Sarajevo - Bosnia

Blog italo-bosniaco di informazione sulla Bosnia. Contro ogni forma di discriminazione: etnica, politica, religiosa, culturale. L'intolleranza non è tollerata. La menzogna neppure.
mercoledì, 23 luglio 2008

E ora dateci Mladic

Festa a Sarajevo per l'arresto del boja Karadžić

Barba e baffi, lavorava come medico

Radovan Karadžić aveva assunto una falsa identità e prestava servizio in un ambulatorio fuori Belgrado

BELGRADO - Barba e baffoni bianchi, sotto i quali camuffare la sua identità e sfuggire all'arresto. L'ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadžić aveva assunto una falsa identità - quella di Dragan Dabic - e lavorava negli ultimi tempi come medico in un ambulatorio privato alla periferia di Belgrado. Lo ha rivelato il procuratore nazionale serbo per la lotta ai crimini di guerra, Vladimir Vukcevic, mostrando una foto dell'ex latitante ormai in arresto nella quale egli appare difficilmente riconoscibile. Secondo il procuratore, nell'ambulatorio - individuato dalle forze di sicurezza serbe nel quartiere residenziale di Nuova Belgrado - nessuno sapeva chi fosse in realtà.

UN "GURU" SPECIALIZZATO IN MEDICINE ALTERNATIVE - La copertura era rafforzata e avvalorata dal nuovo look ascetico, in stile "guru": barba bianca folta e lunga, capelli anch'essi lunghi, lasciati crescere volutamente in maniera disordinata. La polizia ha rilasciato una prima foto di Karadžić, in versione «dottor» Dragan Dabic. A quanto pare la sua fasulla specializzazione in ambito medico consisteva nelle medicine alternative, come l'omeopatia, che praticava presso una clinica privata di Belgrado. Il suo nuovo aspetto non avrebbe mai destato sospetti o dubbi sulla sua vera identitá, oltre che sulle sue presunte competenze in campo medico. «Tanto che girava indisturbato e tranquillo» per le strade di Belgrado, ha riferito una fonte ufficiale serba coperta dall'anonimato. L'arresto, ha confermato Vukcevic, è avvenuto «nelle vicinanze di Belgrado»: secondo alcune indiscrezioni nel sobborgo di Batajnica, a 13 chilometri dalla capitale.

L'INTERROGATORIO. «UNA FARSA» - In mattinata si è svolto il primo interrogatorio dell'ex leader dei serbo-bosniaci, Radovan Karadzic. Lo ha riferito il giudice Milan Dilparic che ha comunque rifiutato di rivelare ulteriori dettagli, definendolo come "confidenziale". Secondo quanto riferito dall'avvocato di Radovan Karadžić, Svetozar Vujakic, citato dall'agenzia Beta news, l'ex leader politico dei serbo-bosniaci «è stato arrestato venerdì» a Belgrado e da allora è rimasto «detenuto in una cella». Secondo un'altra versione sarebbe invece stato fermato lunedì.

L'avvocato ha poi spiegato che Radovan Karadžić, ha descritto la situazione come una «farsa» e che avrebbe anche usufruito del suo «diritto di rimanere in silenzio durante l'interrogatorio».

ANNUNCIATO RICORSO IN APPELLO -
Vujacic ha poi annunciato che il suo cliente presenterà ricorso in appello contro la decisione del giudice istruttore per i crimini di guerra, Milan Dilparic, di consegnare l'ex latitante al Tribunale penale internazionale dell'Aja. Il processo presso il Tribunale serbo prevede una durata di tre giorni. La legge serba prevede altri tre giorni per il processo di appello la cui sentenza sarà poi definitiva. Quindi il superlatitante dovrebbe essere trasferito all’Aia entro una settimana dove l'attende una condanna all'ergastolo. «Speriamo che sia trasferito al più presto sotto la nostra giurisdizione, ma non sappiamo ancora quando - ha dichiarato un portavoce del Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia - tutto dipende dalle autorità serbe. Quasi certamente sarà detenuto in isolamento e portato di fronte alla Corte il prima possibile per procedere con il giudizio». «Questo arresto - continuano dal Tpi - è un altro passo fondamentale per il raggiungimento del nostro mandato». Nel corso della prima udienza, a Karadžić sarà chiesto di dichiararsi colpevole o innocente. Nel caso - considerato altamente improbabile - in cui Karadžić si dichiarasse colpevole, i giudici si limiterebbero a stabilire la pena. Altrimenti, sempre che l'ex leader serbo-bosniaco sia dichiarato idoneo dal punto di vista medico, inizierà la fase preparatoria del processo, durante la quale la difesa verrà informata di tutti gli elementi di prova a carico dell'imputato.

