(ANSA) - SARAJEVO, 26 FEB - Oltre diecimila persone provenienti da tutta la Republika Srpska hanno manifestato oggi a Banja Luka contro l'indipendenza del Kosovo.Alla manifestazione, organizzata dalla Spona, associazione di alcune organizzazioni non governative tra cui quella dei veterani di guerra, hanno partecipato le massime autorita' della Rs (entita' a maggioranza serba di Bosnia), ma non e' intervenuto, come avevano annunciato gli organizzatori, il primo ministro di Belgrado Vojislav Kostunica.
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SERBO-BOSNIACI TENTANO ASSALTO AL CONSOLATO USA
Centinaia di manifestanti serbo-bosniaci hanno tentato di assaltare il consolato Usa a Banja Luka, in Bosnia. L'attacco, con pietre e mortaretti lanciati verso la sede diplomatica, e' stato respinto dai blindati della polizia prima che la folla potesse raggiungere l'edificio. Gli incidenti, in cui sono rimasti feriti due agenti e un manifestante, si sono verificati a margine di un corteo di 10mila persone che avevano manifestato contro la secessione del Kosovo dalla Serbia. La polizia ha fermato diverse persone, tra cui alcuni minorenni. Sono state distrutte anche molte vetrine, tra cui quella di un negozio gestito da un croato, ma, a differenza di quanto accaduto a Belgrado con gli assalti alle ambasciate, stavolta la polizia e' riuscita ad arginare la furia dei manifestanti.
Repubblica.it
Il Segretario generale della NATO, Jaap de Hop Scheffer, riferendosi ai sviluppi in Kosovo, ha dichiarato per il quotidiano francese “Le Monde”, che "se sarà necessario, le truppe della NATO dislocate in Bosnia Erzegovina potrebbero intervenire in Kosovo, come rinforzi aggiuntivi". "In ogni caso, ad intervenire in caso di tumulti, toccherà innanzitutto alla polizia kosovara, poi a quella della UNMIK, e infine alla KFOR” ha precisato Scheffer.
Il capo dell'Alleanza Nord-Atlantica ha affermato che "la distruzione delle ambasciate a Belgrado è assolutamente inaccettabile" ed ha espresso la sua preoccupazione "sull' incitazione alla violenza" da parte di alcuni Ministri serbi. “Capisco bene che per la Serbia non e` facile accettare l`indipendenza del Kosovo - aggiunge Jaap de Hop Scheffer - ma un conto è che questa venga accettata, e un altro ancora che si inciti pubblicamente la popolazione ad utilizzare la violenza”. Secondo il capo della Nato, "se gli hooligans vengono appoggiati dai ministri serbi, allora questo è innaccettabile e rischioso".
Rinascita Balcanica
Della difficile e complessa realtà dei Balcani e in particolare della Bosnia Erzegovina, ci parla, al microfono di Luca Collodi, mons. Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo:
R. – Da secoli noi siamo coinvolti nella stessa storia. Ogni uomo che riflette prova una certa paura, un certo timore, perché nonostante l’indipendenza sia stata già da tempo annunciata e quindi aspettata, si teme per le conseguenze che questo potrebbe portare. Questo viene sentito sia dalla Chiesa, sia dai popoli della Bosnia Erzegovina – poiché potrebbe aggravare una ormai già da tempo difficile situazione politica in Bosnia ed Erzegovina.
D. – In particolare il riferimento è alla Repubblica Srpska di Bosnia, il cui parlamento ha votato una Risoluzione che esprime il diritto a proclamare l’indipendenza…
R. – Per quanto risulta a noi, in base alle notizie che abbiamo, è stato fatta una dichiarazione in cui prima di tutto si dice che non accettano e non accetteranno mai l’indipendenza del Kosovo, poiché questa indipendenza nega i diritti fondamentali del popolo serbo, di cui si sentono parte. Nel secondo punto si dice che il parlamento della Repubblica Srpska rispetterà tutte le decisioni dell’accordo di Dayton se non verranno però messi in discussione i diritti garantiti da questo stesso accordo alla Repubblica Srspka e che è disponibile a continuare il processo di integrazione nella Comunità europea della Bosnia Erzegovina se questo non porterà però conseguenze o cambiamenti ai diritti, che sono stati già garantiti dagli accordi di Dayton. In questa Dichiarazione, quindi, non si parla del diritto all’indipendenza.
