Bosnia Erzegovina - Prijedor - 12.6.2008
Gente senza scrupoli vende informazioni su fosse comuni ai familiari delle vittime
Un anno fa, un ragazzo gli ha offerto delle informazioni su una fossa comune nella quale sosteneva fossero sepolti trenta cadaveri di persone uccise a Prijedor, tra cui il fratello di Ramulic. Ma la soffiata aveva un prezzo molto alto.
Altri informatori sembrano avere conoscenza solo di seconda o terza mano delle fosse comuni.
Le autorità della Repubblica Serba di Bosnia riportano le stesse problematiche in tema di fosse comuni.Il nuovo progetto libro+cd+dvd dell'ex CCCP Massimo Zamboni
Massimo Zamboni (Fondatore dei CCCP e dei successivi CSI Consorzio Suonatori Indipendenti) parte da Mostar (Bosnia Herzegovina) per un viaggio verso tutti gli Est del mondo.
"Inermi sono le popolazioni, le città sofferenti, la violenza delle armi, della paura, della guerra. La voglia di vivere le fa risorgere, sempre, Perché a volte l'inerme "è" l'imbattibile".
Con queste parole Massimo Zamboni sintetizza lo splendido ed importante "l'inerme è l'imbattibile", che esce per il manifesto cd. Il progetto è ambizioso e composto da tre supporti: CD+DVD+libro.Per quanto riguarda la musica, essa riparte idealmente sullo sfumare delle note del precedente album di Zamboni "Sorella Sconfitta" e vede collaborazioni da tutto il mondo, fra le quali: Nada, Nabil Salameh e Marina Parente.
Il DVD può essere inteso come un film su Mostar, teatro negli anni '90 di una vera e propria guerra ideologica e politica e di sanguinosi scontri. L'autore non riesce a considerarlo un reportage, né un racconto di viaggio, piuttosto lo sviluppo per immagini di un pensiero, realizzato assieme e grazie a ottimi collaboratori, fra i quali il regista di documentari Stefano Savona.
Un'opera importante e completa.
da MTV.it
15.02.2008 Da Sarajevo, scrive
Roma, 22 dic. - (Adnkronos/Adnkronos Cultura) - E' il 2001. La guerra che ha sconvolto Sarajevo e' finita da qualche anno. Joe Sacco decide di tornarvi. Per molti anni e' stato lontano dalla citta' pur di sfuggire alle atrocita' e ai massacri. Quando rientra a Sarajevo, pero', trova un'atmosfera sospesa, angosciata e carica di tensione. La popolazione e' allarmata. Sembra incapace di liberarsi dall'incubo della guerra. E' oramai incapace, soprattutto, di liberarsi dalla paura e dall'angoscia. E' questa l'atmosfera che Joe Sacco ha ritrovato a Sarajevo che racconta nel libro a fumetti ''Neven. Una storia da Sarajevo'', pubblicato dalla casa editrice Mondadori nella collana 'Strade blu'.
Joe non intende rassegnarsi davanti alla solitudine, alle tragedie e alle vilta' che hanno colpito i suoi concittadini. Il suo obiettivo principale e' quello di ritrovare Neven, un suo vecchio amico di cui da molto tempo ha perso le tracce. Neven e' figlio di una musulmana e di un serbo. Durante la guerra, pur di sopravvivere, ha svolto incarichi e lavori diversi. E' stato, di volta in volta, un eroe di guerra, un pappone, un narratore, una guida turistica e uno scroccone. L'autore del volume lo ha incontrato per la prima volta nel lontano 1995 quando era arrivato in Bosnia Erzegovina poco prima che la guerra finisse. Neven e' intenzionato a riconquistare tutti i soldi perduti.
E' disposto a tutto pur di ricominciare i suoi traffici loschi e illegali. Non esita a farsi accompagnare da Sacco in una rete di storie che hanno per protagonisti soldati regolari e irregolari, cecchini, bande di criminali legalizzate. Mano a mano, dunque, Joe sara' inghiottito da una serie di vicende in cui la corruzione e il malaffare rappresentano soltanto la fase iniziale dell'ascesa dei signori della guerra. Un'ascesa che ha segnato la salvezza della Bosnia ma anche la deriva autoritaria che ha attraversato tutta la Bosnia.
