Sarajevo - Bosnia

Blog italo-bosniaco di informazione sulla Bosnia. Contro ogni forma di discriminazione: etnica, politica, religiosa, culturale. L'intolleranza non è tollerata. La menzogna neppure.
giovedì, 29 maggio 2008

Il giorno della gioventù

29.05.2008    Da Trieste, scrive Azra Nuhefendić

 

Il 25 maggio, data del compleanno di Tito, è rimasto per generazioni di jugoslavi a simboleggiare la festa dei giovani, quando la staffetta consegnava il proprio messaggio al presidente nello stadio di Belgrado. Immagini da un mondo capovolto
Prozor è una piccola città della Bosnia centrale, un vero rifugio naturale. Acquisisce importanza solo durante le guerre, o in occasione di catastrofi naturali. Finita l’emergenza la città slitta nell'oblio, sparisce dall’agenda dei grandi lavori di sviluppo, presto si abbandonano le promesse di far crescere quel “posto storico”.

Soltanto una volta, nella sua storia, a Prozor è arrivata una lettera dal presidente della Repubblica. L’evento ha causato il panico.

Il postino, invece di consegnare la lettera al destinatario, l’ha portata al direttore della posta; quest'ultimo ha composto subito tutti e tre i numeri telefonici esistenti: quello del sindaco, del capo della polizia e del presidente del comitato locale del partito comunista.

Si allarmarono tutti e tre: si vedevano già licenziati, trasferiti, caduti in disgrazia.

Presi dal panico, i tre massimi non si erano accorti che la lettera era destinata a me e non al mio papà che, proprio in quel momento, si trovava a Belgrado.

La delegazione delle massime cariche politiche, più il direttore della posta, ha portato la lettera a casa nostra e l’ha consegnata a mamma.

“Ah, sì” - ha detto lei con una finta voce tranquilla, come se fosse la cosa più normale del mondo ricevere una lettera da Tito in persona.

Poi ha letto, ad alta voce, le due righe di cortesia. Il presidente Tito mi ringraziava per gli auguri che gli avevo fatto per il suo compleanno.

Quella lettera è la prova scritta che io volevo bene a Tito anche prima di compiere sette anni. Ancora prima di quella data, infatti, avevo imparato dalle amichette che, quando ti chiedono chi ami di più, prima si nomina Tito, e poi magari mamma e papà. Da piccoli giuravamo anche sul suo nome.

Negli anni cinquanta pochi festeggiavano il proprio compleanno. Passava senza neanche che te ne accorgessi, perché non c’era l’usanza, o forse perché in quella povertà collettiva non ci si badava.

Il compleanno di Tito, invece, lo aspettavamo con ansia. Si festeggiava il 25 maggio, che fu proclamato festa della gioventù. Per decenni, maggio per noi è stato un mese speciale. Tutto il mese si facevano varie feste, competizioni sportive, spettacoli teatrali, gite, gare, tornei, concorsi letterari, festival di poesia, la fiera dei fiori. La consegna della staffetta a Tito era l’apice di una grande festa finale che si faceva allo stadio di calcio, a Belgrado.

Nel messaggio che conteneva la staffetta, noi giovani giuravamo di diventare più buoni, più bravi, insomma migliori in tutti i settori.

Finita l’infanzia, si abbandonava il sogno di essere scelti per portare la staffetta, onore riservato ai migliori tra noi.

Quando eravamo più grandi ridicolizzavamo l’evento, o con ironia “giuravamo” su Tito “che non avevamo cominciato a fumare”, che “non avevamo tradito la fidanzatina”, ecc. Ci consentivamo questi scherzi innocenti. Ma quando Tito morì, per noi fu una tragedia vera.

Mi trovavo a New York e, piangendo, restavo per ore davanti alla TV a guardare le immagini del funerale. Mio zio mi prendeva in giro, diceva quello che non volevo sentire, che Tito era un dittatore, che faceva la bella vita mente noi, il resto degli jugoslavi, vivevamo in miseria.

Tito è morto nel 1980. Ancora oggi, ogni tanto, mi capita di discutere con la gente su Tito e su di noi, ex jugoslavi.

Quell'epoca non la ricordo né per la staffetta, né per la vita che Tito magari faceva ma, appunto, per la vita che faceva la gente comune, come me.

Da noi la parola America, in gergo, si usava come misura di un qualcosa di migliore. Uno magari passava le vacanze in un certo posto e, alla domanda: "Com'era?", rispondeva: “America”, voleva dire super.

Stando davvero in America, negli anni ottanta, ho capito che America era la Jugoslavia dell’epoca. Certo non come il posto del lusso, della ricchezza o della massima democrazia, ma per il contenuto e la qualità della vita, la sicurezza personale e collettiva, e la libertà che avevamo.

Mio zio, che “era scappato dalla miseria della Jugoslavia”, in America ha coronato il suo sogno: una grande casa, macchine di lusso, un giardino con piscina, ma moriva d’ansia per la paura di ammalarsi, dato che una malattia prolungata poteva portargli via tutto il guadagno.

In Jugoslavia i valori erano diversi, non ci si spaccava per avere, ma ci si sacrificava per essere. Non eravamo tutti uguali, ma si badava alla giustizia sociale. L’educazione era uno degli scopi principali della società: della mia classe di 40 alunni, 38 hanno finito l’università.

Oggi, cercandoli su google, li ritrovo come professori universitari in Australia, ingegneri in Canada, medici in America, ricercatori, scienziati in quasi tutti i Paesi europei.

Il sistema sanitario funzionava bene, e per tutti. C’era lavoro, gli intellettuali erano membri della società distinti e sostenuti dal governo, talvolta a un punto esagerato: bastava pubblicare un libro di poesia per ottenere il titolo di scrittore e godere di vari privilegi. I lavoratori guadagnavano e potevano dire quello che pensavano.

Ci sentivamo protetti e vivevamo senza angoscia. Eravamo parte della comunità internazionale, siamo cresciuti con un sentimento di appartenenza ad una nazione grande e importante. Ci educavano all’entusiasmo anche per quello che non era personale, ma bene comune. Eravamo liberi di viaggiare.