D. – Mons. Sudar, la situazione in Kosovo può allontanare l’integrazione fra cattolici ortodossi e musulmani in Bosnia Erzegovina?
R. – Certamente. Qui le cose gravi - come appunta la dichiarazione di indipendenza del Kosovo – si riflettono su tutte le realtà, compresa quella ecumenica o quella interreligiosa. Mi auguro che si possa continuare su questa strada, visto che le Chiese e le comunità religiose hanno finora dimostrato una grande prudenza: non ho letto, infatti, alcuna dichiarazione che appoggi o che neghi l’indipendenza. Il primo compito delle Chiese e delle comunità interreligiose è quello di riuscire ad essere i fattori principali della convivenza a livello meramente umano. Se non facciamo questo, rischiamo di non riuscire neanche a svolgere il nostro compito fondamentale.
La Russia ha minacciato questa mattina l'uso della forza nel Kosovo, affermando che sarà costretta al peggio se l'Europa continuerà a muoversi al di fuori di una posizione comune, o se la NATO continuerà ad infrangere il proprio mandato a Pristina. Salvatore Sabatino ha chiesto un commento a Fulvio Scaglione, vice-direttore di Famiglia Cristiana ed esperto di area balcanica ed ex sovietica:
R. – Mi sembra una posizione molto aggressiva dal punto di vista diplomatico, ma anche abbastanza impraticabile dal punto di vista concreto, per fortuna. Io credo che questo valga soprattutto per stabilire, per mostrare la decisione con cui la Russia si schiera al fianco di Belgrado, e quindi in un certo senso anche per rincuorare i serbi, rispetto alla questione del Kosovo.
D. – Quanto questa crisi può riaccendere il focolaio balcanico?
R. – Io non credo, ripeto, che il focolaio balcanico sia un problema enorme, perchè potrà essere controllato in tante maniere e non tutti, peraltro, i politici serbi sono schierati sulla linea di questo nazionalismo un po’ forsennato e fuori dalla storia, di cui si sono resi protagonisti i teppisti nelle strade. Il presidente Tadic, per esempio, è molto moderato e ha sicuramente molto interesse che il nazionalismo non mandi in frantumi la possibilità per la Serbia di essere inserita nell’Unione Europea. Credo piuttosto che questo del Kosovo sia un ennesimo e forse uno dei più gravi, più pericolosi e insidiosi episodi di questo scontro, cui assistiamo ormai da anni, che è lo scontro tra il neoimperialismo americano e il risorgente nazionalismo russo, che nei Balcani, ovviamente, si combatteranno, perché i Balcani sono ormai diventati lo sbocco in Occidente e la via di transito di tutti i principali gasdotti e oleodotti del mondo. Quindi, hanno un’importanza strategica incredibile, per quanto riguarda tutti i Paesi sviluppati. Lì si combatte esattamente come si è combattuto e si combatte per le stesse identiche ragioni, nell’Asia centrale, nel Caucaso, sempre tra Stati Uniti e Russia.
da Radio Vaticana
NdR: Le notizie che in questi giorni arrivano dal Kosovo sono moltissime e non sono riportate in questo blog. Potete infatti leggerle ovunque. Qui troverete solo quelle che coinvolgono, direttamente o indirettamente, la Bosnia.