La cautela con la quale i ministri dell’Unione trattano Belgrado alla vigilia del lancio di una missione Europea in Kosovo è giustificata e fa parte di una cultura diplomatica saggia. Ma non a costo di perdere di vista la realtà. Una qualche forma di indipendenza al Kosovo non la si può negare – così va il ragionamento – ma la Serbia non può essere umiliata, deve essere compensata per la perdita. La proposta è: se cedete il Kosovo noi vi accetteremo nel club europeo.
In teoria tutto bene, ma con l’accelerarsi dell’iniziativa europea sulla questione dello status del Kosovo, è importante che non sfugga all’attenzione che cosa sta veramente accadendo in Serbia. Sulla Serbia reale, non immaginaria, si deve misurare la gestione della transizione in Kosovo da un protettorato internazionale in stato chiaramente fallimentare a stato funzionante sotto supervisione europea. I rischi per la sicurezza del Kosovo, della Bosnia e dell’intera regione saranno seri se non si otterrà questo risultato in tempi brevi, ridimensionando le aspirazioni nazionaliste della Serbia odierna.
Non è idealismo, ma realismo politico, rendersi conto che la Serbia di oggi e quella di Milosevic sono ugualmente lontane dall’Europa; che la legge internazionale per la Serbia è come il menu di un ristorante, dal quale sceglie quello che le va bene, ignorando il resto; e che per questo la politica degli incentivi non funziona affatto. Ecco la risposta che è arrivata da Kostunica alla proposta europea. La si può leggere sul sito web del governo: “Il nostro messaggio all’Unione Europea è che bisogna rispettare la Serbia come ogni altro stato sovrano e libero, e ciò significa che l’UE deve rispettare i confini internazionalmente riconosciuti del nostro paese […] Noi ci aspettiamo che la UE rispetti la posizione della Serbia che permetterà una missione dell’UE sul suo territorio del Kosovo e Metohija solo dopo una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza, a conferma di una soluzione di compromesso sullo status della provincia. L’arrivo della missione UE significherebbe l’inizio dell’implementazione del Piano Ahtisaari che noi abbiamo già rifiutato e l’inizio dell’implementazione dell’indipendenza unilaterale. Perciò la Serbia rifiuta molto energicamente e in anticipo la decisione, che è illegale, di inviare la missione UE in Kosovo”.
Dietro questa parole c’è la decisione di non firmare l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione, se l’indipendenza del Kosovo sarà riconosciuta. James Lyon, analista dell’International Crisis Group a Belgrado, interpreta questa posizione come particolarmente destabilizzante per l’UE, che ha usato generosamente l’Accordo come sostituto della politica estera che le manca. Leon Kojen, ex capo del team negoziatore sul Kosovo e uomo molto vicino a Kostunica, spiega molto chiaramente la posizione di Belgrado in una recente intervista al giornale Vecernje Novine: “La Serbia dovrebbe chiarire alla UE, attraverso una risoluzione del Parlamento, che non può firmare un Accordo di Stabilizzazione e Associazione fino a quando la UE non la smetterà di sostenere il Kosovo”. Kostunica ha i voti necessari in Parlamento per passare una tale risoluzione, contro il parere di Tadic.
Sempre secondo Lyon, Kostunica e il Partito Democratico serbo non hanno mai preso sul serio la proposta di accedere all’UE, ma hanno usato l’offerta di accesso solo per strappare più concessioni sul Kosovo. Molto più vantaggiosa di quella europea pare invece l’offerta della Russia, che intende costruire il tratto meridionale del suo oleodotto attraverso la Serbia e modernizzarne la società petrolifera statale. E non chiede nulla in cambio. Gazprom, tra l’altro, ha già annunciato di voler privatizzare NIS, il monopolio petrolifero della Serbia e la stessa societa attraverso la quale Milosevic fece affari con Saddam nel racket del programma Oil for Food dell’ONU, scambiando fondi neri e armi.