Con tanta nostalgia ricordo l’ultima volta che ho potuto viaggiare da persona libera, nel 1989, poco prima che cominciasse la guerra.

Dopo una notte in ristorante, mi pareva più semplice andare dritta in aeroporto invece di tornare prima a casa. La mattina presto, mentre aspettavo che si aprissero gli sportelli, giocavo con me stessa: se il primo volo sarà per Sarajevo andrò là, se invece il primo volo sarà per Trieste, andrò in Italia.

Una cosa del genere, per noi della Bosnia, ma pure per i cittadini di Serbia, Montenegro, Macedonia e Kosovo, oggi sembra fantascienza. Da là non ti lasciano uscire prima di aver subito una lunga e umiliante procedura. Con i documenti necessari, una cartella della spesa, devi metterti nella fila che comincia a crearsi alle 4 di mattina davanti a qualsiasi ambasciata straniera.

Superato tutto, non è detto che finirà bene: il mio amico Goran, giunto all'aeroporto di Heathrow con tutti i documenti a posto, è stato detenuto e interrogato dalla polizia inglese tutta la notte. Il giorno seguente si sono scusati, ma lo hanno rispedito indietro.

L’80 per cento dei giovani di oggi non ha mai viaggiato fuori dal Paese, e lo stesso numero afferma che non vede il proprio futuro in Bosnia.

Nel 1978, a Londra si meravigliavano perché mi avevano lasciato uscire da un Paese comunista; oggi, in Occidente si meravigliano perché mi hanno lasciato entrare in Europa.

"Sono tornato con l'intenzione di vivere in Bosnia, ma ho capito subito che la vita normale qui non è possibile" Danis Tanovic, regista premio Oscar, fondatore del partito "Nasa Stranka"
Ma più del non poter viaggiare ci pesa la sostanza della vita in Bosnia. Si vivacchia appena. L’ingiustizia sociale è diffusa, la corruzione ovunque ben radicata. Il Primo ministro, in pubblico, parla di come ha fregato lo Stato e i cittadini. Il divario tra i poveri e i ricchi cresce senza che nessuno se ne preoccupi. La disoccupazione è al 60 per cento. Negli ultimi tre anni, decine di ex militari bosniaci si sono tolti la vita: il motivo principale e’ la povertà.

Quello che non è stato distrutto durante la guerra si sta rovinando ora, a causa della negligenza o degli affari che non badano né al futuro né all'ambiente: più di 10.000 discariche abusive sono sparse per tutta la Bosnia.

Le foreste vengono abbattute, per esportare la legna, ad una velocità spaventosa. In un villaggio della Bosnia centrale i lupi hanno attaccato la gente perché senza la foresta hanno perso il loro rifugio naturale. Gli scienziati avvertono: se si continua con la deforestazione, tra 20 anni avremo problemi con l’acqua potabile.

I politici corrotti rilasciano permessi per costruire nei parchi naturali, sui siti archeologici, svendono le bellezze naturali e quello che abbiamo costruito insieme. L’ultima notizia ufficiale: 500 milioni di euro sono spariti nel processo di privatizzazione (v. il recente rapporto di Transparency International).

Cresce il numero di analfabeti, studiare è diventato un affare costoso. I valori sociali sono capovolti rispetto a prima. C’è tanta prostituzione, traffico di armi, traffico di droga e di esseri umani. Quelli che devono combattere contro questi mali, i poliziotti, spesso fanno la parte dei criminali.

La sicurezza e’ allo zero, o quasi. Una volta, se ti capitava di addormentarti sulla panchina nel parco, la cosa peggiore che ti poteva capitare era che qualcuno ti coprisse, per non prendere freddo. Oggi in pieno giorno, nel centro di Sarajevo, possono succedere sparatorie tipo far West.

Fino a 20 anni il mio problema principale era quello di non avere un paio di jeans o le scarpe italiane.

Oggi il regista Danis Tanovic, premio Oscar per il film "No man's land", è tornato con la famiglia a Sarajevo, dopo 10 anni trascorsi all'estero, e descrive così la situazione:

"Sono tornato con l'intenzione di vivere in Bosnia, ma ho capito subito che la vita normale qui non è possibile. Non posso accettare che i bambini vadano in asili nidi diversi, separati dalla religione, o di dover aspettare cinque mesi per poterli far operare alle tonsille, non posso vivere accanto a gente che vende un rene perché gli stipendi sono così bassi, e dove la polizia scappa dal luogo del crimine".

"Una volta vivevamo una vita normale", ripetono spesso quelli che si ricordano della Bosnia prima della guerra. Restaurare la vita normale, con questo scopo il regista Danis Tanovic, i suoi amici e quelli che condividono le sue idee, hanno creato un nuovo partito politico, "Nasa Stranka", "Il nostro partito".

I membri sono di tutte le nazionalità. Già questo fatto, per la Bosnia Erzegovina di oggi, è promettente.

da Osservatorio sui Balcani


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sabato, 24 maggio 2008

Il vento balcanico spazza la Croisette

Cannes – Semaine de la Critique/Bosnia
Snow, debutto dietro la macchina da presa di Aida Begic, è stato presentato in anteprima mondiale alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes. Come Il segreto di Esma, esordio della sua collega alla Sarajevo Film School Jasmila Zbanic, e Orso d'Oro a Berlino nel 2006, il film narra i dolori delle donne in un paese che cerca di affrontare il suo recente e violento passato.
1997: nel villaggio di Slavno, quasi completamente distrutto, sei donne, quattro ragazze, un anziano ed un bambino muto cercano di sopravvivere vendendo marmellata. Il resto della famiglia è stato portato via dalla guerra, e le ferite sono ancora fresche, e molto profonde. Quando due sconosciuti arrivano nel villaggio con una proposta per i suoi abitanti, e restano bloccati dal maltempo autunnale, un evento inatteso cambia i rapporti fra visitatori e paesani.

