Sarajevo - Bosnia

Blog italo-bosniaco di informazione sulla Bosnia. Contro ogni forma di discriminazione: etnica, politica, religiosa, culturale. L'intolleranza non è tollerata. La menzogna neppure.
martedì, 26 febbraio 2008

Kosovo: manifestazione a Banja Luka

Oltre diecimila contro indipendenza

Kosovo: manifestazione a Banja Luka(ANSA) - SARAJEVO, 26 FEB - Oltre diecimila persone provenienti da tutta la Republika Srpska hanno manifestato oggi a Banja Luka contro l'indipendenza del Kosovo.Alla manifestazione, organizzata dalla Spona, associazione di alcune organizzazioni non governative tra cui quella dei veterani di guerra, hanno partecipato le massime autorita' della Rs (entita' a maggioranza serba di Bosnia), ma non e' intervenuto, come avevano annunciato gli organizzatori, il primo ministro di Belgrado Vojislav Kostunica.

ansa

SERBO-BOSNIACI TENTANO ASSALTO AL CONSOLATO USA

Centinaia di manifestanti serbo-bosniaci hanno tentato di assaltare il consolato Usa a Banja Luka, in Bosnia. L'attacco, con pietre e mortaretti lanciati verso la sede diplomatica, e' stato respinto dai blindati della polizia prima che la folla potesse raggiungere l'edificio. Gli incidenti, in cui sono rimasti feriti due agenti e un manifestante, si sono verificati a margine di un corteo di 10mila persone che avevano manifestato contro la secessione del Kosovo dalla Serbia. La polizia ha fermato diverse persone, tra cui alcuni minorenni. Sono state distrutte anche molte vetrine, tra cui quella di un negozio gestito da un croato, ma, a differenza di quanto accaduto a Belgrado con gli assalti alle ambasciate, stavolta la polizia e' riuscita ad arginare la furia dei manifestanti.

Repubblica.it

 

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mercoledì, 20 febbraio 2008

E a Belgrado ultrà di nuovo in piazza Tornano le «tigri» della Stella Rossa

da Mitrovica

«A morte gli albanesi», gridano regolarmente gli hooligan di Belgrado durante le partite di calcio. Gli stessi che negli ultimi due giorni hanno attaccato ambasciate occidentali e McDonald’s. Spesso bruciano l’odiata bandiera croata e intonano canti o slogan per difendere la “terra santa” del Kosovo. I più scatenati sono i Delije, della Stella Rossa, che significa “coraggiosi” assieme ai Grobari, ovvero i “becchini” del Partizan. Sugli spalti sono acerrimi rivali, ma durante le manifestazioni di piazza si alleano per sfasciare tutto come è accaduto a Belgrado e in altre città della Serbia. Le proteste contro l’indipendenza del Kosovo hanno provocato 60 feriti fra agenti e manifestanti. Gli hooligan hanno attaccato l’ambasciata Usa e ieri gli studenti ci stavano riprovando con quella turca. L’obiettivo grosso era la moschea di Belgrado, ma la polizia li ha fermati.
La Stella Rossa è il club calcistico che ha avuto il più alto numero di dirigenti arrestati per collusione con la mafia balcanica. La tifoseria più estrema è sempre stata legata alle tragiche vicende dell’ex Jugoslavia. Ai tempi di Tito la Stella Rossa era la squadra di riferimento dei poliziotti ed il Partizan dell’esercito.
l capo dei tifosi più famoso è stato Zeliko Raznatovic, il famigerato Arkan, “l’immortale”, eliminato da una sventagliata di mitra nel 2000 in un grande albergo di Belgrado. La scintilla scoppia con la partita fra la Dinamo di Zagabria, di Zvonimir Boban e la Stella Rossa di Belgrado, nel 1990, che sfocia in una zuffa colossale. Arkan annusa l’aria e arruola i tifosi più violenti nel suo corpo paramilitare: le Tigri, che in Croazia e Bosnia si macchieranno di massacri. Nel 1996 acquista grazie ad un avvocato italiano, Giovanni Di Stefano, la squadra di calcio Obilic, che stravince in casa, ma viene messa al bando dai campionati europei.
Dopo la morte di Arkan la tifoseria violenta non si ferma e continua a scendere in piazza, di tanto in tanto, a favore degli ultranazionalisti o inneggiando ai criminali di guerra serbi come il generale Ratko Mladic. Fra i loro idoli in passato c’è stato Sinisa Mihajlovic, ex giocatore della Stella Rossa e attuale vice-allenatore dell'Inter. Oltre al montenegrino Dejan Savicevic, il conquistatore della Coppa dei campioni nel 1991, battendo ai rigori il Marsiglia.
IlGiornale.it
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lunedì, 18 febbraio 2008