Forse non tutti ricordano che la guerra nella ex Yugoslavia non comincia in Bosnia e neppure in Croazia, ma in Kosovo. La catena di eventi che ha portato al massacro di Srebrenica e al bombardamento di Belgrado parte da lì, alla fine degli anni ’80, quando il leader serbo Slobodan Milosevic lanciò un serie di misure repressive contro questa provincia autonoma, semi-indipendente e a prevalenza albanese all’interno della Serbia. Questa situazione culminò nel 1990 quando Milosevic pose fine alla semi-indipendenza, revocò l’autonomia del Kosovo, installò nuovi controlli di polizia, chiuse i giornali in lingua albanese, licenziò i professori universitari e inflisse un caos politico ed economico alla regione.
L’intenzione di Milosevic era quella di ristabilire il dominio serbo-ortodosso sul Kosovo, luogo storico di una importante battaglia tra i serbi e l’impero Ottomano nel 1389 (in cui i serbi vennero sconfitti) e patria di una sostanziosa minoranza serba. Il risultato di tutto questo? Proprio in questi giorni, quasi vent’anni dopo, il Kosovo – uno stato di lingua albanese e a maggioranza musulmana in cui, è facile prevedere, la minoranza serba non sia particolarmente benvoluta e dove le chiese ortodosse difficilmente saranno a riparo da vandalismi - ha dichiarato la sua indipendenza. Sarebbe difficile trovare una dimostrazione più eloquente della legge sulle conseguenze inintenzionali.
Infatti, guardando le folle in festa sabato notte per le strade di Pristina, mi sono chiesta se non ci fosse una più profonda lezione da trarre per tutta l’area balcanica. L’obiettivo dichiarato di Milosevic era la maggior gloria della Serbia (ne aveva anche di non dichiarati, come la perpetuazione della struttura di potere dell’era comunista, ma qui non importa). Riattizzare il nazionalismo serbo ha trasformato le minoranze serbe in Yugoslavia in mini-milizie. Queste a loro volta hanno ispirato la nascita di mini-milizie croate, bosniache, albanesi che hanno cominciato a combattersi tra di loro in una serie di piccole ma sanguinose guerre.
Posso certamente essere accusata di ipersemplificare questa cronologia, ma resta comunque vero che il risultato di queste iniziative – pulizia etnica, discriminazione, aggressività – sono state un completo disastro per la Serbia. L’economia serba è andata a picco; l’influenza serba sulla ex Yugoslavia è evaporata; Belgrado, la capitale, bombardata. Ora la Serbia sembra anche destinata a essere smembrata. Alcuni paesi europei e gli Stati Uniti hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, qualcosa che non sarebbe mai accaduta vent’anni fa. Milosevic, il leader super-nazionalista che coltivava il sogno di una Serbia rinata, più forte e più rispettata, ha danneggiato il suo paese più di qualsiasi altro.
E’ bene tenere a mente questa lezione nei prossimi mesi se qualcun altro in Europa o altrove pensa di prendere il Kosovo come precedente. Dopo tutto, se gli albanesi possono essere indipendenti dai serbi, gli abkazi e gli osseti del sud vorranno esserlo dalla Georgia, i baschi e catalani non capiranno perché non lasciare la Spagna e chissà cosa succederà a Cipro.
In qualcuno di questi casi ci sono paesi vicini che possono essere interessati ad incoraggiare la secessione, così come la Serbia incoraggiava le sue minoranze in Bosnia e in Croazia. In particolare la Russia ha già lanciato segnali minacciosi nel caso dei separatisti georgiani, e si capisce perché. Quale modo migliore per prendersi una rivincita contro quegli amanti della Nato dei georgiani che aiutare le minoranze etniche della Georgia in una guerra civile. Per altro il momento non potrebbe essere più propizio. Nella fase finale dell’amministrazione Bush qualcuno penserà all’Abkazia? E mentre si gioca una delle più interessanti campagne elettorali che gli Usa abbiano visto da decadi, ci sarà spazio per ciò che accade nell’Ossezia del Sud?