Begic, che ha utilizzato cast e troupe di esordienti (ad eccezione dell'ottimo Emir Hadzihafizbegovic nel ruolo dell'anziano), ha realizzato un lungometraggio che narra un tema familiare al cinema balcanico da un punto di vista nuovo e con grande energia, reso notevole dal lavoro del direttore della fotografia Erol Zubcevic e dell'attrice Zana Marjanovic.

"In guerra, quando manca anche il minimo per vivere, il cibo o l'acqua, si cominciano a vedere le cose in maniera diversa", ha dichiarato Begic, studentessa proprio durante gli anni del conflitto. "Può sembrare sin troppo romantico insistere sul fatto che la ricerca della verità e della libertà abbia un valore, ma se non ce lo ricorda l'arte chi deve farlo?"

Il film è stato prodotto da Mamafilm (Sarajevo) in co-produzione con la tedesca
Rohfilm, la francese Les Films de l'Après-midi ed un partner iraniano. La pellicola sarà distribuita in Francia da Pyramide, che si occupa anche delle vendite internazionali.
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sabato, 24 maggio 2008

Fino a che punto si può tollerare la falsità?

di Luca Ferrari

Alla ricerca della verità. Della giustizia. L’indifferenza ha avvelenato il mondo. La sofferenza va somministrata a seconda dell’interesse. Ci stanno narcotizzando spacciando mine antiuomo per colombe.

Nel film The hunting party (2007) per la regia di Richard Shepard, i protagonisti Richard Gere e Terrence Howard, indossano le vesti rispettivamente di un agguerrito reporter e del suo fedele cameraman, alla ricerca del più famoso ricercato criminale della guerra dei Balcani.

Gere è un giornalista che durante una diretta televisiva nazionale, si rifiuta di coprire la notizia, e parla apertamente del massacro indiscriminato perpetrato dalle forze serbe ai danni dei bosgnacchi (musulmani bosniaci), e per questo licenziato subito dopo.

In quanti lo avrebbero fatto? Dura la vita del reporter sul fronte. E non parliamo di quelli che se ne stanno comodi a filmare fasulle strette di mano che hanno il solo obbiettivo di deviare lo sguardo del pubblico verso una realtà che non esiste.

La guerra in Bosnia c’è stata. E non facciamo certo uno scoop nel dire ha raccolto più silenzio e che attenzione. “Hanno fatto pulizia etnica per la tua sicurezza” dice il cameraman Duck (Howard) al giovane rampollo, figlio del magnate del network, che accompagna i due protagonisti.

Già, la nostra sicurezza. Sembra di sentire i discorsi di tanti galantuomini. Una donna assassinata, tutta sporca di sangue con il ventre “gonfio” di un bambino, su cui si vedono i fori di quattro proiettili. È questo il prezzo? L’immagine non è per nulla diversa dalla realtà visto che le donne furono squarciate con i figli in grembo.

La verità non ha bisogno di spiegazioni, o correzioni. La verità non segue la regola delle cinque “W”: who (chi), what (cosa), when (quando), where (dove) e why (perchè), più eventuale how (come). È possibile non sporcarsi le mani, sguazzando nel putrido?

I reporter vedono cose orribili. È il loro lavoro. Ma c’è una grossa differenza fra quello che loro vedono e quello che poi si sente (o si legge). Il popolo è traghettato. I telespettatori se ne stanno sul seggiolone in attesa che qualche “papavero” decida cosa dar loro da mangiare.

“Una vita in pericolo è una vita reale. Il resto è televisione”, dice il saggio Simon (Gere). Così come vanno le cose, non è giusto. Ecco perché dobbiamo cambiare le regole. E d’ora in poi la storia dovrà essere raccontata da altri. Già, da chi?

da Il Reporter

domenica, 16 marzo 2008

Srebrenica: 13 anni dopo il massacro

Il genocidio in un libro e due mostre. Mujcic racconta il suo viaggio fino all'Italia. E poi immagini sconvolgenti. A Palazzo Doria Spinola

di Francesco Pedemonte
GENOVA, 15 MARZO 2008

identify

Prima della deflagrazione della vecchia federazione jugoslava, Srebrenica era una cittadina della Bosnia orientale, situata vicino al confine della Serbia e nota soprattutto per le miniere d’oro, di argento e bauxite. Nel corso della guerra (1992/95) era un enclave musulmana situata in territorio serbo-bosniaco, un'area di sicurezza soggetta al controllo dell’ UNPROFOR, la forza di protezione delle Nazioni Unite. L'11 luglio 1995 venne occupata dalle truppe serbo-bosniache che, guidate dal generale Ratko Mladic, deportarono la popolazione civile compiendo il massacro in cui morirono oltre 7500 persone, in gran parte uomini e ragazzi.
A quasi 13 anni di distanza, pochi, quasi nessuno, tra i massimi responsabili del massacro ha pagato o scontato in parte la condanna per genocidio e crimini contro l’umanità comminata dal Tribunale dell’Aja. Non resta che ricordare, a maggior ragione dopo i recenti avvenimenti, per evitare che quello che è stato possa ripetersi.

Presso la Sala del Consiglio provinciale, occasione di riflessione e dibattito sul massacro di Srebrenica, promossa dalla S.p.a Politiche di donne, è stata la presentazione del libro Al di là del caos di Elvira Mujcic: un racconto-terapia del viaggio che ha portato l’autrice da Srebrenica all’Italia attraverso la Croazia. Contemporaneamente è stata inaugurata la mostra Identify, una raccolta di 12 pannelli realizzata da Arci-Genova.

CSK-3 non è una sigla priva di significato, ma il codice assegnato ad una scarpa dallo staff del Progetto di identificazione Podrinje che lavora al riconoscimento delle vittime del massacro.
Immagini di scarpe, giubbotti, t-shirt, orologi, felpe, jeans: capi di abbigliamento appartenuti alle vittime del genocidio. Attraverso i nomi di griffe celebri si attiva il processo di identificazione rispetto alla tragedia, tramite sigle come Adidas, Puma, Diesel, Seiko, Lacoste, Rifle e Carrera si ricorda al mondo consumista l’assurdità del genocidio e l’insignificanza dei segni che aiutano a sentire la vicinanza con gli altri. Un segmento di mondo non immune da responsabilità, soprattutto nelle dinamiche politiche e diplomatiche che condussero al massacro, un genocidio che, al pari di altri, è caduto nell’indifferenza.