dal CorrieredellaSera.it

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martedì, 22 luglio 2008

Bosnia, arrestato Karadzic

L'ex leader è accusato di genocidio e crimini di guerra in particolare per l'assedio di Sarajevo e per la strage di Srebrenica. La Nato: "Una buona notizia per la comunità internazionale".

BELGRADO - L'ex leader dei serbo-bosniaci, Radovan Karadzic, è stato arrestato. Lo ha reso noto questa sera a Belgrado la presidenza della Serbia. Karadzic è ritenuto responsabile di genocidio per l'assedio di Sarajevo, durato 43 mesi e costato la vita a 12.000 persone, e per la strage di Srebrenica del 1995, che ha portato al massacro di 8.000 musulmani.

Secondo la nota della presidenza serba, Karadzic è stato "localizzato e arrestato" nelle ultime ore dalle forze di sicurezza serbe. Il comunicato non precisa il luogo del fermo, ma rende noto che Karadzic è attualmente detenuto a Belgrado dagli organi della procura nazionale serba per la lotta ai crimini di guerra. Si tratta di "una buona notizia" per la comunità internazionale, afferma un portavoce della Nato. La cattura di Karadzic rappresenta inoltre sicuramente un passo in più nel processo di avvicinamento di Belgrado all'Ue.

L'ex leader serbo bosniaco era al primo posto fra gli ultimi tre ricercati rimasti nella lista nera del Tribunale internazionale dell'Aja (Tpi) per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia.

Latitante da circa 13 anni, deve rispondere delle accuse di genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità per il ruolo svolto nella sanguinosa guerra di Bosnia (1993-95, 200.000 morti in totale), la più feroce fra quelle scatenate dalla dissoluzione della Jugoslavia.

(21 luglio 2008)

da Repubblica.it

lunedì, 21 luglio 2008

ARRESTATO KARADZIC

ARRESTATO KARADZIC

FINALMENTE...

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martedì, 17 giugno 2008

Srebrenica: parte il processo ai caschi blu olandesi

Dietro questa storia ci sono un uomo, una donna, una famiglia e 8000 fantasmi; le vittime del massacro di Srebrenica. Ricordate? Era il caldo luglio del 1995. C’era la guerra in Bosnia. L’uomo è Hasan Nuhanovic.
Ora ha 40 anni. Allora era un interprete dei caschi blu olandesi. È stato uno dei pochi sopravvissuti a quella che è stata definita “la peggiore atrocità” commessa in Europa dopo la Secondo Guerra Mondiale.

La donna è Liesbeth Zegveld, avvocato di Amsterdam, specializzata nella difesa dei diritti umani. Mehida, Damir e Alma Mustafic sono invece la famiglia di Rizo, meccanico impiegato presso la base militare delle Nazioni Unite della cittadina bosniaca. Lui non ce la fece: venne ucciso dai soldati del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic. Il 16 giugno, la vedova e le figlie di Mustafic sedevano accanto ad Hasan, e dietro al loro avvocato, nella aula del Tribunale dell’Aja. Dove è iniziata una delle più importanti cause riguardanti il massacro. E non è l’unica che parte in questi giorni. Il 18 giugno un’altra corte olandese discuterà della denuncia presentata da un’associazione che si chiama “Le madri di Srebrenica”, una sorta di prima class action del genocidio.