Di certo però, se l’Abkazia e l’Ossezia finiranno con lo staccarsi dalla Georgia e se ne seguisse una guerra civile, la Russia avrà uno stato fallito ai suo confini. E come ben sappiamo dalla Yugoslavia, dal Medio Oriente e dall’Africa, le guerre civili etniche o religiose hanno una terribile capacità di contagio. Il caos in Georgia potrebbe essere, nel medio termine, un vantaggio per il clan Putin, bisognoso di evocare uno stato di guerra, di infastidire l’Occidente e di tenersi stretto il potere (proprio come il Milosevic di una volta), ma di certo non è nell’interesse della Russia nel lungo termine.
La politica russa verso queste ambizioni separatiste nelle prossime settimane ci dirà molto sulla mentalità del gruppo dirigente di Mosca. Se gli inquilini del Cremlino hanno a cuore il benessere dei loro compatrioti resteranno in silenzio e cercheranno ci placare gli animi di tutti. Altrimenti, beh, spero che ricordino che la legge delle conseguenze inintenzionali si applica anche a loro
Dal Washington Post del 19 febbraio
Roma, 22 feb (Velino) - Potrebbe partire dalla Bosnia-Erzegovina il temuto effetto domino della secessione del Kosovo. Con un voto tenuto nella tarda serata di giovedì, il Parlamento della Srpska, la Repubblica serba di Bosnia, ha decretato che nel caso molti paesi, soprattutto europei, riconoscessero l’indipendenza del Kosovo, sarà indetto un referendum sulla separazione della Srpska dallo stato bosniaco. La risoluzione, cui si sono opposti solo cinque deputati di etnia non serba, avverte le nazioni del mondo che il riconoscimento della sovranità del Kosovo stabilisce un precedente internazionale. “L’Assemblea del popolo della Repubblica Srpska – recita il testo – ritiene di conseguenza di avere il diritto di rilevare l’opinione pubblica sul proprio status legale attraverso la diretta dichiarazione dei cittadini in un referendum”. La presa di posizione di parlamentari serbo-bosniaci, come ha spiegato il premier Milorad Dodik, leader dei socialdemocratici indipendenti, non significa che la Srpska stia per decretare la secessione. L’atto rappresenta però una spada di Damocle contro l’inviato dell’Onu Miroslav Lajcak, incaricato di semplificare le farraginose procedure decisionali di governo e parlamento della Bosnia-Erzegovina, ed entrato da tempo in rotta di collisione con la componente serba dello stato.
Il referendum sull’indipendenza – ha dunque precisato Dodik – verrà utilizzato solo qualora “lo status della Srpska fosse messo in dubbio dai musulmani bosniaci, dai croato-bosniaci o da diplomatici internazionali”. Nel mirino di Dodik sono soprattutto le proposte lanciate da Lajcak di modifica del sistema di voto, che hanno fatto paventare ai serbo-bosniaci la possibilità di essere messi in minoranza sia in ambito governativo che parlamentare. L’unità della Bosnia-Erzegovina, scaturita dagli accordi di Dayton del 1995 che conclusero una guerra sanguinosa, si regge su una precaria impalcatura statale divisa in due tronconi, la federazione croato-musulmana e la Srpska. A 13 anni di distanza il soggetto statale si regge solo grazie a una rigorosa separazione delle due componenti e al sostegno delle forze militari prima della Nato e poi dell’Unione europea. Le intese di Dayton proibiscono la secessione. Ma è altrettanto vero che l’idea di fondare uno stato multietnico in quel territorio, come si può notare, non ha avuto molto successo, e il precario equilibrio raggiunto rischia di rompersi definitivamente in seguito alla secessione del Kosovo.