Completa la mostra, Nema Problema, raccolta di fotografie scattate da Laura Rossi.
Tuzla, Srebrenica, Potocari e Sarajevo: istantanee che non trasmettono un segnale di denuncia, ma ricordano che nei luoghi del massacro, oggi, bambini giocano ancora a pallone. Scatti senza alcuna connotazione etnica, a segnalare come la Bosnia non sia stata solo terra di sangue, ma anche di ricostruzione. Se i pannelli propongono un’identificazione post mortem delle vittime di Srebrenica, l’appendice fotografica pone l’accento su chi è vivo, su quelle persone che nonostante gli orrori della guerra riescono ancora a pronunciare le parole Nema Problema: nessun problema.

I pannelli di Identify e gli scatti fotografici saranno a disposizione del pubblico da lunedì 17 a giovedì 20 marzo, presso il Loggiato Inferiore di Palazzo Doria Spinola (largo Eros Lanfranco 1).

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giovedì, 10 gennaio 2008

Al centro Culturale ArtCamera dal 19 gennaio al 16 febbraio una mostra documentaristica legata al tema della guerra

AREZZO - Il Centro Culturale ArtCamera, anche questo inizio anno 2008 propone una mostra documentaristica legata ad un tema sociale di entità internazionale: la GUERRA, il più grande male sociale di tutti i tempi. Tra le tante guerre avvenute in questi ultimi tempi, lo sguardo focalizza in particolare, nelle immagini scattate dalle autrici, il conflitto avvenuto nella vicina terra di Bosnia-Erzegovina, una triste realtà vissuta che a soli pochi anni dall'avvenuto sterminio di oltre 10.000 persone, è stata da molti dimenticata, come se tutto fosse passato senza alcuna conseguenza. In realtà a sono ancora vive le ferite e le sofferenze di coloro che sono rimasti in vita.
Per essere idealmente vicini a quegli innocenti bambini, donne, anziani e uomini civili trucidati in massa, in un ignobile evento considerato tra i molti il più simile e orrendo avvenuto dopo la seconda Guerra Mondiale. Ancora oggi, molti di quei corpi riesumati dalle innumerevoli fosse comuni, non sono stati tutti individuati e sepolti. Per rendere loro un atto di amore, fin tanto che trovino in eterno il loro riposo in PACE.

Mostra permanente dal 19 Gennaio - 16 Febbraio 2008

Arezzo web.it

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venerdì, 06 aprile 2007

Sarajevo, 15 anni dopo. Azra Nuhefendic: “Così cominciò la mia guerra”

di Azra Nuhefendic
Ex reporter bosniaco-musulmana della tv di Stato di Belgrado. Arriva a Sarajevo, la sua città natale, il 5 aprile 1992, alla vigilia dell’assedio. Quando torna a Belgrado, un mese dopo, i colleghi e i vicini di casa serbi non la salutano quasi più. Passa una settimana e viene licenziata.

La guerra è come il cancro: pare che capiti sempre agli altri, mai a noi stessi.

Io non volevo credere che la guerra arrivasse a Sarajevo. Ma il 5 Aprile 1992 non potevo più negare quello che per altri versi era evidente: la guerra era alle porte della città dove ero cresciuta.

Mi pareva assurdo guardarla da una distanza di 500 chilometri. Lavoravo a Belgrado, facevo la giornalista per la Tv statale. Ho preso due settimane d’aspettativa, nell’illusione che la guerra potesse durare meno di un mese.

Tutti i collegamenti con la Bosnia erano già interrotti. Partii al seguito di una Tv svedese. Mi offrii per far loro da guida, e loro in cambio mi avrebbero dato un passaggio.

Al confine tra Bosnia e Serbia, c’erano già i soldati dell’armata iugoslava, i poliziotti anche loro armati fino ai denti, e infine i paramilitari serbi. Sembravano appena usciti dai film della seconda guerra mondiale: barbe e capelli lunghi con cartucciere che gli pesavano come macigni intorno al collo. I cannoni avevano le bocche puntate verso la sponda bosniaca del fiume. Il famoso criminale di guerra Zeljko Raznatovic Arkan dava ordini a tutti. Fu lì, sul ponte di Drina, che capii che cosa stava succedendo.Le strade verso Sarajevo erano vuote. Ogni tanto apparivano e scomparivano, come le silhouette, i vari gruppi armati. Non sparavano, appena ci vedevano si ritiravano.

A Olovo, piccola città nel centro della Bosnia, incontriamo due autobus pieni di minatori: tornavano da Sarajevo dove, quel giorno, mezzo milione dei bosniaci aveva appena manifestato contro la guerra.

Faceva buio quando siamo entrati a Sarajevo. Sulla città regnava un silenzio minaccioso. Le strade che conoscevo come le mie tasche, mi sembravano sinistre, irreali. La foschia e la nebbia, le luci gialle lampeggianti dei semafori, tutto mi faceva paura. Ogni cento metri ci fermavano i civili armati, alle barricate. In fretta e correndo ci chiedevano chi fossimo, dove andassimo.

Volevo andare dritto a casa, dai miei genitori, ma non mi hanno lasciato. “Troppo pericoloso”, ci dicevano spingendoci verso il centro.

Le porte dell’albergo “Belgrado” (oggi “Bosna”) erano chiuse a chiave. Non ci lasciavano entrare. Tutto pieno, ci diceva attraverso la porta chiusa il consierge. Provammo a insistere finché la porta non si aprì. Cercò di scusarsi: “Le bande armate girano per la città”. Sulla Tv di Belgrado vediamo Arkan: “Dicono che stai per attaccare Zvornik? - gli chiede giornalista. E Arkan: “Sono qui, a Belgrado, davanti al mio negozio, dove stiamo parlando”. Alle prime ore del 6 aprile, arriva la notizia che Arkan, i suoi paramilitari e l’armata iugoslava hanno attaccato Zvornik. Si parla di decine di morti, centinaia feriti, scomparsi, detenuti.Vado dai miei genitori e li trovo tranquilli.

