevole della questione balcanica.
I dubbi sulle reali volontà espresse dalle autorità serbe e musulmane rimangono. Milorad Dodik ha sempre cercato di fare della Republika Srpska una sorta di stato nello stato, uno governo parallelo che di fatto impedisce la realizzazione di una sola Bosnia-Erzegovina. Per difendere l’autonomia serba Dodik non ha mai rinunciato ad una polizia direttamente controllata dal governo locale che protegge la frontiera della Republika Srpska da qualsiasi ingerenza esterna; sa infatti che dall’altra parte della frontiera c’è Haris Silajdzic, leader dei musulmani della Federazione della Bosnia-Erzegovina, che non rinuncerà mai al sogno di creare un solo stato, una grande Bosnia da dove venga cancellata la parola “Republika Srpska” e nel quale governi la maggioranza croato-musulmana. Il 2008 sarà quindi decisivo per capire se ci sono veramente le condizioni necessaria per portare il Paese nell’Unione Europea.
Una Bosnia-Erzegovina all’interno dell’Unione Europea sembra comunque essere più un obbiettivo della comunità internazionale che il desiderio di molti leader politici locali i quali, giocando sul fatto che l’Alto rappresentante non ha mezzi per contrastare le manipolazioni politiche, hanno tutto da guadagnare dall’immobilismo e dall’isolazionismo.
Tratto da http://www.altrenotizie.org
Leggendo il blog di Beppe Grillo, sempre molto interessante e intelligente, ho trovato questo intervento di Slaven da Mostar e mi sono permessa di "rubarlo". Una notizia come questa delle onorificenze ai vigliacchi e farabutti soldati ONU olandesi non deve assolutamente passare inosservata. Invito quindi i lettori che ne sentissero il desiderio e la voglia a postare un proprio commento in merito. Grazie.
LibertAria
“Carissimo Beppe,
ti scrivo dalla Bosnia ed Erzegovina, di preciso da Mostar. Ti scrivo, perchè vedo che sei uno dei pochi che riesce a parlare apertamente, e perchè ti seguo da sempre.
Il fatto che mi ha spinto per scriverti è il seguente. Forse sai un po' della storia del massacro di Srebrenica dove l'esercito serbo ha ucciso circa 8.000 persone. Srebrenica e' una città piccola dove durante la guerra si sono recati i civili dei paesi circostanti, perchè le Nazioni Unite avevano proclamato il protettorato su quella città. Dentro c' era il battaglione olandese che doveva proteggerli. Quando l'esercito serbo aveva stretto il cerchio intorno alla città, i civili hanno chiesto aiuto al battaglione olandese, che si sono proclamati al di sopra delle parti e non volevano prendere le parti di nessuno. Perciò, l'esercito con dei cannoni, carri armati, fucili e resto da una parte, civili, maggior parte donne, anziani e bambini dall' altra. Quando ha capito che le forze dell' ONU non fanno un c...o, l' esercito serbo ha portato tutta questa gente nei boschi e l'ha fucilata. Finora sono trovati 8.000 mille corpi, ma purtroppo, ce ne saranno altri, perchè chi sa dove nei boschi sperduti sono finiti. Concludo. Il ministro della difesa olandese ha consegnato la medaglia d'onore al battaglione olandese per il coraggio mostrato a Srebrenica, con tanto di appoggio della Commissione Europea.
Ma questo non è l'unico caso. E' solo la punta di un iceberg, come dici tu. Qui da noi la guerra e' finita da 10 anni e qui il freno per lo sviluppo del paese è la comunità internazionale, non una ipotetica possibilità di un altra guerra civile ... Il fatto più eclatante fu quando le forze internazionali con i carri armati sono entrati vicino alla chiesa di Medjugorje, ed i soldati con le armi a vista interrogarono tutti i pellegrini (dall' Italia, Messico, Stati Uniti, Africa, etc.) che c' erano, perchè ‘sapevano’ che durante la messa ‘spacciavano’ le armi?!