Non c’è da sorprendersi di questi sviluppi. Lunedì scorso, in occasione del giorno internazionale dei diritti umani, un gruppo di organizzazioni non governative (Humanitarian Law Center, Lawyers Committee for Human Rights, Youth Initiative for Human Rights, Women in Black, Helsinki Committee for Human Rights in Serbia, Centre for Cultural Decontamination, e l’Independent Journalists Association of Vojvodina) ha pubblicato la seguente dichiarazione: “In Serbia, la situazione dei diritti umani e della legge è peggiore nel 2007 che nel 2006. Un parte del governo è pericolosamente vicina a partiti politici e gruppi estremisti nella sua esplicita ostilità nei confronti di giornalisti, di attivisti nel campo dei diritti umani, e di quegli individui che chiedono al governo l’assunzione di responsabilità per le violazioni dei diritti umani nel passato, che si oppongono alla minaccia di guerra nel Kosovo e in Bosnia e chiedono alla Serbia di accettare i valori europei e abbandonare l’eredità di Milosevic. E’ ovvio che gli estremisti non sono solo nel Partito Radicale serbo. Sono nel governo, nella polizia, nell’esercito, nei media, nel sistema giudiziario, nell’amministrazione statale, e nella società stessa”.
Di retorica sul rispetto della legge internazionale abbondano le dichiarazioni e i documenti del governo Kostunica che affermano l’integrità della Serbia come stato che include il Kosovo. Sul rispetto per il tribunale dell’Aja c’è invece il black out sul piano delle dichiarazioni, in concreto un atteggiamento di sfida arrogante: “Tutti sanno che Ratko Mladic non è stato arrestato perché quelli che dovrebbero ordinare il suo arresto lo proteggono - dicono le organizzazioni dei diritti umani -. Radovan Karadzic è sotto la protezione della Chiesa ortodossa e le élite politiche serbe considerano questo fatto una questione di enorme interesse nazionale. Il fatto che siano stati entrambi accusati di crimini orribili non dà fastidio a nessun politico serbo”. La questione che vorremmo porre noi è: “Ma ai politici europei, dà fastidio?”. Sembra di no. Altrimenti come fanno a corteggiare un paese dove il responsabile del massacro di Srebrenica e l’architetto della pulizia etnica in Bosnia sono considerati eroi nazionali?
L’estate scorsa Carla del Ponte chiese alla comunità internazionale di rallentare il passo sul Kosovo perché la Serbia aveva promesso che le avrebbe consegnato almeno Mladic. Così fu fatto, ma Mladic è ancora libero e la del Ponte va in pensione avendo completamente fallito la sua missione di procuratore internazionale. Il calcolo del governo serbo è che tra due anni il tribunale chiuderà i battenti senza arrestare o punire i peggiori criminali della guerra in Yugoslavia. La Russia, altro grande campione della legge internazionale, ma solo quando concerne la sovranità degli stati autoritari, ha già chiarito che non sosterrà un prolungamento del suo mandato oltre il 2010.
Il Consiglio di Sicurezza e le sue risoluzioni sono diventati la Bibbia della Serbia. Ma sia sotto Milosevic che dopo, questo paese non ha mai rispettato la Risoluzione 1244 che governa il Kosovo dal dopoguerra. Ha sempre fatto ostruzionismo alla missione ONU e alle istituzioni di autonomia locale da essa create, quelle stesse che ora professa di voler offrire al Kosovo. Ha mantenuto istituzioni parallele ostacolando in ogni modo l’integrazione della minoranza serba. Ha promosso il boicottaggio delle elezioni con promesse e minacce. E si comporta allo stesso modo, mutatis mutandis, nella Bosnia del dopo-Dayton, dimostrando due cose: di non rispettare i trattati internazionali sottoscritti e di non essere capace di prendere parte ad una confederazione con chicchessia.
In questi ultimi giorni si è già avuto un anticipo di cosa accadrà in Kosovo non solo quando la leadership albanese dichiarerà l’indipendenza, ma anche prima, quando arriverà la missione UE. Belgrado ha aperto un ufficio di rappresentanza nella parte nord del Kosovo, dove l’ONU e le altre organizzazioni internazionali non sono mai riuscite a stabilire una vera presenza, per provocare tensioni e bloccare qualsiasi progresso. E residenti Serbi hanno dimostrato i propri sentimenti nei confronti delle forze di sicurezza internazionali questa settimana, aggredendo il comandante della missione NATO). Nel 1992 la Bosnia dichiarò l’indipendenza e si trovò davanti lo stesso ostruzionismo e le stesse provocazioni della Serbia. Se l’obiettivo dei ministri europei è la stabilità della regione – e dell’Europa – è ora di mettere fine a questo ciclo di violenze.