Potrebbero essere due sentenze pilota, in grado di creare un precedente, dare ossigeno a migliaia e migliaia di altri ricorsi. Ma, soprattutto potrebbe essere la prima volta che una corte di giustizia indica chi furono i conniventi, i complici, i corresponsabili di quella strage. Dopo numerosi tentativi, Liesbeth Zegveld è riuscita a portare sul banco degli imputati il governo olandese e le Nazioni Unite. Coloro che avevano il compito di difendere gli abitanti dell’enclave bosniaca. E che, invece, lasciarono il campo libero ai fucili e ai coltelli serbi. I suoi assistiti erano lì. Videro tutto e, dopo averlo fatto in interviste, conferenze, denunce, hanno finalmente potuto raccontarlo anche ai magistrati dei soldati che avrebbero dovuto difenderli e che, invece, li tradirono, aprendo le porte ai loro carnefici.

Hasan Nuhanovic ha descritto il momento in cui i caschi blu olandesi ordinarono a lui e alla sua famiglia di lasciare la base militare in cui erano rifugiati. “Sapevo io, sapevano tutti, che equivaleva a una condanna a morte. Mia madre piangeva, io anche. Solo mio fratello, 22 anni, era troppo orgoglioso per farlo”. Sotto gli occhi dei soldati Onu, i serbi uccisero quasi tutti i maschi della comunità. Vecchi, adulti, giovani, bambini, tanti bambini. Ci sono filmati che immortalano l’entrata in città del generale Mladic. Un paio di strette di mano ai caschi blu; i bosniaci incolonnati e caricati sugli autobus che li avrebbero portati alle fossi comuni; le carezze sui visi terrorizzati dei più piccoli, che, dopo quelle riprese, avrebbero avuto ancora solo qualche minuto di vita in più.

 

Nel 2002, un’inchiesta indipendente dell’Istituto olandese per la documentazione di guerra indicò le responsabilità del governo dell’Aja per aver mandato in Bosnia truppe male addestrate ed equipaggiate, creando così i presupposti per la loro “resa” incondizionata” di fronte alle truppe serbe. Una missione impossibile, condizionata – in quella sanguinosa estate - anche dalla scarsa volontà delle Nazioni Unite di intervenire a difesa dei bosniaci.

11 luglio 2007

L’autodifesa burocratica del governo olandese. Ieri, per difendersi dalle accuse di Hasan, Mehida, Damir e Alma, il rappresentante dell’esecutivo olandese Bert Jan Houtzagers si è trincerato dietro una giustificazione burocratica: ha detto che i parenti uccisi non erano sulla lista degli impiegati delle Nazioni Unite e quindi non avevano il diritto a una protezione speciale. Rizo Mustafic lavorò per 18 mesi presso la base dell’ Onu, ma nessuno gli fece mai un contratto. Quindi, quando arrivarono i serbi, gli venne detto di lasciare l’accampamento olandese. Il rapporto del 2002, classificò questo come un caso di “cattiva comunicazione”. “Noi vogliamo giustizia. Non potete dirci che nostro padre è morto a causa di un problema di comunicazione “ - ha detto ai giornalisti Alma Mustafic. L’avvocato Zegveld cercherà di dimostrare che venne violato statuto contro i crimini di guerra adottato dall’Aja nel dopoguerra, secondo il quale è un delitto “abbandonare qualcuno al nemico”. Bene – ha scandito la docente universitaria - è proprio quello che fecero i nostri soldati laggiù”. L’uomo, la famiglia (e gli 8000 fantasmi che li accompagnano) hanno già annunciato che non mancheranno alla prossima udienza, fissata per il 10 settembre prossimo.

Da Panorama.it

mercoledì, 11 giugno 2008

Serbia: Tpi, arrestato nega di essere Zupljanin

BELGRADO - Ha negato di essere Stojan Zupljanin, ricercato dal Tribunale penale internazionale (Tpi) del'Aja per crimini di guerra commessi durante la guerra in Bosnia (1992- 1995), il serbo-bosniaco arrestato oggi a Belgrado. Lo ha reso noto stasera l'agenzia Tanjug citando la portavoce del tribunale distrettuale di Belgrado Slavica Ramic.

"La magistratura aveva ordinato tutte le tecniche investigative speciali per stabilire l'identità di Zupljanin, inclusa l'analisi del Dna per poter fugare qualsiasi dubbio" - ha detto Ramic, precisando che per legge rimangono ora 24 ore per compiere nuovi accertamenti.

L'avvocato nominato d'ufficio dal tribunale ha detto che l'arrestato si è presentato alla corte con il nome di Branislav Vukadin.



