Sarajevo - Bosnia

Blog italo-bosniaco di informazione sulla Bosnia. Contro ogni forma di discriminazione: etnica, politica, religiosa, culturale. L'intolleranza non è tollerata. La menzogna neppure.
venerdì, 13 giugno 2008

Fosse comuni scoperte per denaro

Bosnia Erzegovina - Prijedor - 12.6.2008

Gente senza scrupoli vende informazioni su fosse comuni ai familiari delle vittime

Per più di un decennio, il bosniaco Edo Ramulic ha cercato tracce del corpo di suo fratello e di altri familiari uccisi dalle forze militari serbe nel 1992 nella città di Prijedor, a nord ovest della Bosnia.

Un anno fa, un ragazzo gli ha offerto delle informazioni su una fossa comune nella quale sosteneva fossero sepolti trenta cadaveri di persone uccise a Prijedor, tra cui il fratello di Ramulic. Ma la soffiata aveva un prezzo molto alto.
''Voleva 10mila euro per quell’informazione'', ha detto Ramulic, ''gli ho detto che avrei provato a trovare i soldi, ma non mi ha più ricontattato''.
Ramulic non era affatto sorpreso nel ricevere una richiesta di ricompensa per avere informazioni sulla posizione di una fossa comune: ''È una pratica diffusa, in Bosnia''.
Aggiunge che è appena stata trovata una fossa comune con quaranta bosniaci uccisi vicino alla città di Bosanski Novi, nella regione di Prijedor, dopo che un uomo aveva richiesto un favore alle autorità per rivelare dove fosse il posto.
''L’uomo che ha fornito alle autorità bosniache le informazioni su questa fossa comune ha voluto in cambio la riparazione del tetto di casa, e la sua richiesta è stata soddisfatta'', dice Ramulic.

Le autorità bosniache sostengono che ci sono persone che vendono e comprano informazioni sui luoghi di sepoltura già dall'inizio della guerra del 1992-1995, e si può fare ben poco per fermarli.
''Poco dopo lo scoppio della guerra nel 1992, c'erano già individui che cercavano di fare soldi fornendo informazioni sui luoghi di prigionia di militari e civili'', dice Amor Masovic, ex presidente della Commissione Federale sulle persone scomparse, ''questa pratica è continuata dopo la guerra, solo che adesso gli informatori vendono soffiate sui luoghi di sepoltura di singole persone o sulle fosse comuni''. Dice che molte persone di tutti i gruppi etnici hanno contattato la Commissione cercando di vendere informazioni sulle fosse comuni, ''persino gente della stessa nazionalità di chi era sepolto nella fossa comune ha chiesto soldi per rivelare le informazioni''. Masovic sospetta addirittura che alcune di queste persone siano state coinvolte direttamente nella sepoltura dei corpi.
''Lo si può capire dalla conoscenza dei dettagli che hanno del posto''.

Altri informatori sembrano avere conoscenza solo di seconda o terza mano delle fosse comuni.
Secondo Masovic, gli informatori chiedono somme diverse per una soffiata, da pochi euro fino a un milione di euro.
''Alcuni hanno fatto richieste che non comprendevano i soldi: per esempio aiuto nell'ottenimento di un passaporto, di un visto o l'asilo politico all'estero. In un solo caso, l'informatore ha chiesto un milione di euro di ricompensa'', dice Masovic. ''Anche se non abbiamo né gli strumenti né i fondi per rispondere a queste richieste, in più di un'occasione, alcuni membri del mio staff hanno organizzato delle collette interne per ottenere queste informazioni sulle fosse comuni''.
Ramulic crede che nascondere informazioni sui crimini di guerra – incluso le informazioni sulle fosse comuni – sia esso stesso un crimine. Secondo lui chi rivela queste informazioni facendosi pagare dovrebbe essere punito, non ricompensato.

Comunque, molte famiglie di persone scomparse credono che questo sia l’unico modo per ritrovare i loro congiunti.
''Le famiglie delle vittime hanno bisogno di mettere la parola fine alle loro ricerche. È per questo che sono pronti a percorrere grandi distanze per trovare finalmente i corpi dei loro congiunti'', dice Seida Karabasic dell’Associazione Vittime di Prijedor.
''Sappiamo che, sfortunatamente, alcuni di loro hanno già pagato centinaia di euro per ogni corpo ritrovato, ma la nostra associazione non è mai stata coinvolta in questo genere di cose''.
Karabasic fa notare che le informazioni offerte, in diversi casi, hanno dimostrato di essere molto accurate e che i “venditori” sembravano essere della zona in cui i crimini sono stati commessi, infatti “conoscono bene la zona e possono identificare le vittime con nome e cognome”.

Le autorità della Repubblica Serba di Bosnia riportano le stesse problematiche in tema di fosse comuni.
Milan Bogdanic, ex presidente della Commissione della Repubblica Serba sulle Persone Scomparse, ritiene molto probabile che il commercio di informazioni sulle fosse comuni prosegua, finché numerose persone continueranno a rifiutarsi di diffondere volontariamente questa conoscenza. ''Sono poche le persone informate che ci forniranno informazioni per pura compassione o per liberare le loro coscienze. Mentre molte di quelle che potrebbero aiutarci a individuare i luoghi delle fosse hanno paura di essere implicati nei crimini commessi: è per questo che esitano a farsi avanti'', dice Bogdanic, ''questa è la ragione per cui vorremmo regolare la materia per legge e vorremmo anche che le istituzioni governative fossero maggiormente coinvolte nel processo, ma non tutte le famiglie delle vittime sono d'accordo su questo''.

Zana Kovacevic*
* Zana Kovacevic è una reporter di Radio Free Europe e collabora con l’Istitute for War and Peace Reporting
TRADUZIONE A CURA DI PAOLA CASSANI  per  Peace Reporter
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venerdì, 28 marzo 2008

L'INERME È L'IMBATTIBILE

Il nuovo progetto libro+cd+dvd dell'ex CCCP Massimo Zamboni

Massimo Zamboni (Fondatore dei CCCP e dei successivi CSI Consorzio Suonatori Indipendenti) parte da Mostar (Bosnia Herzegovina) per un viaggio verso tutti gli Est del mondo.