- E la guerra? - chiedo.

- Ma lascia perdere i “papci” - dice papà.

“Papci” è un termine peggiorativo che a Sarajevo si usa per definire i vigliacchi, montanari che non riuscivano ad integrarsi con i sarajevesi.

“Perché sei venuta? Non ce n’è bisogno: qui tutto è a posto” mi dice mamma.

E’ una bella giornata, soleggiata. Il 6 Aprile è festa, il giorno della liberazione di Sarajevo dai nazisti. Vado a trovare le sorelle e gli amici. Beviamo il caffè nei bar coi tavolini di fuori. Nell’aria pendono le paure non pronunciate. Bisogna scappare, dico, e spiego cosa ho visto arrivando a Sarajevo. “Ma lascia perdere, anche se succedesse qualcosa, non sarà niente grave. Ai “papci” bisogna dare un lezione” mi dicono.

Nel primo pomeriggio però le vie si svuotano. Rari passanti camminano in fretta.

Con la notte cade la paura. Si guarda la Tv cercando notizie che ci tranquillizzino. Il presidente bosniaco Izetbegovic dice che non ci sarà la guerra. “State tranquilli. Per la guerra ci vogliono due parti. Noi bosniaci non faremo la guerra”.

Dal primo sonno ci svegliano le cannonate: il primo attacco a Sarajevo è in corso. Serbi paramilitari, scedendo dalla collina Vrace, tentano di tagliare la città in due. Si combatte sotto la mia casa, a Grbavica. I genitori ed io, trascinandoci, ci troviamo in un angolo, dietro un piccolo muro che ci sembrava più sicuro. Abbracciati tremiamo insieme alle mura della casa. Sembra che combattano nella stanza accanto. Suonano i telefoni, e sempre strisciando, rispondo. Ma hanno appeso. Dopo un'altra telefonata, risponde mia sorella: “Siete vivi?”.

Cosi è cominciata la mia guerra.

da Panorama.it Mondo

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mercoledì, 04 aprile 2007

Vicini di guerra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6 aprile 2007: 15 anni fa si stringeva l`assedio intorno a Sarajevo, il centro del mondo in cui la convivenza delle culture era la normalità di tutti i giorni. I film, le fotografie, le letture e i concerti, le tavole rotonde sul giornalismo di guerra, gli aiuti umanitari, la ricostruzione urbanistica: 6 strumenti per riannodare i fili di un discorso interrotto. Racconti che visualizzano la disintegrazione e la ricostruzione di un mondo, visioni che raccontano le vite degli uomini sorprese dalla guerra.

Il 6 aprile del 1992 le truppe serbo bosniache lanciarono il primo massiccio bombardamento su Sarajevo, decretando l’inizio dell’assedio più lungo del Novecento. Per questa ricorrenza l’Associazione culturale Franti Nisi Masa Italia e il Gruppo studentesco “Progetto Balcani” hanno voluto riproporre le tappe principali che hanno segnato quel periodo storico non tanto per commemorare quanto per stimolare l’attenzione, la comprensione e la discussione fra chi ha vissuto quegli anni e chi appartiene a una generazione più giovane, nel tentativo di scoprire che cosa hanno rappresentato le guerre bosniache nel nostro Paese e cosa rimane di un conflitto che si è svolto a pochi passi da noi. Dal 6 al 18 aprile quindi in vari luoghi di Torino si svolgerà la manifestazione Vicini di guerra.
Filo conduttore del progetto la narrazione presente in più forme in tutte le iniziative: dal racconto per immagini, attraverso una rassegna di film e documentari e una mostra fotografica, al racconto su carta, attraverso un incontro sul reportage di guerra, alla narrazione per voce e musica. 6 quindi i percorsi tematici: il cinema, la fotografia, il giornalismo di guerra, gli aiuti umanitari, la ricostruzione, la testimonianza attraverso musica, reading e performance teatrali.

1) Il cinema: “Schermi di guerra”

Una raccolta di pellicole da una delle cinematografie più vivaci al mondo, quella ex-Jugoslava, insieme ad alcune opere italiane e internazionali di grande interesse. Lungometraggi e documentari poco noti o mai visti in Italia, per uno sguardo inedito su quelle vicende rese cinematograficamente famose dai film di Kusturica e Tanovic.

2) La fotografia: “Bosnians” di Paul Lowe

Folgoranti scatti in bianco e nero che ritraggono la vita durante e dopo il conflitto in Bosnia. Immagini che portano davanti ai nostri occhi le ferite di una terra e dei suoi abitanti senza scivolare nel pietismo né nella pura esibizione dell’orrore. Fotografie ‘utili’, che evocano un mondo e aiutano a capirlo. Una mostra presentata in molte parti del mondo ma ancora inedita in Italia.

3) I concerti, le performance, le letture: “Ascoltare i Balcani”

Quattro serate per ascoltare le voci dall’ex-Jugoslavia attraverso la musica, la letteratura e il teatro: una monologo di rara intensità su uno degli episodi più strazianti della guerra, il massacro di Srebrenica; una sorprendente performance di tele-racconto; il concerto degli energetici Dubioza Kolektiv, ‘gli Asian Dub Foundation di Sarajevo’; a conclusione, una serata di reading con accompagnamento musicale dal vivo, per un viaggio inconsueto nella letteratura (ex) jugoslava.

4) Tavola rotonda: “Conflitto d’informazione. Il ruolo dei media nelle guerre jugoslave”

Inviati dei giornali italiani ed ex-Jugoslavi, fotoreporter e film-maker internazionali discuteranno del controverso ruolo dei mezzi di comunicazione nelle guerre balcaniche. In che modo la stampa occidentale ha riportato (o taciuto) gli episodi e le ragioni del conflitto? Quali sono stati i meriti e le responsabilità dei media dei paesi in guerra, schiacciati tra la censura di stato e la diffusione dell’odio etnico?