Stojan Zupljanin, di 57 anni, uno dei quattro fuggiaschi ricercati dal Tpi, è stato arrestato oggi in un appartamento a Pancevo, 13 chilometri dal centro di Belgrado. Gli altri ricercati sono l'ex leader politico dei serbo-bosniaci Radovan Karadzic, l'ex comandante dell'esercito Ratko Mladic e l'ex presidente dell'autoproclamata Repubblica serba di Krajina, Goran Hadzic.

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mercoledì, 11 giugno 2008

Bosnia, arrestato Stojan Zuplijanin, accusato di crimini di guerra

L'alto ufficile jugoslavo è stato fermato a Belgrado. L'accusa contro di lui è di aver ucciso numerosi civili musulmani e croati durante la guerra dei Balcani

Stojan Zupljanin, ricercato da anni dal Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia, è stato catturato vicino Belgrado. Zupljanin, serbobosniaco, era uno dei quattro presunti criminali di guerra di cui le autorità del tribunale chiedevano l'arresto e la consegna: comandante a Banja Luka negli anni 1992-95, Zupljanin è accusato di aver ucciso civili musulmani e croati.

Zupljanin, 57 anni, era un alto ufficiale della polizia e dei servizi segreti e consigliere speciale di Radovan Karadzic, leader politico dei serbi di Bosnia Erzegovina. Durante la guerra si è reso colpevole di crimini contro l'umanità e di violazioni delle norme di guerra, oltre che di assistenza in genocidio.

Il tribunale ad hoc dell'Aja sta insistendo da anni perchè vengano arrestati i sospetti ancora a piede libero. La piena collaborazione con il tribunale dell'Aja è una delle condizioni chiave poste dall'Unione Europea a Belgrado per un definitivo avvicinamento all'Ue. Qualche giorno fa Serge Brammertz, procuratore capo del Tribunale penale Internazionale per la ex-Jugoslavia, aveva detto che la Serbia «non ha compiuto visibili progressi negli ultimi sei mesi nelle ricerche »

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mercoledì, 28 maggio 2008

Bosnia: arrestati 4 serbi per crimini di guerra


Sarajevo
La polizia bosniaca ha arrestato 4 persone di origine serba sospettate di aver compiuto crimini di guerra. La Procura ha così confermato che Damir Ivankovic, Dushan Jankovic, Zeljko Stojnic e Zoran Babic sono stati arrestati oggi a Prijedor, con l’accusa di aver ucciso 200 civili.
Secondo le autorità, gli imputati facevano parte di un gruppo paramilitare che sequestrava autobus che trasportava civili. Le accuse saranno ora sottoposte al giudice per la seduta preliminare.
Da Rinascita Balcanica
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sabato, 24 maggio 2008

Fino a che punto si può tollerare la falsità?

di Luca Ferrari

Alla ricerca della verità. Della giustizia. L’indifferenza ha avvelenato il mondo. La sofferenza va somministrata a seconda dell’interesse. Ci stanno narcotizzando spacciando mine antiuomo per colombe.

Nel film The hunting party (2007) per la regia di Richard Shepard, i protagonisti Richard Gere e Terrence Howard, indossano le vesti rispettivamente di un agguerrito reporter e del suo fedele cameraman, alla ricerca del più famoso ricercato criminale della guerra dei Balcani.

Gere è un giornalista che durante una diretta televisiva nazionale, si rifiuta di coprire la notizia, e parla apertamente del massacro indiscriminato perpetrato dalle forze serbe ai danni dei bosgnacchi (musulmani bosniaci), e per questo licenziato subito dopo.

In quanti lo avrebbero fatto? Dura la vita del reporter sul fronte. E non parliamo di quelli che se ne stanno comodi a filmare fasulle strette di mano che hanno il solo obbiettivo di deviare lo sguardo del pubblico verso una realtà che non esiste.

La guerra in Bosnia c’è stata. E non facciamo certo uno scoop nel dire ha raccolto più silenzio e che attenzione. “Hanno fatto pulizia etnica per la tua sicurezza” dice il cameraman Duck (Howard) al giovane rampollo, figlio del magnate del network, che accompagna i due protagonisti.