"Inermi sono le popolazioni, le città sofferenti, la violenza delle armi, della paura, della guerra. La voglia di vivere le fa risorgere, sempre, Perché a volte l'inerme "è" l'imbattibile".

Con queste parole Massimo Zamboni sintetizza lo splendido ed importante "l'inerme è l'imbattibile", che esce per il manifesto cd. Il progetto è ambizioso e composto da tre supporti: CD+DVD+libro.Per quanto riguarda la musica, essa riparte idealmente sullo sfumare delle note del precedente album di Zamboni "Sorella Sconfitta" e vede collaborazioni da tutto il mondo, fra le quali: Nada, Nabil Salameh e Marina Parente.
Il DVD può essere inteso come un film su Mostar, teatro negli anni '90 di una vera e propria guerra ideologica e politica e di sanguinosi scontri. L'autore non riesce a considerarlo un reportage, né un racconto di viaggio, piuttosto lo sviluppo per immagini di un pensiero, realizzato assieme e grazie a ottimi collaboratori, fra i quali il regista di documentari Stefano Savona.

Un'opera importante e completa.

da MTV.it

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venerdì, 15 febbraio 2008

Mezzogiorno meno cinque

Una sequenza di omicidi e attentati a Sarajevo provoca la reazione dei cittadini contro il degrado sociale, e la più grande manifestazione nella Bosnia del dopoguerra. Il muro contro muro tra dimostranti e istituzioni degenera però in violenze di piazza
A Sarajevo le manifestazioni iniziano in orario. La convocazione di mercoledì però, a mezzogiorno meno cinque, alludeva ad un tempo (quasi) scaduto. Il tempo rimasto per rispondere a un’ondata di proteste che sta crescendo, in una dimensione inedita nella storia del lungo dopoguerra bosniaco.

E’ tutto iniziato con una serie di crimini che hanno sconvolto la comunità sarajevese, imponendo al dibattito pubblico la questione del degrado sociale che attraversa il Paese. Il 20 gennaio tre minorenni hanno aggredito in modo efferato un’anziana, Ljubica Spasojevic, a Novo Sarajevo. Dopo un alterco i tre hanno preso una tanica di benzina e l’hanno gettata sulla donna, dandole fuoco. La signora Spasojevic è morta in ospedale, dopo sette giorni.

Poi, il 5 febbraio, Denis. Denis Mrnjavac, 17 anni, era sul tram per tornare a casa da scuola quando è stato aggredito da tre persone, tra cui un minorenne. Quest’ultimo ha colpito Denis con un coltello all’addome, uccidendolo. Le modalità della tragedia, avvenuta senza motivo in pieno giorno e in pieno centro, sulla linea del tram tra la Bas Carsija e Marin Dvor, hanno scioccato la città.

La reazione dei sarajevesi è cresciuta sottotraccia, trovando forma nei molti forum organizzati in rete. Il portale Sarajevo-x (www.sarajevo-x.com), in particolare, ha catalizzato gli umori della città.

La gente si è data appuntamento per sabato pomeriggio, il 9, di fronte alla cattedrale cattolica. Dopo un momento di commemorazione, alla presenza della madre di Denis, è partito un corteo, che è diventato la più grande manifestazione dalla fine della guerra in Bosnia Erzegovina. Circa 10.000 persone hanno attraversato il centro in modo pacifico, ma allo stesso tempo individuando nelle istituzioni la responsabilità di quanto sta accadendo.

Accanto a “Siamo tutti Denis”, “Perdonaci Denis”, “Perdonaci per la gente che nel tram non è intervenuta”, sono infatti cominciati slogan come “Perdonaci per il governo che abbiamo”, “Perdonaci per 12 anni di passività” ecc.

Gradualmente le parole d’ordine si sono concentrate sulla richiesta di dimissioni della sindaca di Sarajevo, Semiha Borovac, e del premier del Cantone, Samir Silajdzic, individuati come i principali responsabili dell’insicurezza e del malgoverno. Qualche uovo è volato sui palazzi della politica, ma la manifestazione si è poi sciolta senza nessun incidente.

La sera però, sempre a Sarajevo, è successo un altro episodio inquietante. Una macchina che proveniva da Lukavica si è avvicinata alla gente ferma a una fermata dell’autobus a Dobrinija, vicino all’aeroporto. Dalla macchina è stata lanciata una bomba a mano, che ha ferito tre persone. La vettura ha poi invertito la propria marcia ritornando verso Lukavica, oltre la linea che separa le due entità e che per la polizia funziona ancora come una sorta di confine interno.

Nella notte, infine, al “SA klub”, di nuovo nel centro di Sarajevo, c’è stata una sparatoria. Un giovane di 20 anni, Armin Alikadic, è stato ferito da un colpo di pistola ed è ora ricoverato in gravi condizioni.

La cronaca aveva registrato altri fatti gravi nelle scorse settimane, come l’esplosione dell’auto bomba che il 30 gennaio a Pale aveva ucciso tre persone. Il pericolo finora era però avvertito come lontano, e la violenza circoscritta alla lotta tra le gang di criminali. I 4 fatti avvenuti in rapida successione a Sarajevo invece, e soprattutto l’assassinio di Denis, hanno reso evidente che la cultura della violenza e il degrado si stanno estendendo dai gruppi criminali all’intera società. Tutti si sentono potenziali vittime.

Luoghi virtuali come Sarajevo-x e i portali delle organizzazioni più attive della società civile bosniaca, come Dosta (http://www.dosta.ba/), hanno ricominciato a riempirsi di malcontento e proposte. Una nuova manifestazione è stata convocata per mercoledì 13, a mezzogiorno meno cinque, di fronte al palazzo del governo cantonale di Sarajevo.

Nonostante l’orario inconsueto e la giornata lavorativa, circa 3.000 persone si sono presentate all’appuntamento riempiendo il parco tra il palazzo del Cantone e la Presidenza del Paese. Molti gli studenti (la maggioranza), ma anche pensionati e gente comune, e slogan più diretti rispetto alla manifestazione di sabato (“Ladri”, “Dimissioni”, “Andatevene”).