5) Conferenza: “Ricostruire la Bosnia Erzegovina. Il caso Mostar”

Una giornata di studi per osservare la Bosnia del dopoguerra attraverso una lente ‘tecnica’ altamente rivelatrice: la ricostruzione urbanistica e architettonica dei centri distrutti dagli scontri. Un percorso incentrato sulla città di Mostar, tra le più duramente colpite nel suo tessuto urbano. Una ‘ricostruzione della Ricostruzione’ attraverso i cortometraggi del regista Luca Rosini e le testimonianze degli architetti e ingegneri che hanno lavorato alla riedificazione del ponte-simbolo della città bosniaca.

6) Dibattito: “Gli aiuti umanitari: tanti successi per un fallimento?”

In che misura le organizzazioni umanitarie sono riuscite a svolgere il loro ruolo di assistenza alle popolazioni in guerra? È il caso di “aprire un’analisi dell’intervento umanitario in Jugoslavia con la categoria del fallimento”? Coordinati dal giornalista e scrittore Luca Rastello, si confronteranno su questi temi Giulio Marcon, fondatore del Consorzio Italiano di Solidarietà, e Michele Nardelli, coordinatore dell’Associazione Progetto Prjiedor e tra i fondatori dell’Osservatorio sui Balcani.

Ad anticipare la manifestazione, il 3 aprile al cinema Massimo alle ore 21.00, una serata con il volto e il corpo del cinema (ex) Jugoslavo: Miki Manojlovic, protagonista di Underground, che introdurrà il suo primo film con Emir Kusturica, Papà è in viaggio d’affari, straordinario ritratto di un paese alla vigilia della disintegrazione.

martedì, 13 marzo 2007

Lettera aperta - Non dimentichiamo le vittime di Srebrenica

Care madri, mogli , sorelle, figlie e cugine delle vittime di Srebrenica, noi Bosniaci della Diaspora in Italia seguiamo attraverso i media ed internet, già da dodici anni, le vostre coraggiose iniziative per la richiesta di giustizia all'insensata morte dei Vostri cari assassinati brutalmente da parte degli estremisti serbi nel Luglio 1995.
Grazie alla Vostra costanza nel denunciare la sparizione dei Vostri famigliari siete riuscite ad attirare l'attenzione su Srebrenica, dove è stato compiuto il genocidio già riconosciuto dal Tribunale Internazionale dell'Aja il 19 Aprile 2004.I risultati della sentenza del 26 Febbraio 2007 emessa da parte della Corte Internazionale dell'Aja sulla denuncia per genocidio, aggressione e danno economico e morale presentato nel 1993 dallo Stato della Bosnia Erzegovina contro la Serbia e il Montenegro durante il regime di Milosevic non sono stati
all'altezza delle aspettative.
Anche noi Bosniaci della Diaspora abbiamo dolorosamente dovuto accettare questa sentenza politica, e riteniamo che questa sia un'ulteriore ingiustizia contro la popolazione Bosniaca. I nostri amici e colleghi italiani condividono con noi questo dolore. Possiamo solamente immaginare quanto sia stato difficile per Voi conoscere l'esito di questa sentenza; le Vostre ferite si sono sicuramente riaperte ed ora il Vostro dolore è più forte di prima perché non è stata fatta giustizia per i Vostri cari che non ci sono più.
In questi giorni abbiamo letto sulla stampa italiana che avete deciso di bruciare le stoffe e le federe ricamate con i nomi dei Vostri cari, durante il Vostro incontro mensile previsto per l'11 Marzo 2007 a Tuzla. Comprendiamo che questa scelta è il prodotto della disperazione per questa ingiustizia, ma noi Vi chiediamo di non farlo perché quelle federe e quelle stoffe rappresentano per Voi la proiezione dell'amore per i Vostri cari, e bruciandole si produrrebbe un ulteriore dolore e danno alle Vostre anime già distrutte.
In dodici anni avete dimostrato di non sapere odiare, nemmeno i colpevoli del Vostro dolore; al contrario, solamente con la costanza e con il silenzio, attraverso la Vostra presenza nelle piazze, avete chiesto giustizia per i Vostri cari perduti e per la nostra Bosnia insanguinata, umiliata e spogliata del proprio patrimonio multiculturale. Continuate a protestare in questo modo, poiché questo tipo di azioni producono esclusivamente comprensione ed amore.
Ora c'è bisogno di fare pressione sul governo Bosniaco e sulla Comunità Internazionale cancellare la Repubblica Serba dentro lo stato bosniaco, già ufficialmente fondata sul genocidio, sulla pulizia etnica, lo stupro etnico e la distruzione di una società multiculturale. L'unità dello stato bosniaco e il ripristino della sua natura multiculturale sarebbero la risposta più appropriata ai nostri sacrifici.
I bosniaci della Diaspora Vi sono vicini, attraverso varie iniziative, insieme a molti amici , intellettuali e volontari delle Ong italiane. Crediamo che alla fine giustizia sarà fatta.

di MEDAGA HODZIC
presidente della Diaspora delle comunità bosniache in Italia


sabato, 03 marzo 2007

Srebrenica, le radici dell'odio

Proteste per la sentenza dall'Aja, sit-in dei bosniaci a Sarajevo Le madri delle vittime tagliano gli alberi dedicati agli uccisi nel '95 Rabbia dopo l'assoluzione dei serbi: "Traditi dall'Europa"
dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTI

<B>Srebrenica, le radici dell'odio<br>"La vendetta si avvicina"</B>

Nella foto: la protesta delle donne musulmane bosniache davanti al parlamento di Sarajevo

SARAJEVO - Alle madri di Srebrenica, dodici anni dopo, non è rimasta che l'accetta. Nadija Alic, rifugiata a Tuzla, questa mattina ha raggiunto la foresta dei figli bruciati dalla guerra. Abeti, betulle, larici, un albero per ogni vittima del "genocidio senza colpevoli". Le donne speravano di seguire almeno la crescita delle piante, battezzate con i nomi degli scomparsi.