Dopo il fatto, la solita scusa è : si trattava di un' esercitazione!
Gli esempi sono tantissimi, ma mi fa vomitare solo pensarci e non ho la forza per scriverteli tutti. Ti mando i miei più cordiali saluti, con la speranza che leggerai questa lettera e che i tuoi collaboratori indagassero un po' su questo. Ti auguro ogni successo nel tuo lavoro. Saluti!." Slaven
Questo il mio micro commento sul blog di Beppe Grillo:
C'è poco da commentare. Non solo i soldati olandesi hanno aiutato le truppe di Mladic a separare gli uomini dalle donne e a "mettere in ordine" chi andava incontro al massacro, ma addirittura il colonnello olandese a capo delle stesse, ha brindato alla fine al successo dell'operazione insieme al macellaio serbo-bosniaco (vedi foto qui a sinistra). Poi le medaglie... Che dire? Ringrazio Slaven per la sua segnalazione qui e lo informo che sto per "rubare" il suo pezzo per ripubblicarlo sul mio blog Sarajevo-Bosnia (http://www.sarajevo.splinder.com) Valeria Taradash 04.01.07 18:28
(ANSA) - ROMA, 11 MAR - Dieci anni, cinque guerre. Una, in due parti, contro la Croazia e le altre contro Slovenia, Bosnia e Kosovo. E' il record, tutto in negativo, dell'ex presidente serbo e jugoslavo Slobodan Milosevic, morto oggi all'eta' di 64 anni nel carcere olandese di Scheveningen, dove era detenuto per il processo per genocidio e crimini di guerra e contro l'umanita' presso il Tribunale internazionale per i crimini di guerra nell'ex Jugoslavia crimini nella ex Jugoslavia (Tpi). Ecco di seguito una sintetica scheda su quei conflitti. - 20 agosto 1991: Milosevic nasce a Pozarec, in Serbia, figlio di un teologo ortodosso e di una fervente comunista. - 1984: entra in politica nel partito comunista jugoslavo. Ha un'ascesa folgorante. - 1986: eletto presidente della Lega dei Comunisti della serbia. In Kosovo davanti a migliaia di serbi esultanti, lancia il proclama ''Nessuno ha diritto di colpirvi''. - 1988: prende la guida del partito al posto del suo mentore, Ivan Stambolic. - 1989: ristabilisce il primato dei serbi nel Kosovo, sopprimendo l'0autonomia della provincia a maggioranza albanese, proclamata nel 1974 da Josip Tito. - 1990: viene eletto presidente della Serbia cavalcando l'onda del nazionalismo serbo. - 27 giugno 1991: l'ancora potente e temuto esercito nazionale jugoslavo interviene in Slovenia che il giorno prima aveva proclamato l'indipendenza sull'esempio, 24 ore prima, della Croazia. La 'guerra' dura pochi giorni e gli accordi di Brioni pongono fine alle ostilita' che provocano poche vittime e che lasciano la piccola Slovenia virtualmente indipendente. - 26 agosto: comincia l'attacco alla Croazia. Vukovar viene assediata per tre mesi e cadra' dopo un'eroica resistenza. Le milizie serbe, in autunno, attaccano anche Dubrovnik (Ragusa) nella Dalmazia meridionale. Frattanto, a settembre, la Macedonia aveva proclamato a sua volta l'indipendenza. - 15 Ottobre: e' il turno della Bosnia-Erzegovina a dichiarare l'indipendenza da Belgrado. - 6 aprile 1992: Sarajevo viene assediata dai serbo-bosniaci di Radovan Karadzic e Ratko Mladic. E' l'inizio della guerra di Bosnia che si concludera' dopo tre anni e mezzo e oltre duecentomila morti. - 11 luglio 1995: cade Srebrenica, due settimane dopo Zepa. Si tratta di due cittadine considerate 'zone protette' dall'Onu. Ma le truppe delle Nazioni unite non intervengono e l'Onu si rifiuta di fare intervenire