Dopo una mezz’ora di grida è cominciato un fitto lancio di uova contro il palazzo impassibile, poi pomodori, ortaggi, bottiglie di plastica (piene), torce da stadio, e infine pietre e sassi. Ogni vetro infranto veniva accompagnato dalla “ola” della folla, che sottolineava la propria approvazione, mentre la linea di poliziotti che difendeva il Cantone restava ferma in modo surreale e qualcuno si rendeva conto che le cose stavano prendendo la piega peggiore.

Il lancio è continuato a lungo, con piccole scaramucce tra gruppi di manifestanti e poliziotti in borghese che infiltravano i dimostranti nel parco. Dopo un paio d’ore alcuni hanno cominciato ad andarsene, mentre altri si sono diretti sulla vicina Marsala Tita per bloccare il traffico. Quando la folla è ulteriormente diminuita le forze speciali sono intervenute facendo sfollare la gente e cercando di arrestare alcune persone individuate come leader del movimento. Tra loro anche il pacifico Sanjin Buzo, di Dosta, poi rilasciato in serata a seguito delle proteste dei compagni che avevano seguito il cellulare in commissariato.

La giornata si è dunque chiusa nel modo peggiore, con la protesta “contro la violenza” diventata la “protesta violenta” nei telegiornali di prima serata e sulla stampa, e il premier cantonale che ha avuto buon gioco nel trasformarsi da accusato in accusatore (dei giovani violenti appunto). Il Parlamento del Cantone ha discusso un piano per combattere la delinquenza, chiedendo ai competenti ministeri della Federazione di mettere a disposizione un edificio da trasformare in carcere minorile, mentre il ministro dell’Interno (cantonale) Mijatovic ha chiesto più poteri per la polizia.

Il degrado di un Paese il cui dopoguerra sembra non finire più, tuttavia, resta, cosi’ come resta grande la distanza tra cittadini e istituzioni. E a Sarajevo, che per pura coincidenza quest’anno dedica il proprio festival invernale al ’68, il tam tam nei caffè e nei forum è ripreso a battere, e l’energia che si respira sembra diretta più alla lotta contro corruzione e malgoverno che a richiedere maggiori poteri di polizia.

Si annunciano altre iniziative, mentre una parte della società civile comincia ad organizzarsi. Danis Tanovic, premio Oscar della Bosnia Erzegovina per “No man’s land”, che ha lasciato la ricca Europa per tornare a vivere a Sarajevo, ha creato una propria lista con cui si candida alle prossime elezioni. Non ci sono ancora programmi, ma la notizia è stata accolta da molti con entusiasmo, incluso il settimanale “Dani”, che gli ha dedicato una copertina. Anche Dino Mustafic ha detto che starà con Tanovic. L’indicazione è chiara, quella di un cambiamento di rotta rispetto a tutti quelli che identificano la propria salvezza nel lasciare il Paese.

Un Paese che ha un passato di un certo peso, e un presente ancora gravato dal complesso meccanismo istituzionale creato a Dayton. Ma qualcuno oggi interpreta come un possibile segnale di cambiamento anche una delle notizie più surreali che arrivano in questi giorni da Sarajevo, e che non ha niente a che vedere con i casi di cronaca di cui sopra. Gli accordi di Dayton sono scomparsi. Non è una bufala. Le copie originali erano custodite nell’archivio della Presidenza, ma non si trovano più. Lo ha reso noto con sconcerto il presidente di turno del Paese, Zeljko Komsic. Il procuratore generale sta indagando, e ha chiesto spiegazioni. Quegli accordi, tra le altre cose, contengono anche la Costituzione della Bosnia Erzegovina. Forse è davvero un segnale, che sta arrivando il momento di voltare pagina. Vedremo. Anche perché tutto questo avviene a Sarajevo che, si sa, non è la Bosnia.

15.02.2008    Da Sarajevo, scrive Andrea Rossini


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domenica, 23 dicembre 2007

Joe Sacco: ancora sulla Bosnia

Roma, 22 dic. - (Adnkronos/Adnkronos Cultura) - E' il 2001. La guerra che ha sconvolto Sarajevo e' finita da qualche anno. Joe Sacco decide di tornarvi. Per molti anni e' stato lontano dalla citta' pur di sfuggire alle atrocita' e ai massacri. Quando rientra a Sarajevo, pero', trova un'atmosfera sospesa, angosciata e carica di tensione. La popolazione e' allarmata. Sembra incapace di liberarsi dall'incubo della guerra. E' oramai incapace, soprattutto, di liberarsi dalla paura e dall'angoscia. E' questa l'atmosfera che Joe Sacco ha ritrovato a Sarajevo che racconta nel libro a fumetti ''Neven. Una storia da Sarajevo'', pubblicato dalla casa editrice Mondadori nella collana 'Strade blu'.

Joe non intende rassegnarsi davanti alla solitudine, alle tragedie e alle vilta' che hanno colpito i suoi concittadini. Il suo obiettivo principale e' quello di ritrovare Neven, un suo vecchio amico di cui da molto tempo ha perso le tracce. Neven e' figlio di una musulmana e di un serbo. Durante la guerra, pur di sopravvivere, ha svolto incarichi e lavori diversi. E' stato, di volta in volta, un eroe di guerra, un pappone, un narratore, una guida turistica e uno scroccone. L'autore del volume lo ha incontrato per la prima volta nel lontano 1995 quando era arrivato in Bosnia Erzegovina poco prima che la guerra finisse. Neven e' intenzionato a riconquistare tutti i soldi perduti.

E' disposto a tutto pur di ricominciare i suoi traffici loschi e illegali. Non esita a farsi accompagnare da Sacco in una rete di storie che hanno per protagonisti soldati regolari e irregolari, cecchini, bande di criminali legalizzate. Mano a mano, dunque, Joe sara' inghiottito da una serie di vicende in cui la corruzione e il malaffare rappresentano soltanto la fase iniziale dell'ascesa dei signori della guerra. Un'ascesa che ha segnato la salvezza della Bosnia ma anche la deriva autoritaria che ha attraversato tutta la Bosnia.

 

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sabato, 15 dicembre 2007

La Serbia di oggi non è diversa da quella di Milosevic

La cautela con la quale i ministri dell’Unione trattano Belgrado alla vigilia del lancio di una missione Europea in Kosovo è giustificata e fa parte di una cultura diplomatica saggia. Ma non a costo di perdere di vista la realtà. Una qualche forma di indipendenza al Kosovo non la si può negare – così va il ragionamento – ma la Serbia non può essere umiliata, deve essere compensata per la perdita. La proposta è: se cedete il Kosovo noi vi accetteremo nel club europeo.