I serbi protestano a Belgrado, in Bosnia e Kosovo

Dalla capitale Belgrado, alle enclave serbe in Kosovo e in Bosnia, ovunque, dove c'è una comunità serba c'è stata anche una protesta oggi, contro la secessione dichiarata unilateralmente da Pristina.

"Il Kosovo è nostro": lo slogan ripetuto, tra bandiere e canti patriottici anche in piazza a Belgrado da migliaia di persone che hanno sfilato, mentre gli studenti davano vita alla protesta negli atenei.

Manifestazioni anche a Mitrovica a ridosso del ponte sul fiume Ibar che taglia in due la città e separa le due etnie, serbi da una parte e albanesi dall'altra.

I Serbi in Kosovo sono oltre 100 mila e abitano per lo più nel nord, nell'area di confine vicino alla Serbia. Fedeli a Belgrado, ora minaccerebbero di staccarsi dal nuovo Kosovo indipendente, in cui non credono più di avere un posto.

Stesse bandiere e stessi canti in un altra enclave serba Kosovara, Gracanica. E stesse mano levate con le tre dita aperte nel simbolo della trinità ortodossa e del nazionalismo serbo.

A Gracanica si trova un monastero del 1300, capolavoro dell'arte medievale serba, un esempio del patrimonio artistico e culturale oltre che simbolico al quale i Serbi non intendono rinunciare.

Lo hanno ribadito a Banja Luka migliaia di studenti. Banja Luka è il capoluogo della Repubblica Serpska, entità a maggioranza serba in Bosnia. Se qualcuno ha diritto all'indipendenza - dicevano alcuni dei manifestanti - quelli siamo noi.

EuroNews

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venerdì, 15 febbraio 2008

Mezzogiorno meno cinque

Una sequenza di omicidi e attentati a Sarajevo provoca la reazione dei cittadini contro il degrado sociale, e la più grande manifestazione nella Bosnia del dopoguerra. Il muro contro muro tra dimostranti e istituzioni degenera però in violenze di piazza
A Sarajevo le manifestazioni iniziano in orario. La convocazione di mercoledì però, a mezzogiorno meno cinque, alludeva ad un tempo (quasi) scaduto. Il tempo rimasto per rispondere a un’ondata di proteste che sta crescendo, in una dimensione inedita nella storia del lungo dopoguerra bosniaco.

E’ tutto iniziato con una serie di crimini che hanno sconvolto la comunità sarajevese, imponendo al dibattito pubblico la questione del degrado sociale che attraversa il Paese. Il 20 gennaio tre minorenni hanno aggredito in modo efferato un’anziana, Ljubica Spasojevic, a Novo Sarajevo. Dopo un alterco i tre hanno preso una tanica di benzina e l’hanno gettata sulla donna, dandole fuoco. La signora Spasojevic è morta in ospedale, dopo sette giorni.

Poi, il 5 febbraio, Denis. Denis Mrnjavac, 17 anni, era sul tram per tornare a casa da scuola quando è stato aggredito da tre persone, tra cui un minorenne. Quest’ultimo ha colpito Denis con un coltello all’addome, uccidendolo. Le modalità della tragedia, avvenuta senza motivo in pieno giorno e in pieno centro, sulla linea del tram tra la Bas Carsija e Marin Dvor, hanno scioccato la città.