le forze aeree della Nato. Solo a Srebrenica vengono uccisi circa ottomila musulmani. - Estate: la seconda parte della guerra con i croati. Le truppe di Zagabria, con due fulminee operazioni, riconquistano la Krajina e la Slavonia orientale. Migliaia di profughi serbi sono costretti a fuggire e contro alcuni di loro i croati aprono il fuoco. - 21 novembre: a Dayton, negli Usa, Milosevic assieme al croato Franjo Tudjman e al bosniaco Alija Izetbegovic firmano l'accordo di pace. - 1998: si apre il fronte in Kosovo, la provincia meridionale serba a maggioranza etnica albanese. Tra febbraio e marzo scoppiano gravi incidenti a Drenica. In estate riprendono con violenza gli scontri tra indipendentisti albanesi e truppe e polizia jugoslave. la situazione continua a peggiorare e il 26 ottobre Belgrado invia diecimila poliziotti nel Kosovo. - Febbraio 1999 a Rambouillet, vicino a Parigi, fallisce l'ultimo tentativo degli occidentali che chiedevano il ritiro delle truppe e della polizia jugoslave dal Kosovo. - 23 marzo, aerei della Nato cominciano a bombardare la Serbia e le truppe jugoslave in Kosovo. - 22 maggio, Milosevic viene incriminato per crimini contro l'umanita' dal Tribunale penale internazionale dell'Aja. - 9 giugno: dopo 78 giorni di guerra e nel Kosovo entra il contingente dell'Onu. - Aprile 2000: centomila serbi dimostrano a Belgrado per chiedere elezioni. E' cominciata la rivoluzione. - 24 settembre: si tengono le elezioni: commissione elettorale assegna la vittoria al suo rivale, Vojislav Kostunica. - 6 OTTOBRE; Milosevic ammette la sconfitta. - 8 ottobre: Kostunica eletto presidente della Jugoslavia. - 1 aprile 2001: Milosevic viene arrestato. - 23 giugno: il governo jugoslava approva un decreto per trasferire tutti i criminali di guerra al Tpi. - 28 giugno: Milosevic viene posto sotto la giurisdizione del Tpi. - 12 febbraio 2002: comincia il processo all'Aja.
Commento della redazione
Da questa breve e oltremodo sintetica ricostruzione non emergono le responsabilità della Croazia, a sua volta colpevole di aver inseguito il sogno della "Grande Croazia", né gli accordi fatti da Tudjman con Milosevic allo scopo di spartirsi il territorio della Bosnia. Entrambi hanno attentato all'esistenza stessa dei musulmani di Bosnia, a mezzo di terribili "pulizie etniche". Scopo comune: far sparire del tutto i musulmani, o quanto meno contenerne la presenza, rendendoli risibile minoranza. Impresa fortunatamente non riuscita nonostante i lutti e le devastazioni inferte. Entrambi, legati da medesima sorte, hanno avuto il cattivo gusto di morire prima di essere giudicati dalla giustizia umana. E prima che emergessero le gravissime responsabilità dei loro alleati, europei e non. Considerata la piega presa dal processo contro Milosevic che, a causa delle ancora forti protezioni di cui l'ex presidente serbo godeva, sta perdendosi in gigantesca farsa, viene da chiedersi se questo decesso alla fine rappresenti un bene oppure no. Infatti, per quanto forti possano essere intrallazzi e inganni, resta difficile pensare che il ricordo di Milosevic, almeno tra la gente comune, possa discostarsi di molto dalla memoria dei crimini da lui compiuti. Troppa sofferenza e troppi insopportabili delitti sono infatti stati commessi sotto la sua diretta regia. A volte la morte sa essere fin troppo generosa. Con Milosevic ora, con Tudjman a suo tempo, decisamente lo è stata.