In teoria tutto bene, ma con l’accelerarsi dell’iniziativa europea sulla questione dello status del Kosovo, è importante che non sfugga all’attenzione che cosa sta veramente accadendo in Serbia. Sulla Serbia reale, non immaginaria, si deve misurare la gestione della transizione in Kosovo da un  protettorato internazionale in stato chiaramente fallimentare a stato funzionante sotto supervisione europea. I rischi per la sicurezza del Kosovo, della Bosnia e dell’intera regione saranno seri se non si otterrà questo risultato in tempi brevi,  ridimensionando le aspirazioni nazionaliste della Serbia odierna.

Non è idealismo, ma realismo politico, rendersi conto che la Serbia di oggi e quella di Milosevic sono ugualmente lontane dall’Europa; che la legge internazionale per la Serbia è come il menu di un ristorante, dal quale sceglie quello che le va bene, ignorando il resto; e che per questo la politica degli incentivi non funziona affatto. Ecco la risposta che è arrivata da Kostunica alla proposta europea. La si può leggere sul sito web del governo: “Il nostro messaggio all’Unione Europea è che bisogna rispettare la Serbia come ogni altro stato sovrano e libero, e ciò significa che l’UE deve rispettare i confini internazionalmente riconosciuti del nostro paese […] Noi ci aspettiamo che la UE rispetti la posizione della Serbia che permetterà una missione dell’UE sul suo territorio del Kosovo e Metohija solo dopo una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza, a conferma di una soluzione di compromesso  sullo status della provincia. L’arrivo della  missione UE significherebbe l’inizio dell’implementazione del Piano Ahtisaari che noi abbiamo già rifiutato e l’inizio dell’implementazione dell’indipendenza unilaterale. Perciò la Serbia rifiuta molto energicamente e in anticipo la decisione, che è illegale, di inviare la missione UE in Kosovo”.

Dietro questa parole c’è la decisione di non firmare l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione, se l’indipendenza del Kosovo sarà riconosciuta. James Lyon, analista dell’International Crisis Group a Belgrado, interpreta questa posizione come particolarmente destabilizzante per l’UE, che ha usato generosamente l’Accordo come sostituto della  politica estera che le manca. Leon Kojen, ex capo del team negoziatore sul Kosovo e uomo molto vicino a Kostunica, spiega molto chiaramente la posizione di Belgrado in una recente intervista al giornale Vecernje Novine: “La Serbia dovrebbe chiarire alla UE, attraverso una risoluzione del Parlamento, che non può firmare un Accordo di Stabilizzazione e Associazione fino a quando la UE non la smetterà di sostenere il Kosovo”. Kostunica ha i voti necessari in Parlamento per passare una tale risoluzione, contro il parere di Tadic.

Sempre secondo Lyon, Kostunica e il Partito Democratico serbo non hanno mai preso sul serio la proposta di accedere all’UE, ma hanno usato l’offerta di accesso solo per strappare più concessioni sul Kosovo. Molto più vantaggiosa di quella europea pare invece l’offerta della Russia, che intende costruire il tratto meridionale del suo oleodotto attraverso la Serbia e modernizzarne la società petrolifera statale. E non chiede nulla in cambio. Gazprom, tra l’altro, ha già annunciato di voler privatizzare NIS, il monopolio petrolifero della Serbia e la stessa societa attraverso la quale Milosevic fece affari con Saddam nel racket del programma Oil for Food dell’ONU, scambiando fondi neri e armi.

Non c’è da sorprendersi di questi sviluppi. Lunedì scorso, in occasione del giorno internazionale dei diritti umani, un gruppo di organizzazioni non governative (Humanitarian Law Center, Lawyers Committee for Human Rights, Youth Initiative for Human Rights, Women in Black, Helsinki Committee for Human Rights in Serbia, Centre for Cultural Decontamination, e l’Independent Journalists Association of Vojvodina) ha pubblicato la seguente dichiarazione: “In Serbia, la situazione dei diritti umani e della legge è peggiore nel 2007 che nel 2006. Un parte del governo è pericolosamente vicina a partiti politici e gruppi estremisti nella sua esplicita ostilità nei confronti di giornalisti, di attivisti nel campo dei diritti umani, e di quegli individui che chiedono al governo l’assunzione di responsabilità per le violazioni dei diritti umani nel passato, che si oppongono alla minaccia di guerra nel Kosovo e in Bosnia e chiedono alla Serbia di accettare i valori europei e abbandonare l’eredità di Milosevic. E’ ovvio che gli estremisti non sono solo nel Partito Radicale serbo. Sono nel governo, nella polizia, nell’esercito, nei media, nel sistema giudiziario, nell’amministrazione statale, e nella società stessa”.

Di retorica sul rispetto della legge internazionale abbondano le dichiarazioni e i documenti del governo Kostunica che affermano l’integrità della Serbia come stato che include il Kosovo. Sul rispetto per il tribunale dell’Aja c’è invece il black out sul piano delle dichiarazioni, in concreto un atteggiamento di sfida arrogante: “Tutti sanno che Ratko Mladic non è stato arrestato perché quelli che dovrebbero ordinare il suo arresto lo proteggono - dicono le organizzazioni dei diritti umani -.  Radovan Karadzic è sotto la protezione della Chiesa ortodossa e le élite politiche serbe considerano questo fatto una questione di enorme interesse nazionale. Il fatto che siano stati entrambi accusati di crimini orribili non dà fastidio a nessun politico serbo”. La questione che vorremmo porre noi è: “Ma ai politici europei, dà fastidio?”. Sembra di no. Altrimenti come fanno a corteggiare un paese dove il responsabile del massacro di Srebrenica e l’architetto della pulizia etnica in Bosnia sono considerati eroi nazionali?

L’estate scorsa Carla del Ponte chiese alla comunità internazionale di rallentare il passo sul Kosovo perché la Serbia aveva promesso che le avrebbe consegnato almeno Mladic. Così fu fatto, ma Mladic è ancora libero e la del Ponte va in pensione avendo completamente fallito la sua missione di procuratore internazionale. Il calcolo del governo serbo è che tra due anni il tribunale chiuderà i battenti senza arrestare o punire i peggiori criminali della guerra in Yugoslavia. La Russia, altro grande campione della legge internazionale, ma solo quando concerne la sovranità degli stati autoritari, ha già chiarito che non sosterrà un prolungamento del suo mandato oltre il 2010.