Dopo lo schiaffo dell'Aja, hanno deciso di abbattere anche i simboli di chi è stato loro rubato. "Mentre fucilavano mio marito e i nostri tre ragazzi - dice - sono stata stuprata da un ufficiale dell'esercito di Belgrado. La comunità internazionale ha deciso che è colpa mia". I suoi quattro alberi sono caduti poco dopo mezzogiorno. I primi: la cataste di tronchi, accanto ad altre vecchie silenziose e infagottate, ora sono già alte.
La sentenza della Corte internazionale di giustizia, che ha assolto la Serbia dall'accusa di genocidio per il massacro del 1995, spacca la Bosnia-Herzegovina e riappicca l'incendio nei Balcani.

Per protestare contro il verdetto-scandalo, studenti e professori chiudono oggi l'università di Sarajevo. "Siamo tramortiti - dice il rettore Faruk Caklovica - dubitiamo della salute mentale dei giudici". Martedì, nella capitale, hanno sfilato oltre 5 mila persone. La più grande manifestazione dalla fine del conflitto. Sui cartelli c'era scritto: "Sono stati i marziani" e "Occidente, l'ennesimo tradimento". Musulmani e croati contro serbo-bosniaci. Il vaso dell'odio nazionalista e delle vendette etniche è di nuovo senza coperchio.


L'11 marzo, a Tuzla, si annuncia la protesta-choc che spaventa i contingenti militari internazionali. Da dieci anni, ogni mese, le sopravvissute di Srebrenica espongono nell'indifferenza generale i drappi con i nomi delle 8 mila vittime. Mentre a Vienna si deciderà l'indipendenza del Kosovo, le madri bosniache bruceranno le loro stoffe-reliquia per denunciare davanti al mondo la "cinica ipocrisia della Serbia e dell'Onu". Mai, dopo l'accordo di Dayton, pace e rinascita nei Balcani sono parse così lontane. Nei tribunali ormai si fermano anche i processi contro i crimini di guerra.

Naza oggi è arrivata a Sarajevo in autostop per testimoniare le sevizie subite. Non aveva i soldi per tornare a Visegrad. La preghiera di una colletta, in tribunale, non le ha risparmiato di riavviarsi a piedi verso casa. Sono queste umiliazioni, il senso di abbandono e di disperato isolamento, di ingiustizia, a riportare indietro la storia. "La prospettiva di una riesplosione della violenza - dice Zlatko Dizdarevic, direttore del quotidiano Oslobodjenje durante i tre anni di assedio della capitale - diventa ogni giorno più concreta". La verità negata apre ferite antiche e scava pericolosi solchi nuovi.

"In Europa i musulmani - dice Resid Hafizovic, docente di scienze islamiche a Sarajevo - non possono aspettarsi che la loro vita sia protetta come quella degli altri". Un modo prudente per introdurre la domanda collettiva che sta sconvolgendo la Bosnia: se a Srebrenica fossero stati massacrati 8 mila cristiani, la sentenza dell'Aja contro i musulmani sarebbe stata la stessa? "Questo verdetto - risponde il cardinale Puljic Vinco - rispecchia semplicemente interessi politici. E offende tante vittime innocenti". Per questo la Bosnia ha deciso di dare all'Occidente una risposta politica.

"Se il problema è la mancanza di prove contro la Serbia - dice il presidente del comitato per la ricerca dei dispersi, Amor Masovc - ne porteremo di nuove e chiederemo la riapertura del processo". Il parlamento bosniaco, a maggioranza bosgnacco-croata, si appresta così a votare la riforma della costituzione. Si chiede di cancellare la Republika Srpska, "ormai ufficialmente fondata sul genocidio", e di punire chi lo nega. Una bomba, nell'ex Jugoslavia. Oggi a Banja Luka il presidente serbo - bosniaco Milorad Dodik riceve Carlo d'Inghilterra e la moglie Camilla, in visita al contingente britannico.

"Siamo pronti a scusarci per crimini di guerra contro i non serbi - concede rifiutando di riconoscere il genocidio sancito dall'Aja e attaccando la Ue - ma tutti i gruppi etnici devono chiedere scusa per i massacri commessi tra il 1992 e il 1995". Il messaggio ultranazionalista è chiaro: guai a chi tocca la Republika Srpska, pronta a indire un incostituzionale referendum per l'indipendenza e a chiedere l'annessione alla Serbia. Un incubo, nonostante le "pulizie" belliche.

La minaccia di secessione dei serbo-bosniaci, sostenuti da Belgrado e Mosca, risponde all'offensiva dei musulmani di Bosnia: l'obiettivo però è congelare l'indipendenza del Kosovo, destabilizzando i Balcani. "Altro che Unione europea - dice Haris Silajdzic, rappresentante islamico della mostruosa presidenza tricefala della federazione bosniaca - basta una scintilla perché il rogo torni a divampare.
Cosa accadrà a Sarajevo e a Banja Luka, se a Pristina gli albanesi cacceranno i serbi"?

A dodici anni dalla fine dei combattimenti, un Paese spaccato secondo l'assurda linea dei fronti bellici affonda nel rancore, nella miseria, nell'isolamento e nell'assenza di prospettive. La metà del bilancio statale serve per pagare la burocrazia, 187 ministri si contendono le tangenti degli stranieri, la disoccupazione sfiora il 50%, solo quattro edifici su dieci sono stati ricostruiti. Le strade restano interrotte dalle voragini delle cannonate, nei villaggi si sopravvive con due euro al giorno. Nelle scuole, separate secondo l'appartenenza etnica, ai bambini si insegnano storie opposte: il seme per l'odio di domani.

Un bilancio desolante, per la comunità internazionale.
Al punto che ieri Bruxelles ha deciso di prorogare la permanenza dell'alto rappresentante Ue, che doveva smobilitare a giugno. Dimezzate invece le forze di pace, ormai troppo costose. "Ma nelle case e sotto terra - avverte a Sarajevo un diplomatico europeo - restano arsenali impressionanti. Una guerra civile è tecnicamente affrontabile, mentre un colossale contrabbando di armi è già realtà".