La reazione dei sarajevesi è cresciuta sottotraccia, trovando forma nei molti forum organizzati in rete. Il portale Sarajevo-x (www.sarajevo-x.com), in particolare, ha catalizzato gli umori della città.

La gente si è data appuntamento per sabato pomeriggio, il 9, di fronte alla cattedrale cattolica. Dopo un momento di commemorazione, alla presenza della madre di Denis, è partito un corteo, che è diventato la più grande manifestazione dalla fine della guerra in Bosnia Erzegovina. Circa 10.000 persone hanno attraversato il centro in modo pacifico, ma allo stesso tempo individuando nelle istituzioni la responsabilità di quanto sta accadendo.

Accanto a “Siamo tutti Denis”, “Perdonaci Denis”, “Perdonaci per la gente che nel tram non è intervenuta”, sono infatti cominciati slogan come “Perdonaci per il governo che abbiamo”, “Perdonaci per 12 anni di passività” ecc.

Gradualmente le parole d’ordine si sono concentrate sulla richiesta di dimissioni della sindaca di Sarajevo, Semiha Borovac, e del premier del Cantone, Samir Silajdzic, individuati come i principali responsabili dell’insicurezza e del malgoverno. Qualche uovo è volato sui palazzi della politica, ma la manifestazione si è poi sciolta senza nessun incidente.

La sera però, sempre a Sarajevo, è successo un altro episodio inquietante. Una macchina che proveniva da Lukavica si è avvicinata alla gente ferma a una fermata dell’autobus a Dobrinija, vicino all’aeroporto. Dalla macchina è stata lanciata una bomba a mano, che ha ferito tre persone. La vettura ha poi invertito la propria marcia ritornando verso Lukavica, oltre la linea che separa le due entità e che per la polizia funziona ancora come una sorta di confine interno.

Nella notte, infine, al “SA klub”, di nuovo nel centro di Sarajevo, c’è stata una sparatoria. Un giovane di 20 anni, Armin Alikadic, è stato ferito da un colpo di pistola ed è ora ricoverato in gravi condizioni.

La cronaca aveva registrato altri fatti gravi nelle scorse settimane, come l’esplosione dell’auto bomba che il 30 gennaio a Pale aveva ucciso tre persone. Il pericolo finora era però avvertito come lontano, e la violenza circoscritta alla lotta tra le gang di criminali. I 4 fatti avvenuti in rapida successione a Sarajevo invece, e soprattutto l’assassinio di Denis, hanno reso evidente che la cultura della violenza e il degrado si stanno estendendo dai gruppi criminali all’intera società. Tutti si sentono potenziali vittime.

Luoghi virtuali come Sarajevo-x e i portali delle organizzazioni più attive della società civile bosniaca, come Dosta (http://www.dosta.ba/), hanno ricominciato a riempirsi di malcontento e proposte. Una nuova manifestazione è stata convocata per mercoledì 13, a mezzogiorno meno cinque, di fronte al palazzo del governo cantonale di Sarajevo.

Nonostante l’orario inconsueto e la giornata lavorativa, circa 3.000 persone si sono presentate all’appuntamento riempiendo il parco tra il palazzo del Cantone e la Presidenza del Paese. Molti gli studenti (la maggioranza), ma anche pensionati e gente comune, e slogan più diretti rispetto alla manifestazione di sabato (“Ladri”, “Dimissioni”, “Andatevene”).

Dopo una mezz’ora di grida è cominciato un fitto lancio di uova contro il palazzo impassibile, poi pomodori, ortaggi, bottiglie di plastica (piene), torce da stadio, e infine pietre e sassi. Ogni vetro infranto veniva accompagnato dalla “ola” della folla, che sottolineava la propria approvazione, mentre la linea di poliziotti che difendeva il Cantone restava ferma in modo surreale e qualcuno si rendeva conto che le cose stavano prendendo la piega peggiore.