L’assemblea del parlamento di Pristina, nel corso di una seduta straordinaria tenutasi domenica 17 febbraio alle ore 15.00, ha proclamato la propria indipendenza. Alle ore 16.00, in un messaggio televisivo rivolto alla nazione, il premier serbo Kustunica ha espresso la condanna più ferma di un atto definito nullo e “illegale”. Dalla Russia e dalla Serbia è stato rivolto un appello al Consiglio di sicurezza per l’annullamento della decisione e il presidente Tadic all’indomani era già in volo per New York, mentre si annunciva un veto cinese al possibile riconoscimento.
Accanto al plauso del presidente Bush, più freddamente i ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno parlato di “presa d’atto” della situazione, ma alcuni stati dell’Unione hanno già espresso dubbi e perplessità sull’implicito automatismo tra dichiarazione unilaterale di indipendenza e riconoscimento internazionale (Cipro, Bulgaria, Grecia, Romania, Slovacchia, Spagna). Il ministro degli Esteri sloveno Dimitrj Rupel, alla presidenza di turno dell’UE, ha precisato in maniera significativa che l’Unione in quanto tale non ha la possibilità di riconoscere il Kosovo, ma “molti” Stati sono pronti a farlo.
Non sono mancate quindi altre reazioni sia in Kosovo che in Serbia. A Mitrovica è stato lanciato un ordigno esplosivo contro la sede Onu; a Belgrado si è verificata una sassaiola conto l’ambasciata americana; a Novi Sad contro una filiale dei supermercati Mercator di proprietà slovena e si segnalano altri momenti di tensione davanti a vari Mac Donald in Serbia. I disordini solo a Belgrado avrebbero provocato una sessantina di feriti. Uomini con l’uniforme dell’Jna (ex armata popolare jugoslava) provenienti dalla Serbia sono stati respinti mentre cercavano di forzare il confine con il Kosovo e il patriarca ortodosso serbo ha esortato a difendere il Kosovo. Il ministro serbo per il Kosovo ha però escluso qualsiasi iniziativa a carattere militare e anche la possibilità di un blocco economico o energetico nei confronti della ex provincia.
Comprensibile esultanza invece a Pristina con una nuova bandiera, un nuovo inno nazionale, circa duemila giornalisti presenti a riferire dell’avvenimento e addirittura una torta di 25 metri quadrati chiamata con scarsa fantasia “torta dell’indipendenza”. In verità, nonostante la nuova bandiera, le immagini diffuse hanno mostrato però l’onnipresenza di quella albanese e di quella degli Stati Uniti. Pochi giorni orsono però da parte di alcuni esponenti politici kosovari venivano espressi dei dubbi fondati a proposito della nuova costituzione e si lamentava anche la poca trasparenza sul processo di stesura della stessa: un sito Internet infatti mette a disposizione i testi di alcune costituzioni occidentali, ma non per questo espone ancora al pubblico dibattito il testo di quella kosovara.
Per completare infine il quadro delle immediate reazioni nell’area qualche preoccupazione si manifesta in Bosnia e potrebbe ora materializzarsi nella Republika Srpska: un gruppo di giuristi e politici ha infatti dichiarato che la Republika Srpska ha lo stesso diritto del Kosovo alla proclamazione dell’indipendenza dalla Bosnia. Si temono ora anche contraccolpi in Macedonia e Montenegro dove si trovano consistenti minoranze albanesi. Alla soddisfazione per la dichiarazione di domenica ovviamente si associa la stragrande maggioranza degli albanesi e, con ogni probabilità, l’Albania sarà sicuramente tra i primi Stati a riconoscere l’indipendenza del Kosovo.
Una vicenda iniziata alla fine della prima guerra balcanica nel 1913, quando la Serbia aveva praticamente annesso un territorio dello sconfitto impero ottomano e che aveva avuto il punto di crisi più acuta nel 1999, sembra essersi conclusa. Da un punto di vista di prospettiva storica di lungo periodo la decisione presa chiude apparentemente la lunga conflittualità di questi decenni, ma una “questione balcanica” – non solo limitata al Kosovo – esiste ancora e continuerà a esistere se non si verificheranno radicali cambiamenti di atteggiamento e mentalità o non si attuerà la stabilizzazione dell’area con un processo di integrazione politica, economica e istituzionale. “Bratsvo, Jedintsvo” (fratellanza e unità) in verità erano già state sepolte da falsi miti e dure repressioni. D’altro canto però, è stato osservato con una certa amarezza, la pulizia etnica, o la contropulizia sono state alla fine riconosciute ufficialmente come i motori della storia balcanica.