(ANSA-AFP) - SARAJEVO, 15 OTT - L'Alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Paddy Ashdown ha annullato oggi la decisione delle autorità di Sarajevo di chiamare l'aeroporto di Sarajevo con il nome di Alija Izetbegović, leader defunto dei musulmani, accusato di crimini di guerra dai serbo bosniaci.
''Ho deciso di prendere una misura difficile ma necessaria, quella di sospendere il cambiamento di nome dell'aeroporto internazionale di Sarajevo'', ha detto Ashdown in un comunicato.
Izetbegovic è stato il primo presidente della Bosnia dopo la proclamazione dell'indipendenza dalla Jugoslavia nel 1992.
In base all'accordo di pace che ha posto fine alla guerra interetnica (1992-1995), l'Alto rappresentante dispone di poteri discrezionali tra cui quello di annullare decisioni degli eletti locali.
Ashdown ritiene che la decisione adottata dal settimana scorsa dalle autorità musulmane a Sarajevo ''non contribuisce al processo di riconciliazione ma, al contrario, lo mette in pericolo''.
Tale decisione ha provocato una levata di scudi dei serbo bosniaci che accusano Izetbegović di essere responsabile di ''azioni che hanno provocato decine di migliaia di morti, di dispersi e di espulsi serbi e croati da Sarajevo'' durante la guerra.
Ashdown ha detto invece di ritenere che Izetbegović sia stato ''un buon dirigente del suo paese''.
Questa è la Bosnia oggi... a 10 anni dalla fine della guerra. Questo è quanto contano gli uomini politici Bosniaci e i troppi governi nati da quella gran porcata che è la pace di Dayton.
Alija Izetbegović, lungi dall'essere stato un uomo perfetto, è stato comunque il presidente della Bosnia multietnica e della difesa strenua di quella Bosnia contro l'aggressione serba e, seppur conchiusa in tempi definiti, croata. Ha commesso molti errori, ma tutto si può dire di lui, tranne che sia stato un criminale di guerra. Era un uomo buono e coraggioso... forse troppo vecchio e non abbastanza grande per il ruolo che la Storia ha deciso di assegnargli. Ma non ha mai smesso di fare del suo meglio rischiando ogni giorno la vita per questo, mentre molti di coloro che oggi ne criticano l'operato (ma tra questi nessuno che sia in buona fede lo accusa di essere stato un criminale) erano all'estero a guardare la nostra guerra in tv.
Oggi Paddy, a nome della brava, buona, civile, perfetta Comunità Internazionale, ci dice che il nostro aeroporto non potrà chiamarsi col suo nome perché il fatto potrebbe disturbare i nostri massacratori, legittimati a esistere come Stato e a impedirci ancora di essere quello che vorremmo essere da quella stessa Comunità Internazionale che Ashdown rappresenta.
Il mondo felice (durante la guerra la nostra gente lo chiamava così), dopo aver goduto per quasi 4 anni delle immagini quotidiane dei massacri e degli assedi senza muovere un dito, oggi stabilisce che Alija Izetbegović non è degno di dare il nome all'aeroporto di Sarajevo.
Inshallah - ako Bog da...
Ho letto tutto in questi giorni. Mi interessa poco entrare nel merito delle questioni dirette, ossia degli argomenti e dei personaggi trattati. In proposito intendo dire solo questo:
Non mi interessano le verità dell’odio e, tanto meno, quelle che tentano di giustificare.
Cerco solo la verità dei fatti, degli eventi, della volontà. Anche se questa può fare male anche a me, anche se è questa l’unica verità della colpa, l’unica per cui tutti, indistintamente, sono chiamati a fare i conti con le proprie responsabilità, individuali e collettive. E’ questa la verità che non assolve.