Il lancio è continuato a lungo, con piccole scaramucce tra gruppi di manifestanti e poliziotti in borghese che infiltravano i dimostranti nel parco. Dopo un paio d’ore alcuni hanno cominciato ad andarsene, mentre altri si sono diretti sulla vicina Marsala Tita per bloccare il traffico. Quando la folla è ulteriormente diminuita le forze speciali sono intervenute facendo sfollare la gente e cercando di arrestare alcune persone individuate come leader del movimento. Tra loro anche il pacifico Sanjin Buzo, di Dosta, poi rilasciato in serata a seguito delle proteste dei compagni che avevano seguito il cellulare in commissariato.

La giornata si è dunque chiusa nel modo peggiore, con la protesta “contro la violenza” diventata la “protesta violenta” nei telegiornali di prima serata e sulla stampa, e il premier cantonale che ha avuto buon gioco nel trasformarsi da accusato in accusatore (dei giovani violenti appunto). Il Parlamento del Cantone ha discusso un piano per combattere la delinquenza, chiedendo ai competenti ministeri della Federazione di mettere a disposizione un edificio da trasformare in carcere minorile, mentre il ministro dell’Interno (cantonale) Mijatovic ha chiesto più poteri per la polizia.

Il degrado di un Paese il cui dopoguerra sembra non finire più, tuttavia, resta, cosi’ come resta grande la distanza tra cittadini e istituzioni. E a Sarajevo, che per pura coincidenza quest’anno dedica il proprio festival invernale al ’68, il tam tam nei caffè e nei forum è ripreso a battere, e l’energia che si respira sembra diretta più alla lotta contro corruzione e malgoverno che a richiedere maggiori poteri di polizia.

Si annunciano altre iniziative, mentre una parte della società civile comincia ad organizzarsi. Danis Tanovic, premio Oscar della Bosnia Erzegovina per “No man’s land”, che ha lasciato la ricca Europa per tornare a vivere a Sarajevo, ha creato una propria lista con cui si candida alle prossime elezioni. Non ci sono ancora programmi, ma la notizia è stata accolta da molti con entusiasmo, incluso il settimanale “Dani”, che gli ha dedicato una copertina. Anche Dino Mustafic ha detto che starà con Tanovic. L’indicazione è chiara, quella di un cambiamento di rotta rispetto a tutti quelli che identificano la propria salvezza nel lasciare il Paese.

Un Paese che ha un passato di un certo peso, e un presente ancora gravato dal complesso meccanismo istituzionale creato a Dayton. Ma qualcuno oggi interpreta come un possibile segnale di cambiamento anche una delle notizie più surreali che arrivano in questi giorni da Sarajevo, e che non ha niente a che vedere con i casi di cronaca di cui sopra. Gli accordi di Dayton sono scomparsi. Non è una bufala. Le copie originali erano custodite nell’archivio della Presidenza, ma non si trovano più. Lo ha reso noto con sconcerto il presidente di turno del Paese, Zeljko Komsic. Il procuratore generale sta indagando, e ha chiesto spiegazioni. Quegli accordi, tra le altre cose, contengono anche la Costituzione della Bosnia Erzegovina. Forse è davvero un segnale, che sta arrivando il momento di voltare pagina. Vedremo. Anche perché tutto questo avviene a Sarajevo che, si sa, non è la Bosnia.

15.02.2008    Da Sarajevo, scrive Andrea Rossini


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sabato, 03 marzo 2007

Srebrenica, le radici dell'odio

Proteste per la sentenza dall'Aja, sit-in dei bosniaci a Sarajevo Le madri delle vittime tagliano gli alberi dedicati agli uccisi nel '95 Rabbia dopo l'assoluzione dei serbi: "Traditi dall'Europa"
dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTI

<B>Srebrenica, le radici dell'odio<br>"La vendetta si avvicina"</B>

Nella foto: la protesta delle donne musulmane bosniache davanti al parlamento di Sarajevo

SARAJEVO - Alle madri di Srebrenica, dodici anni dopo, non è rimasta che l'accetta. Nadija Alic, rifugiata a Tuzla, questa mattina ha raggiunto la foresta dei figli bruciati dalla guerra. Abeti, betulle, larici, un albero per ogni vittima del "genocidio senza colpevoli". Le donne speravano di seguire almeno la crescita delle piante, battezzate con i nomi degli scomparsi.