Non si tratta per questo di conculcare il diritto del popolo kosovaro all’autodeterminazione (ben diversa tuttavia dalla secessione), ma di ammettere francamente che il tentativo di riequilibrare i Balcani dopo i dieci anni che li hanno sconvolti adottando il principio della multietnicità – ovvero quello del rispetto delle minoranze integrate in un unico sistema democratico – si è rivelato fallimentare. Un principio a ben vedere che aveva cominciato a scricchiolare fin dall’inizio del nuovo assetto, da quando cioè le costituzioni dei nuovi Stati avevano in misura diversa creato la cittadinanza etnica, relegando in tal modo le politiche di integrazione nell’utopia. La pulizia etnica, che nel secolo scorso ha assunto dimensioni e carattere omicida di massa, è sospettata ancora una volta di essere una sorta di lato oscuro della democrazia.
Proprio domenica 17 febbraio Le Courrier des Balkans, commentando l’imminente dichiarazione del parlamento di Pristina, presentava un servizio dedicato alla “piccola Jugoslavia” di Shtimje (lungo la strada tra Prizren e Pristina), ovvero un istituto ospedaliero che raccoglie un’ottantina di persone con gravi disagi mentali. Dalla Vojvodina al Sangiaccato, tutti respinti dalle rispettive famiglie, lavorano in un piccolo atelier che produce mediocre bigiotteria o cornici per fotografie. Il luogo è abbastanza noto e spesso, scorgendo da un’auto gli ospiti a passeggio nell’ampio giardino, si aveva l’impressione di una scena scartata da un brutto film di Kosturica.
Si tratta di una considerazione tristemente pessimista, più sarcastica che ironica e forse persino inutilmente gratuita, ma l’altro luogo nel quale convivono relativamente in pace – e da parecchio tempo – numerosi ex-jugoslavi rimane ora anche il carcere annesso al Tribunale dell’Aja: serbi, croati, bosniaci e kosovari sono colà detenuti in attesa di giudizio per crimini di guerra e questo sembra essere l’ultimo microcosmo multietnico dei Balcani. Solo intravedere delle qualsiasi metafore provenienti da questi luoghi sembra tuttavia di pessimo auspicio.
Resta il fatto che la famosa frase “tutto è cominciato in Kosovo e tutto si concluderà in Kosovo”, relativamente alla seconda dissoluzione jugoslava del XX secolo, non sembra più sufficiente a spiegare i fatti né profetica: l’effetto domino si sta estendendo ora alla stessa Serbia, meno di un secolo fa trionfatrice delle guerre balcaniche e nazione vittoriosa dopo la prima guerra mondiale. Un finale forse inaspettato e ancora tutto da scrivere.
Pieter Feith ha iniziato il suo mandato come rappresentante speciale dell'Unione europea in Kosovo. L'olandese, in un secondo tempo, guidera' la missione civile internazionale che vigilera' sull'indipendenza di Pristina. Nell'illustrare il nuovo incarico, l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue, Javier Solana, aveva spiegato che Feith "offrira' consigli e il supporto dell'Ue nell'ambito del processo politico a promuovera' il coordinamento globale dell'Ue in Kosovo". Cinquantratre anni, Feith ha lavorato nei Balcani dal 1995 al 2001 per la Nato, soprattutto in Bosnia-Erzegovina dopo gli accordi di pace di Dayton.