Il Consiglio di Sicurezza e le sue risoluzioni sono diventati la Bibbia della Serbia. Ma sia sotto Milosevic che dopo, questo paese non ha mai rispettato la Risoluzione 1244 che governa il Kosovo dal dopoguerra. Ha sempre fatto ostruzionismo alla missione ONU e alle istituzioni di autonomia locale da essa create, quelle stesse che ora professa di voler offrire al Kosovo. Ha mantenuto istituzioni parallele ostacolando in ogni modo l’integrazione della minoranza serba. Ha promosso il boicottaggio delle elezioni con promesse e minacce. E si comporta allo stesso modo, mutatis mutandis, nella  Bosnia del dopo-Dayton, dimostrando due cose: di non rispettare i trattati internazionali sottoscritti e di non essere capace di prendere parte ad una confederazione con chicchessia.

In questi ultimi giorni si è già avuto un anticipo di cosa accadrà in Kosovo non solo quando la leadership albanese dichiarerà l’indipendenza, ma anche prima, quando arriverà la missione UE. Belgrado ha aperto un ufficio di rappresentanza nella parte nord del Kosovo, dove l’ONU e le altre organizzazioni internazionali non sono mai riuscite a stabilire una vera presenza, per provocare tensioni e bloccare qualsiasi progresso. E residenti Serbi hanno dimostrato i propri sentimenti nei confronti delle forze di sicurezza internazionali questa settimana, aggredendo il comandante della missione NATO).  Nel 1992 la Bosnia dichiarò l’indipendenza e si trovò davanti lo stesso ostruzionismo e le stesse provocazioni della Serbia. Se l’obiettivo dei ministri europei è la stabilità della regione – e dell’Europa – è ora di mettere fine a questo ciclo di violenze.

Anna Di Lellio per L'Occidentale    (www.loccidentale.it)

 

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giovedì, 26 aprile 2007

Chiude la task force multinazionale sud est di Mostar

Dopo dodici anni gli italiani lasciano Mostar. Il consiglio Europeo ha deciso la chiusura della componente multinazionale in seguito al miglioramento della situazione relativa alla sicurezza in Bosnia Erzegovina.
«Il consiglio europeo ha preso la decisione di approvare la proposta del comandante dell’operazione Althea finalizzata a ristrutturare l'EUFOR  nel corso del 2007 favorendo un ridimensionamento della componente militare. La task force multinazionale sud est, meglio nota come task force ‘Salamandra’, ha completato con successo la sua missione ed ha trasferito in modo efficace i suoi ultimi compiti operativi ad una nuova struttura di EUFOR. Per quanto detto, dichiaro terminate tutte le attività operative della task force che oggi finisce la sua missione». Con queste parole il comandante di EUFOR, il Real Admiral della marina tedesca Hans Jochen Witthauer, ha sancito questa mattina alle 11,30 Mostar la chiusura definitiva della task force multinazionale sud est.
L’importanza dell’evento è emersa dalle parole del comandante della task force Silvio Biagini. «Desidero congratularmi con i soldati di tutte le nazioni che hanno partecipato a questa task force fin dall’inizio. - ha detto Biagini -Il loro contributo è stato importante per il garantire il rispetto degli accordi di Dayton e contribuire quindi alla costruzione di un ‘ambiente’ sociale e politico pacifico e rispettoso delle differenze culturali tra le diverse etnie. Inoltre, desidero ringraziare non solo la popolazione di Mostar ma anche tutta la gente residente nella nostra zona di responsabilità per il supporto, la buona cooperazione ed il benvenuto che mi hanno riservato fin dal mio primo giorno di comando». 
 

Molti soldati italiani rientreranno in patria insieme ai colleghi spagnoli e tedeschi mentre parte del personale sarà trasferito presso Sarajevo unitamente alla componente macedone. L’impegno militare in Bosnia Erzegovina verrà rimodulato, mediante la presenza accentrata a Sarajevo di un’unità velocemente impiegabile su tutto il territorio e attraverso la presenza diversi team operativi in tutta la nazione (LOT) che saranno quotidianamente in contatto con la popolazione.

da DedaloNews

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sabato, 24 marzo 2007

Status speciale per Srebrenica (Bosnia)

L´amministrazione della Repubblica Srpska di Bosnia, il 20 marzo scorso ha promesso che la città di Srebrenica avrà lo status di area speciale di sviluppo. La notizia è stata diffusa dalla radio bosniaca Radio 1, ed è ripresa da Radio Free Europe/Radio Liberty.

Sulla base di un pronunciamento della Corte dell´ONU secondo il quale l´eccidio di Srebrenica nel 1995 fu un ``atto di genocidio´´, alcuni leader musulmani hanno chiesto uno speciale status, in base al quale Srebrenica non cade più sotto l´autorità dell´amministrazione della Repubblica Srpska di Bosnia.

Nei prossimi giorni, il governo della Repubblica Srpska garantirà lo status di sviluppo speciale alla città, come garantito dal primo ministro Milorad Dodik.  In un incontro con i rappresentanti della città, il governo ha promesso fondi per 10,2 milioni di dollari, che saranno investiti nelle infrastrutture stradali e nel settore dell´energia.