Dopo lo schiaffo dell'Aja, hanno deciso di abbattere anche i simboli di chi è stato loro rubato. "Mentre fucilavano mio marito e i nostri tre ragazzi - dice - sono stata stuprata da un ufficiale dell'esercito di Belgrado. La comunità internazionale ha deciso che è colpa mia". I suoi quattro alberi sono caduti poco dopo mezzogiorno. I primi: la cataste di tronchi, accanto ad altre vecchie silenziose e infagottate, ora sono già alte.
La sentenza della Corte internazionale di giustizia, che ha assolto la Serbia dall'accusa di genocidio per il massacro del 1995, spacca la Bosnia-Herzegovina e riappicca l'incendio nei Balcani.

Per protestare contro il verdetto-scandalo, studenti e professori chiudono oggi l'università di Sarajevo. "Siamo tramortiti - dice il rettore Faruk Caklovica - dubitiamo della salute mentale dei giudici". Martedì, nella capitale, hanno sfilato oltre 5 mila persone. La più grande manifestazione dalla fine del conflitto. Sui cartelli c'era scritto: "Sono stati i marziani" e "Occidente, l'ennesimo tradimento". Musulmani e croati contro serbo-bosniaci. Il vaso dell'odio nazionalista e delle vendette etniche è di nuovo senza coperchio.


L'11 marzo, a Tuzla, si annuncia la protesta-choc che spaventa i contingenti militari internazionali. Da dieci anni, ogni mese, le sopravvissute di Srebrenica espongono nell'indifferenza generale i drappi con i nomi delle 8 mila vittime. Mentre a Vienna si deciderà l'indipendenza del Kosovo, le madri bosniache bruceranno le loro stoffe-reliquia per denunciare davanti al mondo la "cinica ipocrisia della Serbia e dell'Onu". Mai, dopo l'accordo di Dayton, pace e rinascita nei Balcani sono parse così lontane. Nei tribunali ormai si fermano anche i processi contro i crimini di guerra.

Naza oggi è arrivata a Sarajevo in autostop per testimoniare le sevizie subite. Non aveva i soldi per tornare a Visegrad. La preghiera di una colletta, in tribunale, non le ha risparmiato di riavviarsi a piedi verso casa. Sono queste umiliazioni, il senso di abbandono e di disperato isolamento, di ingiustizia, a riportare indietro la storia. "La prospettiva di una riesplosione della violenza - dice Zlatko Dizdarevic, direttore del quotidiano Oslobodjenje durante i tre anni di assedio della capitale - diventa ogni giorno più concreta". La verità negata apre ferite antiche e scava pericolosi solchi nuovi.

"In Europa i musulmani - dice Resid Hafizovic, docente di scienze islamiche a Sarajevo - non possono aspettarsi che la loro vita sia protetta come quella degli altri". Un modo prudente per introdurre la domanda collettiva che sta sconvolgendo la Bosnia: se a Srebrenica fossero stati massacrati 8 mila cristiani, la sentenza dell'Aja contro i musulmani sarebbe stata la stessa? "Questo verdetto - risponde il cardinale Puljic Vinco - rispecchia semplicemente interessi politici. E offende tante vittime innocenti". Per questo la Bosnia ha deciso di dare all'Occidente una risposta politica.