Anna Di Lellio per L'Occidentale (www.loccidentale.it)
Dopo dodici anni gli italiani lasciano Mostar. Il consiglio Europeo ha deciso la chiusura della componente multinazionale in seguito al miglioramento della situazione relativa alla sicurezza in Bosnia Erzegovina.
«Il consiglio europeo ha preso la decisione di approvare la proposta del comandante dell’operazione Althea finalizzata a ristrutturare l'EUFOR nel corso del 2007 favorendo un ridimensionamento della componente militare. La task force multinazionale sud est, meglio nota come task force ‘Salamandra’, ha completato con successo la sua missione ed ha trasferito in modo efficace i suoi ultimi compiti operativi ad una nuova struttura di EUFOR. Per quanto detto, dichiaro terminate tutte le attività operative della task force che oggi finisce la sua missione». Con queste parole il comandante di EUFOR, il Real Admiral della marina tedesca Hans Jochen Witthauer, ha sancito questa mattina alle 11,30 Mostar la chiusura definitiva della task force multinazionale sud est.
L’importanza dell’evento è emersa dalle parole del comandante della task force Silvio Biagini. «Desidero congratularmi con i soldati di tutte le nazioni che hanno partecipato a questa task force fin dall’inizio. - ha detto Biagini -Il loro contributo è stato importante per il garantire il rispetto degli accordi di Dayton e contribuire quindi alla costruzione di un ‘ambiente’ sociale e politico pacifico e rispettoso delle differenze culturali tra le diverse etnie. Inoltre, desidero ringraziare non solo la popolazione di Mostar ma anche tutta la gente residente nella nostra zona di responsabilità per il supporto, la buona cooperazione ed il benvenuto che mi hanno riservato fin dal mio primo giorno di comando».
Molti soldati italiani rientreranno in patria insieme ai colleghi spagnoli e tedeschi mentre parte del personale sarà trasferito presso Sarajevo unitamente alla componente macedone. L’impegno militare in Bosnia Erzegovina verrà rimodulato, mediante la presenza accentrata a Sarajevo di un’unità velocemente impiegabile su tutto il territorio e attraverso la presenza diversi team operativi in tutta la nazione (LOT) che saranno quotidianamente in contatto con la popolazione.
da DedaloNews
L´amministrazione della Repubblica Srpska di Bosnia, il 20 marzo scorso ha promesso che la città di Srebrenica avrà lo status di area speciale di sviluppo. La notizia è stata diffusa dalla radio bosniaca Radio 1, ed è ripresa da Radio Free Europe/Radio Liberty.
Sulla base di un pronunciamento della Corte dell´ONU secondo il quale l´eccidio di Srebrenica nel 1995 fu un ``atto di genocidio´´, alcuni leader musulmani hanno chiesto uno speciale status, in base al quale Srebrenica non cade più sotto l´autorità dell´amministrazione della Repubblica Srpska di Bosnia.
Nei prossimi giorni, il governo della Repubblica Srpska garantirà lo status di sviluppo speciale alla città, come garantito dal primo ministro Milorad Dodik. In un incontro con i rappresentanti della città, il governo ha promesso fondi per 10,2 milioni di dollari, che saranno investiti nelle infrastrutture stradali e nel settore dell´energia.