Già, la nostra sicurezza. Sembra di sentire i discorsi di tanti galantuomini. Una donna assassinata, tutta sporca di sangue con il ventre “gonfio” di un bambino, su cui si vedono i fori di quattro proiettili. È questo il prezzo? L’immagine non è per nulla diversa dalla realtà visto che le donne furono squarciate con i figli in grembo.

La verità non ha bisogno di spiegazioni, o correzioni. La verità non segue la regola delle cinque “W”: who (chi), what (cosa), when (quando), where (dove) e why (perchè), più eventuale how (come). È possibile non sporcarsi le mani, sguazzando nel putrido?

I reporter vedono cose orribili. È il loro lavoro. Ma c’è una grossa differenza fra quello che loro vedono e quello che poi si sente (o si legge). Il popolo è traghettato. I telespettatori se ne stanno sul seggiolone in attesa che qualche “papavero” decida cosa dar loro da mangiare.

“Una vita in pericolo è una vita reale. Il resto è televisione”, dice il saggio Simon (Gere). Così come vanno le cose, non è giusto. Ecco perché dobbiamo cambiare le regole. E d’ora in poi la storia dovrà essere raccontata da altri. Già, da chi?

da Il Reporter

sabato, 24 maggio 2008

Fino a Mladić

21.05.2008    Da Sarajevo, scrive Andrea Rossini

Fausto Pocar
Il presidente del Tribunale Penale per la ex Jugoslavia, Fausto Pocar, è giunto lunedì a Sarajevo per una visita di tre giorni. Al centro dei colloqui la cooperazione della Bosnia Erzegovina con L'Aja e la questione dell'eredità del Tribunale. Nostro resoconto
Karadžić, Mladić, Hadžić e Župljanin. I primi due accusati di genocidio, gli altri per crimini di guerra e contro l'umanità, sono ricercati da anni. La loro persistente latitanza rappresenta “il principale ostacolo al successo del Tribunale Penale per la ex Jugoslavia (Tpi), un'ombra sulla credibilità della comunità internazionale nel suo impegno per la giustizia e un impedimento al progresso di questa regione”.

Lunedì pomeriggio a Sarajevo, nella sala stampa della Presidenza della Bosnia Erzegovina, il presidente del Tpi, l'italiano Fausto Pocar, ha voluto rassicurare gli scettici. Si sbagliano quanti pensano che, dopo il via libera dato dall'Unione Europea alla firma dell'Accordo di Associazione e Stabilizzazione con la Serbia, la volontà di arrestare i quattro superlatitanti sia venuta meno. L'impegno resta. Almeno quello del Tribunale. Ma il tempo a disposizione sta per scadere. La strategia di completamento prevista dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite stabilisce infatti il 2011 come data di chiusura del Tribunale.

"Il Tribunale non deve chiudere fino a quando i latitanti non saranno arrestati e processati"
Incontrando la stampa insieme a Željko Komšić, rappresentante dell'Ufficio di presidenza della Bosnia Erzegovina, Pocar è ritornato su alcune questioni generali legate all'attività del Tribunale Internazionale e al suo futuro. In primo luogo ricordando proprio che, nonostante la prevista data di chiusura, “ho ribadito più volte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e all'Assemblea Generale la posizione del Tpi e mia personale sulla questione: il Tribunale non deve essere chiuso fino a che i latitanti non saranno arrestati e processati”.

Pocar, che ha parlato di “irreversibilità” del processo di verità e giustizia nella regione in conseguenza del lavoro svolto in questi anni dal Tpi, ha poi affrontato numerose questioni specificamente bosniache. Tra le altre, quella della fuga di Radovan Stanković. L'uomo, il cui caso era stato trasferito dall'Aja alla Corte di Stato della Bosnia Erzegovina, era stato condannato a 20 anni per stupro e altri crimini contro l'umanità commessi a Foća nel 1992. Secondo la sentenza, Stankovic era uno dei responsabili del tristemente noto campo di detenzione per donne (Karaman kuća), la cui detenuta più giovane aveva 12 anni. Proprio a Foća era stato mandato per scontare la pena, ma l'anno scorso i suoi secondini si sono distratti – tutti insieme e allo stesso momento – mentre lo portavano in città per una visita dentistica. Da allora è latitante [v. sulla questione il nostro articolo
Il fuggiasco].