Fonte: Copyright (c) 2007. RFE/RL, Inc. Translated and reprinted with the permission of Radio Free Europe/Radio Liberty, 1201 Connecticut Ave., N.W. Washington DC 20036. www.rferl.org - by Elena Arena

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sabato, 03 marzo 2007

Srebrenica, ''tagliata'' la speranza

di Santo Della Volpe

Cosa c’è di più doloroso del taglio di quegli alberi,simbolo delle 8000 vittime della strage di Srebrenica? E cosa c’è di più rabbioso del gesto di una madre che taglia l’albero che porta il nome del proprio marito o figlio, trucidato in un giorno di indifferenza ed impotenza del mondo intero  in quel luglio del 1995? Eppure sta accadendo anche questo nel bosco di alberi, ormai grandi,  piantati  l’indomani della fine della guerra, dopo gli accordi di Dayton,  per ricordare quel massacro senza precedenti nella storia europea dal 1945 ad oggi. Taglio di rabbia (come ci ha mirabilmente raccontato il collega  Gianpaolo Visetti di “Repubblica”) dopo la sentenza della Corte  Internazionale di Giustizia dell’Aja di  lunedì 26 febbraio. Perché quella decisione  dei giudici è stato un compromesso  ed  un’acrobazia diplomatica, ma per la gente di Bosnia uno schiaffo alla speranza di avere giustizia: a Srebrenica fu “genocidio”, perpetrato dalle milizie serbo-bosniache del generale Mladic su ordine dell’allora presidente dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic; ma, ha detto il tribunale dell’Aja, lo stato Serbo non fu complice del massacro, si rese colpevole solo di non averlo evitato. Morto Milosevic prima che si concludesse il processo a suo carico, latitanti ma liberi, probabilmente in Bosnia, sia Mladic che Karadzic, a quelle donne di Bosnia cui hanno distrutto la vita e la dignità (stuprate  per odio etnico, mentre si fucilavano i loro mariti e figli), restava probabilmente solo la speranza di vedere condannati gli autori di quel massacro feroce, di ottenere un risarcimento morale e monetario da chi armò e addestrò alla guerra ed alla pulizia etnica  le milizie serbe. Tutti sanno che un esercito, anche se solo di milizie fanatiche quanto determinate, si muove con  mezzi, munizioni, viveri e carburante, senza i quali è solo un ammasso di uomini allo sbando. E soprattutto  agisce solo dopo ordini militari politicamente verificati dalle compatibilità internazionali. E chi mandò armi e vettovagliamento a Mladic se non il governo di Milosevic? Chi diede l’appoggio politico e chi diede l’ordine di avanzare nell’allora Bosnia-Herzegovina dopo il referendum del 1992 che sancì il distacco di Sarajevo dalla Jugoslavia?
Lo sanno tutti, ma all’ Aja sono mancate le prove per condannare Belgrado. O forse è mancata la forza politica internazionale, oggi, di fare quello che  10 o anche solo 7 anni fa sarebbe stato non solo pensabile, ma automatico, mettere  cioè la Serbia sul banco degli imputati insieme a quei generali e miliziani che ancora oggi protegge. Ma lo scenario internazionale è cambiato: colpire la Serbia, oggi in una fase di sua transizione verso la democrazia  ma in una situazione economica disastrosa, avrebbe favorito quel suo antico  vittimismo nazionalista che avrebbe portato l’intera Serbia indietro di anni, interrompendo il suo percorso di lento avvicinamento verso l’Europa. E poi, hanno pensato in molti anche a Belgrado,  salvata la Serbia è più facile che finalmente vengano consegnati al tribunale per i crimini di guerra  sia Mladic che  Karadzic, i macellai di quel massacro.
Infine oggi la posta in gioco è il Kosovo: la Serbia ribadisce il suo no ad ogni sua indipendenza (su cui si sta trattando a Vienna proprio in queste settimane), ma se è stata salvata dalla condanna per  il genocidio di Srebrenica, forse  sarà più disponibile a perdere il Kosovo, per il cui distacco da Belgrado premono non solo gli albanesi europei e kosovari, ma anche la potente lobby albanese americana che negli Stati Uniti è uno dei gruppi di pressione più forti  nella campagna elettorale dei democratici.
E poi oggi all’Occidente, soprattutto all’Europa ma sempre per conto degli Usa, serve allontanare la Serbia dalla Russia e portarla vicino all’Unione Europea. Serve per stabilizzare i Balcani.
Tutto vero: ma cosa succede se, una volta indipendente il Kosovo, anche i serbi della Bosnia dovessero chiedere di staccarsi dalla attuale ripartizione territoriale della regione e chiedere l’annessione a Belgrado rendendosi anche loro indipendenti, ma  dai trattati di Dayton? Significherebbe semplicemente che quegli accordi diventerebbero carta straccia anche per i bosniaci musulmani. Insomma la tensione di oggi sfocerebbe di nuovo  in guerra civile e vendette. Anche perché a 12 anni da quei massacri, sono ancora tanti i corpi non trovati, le fosse comuni ancora nascoste, i “desaparesidos” musulmani  senza una famiglia che possa piangere sulle loro tombe. Troppo fuoco che cova sotto le ceneri e troppe armi ancora in circolazione, troppa miseria per chi è restato in quella terra antica e troppo lontana quella ricca Europa che parla di stabilizzazione  solo perché mantiene qui apparati militari e civili di sorveglianza che garantiscono la pace “momentanea”. 
Quella stessa Europa che  per ragioni, pure importanti, di politica internazionale, vede che la rabbia senza giustizia avvicina sempre di più i musulmani bosniaci verso l’islamismo più estremo, quello che gli garantisce almeno l’aiuto dei “fratelli musulmani”. L’Europa cova in seno la serpe di quell’estremismo ("potenzialmente terrorista”) che  vuole combattere  nel mondo. Niente di  peggio, per favorire questa pericolosa deriva, che sentire circolare oggi a Sarajevo la domanda: sarebbe stata uguale la sentenza dell’Aja se a Srebrenica invece che 8000 musulmani fossero stati uccisi 8000 cattolici o cristiani ortodossi?
Tutto questo dilania oggi i Balcani. Mentre quelle madri violentate due volte, 12 anni fa dalle milizia serbe, oggi da quella sentenza del tribunale dell’Aja, sfogano la loro rabbia tagliando ad accettate quelli che erano alberi della speranza.

da Articolo 21

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categoria: opinioni, giustizia, crimini di guerra, serbia, srebrenica, ajatribunale, dopoguerra


sabato, 03 marzo 2007

Srebrenica, le radici dell'odio

Proteste per la sentenza dall'Aja, sit-in dei bosniaci a Sarajevo Le madri delle vittime tagliano gli alberi dedicati agli uccisi nel '95 Rabbia dopo l'assoluzione dei serbi: "Traditi dall'Europa"
dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTI

<B>Srebrenica, le radici dell'odio<br>"La vendetta si avvicina"</B>

Nella foto: la protesta delle donne musulmane bosniache davanti al parlamento di Sarajevo

SARAJEVO - Alle madri di Srebrenica, dodici anni dopo, non è rimasta che l'accetta. Nadija Alic, rifugiata a Tuzla, questa mattina ha raggiunto la foresta dei figli bruciati dalla guerra. Abeti, betulle, larici, un albero per ogni vittima del "genocidio senza colpevoli". Le donne speravano di seguire almeno la crescita delle piante, battezzate con i nomi degli scomparsi.