Fonte: Copyright (c) 2007. RFE/RL, Inc. Translated and reprinted with the permission of Radio Free Europe/Radio Liberty, 1201 Connecticut Ave., N.W. Washington DC 20036. www.rferl.org - by Elena Arena
di Santo Della Volpe
Cosa c’è di più doloroso del taglio di quegli alberi,simbolo delle 8000 vittime della strage di Srebrenica? E cosa c’è di più rabbioso del gesto di una madre che taglia l’albero che porta il nome del proprio marito o figlio, trucidato in un giorno di indifferenza ed impotenza del mondo intero in quel luglio del 1995? Eppure sta accadendo anche questo nel bosco di alberi, ormai grandi, piantati l’indomani della fine della guerra, dopo gli accordi di Dayton, per ricordare quel massacro senza precedenti nella storia europea dal 1945 ad oggi. Taglio di rabbia (come ci ha mirabilmente raccontato il collega Gianpaolo Visetti di “Repubblica”) dopo la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja di lunedì 26 febbraio. Perché quella decisione dei giudici è stato un compromesso ed un’acrobazia diplomatica, ma per la gente di Bosnia uno schiaffo alla speranza di avere giustizia: a Srebrenica fu “genocidio”, perpetrato dalle milizie serbo-bosniache del generale Mladic su ordine dell’allora presidente dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic; ma, ha detto il tribunale dell’Aja, lo stato Serbo non fu complice del massacro, si rese colpevole solo di non averlo evitato.
Morto Milosevic prima che si concludesse il processo a suo carico, latitanti ma liberi, probabilmente in Bosnia, sia Mladic che Karadzic, a quelle donne di Bosnia cui hanno distrutto la vita e la dignità (stuprate per odio etnico, mentre si fucilavano i loro mariti e figli), restava probabilmente solo la speranza di vedere condannati gli autori di quel massacro feroce, di ottenere un risarcimento morale e monetario da chi armò e addestrò alla guerra ed alla pulizia etnica le milizie serbe. Tutti sanno che un esercito, anche se solo di milizie fanatiche quanto determinate, si muove con mezzi, munizioni, viveri e carburante, senza i quali è solo un ammasso di uomini allo sbando. E soprattutto agisce solo dopo ordini militari politicamente verificati dalle compatibilità internazionali. E chi mandò armi e vettovagliamento a Mladic se non il governo di Milosevic? Chi diede l’appoggio politico e chi diede l’ordine di avanzare nell’allora Bosnia-Herzegovina dopo il referendum del 1992 che sancì il distacco di Sarajevo dalla Jugoslavia?
Lo sanno tutti, ma all’ Aja sono mancate le prove per condannare Belgrado. O forse è mancata la forza politica internazionale, oggi, di fare quello che 10 o anche solo 7 anni fa sarebbe stato non solo pensabile, ma automatico, mettere cioè la Serbia sul banco degli imputati insieme a quei generali e miliziani che ancora oggi protegge. Ma lo scenario internazionale è cambiato: colpire la Serbia, oggi in una fase di sua transizione verso la democrazia ma in una situazione economica disastrosa, avrebbe favorito quel suo antico vittimismo nazionalista che avrebbe portato l’intera Serbia indietro di anni, interrompendo il suo percorso di lento avvicinamento verso l’Europa. E poi, hanno pensato in molti anche a Belgrado, salvata la Serbia è più facile che finalmente vengano consegnati al tribunale per i crimini di guerra sia Mladic che Karadzic, i macellai di quel massacro.
Infine oggi la posta in gioco è il Kosovo: la Serbia ribadisce il suo no ad ogni sua indipendenza (su cui si sta trattando a Vienna proprio in queste settimane), ma se è stata salvata dalla condanna per il genocidio di Srebrenica, forse sarà più disponibile a perdere il Kosovo, per il cui distacco da Belgrado premono non solo gli albanesi europei e kosovari, ma anche la potente lobby albanese americana che negli Stati Uniti è uno dei gruppi di pressione più forti nella campagna elettorale dei democratici.
E poi oggi all’Occidente, soprattutto all’Europa ma sempre per conto degli Usa, serve allontanare la Serbia dalla Russia e portarla vicino all’Unione Europea. Serve per stabilizzare i Balcani.
Tutto vero: ma cosa succede se, una volta indipendente il Kosovo, anche i serbi della Bosnia dovessero chiedere di staccarsi dalla attuale ripartizione territoriale della regione e chiedere l’annessione a Belgrado rendendosi anche loro indipendenti, ma dai trattati di Dayton? Significherebbe semplicemente che quegli accordi diventerebbero carta straccia anche per i bosniaci musulmani. Insomma la tensione di oggi sfocerebbe di nuovo in guerra civile e vendette. Anche perché a 12 anni da quei massacri, sono ancora tanti i corpi non trovati, le fosse comuni ancora nascoste, i “desaparesidos” musulmani senza una famiglia che possa piangere sulle loro tombe. Troppo fuoco che cova sotto le ceneri e troppe armi ancora in circolazione, troppa miseria per chi è restato in quella terra antica e troppo lontana quella ricca Europa che parla di stabilizzazione solo perché mantiene qui apparati militari e civili di sorveglianza che garantiscono la pace “momentanea”.