A te Nikola chiedo: quale insano senso di superiorità ti è dato per aver vissuto in prima persona questa guerra? Forse il ruolo di vittima o di carnefice o entrambi ti hanno procurato un posto in prima fila da cui puoi giudicare fatti e gente, e puntare l’indice su tutti senza che nessuno abbia almeno il diritto di parlare di…?
Il mito del popolo celeste ha così attecchito nei serbi che perfino quello che per i cetnici è lo "schifoso cane musulmano”, deve oggi ritenersi superiore perché onorato dall’essere stato direttamente oggetto della persecuzione serba? Sei tu che dici che gli italiani non hanno il diritto di parlare della NOSTRA guerra, dei NOSTRI crimini, dei NOSTRI orrori, dei NOSTRI morti, oppure sbaglio?
Di insulti ne hai scritti in abbondanza ho visto. Fammi il favore di portarli altrove d’ora in poi, visto che questo è il MIO blog, mio e di LibertAria. E qui la legge la facciamo noi e, come puoi leggere nel sottotitolo, l’intolleranza non è tollerata. La menzogna neppure.
Le tue sono proprio parole di intolleranza condite da una menzogna qua e una là. Piccole menzogne in fondo, le grandi sono state sfruttate tutte per farla scoppiare e mandarla avanti quasi 4 anni la NOSTRA guerra. Alla fine, dopo tanto dolore e tanti lutti, si sono perfino rivelate perdenti.
Forse ora è il momento che anche io lasci parlare un po’ il testimone che è in me, come tu Nikola, hai fatto con Casimiro.
Se avessi potuto togliere la parola a Karađžić quando urlava dal Parlamento che avrebbe annientato il popolo musulmano, lo avrei fatto di certo, con qualsiasi mezzo. Se solo noi bosniaci avessimo saputo capire a che cosa avrebbe portato la sua follia, supportata dalle menzogne della propaganda dell’inteligencija serba…
Ma non abbiamo capito in tempo e Karađžić è rimasto libero di agire. E l’unica “scelta” possibile è stata quella di creare dal nulla un esercito che si contrapponesse all’esercito aggressore. Non c’era davvero altro da fare, se non difendere me stesso e la mia gente dalla furia omicida di pochi ominicchi, in cerca di stabilità per le loro poltrone altrimenti malferme.
Ti dico cosa intendo io quando scrivo “la mia gente”. Non i musulmani, o meglio non solo i musulmani, ma i bosniaci. Ovvero tutti coloro che volevano restare insieme in pace come era sempre stato. Serbi, croati, musulmani, ebrei, atei, agnostici e chissenefrega. Uomini e donne cresciuti nella diversità e nel reciproco rispetto, che nulla avevano a che spartire con chi voleva la guerra, e che anzi amavano la ricchezza che la diversità porta in sé.
Questa era la mia gente allora e questa è la mia gente adesso.
La mia era una bella famiglia. Musulmana ma laica. Di che religione fosse il vicino (ammesso che ne avesse una), non è mai interessato né a mio padre (comunista agnostico), né a mia madre (credente non bigotta). Data l’assoluta ininfluenza del credo degli altri in qualsivoglia questione, io e i miei tre fratelli siamo cresciuti in un clima che non necessitava nemmeno di tolleranza. E così è stato fino al 1992 quando, improvvisamente, ci siamo ritrovati nel ruolo di “balija” e di “cani musulmani”, e ci siamo trovati a fare i conti con una realtà del tutto nuova e diversa.
E’ stato divertente crescere in quattro fratelli maschi. Eravamo una piccola squadra… non c’erano nemmeno tanti anni di differenza tra il primo e l’ultimo. Poi tutto si è spezzato.
Prima il maggiore, poi mio padre, poi il più piccolo. Ogni volta ero lontano, ogni volta l’ho saputo dopo settimane, ogni volta per una telefonata che doveva portare notizie.
Degli amici non parlo, il numero diventa assurdo. Questo lo sai bene anche tu Nikola.