Dopo lo schiaffo dell'Aja, hanno deciso di abbattere anche i simboli di chi è stato loro rubato. "Mentre fucilavano mio marito e i nostri tre ragazzi - dice - sono stata stuprata da un ufficiale dell'esercito di Belgrado. La comunità internazionale ha deciso che è colpa mia". I suoi quattro alberi sono caduti poco dopo mezzogiorno. I primi: la cataste di tronchi, accanto ad altre vecchie silenziose e infagottate, ora sono già alte.
La sentenza della Corte internazionale di giustizia, che ha assolto la Serbia dall'accusa di genocidio per il massacro del 1995, spacca la Bosnia-Herzegovina e riappicca l'incendio nei Balcani.

Per protestare contro il verdetto-scandalo, studenti e professori chiudono oggi l'università di Sarajevo. "Siamo tramortiti - dice il rettore Faruk Caklovica - dubitiamo della salute mentale dei giudici". Martedì, nella capitale, hanno sfilato oltre 5 mila persone. La più grande manifestazione dalla fine del conflitto. Sui cartelli c'era scritto: "Sono stati i marziani" e "Occidente, l'ennesimo tradimento". Musulmani e croati contro serbo-bosniaci. Il vaso dell'odio nazionalista e delle vendette etniche è di nuovo senza coperchio.


L'11 marzo, a Tuzla, si annuncia la protesta-choc che spaventa i contingenti militari internazionali. Da dieci anni, ogni mese, le sopravvissute di Srebrenica espongono nell'indifferenza generale i drappi con i nomi delle 8 mila vittime. Mentre a Vienna si deciderà l'indipendenza del Kosovo, le madri bosniache bruceranno le loro stoffe-reliquia per denunciare davanti al mondo la "cinica ipocrisia della Serbia e dell'Onu". Mai, dopo l'accordo di Dayton, pace e rinascita nei Balcani sono parse così lontane. Nei tribunali ormai si fermano anche i processi contro i crimini di guerra.

Naza oggi è arrivata a Sarajevo in autostop per testimoniare le sevizie subite. Non aveva i soldi per tornare a Visegrad. La preghiera di una colletta, in tribunale, non le ha risparmiato di riavviarsi a piedi verso casa. Sono queste umiliazioni, il senso di abbandono e di disperato isolamento, di ingiustizia, a riportare indietro la storia. "La prospettiva di una riesplosione della violenza - dice Zlatko Dizdarevic, direttore del quotidiano Oslobodjenje durante i tre anni di assedio della capitale - diventa ogni giorno più concreta". La verità negata apre ferite antiche e scava pericolosi solchi nuovi.

"In Europa i musulmani - dice Resid Hafizovic, docente di scienze islamiche a Sarajevo - non possono aspettarsi che la loro vita sia protetta come quella degli altri". Un modo prudente per introdurre la domanda collettiva che sta sconvolgendo la Bosnia: se a Srebrenica fossero stati massacrati 8 mila cristiani, la sentenza dell'Aja contro i musulmani sarebbe stata la stessa? "Questo verdetto - risponde il cardinale Puljic Vinco - rispecchia semplicemente interessi politici. E offende tante vittime innocenti". Per questo la Bosnia ha deciso di dare all'Occidente una risposta politica.

"Se il problema è la mancanza di prove contro la Serbia - dice il presidente del comitato per la ricerca dei dispersi, Amor Masovc - ne porteremo di nuove e chiederemo la riapertura del processo". Il parlamento bosniaco, a maggioranza bosgnacco-croata, si appresta così a votare la riforma della costituzione. Si chiede di cancellare la Republika Srpska, "ormai ufficialmente fondata sul genocidio", e di punire chi lo nega. Una bomba, nell'ex Jugoslavia. Oggi a Banja Luka il presidente serbo - bosniaco Milorad Dodik riceve Carlo d'Inghilterra e la moglie Camilla, in visita al contingente britannico.

"Siamo pronti a scusarci per crimini di guerra contro i non serbi - concede rifiutando di riconoscere il genocidio sancito dall'Aja e attaccando la Ue - ma tutti i gruppi etnici devono chiedere scusa per i massacri commessi tra il 1992 e il 1995". Il messaggio ultranazionalista è chiaro: guai a chi tocca la Republika Srpska, pronta a indire un incostituzionale referendum per l'indipendenza e a chiedere l'annessione alla Serbia. Un incubo, nonostante le "pulizie" belliche.

La minaccia di secessione dei serbo-bosniaci, sostenuti da Belgrado e Mosca, risponde all'offensiva dei musulmani di Bosnia: l'obiettivo però è congelare l'indipendenza del Kosovo, destabilizzando i Balcani. "Altro che Unione europea - dice Haris Silajdzic, rappresentante islamico della mostruosa presidenza tricefala della federazione bosniaca - basta una scintilla perché il rogo torni a divampare.
Cosa accadrà a Sarajevo e a Banja Luka, se a Pristina gli albanesi cacceranno i serbi"?

A dodici anni dalla fine dei combattimenti, un Paese spaccato secondo l'assurda linea dei fronti bellici affonda nel rancore, nella miseria, nell'isolamento e nell'assenza di prospettive. La metà del bilancio statale serve per pagare la burocrazia, 187 ministri si contendono le tangenti degli stranieri, la disoccupazione sfiora il 50%, solo quattro edifici su dieci sono stati ricostruiti. Le strade restano interrotte dalle voragini delle cannonate, nei villaggi si sopravvive con due euro al giorno. Nelle scuole, separate secondo l'appartenenza etnica, ai bambini si insegnano storie opposte: il seme per l'odio di domani.