"Se il problema è la mancanza di prove contro la Serbia - dice il presidente del comitato per la ricerca dei dispersi, Amor Masovc - ne porteremo di nuove e chiederemo la riapertura del processo". Il parlamento bosniaco, a maggioranza bosgnacco-croata, si appresta così a votare la riforma della costituzione. Si chiede di cancellare la Republika Srpska, "ormai ufficialmente fondata sul genocidio", e di punire chi lo nega. Una bomba, nell'ex Jugoslavia. Oggi a Banja Luka il presidente serbo - bosniaco Milorad Dodik riceve Carlo d'Inghilterra e la moglie Camilla, in visita al contingente britannico.

"Siamo pronti a scusarci per crimini di guerra contro i non serbi - concede rifiutando di riconoscere il genocidio sancito dall'Aja e attaccando la Ue - ma tutti i gruppi etnici devono chiedere scusa per i massacri commessi tra il 1992 e il 1995". Il messaggio ultranazionalista è chiaro: guai a chi tocca la Republika Srpska, pronta a indire un incostituzionale referendum per l'indipendenza e a chiedere l'annessione alla Serbia. Un incubo, nonostante le "pulizie" belliche.

La minaccia di secessione dei serbo-bosniaci, sostenuti da Belgrado e Mosca, risponde all'offensiva dei musulmani di Bosnia: l'obiettivo però è congelare l'indipendenza del Kosovo, destabilizzando i Balcani. "Altro che Unione europea - dice Haris Silajdzic, rappresentante islamico della mostruosa presidenza tricefala della federazione bosniaca - basta una scintilla perché il rogo torni a divampare.
Cosa accadrà a Sarajevo e a Banja Luka, se a Pristina gli albanesi cacceranno i serbi"?

A dodici anni dalla fine dei combattimenti, un Paese spaccato secondo l'assurda linea dei fronti bellici affonda nel rancore, nella miseria, nell'isolamento e nell'assenza di prospettive. La metà del bilancio statale serve per pagare la burocrazia, 187 ministri si contendono le tangenti degli stranieri, la disoccupazione sfiora il 50%, solo quattro edifici su dieci sono stati ricostruiti. Le strade restano interrotte dalle voragini delle cannonate, nei villaggi si sopravvive con due euro al giorno. Nelle scuole, separate secondo l'appartenenza etnica, ai bambini si insegnano storie opposte: il seme per l'odio di domani.

Un bilancio desolante, per la comunità internazionale.
Al punto che ieri Bruxelles ha deciso di prorogare la permanenza dell'alto rappresentante Ue, che doveva smobilitare a giugno. Dimezzate invece le forze di pace, ormai troppo costose. "Ma nelle case e sotto terra - avverte a Sarajevo un diplomatico europeo - restano arsenali impressionanti. Una guerra civile è tecnicamente affrontabile, mentre un colossale contrabbando di armi è già realtà".

L'alternativa all'Europa, secondo la stampa bosniaca, resta "un buco nero". "Se i Balcani dovessero fare i conti solo con se stessi - dice l'analista Tahir Belkic - un'altra Srebrenica sarebbe possibile". Basta guardare le vecchie paralizzate davanti alle tombe dei cimitero di Potocari. Per non abbandonare morti e dispersi, vivono di carità, accerchiate dai loro carnefici della Srpska. L'esistenza si risolve nell'attesa del ritrovamento di nuove fossi comuni. Finora sono 6 mila i cadaveri riesumati, 4 mila quelli identificati grazie al Dna, 2 mila i dispersi.

Ventimila, nell'intera Bosnia decapitata di 100 mila vite. "Ogni mese - dice Bakira Hasecic, leader delle donne vittime della guerra - si riapre una fossa. Stiamo per giorni nel fango, a cercare i resti dei nostri cari. Poi si scopre che le ruspe hanno devastato gli ossari: una tibia riemerge in un campo a sud, il cranio magari è duecento chilometri a ovest. Oppure si trova il corpo di uno a cui è già stato fatto il funerale". C'è chi impazzisce, aspettando invano una tomba su cui pregare.