Quella stessa Europa che per ragioni, pure importanti, di politica internazionale, vede che la rabbia senza giustizia avvicina sempre di più i musulmani bosniaci verso l’islamismo più estremo, quello che gli garantisce almeno l’aiuto dei “fratelli musulmani”. L’Europa cova in seno la serpe di quell’estremismo ("potenzialmente terrorista”) che vuole combattere nel mondo. Niente di peggio, per favorire questa pericolosa deriva, che sentire circolare oggi a Sarajevo la domanda: sarebbe stata uguale la sentenza dell’Aja se a Srebrenica invece che 8000 musulmani fossero stati uccisi 8000 cattolici o cristiani ortodossi?
Tutto questo dilania oggi i Balcani. Mentre quelle madri violentate due volte, 12 anni fa dalle milizia serbe, oggi da quella sentenza del tribunale dell’Aja, sfogano la loro rabbia tagliando ad accettate quelli che erano alberi della speranza.
da Articolo 21
Proteste per la sentenza dall'Aja, sit-in dei bosniaci a Sarajevo Le madri delle vittime tagliano gli alberi dedicati agli uccisi nel '95 Rabbia dopo l'assoluzione dei serbi: "Traditi dall'Europa"
dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTI
Nella foto: la protesta delle donne musulmane bosniache davanti al parlamento di Sarajevo
SARAJEVO - Alle madri di Srebrenica, dodici anni dopo, non è rimasta che l'accetta. Nadija Alic, rifugiata a Tuzla, questa mattina ha raggiunto la foresta dei figli bruciati dalla guerra. Abeti, betulle, larici, un albero per ogni vittima del "genocidio senza colpevoli". Le donne speravano di seguire almeno la crescita delle piante, battezzate con i nomi degli scomparsi.
Dopo lo schiaffo dell'Aja, hanno deciso di abbattere anche i simboli di chi è stato loro rubato. "Mentre fucilavano mio marito e i nostri tre ragazzi - dice - sono stata stuprata da un ufficiale dell'esercito di Belgrado. La comunità internazionale ha deciso che è colpa mia". I suoi quattro alberi sono caduti poco dopo mezzogiorno. I primi: la cataste di tronchi, accanto ad altre vecchie silenziose e infagottate, ora sono già alte.
La sentenza della Corte internazionale di giustizia, che ha assolto la Serbia dall'accusa di genocidio per il massacro del 1995, spacca la Bosnia-Herzegovina e riappicca l'incendio nei Balcani.
Per protestare contro il verdetto-scandalo, studenti e professori chiudono oggi l'università di Sarajevo. "Siamo tramortiti - dice il rettore Faruk Caklovica - dubitiamo della salute mentale dei giudici". Martedì, nella capitale, hanno sfilato oltre 5 mila persone. La più grande manifestazione dalla fine del conflitto. Sui cartelli c'era scritto: "Sono stati i marziani" e "Occidente, l'ennesimo tradimento". Musulmani e croati contro serbo-bosniaci. Il vaso dell'odio nazionalista e delle vendette etniche è di nuovo senza coperchio.
L'11 marzo, a Tuzla, si annuncia la protesta-choc che spaventa i contingenti militari internazionali. Da dieci anni, ogni mese, le sopravvissute di Srebrenica espongono nell'indifferenza generale i drappi con i nomi delle 8 mila vittime. Mentre a Vienna si deciderà l'indipendenza del Kosovo, le madri bosniache bruceranno le loro stoffe-reliquia per denunciare davanti al mondo la "cinica ipocrisia della Serbia e dell'Onu". Mai, dopo l'accordo di Dayton, pace e rinascita nei Balcani sono parse così lontane. Nei tribunali ormai si fermano anche i processi contro i crimini di guerra.