Il presidente del Tribunale Internazionale ha espresso il proprio disappunto per la persistente latitanza del detenuto, annunciando per il giorno dopo [ieri, ndr] la propria visita a Foća “per raccogliere informazioni sulla vicenda”.

Sulla affidabilità del sistema giudiziario (e detentivo) bosniaco si gioca molta parte del futuro del Tribunale. Dopo la sua chiusura saranno infatti le Corti locali (e in primo luogo quella della Bosnia Erzegovina) a dover continuare il lavoro dei giudici dell'Aja. Sotto questo profilo, l'interesse del Tribunale per lo sviluppo e il rafforzamento delle istituzioni giudiziarie in Bosnia Erzegovina è probabilmente il motivo principale alla base della visita di Pocar.

La volontà delle istituzioni bosniache a collaborare pienamente con il Tpi è stata ribadita dal membro dell'Ufficio di presidenza Željko Komšić, cha ha sostenuto in conferenza stampa la posizione secondo cui “il Tribunale deve continuare fino a quando Karadžić e Mladić non saranno processati”.

Komšić è tuttavia intervenuto anche sullo specifico funzionamento del Tribunale, criticando la pratica – in uso all'Aja da diversi anni - dei patteggiamenti con la Procura. Il Tribunale Internazionale prevede infatti la possibilità per l'imputato di patteggiare con la Procura la propria posizione, offrendo collaborazione in cambio dell'impegno dell'accusa a lasciar cadere alcuni capi di imputazione e richiedere ai giudici una riduzione di pena. Questa prassi, che porta a processi più brevi, è stata estesa anche ad accuse gravissime (genocidio), ed è stata aspramente criticata dalle associazioni delle vittime. Proprio alle vittime ha fatto riferimento Komšić sostenendo che “l'uso troppo frequente dei patteggiamenti offende i [loro] sentimenti, diffondendo una sensazione di svalutazione della giustizia.” (vedi il capitolo sui Patteggiamenti in
Sette giorni d'estate).

Il rappresentante della Presidenza bosniaca ha poi sollevato di fronte a Pocar e alla stampa il caso di Ilja Jurišić, ex presidente del consiglio comunale di Tuzla, da oltre un anno detenuto a Belgrado per i fatti della cosiddetta "Brćanska Malta". La vicenda, per la quale è ricercato da un tribunale serbo anche Sélim Bešlagić, ex sindaco di Tuzla oggi parlamentare della Federazione della Bosnia-Erzegovina, risale al maggio 1992, quando una colonna di militari jugoslavi si scontrò con le milizie locali mentre stava lasciando la città. Si tratta di un caso estremamente delicato su cui esistono versioni diametralmente opposte, e che da tempo rappresenta un contenzioso tra i due Paesi. Komšić ha chiesto al presidente del Tpi di poter verificare se la Serbia arrestando Jurišić non abbia violato gli accordi di Roma del 1996 (le cosiddette “regole della strada”, che prevedono l'approvazione da parte dell'Aja delle inchieste condotte dalle Corti locali su crimini di guerra ).

Gli archivi

Con l'avvicinarsi della chiusura del Tribunale dell'Aja, la questione che sta maggiormente catalizzando il dibattito pubblico nella regione è tuttavia quella degli archivi. L'Aja ha raccolto in questi anni moltissima documentazione, gran parte della quale è ancora segreta, sulle guerre degli anni '90. Chi dovrebbe gestirli, quale uso dovrebbe esserne fatto, quale accesso per il pubblico, quali parti dovrebbero essere mantenute eventualmente segrete? La decisione finale sul futuro degli archivi sarà presa dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dopo che un gruppo di lavoro coordinato dall'ex procuratore Richard Goldstone avrà presentato un proprio rapporto entro il prossimo mese di agosto. Sia la Bosnia Erzegovina che la Croazia e la Serbia hanno un evidente interesse nel ricevere questo materiale. Allo stesso tempo, tuttavia, questi Stati temono l'uso che i propri vicini ne possano fare. Diverse associazioni hanno già preso la parola, sostenendo che gli archivi dovrebbero essere resi integralmente disponibili al pubblico, per la loro importanza in un processo di elaborazione del passato recente di questa regione. Alcuni osservatori hanno posto la questione del rispetto delle famiglie delle vittime su materiali particolarmente sensibili, mentre altri sostengono che dovrebbero essere resi disponibili alle Corti locali per continuare i processi sui crimini di guerra.