LaRepubblica.it
«A morte gli albanesi», gridano regolarmente gli hooligan di Belgrado durante le partite di calcio. Gli stessi che negli ultimi due giorni hanno attaccato ambasciate occidentali e McDonald’s. Spesso bruciano l’odiata bandiera croata e intonano canti o slogan per difendere la “terra santa” del Kosovo. I più scatenati sono i Delije, della Stella Rossa, che significa “coraggiosi” assieme ai Grobari, ovvero i “becchini” del Partizan. Sugli spalti sono acerrimi rivali, ma durante le manifestazioni di piazza si alleano per sfasciare tutto come è accaduto a Belgrado e in altre città della Serbia. Le proteste contro l’indipendenza del Kosovo hanno provocato 60 feriti fra agenti e manifestanti. Gli hooligan hanno attaccato l’ambasciata Usa e ieri gli studenti ci stavano riprovando con quella turca. L’obiettivo grosso era la moschea di Belgrado, ma la polizia li ha fermati.Dalla capitale Belgrado, alle enclave serbe in Kosovo e in Bosnia, ovunque, dove c'è una comunità serba c'è stata anche una protesta oggi, contro la secessione dichiarata unilateralmente da Pristina.
"Il Kosovo è nostro": lo slogan ripetuto, tra bandiere e canti patriottici anche in piazza a Belgrado da migliaia di persone che hanno sfilato, mentre gli studenti davano vita alla protesta negli atenei.
Manifestazioni anche a Mitrovica a ridosso del ponte sul fiume Ibar che taglia in due la città e separa le due etnie, serbi da una parte e albanesi dall'altra.
I Serbi in Kosovo sono oltre 100 mila e abitano per lo più nel nord, nell'area di confine vicino alla Serbia. Fedeli a Belgrado, ora minaccerebbero di staccarsi dal nuovo Kosovo indipendente, in cui non credono più di avere un posto.
Stesse bandiere e stessi canti in un altra enclave serba Kosovara, Gracanica. E stesse mano levate con le tre dita aperte nel simbolo della trinità ortodossa e del nazionalismo serbo.
A Gracanica si trova un monastero del 1300, capolavoro dell'arte medievale serba, un esempio del patrimonio artistico e culturale oltre che simbolico al quale i Serbi non intendono rinunciare.
Lo hanno ribadito a Banja Luka migliaia di studenti. Banja Luka è il capoluogo della Repubblica Serpska, entità a maggioranza serba in Bosnia. Se qualcuno ha diritto all'indipendenza - dicevano alcuni dei manifestanti - quelli siamo noi.
EuroNews
Cautela dei principali politici bosniaci sulla dichiarazione di indipendenza di Pristina, le posizioni restano per ora all'interno del quadro definito da Dayton. Manifestazioni a Banja Luka
12 Febbraio 2008- Finalmente, tra le mille cose che ho fatto e faccio, ne ho fatta una di cui sono davvero fiera e contenta: ho scritto un libro. Non è il primo che scrivo. Non è nemmeno il primo che pubblico. Però è il mio primo romanzo e, soprattutto, è il libro che avrei voluto scrivere. Per verificare che non ci fossero errori o sviste l'ho riletto da capo a piedi e poi, nonostante sia ipercritica nei confronti di me stessa e di ogni cosa che faccio, mi sono sorpresa a pensare: è bello, è proprio bello. Quasi me ne vergogno ma è la verità e vorrei che tutti potessero leggerlo e dire la loro. La distribuzione partirà tra breve. Al momento è reperibile presso la casa editrice che lo ha messo in vendita in internet, e si può acquistare senza problemi tramite le carte varie previste o anche contrassegno. Se volete... se ne avete voglia, cliccate sull'immagine della copertina subito qui sotto. Se amate gli animali, i cani in particolare... se avete amato un libro che si intitola "Il Piccolo Principe" allora, credetemi, non ve lo dovete perdere. Poi fatemi sapere che ne pensate. Ve ne sarò davvero molto grata. Ciao e buona lettura, Valeria