Chi mi conosce di persona sa che raramente parlo dei miei morti. Certo non avrei mai pensato di parlarne qui. Ma il modo in cui tu Nikola hai “usato” i tuoi morti, mi ha spinto a farlo. Li hai resi materia per dividere e non per unire, muri e non ponti. Davanti a un’offerta di solidarietà hai risposto col rifiuto e con l’insulto.
Io non credo che sia questo che vogliono da noi. Se sono ancora vivo un motivo deve esserci, e se loro possono vivere attraverso la mia memoria, non riesco a pensare che mi chiedano di commettere gli stessi errori e orrori commessi dai loro assassini.
A te Casimiro dico solo una cosa: mi è piaciuto come sei entrato in questo blog e ti ho ringraziato per il tuo contributo. Ma quando Nikola ha cominciato a insultare e a porre limiti, non ti ho mai visto né tentare di evitare lo scontro, né cercare un punto d’incontro ma solo scavare solchi che rendessero impossibile ogni dialogo. Avrei capito di più un vaffanculo, meno l’accanimento che hai mostrato mettendo in passerella nomi e fatti come fossero armi. Nessuno ha più voglia di passarle in rassegna quelle armi. La verità si offre agli altri semplicemente perché è verità, non perché ferisce e strazia.
Questo blog ha uno spazio dedicato ai commenti. Questo blog si rivolge all’uomo.
Non al musulmano, non al bosniaco, non “alle tre etnie”, non agli ex jugoslavi.
Questo blog si rivolge all’uomo. E all’uomo chiede di commentare, di intervenire, di dire, dirsi, di piangere e sorridere, di condividere.
E se quest’uomo non è slavo, se non ha conosciuto la paura delle bombe ma sa la paura di ogni crudeltà, se non ha provato il vuoto doloroso dello stringere un fucile e sparare e uccidere, se non è stato costretto a guardare con i suoi occhi il confine tra vita e delirio... ma conosce la desolazione del non sapersi a volte riconoscere nello specchio. Se non ha dovuto vedere i suoi cari abbattuti come agnelli né li ha uditi gridare l’orrore dello stupro o la follia della tortura, se non ha respirato terra e polvere nello scavare una fossa comune...
Quest’uomo occidentale magari ha visto un padre, una madre, una moglie, un marito, un fratello, un figlio… spegnersi tra i dolori atroci di un cancro, o distruggere in un istante il corpo-balocco in un incidente stradale.
Ebbene, quest’uomo che negli anni dal 92 al 95 non c’era, forse sa lo stesso la paura, il vuoto, il dolore, la perdita, il lutto.
Quest’uomo ha tutto il diritto di sapere, di parlare, e di dire ciò che pensa e sente. E di esprimere vicinanza per il tuo o il mio dolore. E nessuno potrà mai imporgli di tacere. Non qui. Non in questo blog.
_
bosny e LibertAria
12 Febbraio 2008- Finalmente, tra le mille cose che ho fatto e faccio, ne ho fatta una di cui sono davvero fiera e contenta: ho scritto un libro. Non è il primo che scrivo. Non è nemmeno il primo che pubblico. Però è il mio primo romanzo e, soprattutto, è il libro che avrei voluto scrivere. Per verificare che non ci fossero errori o sviste l'ho riletto da capo a piedi e poi, nonostante sia ipercritica nei confronti di me stessa e di ogni cosa che faccio, mi sono sorpresa a pensare: è bello, è proprio bello. Quasi me ne vergogno ma è la verità e vorrei che tutti potessero leggerlo e dire la loro. La distribuzione partirà tra breve. Al momento è reperibile presso la casa editrice che lo ha messo in vendita in internet, e si può acquistare senza problemi tramite le carte varie previste o anche contrassegn
queste sono solo riflessioni, forse troppo a caldo per essere chiare ma volevo condividerle...
gp