Fausto Pocar ha riassunto il proprio pensiero sulla questione: “[Gli archivi] devono essere accessibili alle vittime, al pubblico e alle Corti [locali] che devono continuare a condurre i processi per crimini di guerra”, ricordando tuttavia che si tratta di una decisione che dovrà prendere il Consiglio di Sicurezza.

Per quanto riguarda la Bosnia Erzegovina la vicenda è - se possibile - più complicata. Komšić ha sottolineato che secondo lui gli archivi dovrebbero essere trasferiti a Sarajevo, ma ha ricordato che esiste sulla questione un veto da parte del rappresentante serbo della Presidenza, Radmanović, e che quindi l'Ufficio di presidenza bosniaco non può fare una richiesta in questo senso.

Tutta la conferenza stampa, per la parte bosniaca, è stata attraversata da questo paradosso. Komšić non ha nascosto dall'inizio che, stante la disponibilità di tutti a collaborare con il Tpi, “quando si discute in dettaglio di questa collaborazione ci sono differenze e punti di disaccordo”, ribadendo di aver discusso con Pocar “a livello personale” e di non essere stato autorizzato a parlare anche a nome di Silajdžić e Radmanović .

Questo è pur sempre un Paese in cui i presidenti sono 3, e capita che quando uno di loro incontri le istituzioni internazionali o la stampa parli “a titolo personale”. Questioni bosniache.

da Osservatorio Balcani
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giovedì, 15 maggio 2008

Bosnia: incastrato il Gasi, il boss di Sarajevo

E' stato arrestato e condannato uno dei capisaldi della criminalità in Bosnia, Muhammed Ali Gasi, boss incontrastato di Sarajevo. La sua condanna è una vittoria per gli sforzi messi in campo dall'Unione Europea per contrastare l'illegalità in questo paese. E' stato dato, inoltre, un forte segnale alla criminalità organizzata, rimasta finora completamente impunita. Il boss, 35 anni, era libero di agire indisturbato, non rispettando le regole; viveva una vita di soldi, donne derivanti dalla illegalità delle sue azioni. Possedeva una Ferrari rossa che lasciava parcheggiata indisturbata nelle zone pedonali della città sicuro che nessuno avrebbe mai osato fargli una multa.

"Abbiamo dimostrato alla gente che questo tipo di persone non sono intoccabili" sottolinea Edin Vranj, il capo del dipartimento anti-criminalità della Federazione croato-musulmana (una delle due entità della Bosnia insieme alla Republika Srpska), il quale ha 350 poliziotti alla caccia di Gasi.

Prima dell'arrivo, nel 2006, della polizia Ue in Bosnia Erzegovina (Eupm) giudata dal Generale di Brigata dei Carabinieri, Vincenzo Coppola, Gasi era libero di scorrazzare per le strade della capitale indisturbato. Fin qundo le autorità non hanno trovato il coraggio di affrontare il problema, la latitanza del boss è continuata. Inoltre, Gasi attaccava continuamente, supportato dalla complicità dei media che hanno costruito intorno al boss la figura di un eroe di guerra, nonostante le umili origini, Oleg Cavka, il quale ha raccolto per quattro mesi consecutivi, indizi contro Gasi.

"Una volta ha avuto perfino la faccia tosta di telefonarmi per chiedermi perchè ce l'avessi con lui. Ha avuto il mio numero dal suo avvocato", ha raccontato Cavka in un incontro a Sarajevo con alcuni giornalisti la settimana scorsa. "E' stato un bel successo, che secondo me sarà un catalizzatore per operazioni simili che saranno condotte in futuro" concorda Coppola, sottolineando che la magistratura locale e l'Eupm stanno indagando su "altri 32 o 33 casi di criminalità organizzata in tutto il territorio della Bosnia-Erzegovina".