Un bilancio desolante, per la comunità internazionale.
Al punto che ieri Bruxelles ha deciso di prorogare la permanenza dell'alto rappresentante Ue, che doveva smobilitare a giugno. Dimezzate invece le forze di pace, ormai troppo costose. "Ma nelle case e sotto terra - avverte a Sarajevo un diplomatico europeo - restano arsenali impressionanti. Una guerra civile è tecnicamente affrontabile, mentre un colossale contrabbando di armi è già realtà".

L'alternativa all'Europa, secondo la stampa bosniaca, resta "un buco nero". "Se i Balcani dovessero fare i conti solo con se stessi - dice l'analista Tahir Belkic - un'altra Srebrenica sarebbe possibile". Basta guardare le vecchie paralizzate davanti alle tombe dei cimitero di Potocari. Per non abbandonare morti e dispersi, vivono di carità, accerchiate dai loro carnefici della Srpska. L'esistenza si risolve nell'attesa del ritrovamento di nuove fossi comuni. Finora sono 6 mila i cadaveri riesumati, 4 mila quelli identificati grazie al Dna, 2 mila i dispersi.

Ventimila, nell'intera Bosnia decapitata di 100 mila vite. "Ogni mese - dice Bakira Hasecic, leader delle donne vittime della guerra - si riapre una fossa. Stiamo per giorni nel fango, a cercare i resti dei nostri cari. Poi si scopre che le ruspe hanno devastato gli ossari: una tibia riemerge in un campo a sud, il cranio magari è duecento chilometri a ovest. Oppure si trova il corpo di uno a cui è già stato fatto il funerale". C'è chi impazzisce, aspettando invano una tomba su cui pregare.

"Per questo - dice Hatidza Mehmedovic, portavoce della madri di Srebrenica - non possiamo accettare la volgarità del giudizio dell'Aja. Mladic e Karadzic erano stipendiati e agli ordini di Milosevic, celebrato poi come statista a Dayton. Ma siccome l'Occidente ha ancora bisogno della Serbia, contro la Russia di Putin, Belgrado può evitare di pagare il conto".

Una metastasi fatale, ignorata da un'Europa distratta. Come se la prospettiva della Ue, in assenza di verità e giustizia, potesse da sola risanare i Balcani. "La verità - dice Liljana Smajlovic, politologa serbo-bosniaca - è che cresce un rancore nuovo, anti - occidentale. Si sogna Bruxelles per abolire i visti e divorare i finanziamenti: ma dodici anni di beffe ci hanno riportato sull'orlo del precipizio e nessuno crede più nella democrazia europea".

E' sera quando un pullman croato scarica cinquanta rifugiati bosgnacchi tra le macerie di Srebrenica. Erano fuggiti da bambini, sotto le raffiche delle esecuzioni. Vengono a portare un fiore sui tumuli di padri e fratelli maggiori, a vendere la casa. "Adesso ogni giorno - dicono - avvicina quello della vendetta". Ripartono subito. Vivono negli Stati Uniti: qui non torneranno più".

lunedì, 12 febbraio 2007

Tribunale Bosnia per crimini di guerra operi a porte aperte

Il Tribunale per i crimini di guerra in Bosnia ha fatto progressi considerevoli nel portare i perpetratori delle violenze davanti alla giustizia, ma occorre fare di piu' per aumentare la fiducia del pubblico spiegando il suo lavoro al popolo bosniaco. Lo afferma un rapporto di Human Right Watch pubblicato oggi.

La guerra in Bosnia, durata dal 1992 al 1995, e' stata caratterizzata da eccidi, violenze, distruzione e dallo spostamento forzato della popolazione. Il tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, che dovrebbe chiudere i suoi lavori nel 2010 anche se il procuratore Carla Dal Ponte ne ha chiesto la prosecuzione, alla fine del suo mandato avra' processato solo un numero limitato di colpevoli di alto livello.

A questo problema potrebbe provvedere il tribunale nazionale che pero' dovrebbe tenere procedimenti efficaci per processare i restanti criminali, dato che le vittime attendono giustizia e c'e' il rischio di una sensazione di impunita'. Il tribunale per la Bosnia, anche se di recente istituzione (2005), ha gia' nel novero dei suoi processi quelli a diversi criminali, compresi 11 imputati accusati di genocidio per il loro ruolo nel massacro di Srebrenica.

Tuttavia vi sono alcuni rischi. Il rapporto esprime preoccupazione epr le udienze a porte chiuse e per il processo di selezione dei casi. La mancanza di informazioni sul lavoro del tribunale, poi, rischia di insidiare la fiducia del pubblico nell'istituzione. Occorre infne introdurre il sostegno ai testimoni nella fase precedente all'atto d'accusa, nonche' un rafforzamento dell'ufficio della difesa.

di osservatoriosullalegalita.org

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Chi sono

Blogger: LibertAria
Nome: Valeria Taradash
Giornalista, scrittrice... innamorata della Bosnia da molti anni. Da quando una guerra insensata, giocata troppo vicino a casa mia perché riuscissi a restarne fuori, mi ha portato in questo Paese. La spinta somigliava molto alla curiosità o, più gradevole espressione, al desiderio-bisogno di capire. Crimini troppo grandi e incomprensibili venivano commessi, spesso in nome di un Dio che, come al solito, non c'entrava niente. Non ho saputo restare davanti al televisore a scuotere la testa. Il bisogno di partire si è fatto viaggio, il viaggio si è fatto conoscenza, la conoscenza si è fatta amore, partecipazione e necessità di testimoniare. In passato ho collaborato con TV e radio private. Per la carta stampata ho scritto e tradotto per "Shabab", un bollettino che si occupava di MedioOriente, più precisamente della Palestina. Inoltre ho pubblicato tre libri, due saggi ("La fame nel mondo" e "La nonviolenza") e un romanzo ("Concerto per chihuahua ...e frammenti di stelle ...e altre code"). Oltre all'amore per la scrittura, un'altra passione mi ha accompagnato per tutta la vita, divenendo a periodi una professione: i cani. Allevo cani per hobby e per amore. Anni fa sono stata titolare di una scuola di addestramento all'obbedienza e all'agility. Con i miei amici a quattro zampe mi diverto e lascio che mi dipingano sulla faccia sorrisi di tenerezza uniti a sentimenti di protezione e di condivisione affettiva. Insomma a loro concedo il mio lato "morbido", che altrimenti so nascondere benissimo. Chi mi conosce lo sa...


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