Naza oggi è arrivata a Sarajevo in autostop per testimoniare le sevizie subite. Non aveva i soldi per tornare a Visegrad. La preghiera di una colletta, in tribunale, non le ha risparmiato di riavviarsi a piedi verso casa. Sono queste umiliazioni, il senso di abbandono e di disperato isolamento, di ingiustizia, a riportare indietro la storia. "La prospettiva di una riesplosione della violenza - dice Zlatko Dizdarevic, direttore del quotidiano Oslobodjenje durante i tre anni di assedio della capitale - diventa ogni giorno più concreta". La verità negata apre ferite antiche e scava pericolosi solchi nuovi.
"In Europa i musulmani - dice Resid Hafizovic, docente di scienze islamiche a Sarajevo - non possono aspettarsi che la loro vita sia protetta come quella degli altri". Un modo prudente per introdurre la domanda collettiva che sta sconvolgendo la Bosnia: se a Srebrenica fossero stati massacrati 8 mila cristiani, la sentenza dell'Aja contro i musulmani sarebbe stata la stessa? "Questo verdetto - risponde il cardinale Puljic Vinco - rispecchia semplicemente interessi politici. E offende tante vittime innocenti". Per questo la Bosnia ha deciso di dare all'Occidente una risposta politica.
"Se il problema è la mancanza di prove contro la Serbia - dice il presidente del comitato per la ricerca dei dispersi, Amor Masovc - ne porteremo di nuove e chiederemo la riapertura del processo". Il parlamento bosniaco, a maggioranza bosgnacco-croata, si appresta così a votare la riforma della costituzione. Si chiede di cancellare la Republika Srpska, "ormai ufficialmente fondata sul genocidio", e di punire chi lo nega. Una bomba, nell'ex Jugoslavia. Oggi a Banja Luka il presidente serbo - bosniaco Milorad Dodik riceve Carlo d'Inghilterra e la moglie Camilla, in visita al contingente britannico.
"Siamo pronti a scusarci per crimini di guerra contro i non serbi - concede rifiutando di riconoscere il genocidio sancito dall'Aja e attaccando la Ue - ma tutti i gruppi etnici devono chiedere scusa per i massacri commessi tra il 1992 e il 1995". Il messaggio ultranazionalista è chiaro: guai a chi tocca la Republika Srpska, pronta a indire un incostituzionale referendum per l'indipendenza e a chiedere l'annessione alla Serbia. Un incubo, nonostante le "pulizie" belliche.
La minaccia di secessione dei serbo-bosniaci, sostenuti da Belgrado e Mosca, risponde all'offensiva dei musulmani di Bosnia: l'obiettivo però è congelare l'indipendenza del Kosovo, destabilizzando i Balcani. "Altro che Unione europea - dice Haris Silajdzic, rappresentante islamico della mostruosa presidenza tricefala della federazione bosniaca - basta una scintilla perché il rogo torni a divampare.
Cosa accadrà a Sarajevo e a Banja Luka, se a Pristina gli albanesi cacceranno i serbi"?
A dodici anni dalla fine dei combattimenti, un Paese spaccato secondo l'assurda linea dei fronti bellici affonda nel rancore, nella miseria, nell'isolamento e nell'assenza di prospettive. La metà del bilancio statale serve per pagare la burocrazia, 187 ministri si contendono le tangenti degli stranieri, la disoccupazione sfiora il 50%, solo quattro edifici su dieci sono stati ricostruiti. Le strade restano interrotte dalle voragini delle cannonate, nei villaggi si sopravvive con due euro al giorno. Nelle scuole, separate secondo l'appartenenza etnica, ai bambini si insegnano storie opposte: il seme per l'odio di domani.
Un bilancio desolante, per la comunità internazionale.
Al punto che ieri Bruxelles ha deciso di prorogare la permanenza dell'alto rappresentante Ue, che doveva smobilitare a giugno. Dimezzate invece le forze di pace, ormai troppo costose. "Ma nelle case e sotto terra - avverte a Sarajevo un diplomatico europeo - restano arsenali impressionanti. Una guerra civile è tecnicamente affrontabile, mentre un colossale contrabbando di armi è già realtà".