"Per questo - dice Hatidza Mehmedovic, portavoce della madri di Srebrenica - non possiamo accettare la volgarità del giudizio dell'Aja. Mladic e Karadzic erano stipendiati e agli ordini di Milosevic, celebrato poi come statista a Dayton. Ma siccome l'Occidente ha ancora bisogno della Serbia, contro la Russia di Putin, Belgrado può evitare di pagare il conto".

Una metastasi fatale, ignorata da un'Europa distratta. Come se la prospettiva della Ue, in assenza di verità e giustizia, potesse da sola risanare i Balcani. "La verità - dice Liljana Smajlovic, politologa serbo-bosniaca - è che cresce un rancore nuovo, anti - occidentale. Si sogna Bruxelles per abolire i visti e divorare i finanziamenti: ma dodici anni di beffe ci hanno riportato sull'orlo del precipizio e nessuno crede più nella democrazia europea".

E' sera quando un pullman croato scarica cinquanta rifugiati bosgnacchi tra le macerie di Srebrenica. Erano fuggiti da bambini, sotto le raffiche delle esecuzioni. Vengono a portare un fiore sui tumuli di padri e fratelli maggiori, a vendere la casa. "Adesso ogni giorno - dicono - avvicina quello della vendetta". Ripartono subito. Vivono negli Stati Uniti: qui non torneranno più".

mercoledì, 28 febbraio 2007

Bosnia: in piazza oltre 5 mila contro sentenza corte Onu

SARAJEVO - Oltre cinque mila persone hanno manifestato oggi in piazza a Sarajevo contro la sentenza pronunciata ieri dalla Corte di giustizia dell'Aja secondo la quale la Serbia non è l'artefice del genocidio in Bosnia durante la guerra (1992-95), ma ha solo violato la Convenzione internazionale per non aver impedito il crimine né punito gli autori.

Il verdetto dei giudici dell'Onu sul ricorso presentato dalla Bosnia nel 1993, che definisce genocidio solo il massacro di Srebrenica del 1995 quando in tre giorni furono passati per le armi oltre 8.000 musulmani, assolve la Serbia dall'avervi partecipato nonostante la corte abbia constatato la presenza delle truppe di Belgrado in territorio bosniaco e degli aiuti di ogni tipo alle forze serbe in Bosnia.

La decisione dell'Aja ha suscitato forti reazioni tra croati e musulmani bosniaci, dall'incredulità all'amarezza, dall' indignazione alla tristezza.

La manifestazione è stata convocata da un'associazione che comprende 25 organizzazioni non governative costituite da donne vittime di stupri, madri di Srebrenica, ex detenuti dei campi di concentramento, veterani della difesa di Sarajevo, tutti concordi che la sentenza sia ingiusta e dettata dalla politica.

I manifestanti hanno inviato alle autorità bosniache e alla comunità internazionale otto richieste, tra cui quella di modificare l'assetto costituzionale della Bosnia (divisa in due entità, una a maggioranza serba e l'altra a maggioranza croato musulmana), perché fondato sul principio etnico-territoriale, diretto risultato del genocidio e di orrendi crimini di guerra.

I manifestanti chiedono inoltre l'approvazione di una legge che vieti la negazione del genocidio e che l'area di Srebrenica e Zepa venga dichiarata un distretto speciale.