Il generale ci tiene a sottolineare che l'arresto del boss " è stata un'eccezione". Conferma questa posizione Drew Engel, americano a capo del Dipartimento anti-criminalità della Corte della Bosnia-Erzegovina. "Mi piacerebbe vedere i miei procuratori battersi fra di loro per vedersi assegnati i casi più difficili, invece, per il momento, hanno ancora un atteggiamento passivo, anche se individualmente sono molto preparati", dichiara.

Il lavoro dei magistrati e dei poliziotti in Bosnia è complicato enormemente dall'assetto iperfederalista del Paese creato dagli accordi di pace di Dayton del 1995. Questo prevede la Republika Srpska dei serbo-bosniaci e la Federazione croato-musulmana, due entità  che possono essere considerati come due 'mini-Stati', ognuno dei quali ha un proprio governo, parlamento e corpi di polizia. In più nella Federazione ci sono 10 cantoni divisi tra croati e musulmani con strutture di governo  completamente autonome. La volta in cui Gasi è stato avvistato a est di Sarajevo ci sono volute due ore e mezzo per mettersi d'accordo su quale corpo di polizia avesse dovuto provare a prenderlo. "Avrebbe avuto il tempo di scappare fino in Slovenia", denuncia Cavka.

Agenzia Radicale

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Chi sono

Blogger: LibertAria
Nome: Valeria Taradash
Giornalista, scrittrice... innamorata della Bosnia da molti anni. Da quando una guerra insensata, giocata troppo vicino a casa mia perché riuscissi a restarne fuori, mi ha portato in questo Paese. La spinta somigliava molto alla curiosità o, più gradevole espressione, al desiderio-bisogno di capire. Crimini troppo grandi e incomprensibili venivano commessi, spesso in nome di un Dio che, come al solito, non c'entrava niente. Non ho saputo restare davanti al televisore a scuotere la testa. Il bisogno di partire si è fatto viaggio, il viaggio si è fatto conoscenza, la conoscenza si è fatta amore, partecipazione e necessità di testimoniare. In passato ho collaborato con TV e radio private. Per la carta stampata ho scritto e tradotto per "Shabab", un bollettino che si occupava di MedioOriente, più precisamente della Palestina. Inoltre ho pubblicato tre libri, due saggi ("La fame nel mondo" e "La nonviolenza") e un romanzo ("Concerto per chihuahua ...e frammenti di stelle ...e altre code"). Oltre all'amore per la scrittura, un'altra passione mi ha accompagnato per tutta la vita, divenendo a periodi una professione: i cani. Allevo cani per hobby e per amore. Anni fa sono stata titolare di una scuola di addestramento all'obbedienza e all'agility. Con i miei amici a quattro zampe mi diverto e lascio che mi dipingano sulla faccia sorrisi di tenerezza uniti a sentimenti di protezione e di condivisione affettiva. Insomma a loro concedo il mio lato "morbido", che altrimenti so nascondere benissimo. Chi mi conosce lo sa...


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12 Febbraio 2008- Finalmente, tra le mille cose che ho fatto e faccio, ne ho fatta una di cui sono davvero fiera e contenta: ho scritto un libro. Non è il primo che scrivo. Non è nemmeno il primo che pubblico. Però è il mio primo romanzo e, soprattutto, è il libro che avrei voluto scrivere. Per verificare che non ci fossero errori o sviste l'ho riletto da capo a piedi e poi, nonostante sia ipercritica nei confronti di me stessa e di ogni cosa che faccio, mi sono sorpresa a pensare: è bello, è proprio bello. Quasi me ne vergogno ma è la verità e vorrei che tutti potessero leggerlo e dire la loro. La distribuzione partirà tra breve. Al momento è reperibile presso la casa editrice che lo ha messo in vendita in internet, e si può acquistare senza problemi tramite le carte varie previste o anche contrassegno. Se volete... se ne avete voglia, cliccate sull'immagine della copertina subito qui sotto. Se amate gli animali, i cani in particolare... se avete amato un libro che si intitola "Il Piccolo Principe" allora, credetemi, non ve lo dovete perdere. Poi fatemi sapere che ne pensate. Ve ne sarò davvero molto grata. Ciao e buona lettura, Valeria

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