L'alternativa all'Europa, secondo la stampa bosniaca, resta "un buco nero". "Se i Balcani dovessero fare i conti solo con se stessi - dice l'analista Tahir Belkic - un'altra Srebrenica sarebbe possibile". Basta guardare le vecchie paralizzate davanti alle tombe dei cimitero di Potocari. Per non abbandonare morti e dispersi, vivono di carità, accerchiate dai loro carnefici della Srpska. L'esistenza si risolve nell'attesa del ritrovamento di nuove fossi comuni. Finora sono 6 mila i cadaveri riesumati, 4 mila quelli identificati grazie al Dna, 2 mila i dispersi.
Ventimila, nell'intera Bosnia decapitata di 100 mila vite. "Ogni mese - dice Bakira Hasecic, leader delle donne vittime della guerra - si riapre una fossa. Stiamo per giorni nel fango, a cercare i resti dei nostri cari. Poi si scopre che le ruspe hanno devastato gli ossari: una tibia riemerge in un campo a sud, il cranio magari è duecento chilometri a ovest. Oppure si trova il corpo di uno a cui è già stato fatto il funerale". C'è chi impazzisce, aspettando invano una tomba su cui pregare.
"Per questo - dice Hatidza Mehmedovic, portavoce della madri di Srebrenica - non possiamo accettare la volgarità del giudizio dell'Aja. Mladic e Karadzic erano stipendiati e agli ordini di Milosevic, celebrato poi come statista a Dayton. Ma siccome l'Occidente ha ancora bisogno della Serbia, contro la Russia di Putin, Belgrado può evitare di pagare il conto".
Una metastasi fatale, ignorata da un'Europa distratta. Come se la prospettiva della Ue, in assenza di verità e giustizia, potesse da sola risanare i Balcani. "La verità - dice Liljana Smajlovic, politologa serbo-bosniaca - è che cresce un rancore nuovo, anti - occidentale. Si sogna Bruxelles per abolire i visti e divorare i finanziamenti: ma dodici anni di beffe ci hanno riportato sull'orlo del precipizio e nessuno crede più nella democrazia europea".
E' sera quando un pullman croato scarica cinquanta rifugiati bosgnacchi tra le macerie di Srebrenica. Erano fuggiti da bambini, sotto le raffiche delle esecuzioni. Vengono a portare un fiore sui tumuli di padri e fratelli maggiori, a vendere la casa. "Adesso ogni giorno - dicono - avvicina quello della vendetta". Ripartono subito. Vivono negli Stati Uniti: qui non torneranno più".
Il Tribunale per i crimini di guerra in Bosnia ha fatto progressi considerevoli nel portare i perpetratori delle violenze davanti alla giustizia, ma occorre fare di piu' per aumentare la fiducia del pubblico spiegando il suo lavoro al popolo bosniaco. Lo afferma un rapporto di Human Right Watch pubblicato oggi.
La guerra in Bosnia, durata dal 1992 al 1995, e' stata caratterizzata da eccidi, violenze, distruzione e dallo spostamento forzato della popolazione. Il tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, che dovrebbe chiudere i suoi lavori nel 2010 anche se il procuratore Carla Dal Ponte ne ha chiesto la prosecuzione, alla fine del suo mandato avra' processato solo un numero limitato di colpevoli di alto livello.
A questo problema potrebbe provvedere il tribunale nazionale che pero' dovrebbe tenere procedimenti efficaci per processare i restanti criminali, dato che le vittime attendono giustizia e c'e' il rischio di una sensazione di impunita'. Il tribunale per la Bosnia, anche se di recente istituzione (2005), ha gia' nel novero dei suoi processi quelli a diversi criminali, compresi 11 imputati accusati di genocidio per il loro ruolo nel massacro di Srebrenica.
Tuttavia vi sono alcuni rischi. Il rapporto esprime preoccupazione epr le udienze a porte chiuse e per il processo di selezione dei casi. La mancanza di informazioni sul lavoro del tribunale, poi, rischia di insidiare la fiducia del pubblico nell'istituzione. Occorre infne introdurre il sostegno ai testimoni nella fase precedente all'atto d'accusa, nonche' un rafforzamento dell'ufficio della difesa.
di osservatoriosullalegalita.org