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mercoledì, 08 febbraio 2006

ISLAM:VIGNETTE; BOSNIA, MANIFESTAZIONE PROTESTA A SARAJEVO

(ANSA) - SARAJEVO, 8 FEB - Un migliaio di manifestanti musulmani hanno protestato oggi a Sarajevo contro le caricature del profeta Maometto pubblicate da alcuni giornali europei. Il corteo dei manifestanti, che gridavano 'Allahu Akbar' (Dio e' grande) si e' fermato brevemente prima davanti all'ambasciata norvegese, poi a quelle francese e danese. I dimostranti hanno bruciato bandiere di carta della Norvegia, della Danimarca e anche quella della Croazia. I protestanti hanno chiesto ai governi di questi come di altri paesi i cui giornali hanno pubblicato le vignette contestate, di offrire scuse pubbliche ai musulmani del mondo per il vilipendio del profeta. Hanno anche invitato, tra l'altro, i rappresentanti di tutte le religioni professate in Bosnia, a unirsi nella difesa di quanto e' sacro per ciascuna delle fedi e di lottare insieme per la tutela dei diritti dell'uomo. La polizia, che ha allestito un imponente dispositivo di sicurezza, non ha avuto motivo di intervenire e la manifestazione si e' conclusa senza incidenti. Gli organizzatori della protesta di oggi, ha reso noto la polizia di Sarajevo, sono un non meglio identificato ''gruppo di cittadini'', guidato da un certo Salih Begovic che ha anche annunciato la protesta. Il capo della comunita' islamica bosniaca, Mustafa Ceric, ieri ha invitato i musulmani bosniaci a non partecipare alla protesta e nel caso avessero deciso di farlo, di manifestare pacificamente. Gli uffici dell'ambasciata danese oggi sono rimasti chiusi. Ieri per due ore l'ambasciata era stata evacuata dopo un allarme bomba rivelatosi falso.

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Chi sono

Blogger: LibertAria
Nome: Valeria Taradash
Giornalista, scrittrice... innamorata della Bosnia da molti anni. Da quando una guerra insensata, giocata troppo vicino a casa mia perché riuscissi a restarne fuori, mi ha portato in questo Paese. La spinta somigliava molto alla curiosità o, più gradevole espressione, al desiderio-bisogno di capire. Crimini troppo grandi e incomprensibili venivano commessi, spesso in nome di un Dio che, come al solito, non c'entrava niente. Non ho saputo restare davanti al televisore a scuotere la testa. Il bisogno di partire si è fatto viaggio, il viaggio si è fatto conoscenza, la conoscenza si è fatta amore, partecipazione e necessità di testimoniare. In passato ho collaborato con TV e radio private. Per la carta stampata ho scritto e tradotto per "Shabab", un bollettino che si occupava di MedioOriente, più precisamente della Palestina. Inoltre ho pubblicato tre libri, due saggi ("La fame nel mondo" e "La nonviolenza") e un romanzo ("Concerto per chihuahua ...e frammenti di stelle ...e altre code"). Oltre all'amore per la scrittura, un'altra passione mi ha accompagnato per tutta la vita, divenendo a periodi una professione: i cani. Allevo cani per hobby e per amore. Anni fa sono stata titolare di una scuola di addestramento all'obbedienza e all'agility. Con i miei amici a quattro zampe mi diverto e lascio che mi dipingano sulla faccia sorrisi di tenerezza uniti a sentimenti di protezione e di condivisione affettiva. Insomma a loro concedo il mio lato "morbido", che altrimenti so nascondere benissimo. Chi mi conosce lo sa...


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12 Febbraio 2008- Finalmente, tra le mille cose che ho fatto e faccio, ne ho fatta una di cui sono davvero fiera e contenta: ho scritto un libro. Non è il primo che scrivo. Non è nemmeno il primo che pubblico. Però è il mio primo romanzo e, soprattutto, è il libro che avrei voluto scrivere. Per verificare che non ci fossero errori o sviste l'ho riletto da capo a piedi e poi, nonostante sia ipercritica nei confronti di me stessa e di ogni cosa che faccio, mi sono sorpresa a pensare: è bello, è proprio bello. Quasi me ne vergogno ma è la verità e vorrei che tutti potessero leggerlo e dire la loro. La distribuzione partirà tra breve. Al momento è reperibile presso la casa editrice che lo ha messo in vendita in internet, e si può acquistare senza problemi tramite le carte varie previste o anche contrassegno. Se volete... se ne avete voglia, cliccate sull'immagine della copertina subito qui sotto. Se amate gli animali, i cani in particolare... se avete amato un libro che si intitola "Il Piccolo Principe" allora, credetemi, non ve lo dovete perdere. Poi fatemi sapere che ne pensate. Ve ne sarò davvero molto grata. Ciao e buona lettura, Valeria

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