L'alternativa all'Europa, secondo la stampa bosniaca, resta "un buco nero". "Se i Balcani dovessero fare i conti solo con se stessi - dice l'analista Tahir Belkic - un'altra Srebrenica sarebbe possibile". Basta guardare le vecchie paralizzate davanti alle tombe dei cimitero di Potocari. Per non abbandonare morti e dispersi, vivono di carità, accerchiate dai loro carnefici della Srpska. L'esistenza si risolve nell'attesa del ritrovamento di nuove fossi comuni. Finora sono 6 mila i cadaveri riesumati, 4 mila quelli identificati grazie al Dna, 2 mila i dispersi.

Ventimila, nell'intera Bosnia decapitata di 100 mila vite. "Ogni mese - dice Bakira Hasecic, leader delle donne vittime della guerra - si riapre una fossa. Stiamo per giorni nel fango, a cercare i resti dei nostri cari. Poi si scopre che le ruspe hanno devastato gli ossari: una tibia riemerge in un campo a sud, il cranio magari è duecento chilometri a ovest. Oppure si trova il corpo di uno a cui è già stato fatto il funerale". C'è chi impazzisce, aspettando invano una tomba su cui pregare.

"Per questo - dice Hatidza Mehmedovic, portavoce della madri di Srebrenica - non possiamo accettare la volgarità del giudizio dell'Aja. Mladic e Karadzic erano stipendiati e agli ordini di Milosevic, celebrato poi come statista a Dayton. Ma siccome l'Occidente ha ancora bisogno della Serbia, contro la Russia di Putin, Belgrado può evitare di pagare il conto".

Una metastasi fatale, ignorata da un'Europa distratta. Come se la prospettiva della Ue, in assenza di verità e giustizia, potesse da sola risanare i Balcani. "La verità - dice Liljana Smajlovic, politologa serbo-bosniaca - è che cresce un rancore nuovo, anti - occidentale. Si sogna Bruxelles per abolire i visti e divorare i finanziamenti: ma dodici anni di beffe ci hanno riportato sull'orlo del precipizio e nessuno crede più nella democrazia europea".

E' sera quando un pullman croato scarica cinquanta rifugiati bosgnacchi tra le macerie di Srebrenica. Erano fuggiti da bambini, sotto le raffiche delle esecuzioni. Vengono a portare un fiore sui tumuli di padri e fratelli maggiori, a vendere la casa. "Adesso ogni giorno - dicono - avvicina quello della vendetta". Ripartono subito. Vivono negli Stati Uniti: qui non torneranno più".

giovedì, 01 marzo 2007

Al di là del caos, in Abruzzo il libro di Elvira Mujcic

Quando i rumori della guerra si spengono, che cosa rimane? Cosa rimane dopo Srebrenica? Il libro sarà presentato in Abruzzo il 2 ed il 3 marzo

Il libro sarà presentato in Abruzzo
- venerdì 2 marzo, CHIETI, presso il Mate Info Shop, via Spaventa 24 - ore 17,30;
- sabato 3 marzo, PESCARA, presso la Ecoteca di via Caboto 19 - ore 22,00;

All’indomani della clamorosa sentenza della Corte di giustizia dell’Aja che solleva la Serbia da ogni responsabilità nel genocidio di Srebrenica, Infinito edizioni presenta questo incredibile diario di viaggio e di vita scritto da una ragazza nata e cresciuta nella ex enclave dove l’11 luglio 1995 si è consumato il genocidio dei cittadini d’origine musulmana.

Con questo libro Elvira Mujcic “ha voluto far conoscere ed esprimere le conseguenze dell’immane eccidio di Srebrenica rivivendolo in se stessa, nei propri sogni e incubi, nei suoi amori giovanili e nelle sue disillusioni. Questo libro è una rara testimonianza proprio perché, a differenza di molti altri testi analoghi, ha trovato un’adeguata espressione letteraria” (dalla prefazione di Predrag Matvejevic).

Il libro di Elvira Mujcic è semplicemente unico, emozionante, duro. In ogni parola è presente una forza d’urto e un impeto rari. In ogni capitolo sono possenti la sua sofferenza, la lacerazione, la certezza della sua piccola vita offuscata dal dramma globale della guerra, la sua giovinezza condizionata, ma anche il suo entusiasmo, l’esuberanza di chi vuole recuperare il tempo perduto.

Al di là del caos è un libro raro perché intelligente e mai banale, è un’auto-terapia per andare al di là di qual caos infernale che procura quei danni “collaterali” di cui mai nessuno parla, di cui mai nessuno si preoccupa.

È, in più, un continuo rimbalzare da qui a lì, dall’Italia alla Bosnia, un irrefrenabile cercare un posto per esistere. Ma è anche un atto d’accusa rabbioso nei confronti di un mondo che si dimostra sempre opportunista e non punisce chi si è macchiato di colpe spaventose, come nel caso dei responsabili del genocidio di Srebrenica.

Accompagnano il libro canzoni e odori che sembrano la colonna sonora di una vita.

Parte dei diritti d’autore di questo libro è destinata alla CASA PAPPAGALLO di Tuzla, una casa-famiglia per ragazzi che devono lasciare l’orfanotrofio, gestita dall’associazione Tuzlanska Amica; altri proventi sono destinati al progetto dell’associazione Pl@netnoprofit ABCSOLETERRE A SCUOLA, per garantire il diritto all’istruzione e a percorsi ludico-formativi ai bambini di Chaouia-Ouardigha, in Marocco.

Con il patrocinio delle Province di Cremona, Lodi e Parma e dei Comuni di Cevo e Pescara.

L’autrice:
Elvira Mujcic è nata nel 1980 in una località serba. Si è trasferita poco dopo a Srebrenica, in Bosnia, dove è vissuta fino all’inizio della guerra, nel 1992. Da Srebrenica si è spostata con sua madre e i fratelli in un villaggio della Bosnia centrale, nella speranza che lì la guerra non arrivasse. Da lì il destino l’ha portata poco dopo in Croazia, dove è vissuta per un anno in un campo profughi. Poi l’arrivo in Italia, dove vive tuttora. Nel 2004 si è laureata in lingue e letterature straniere e si è stabilita a Roma. Per contattarla: aliciri@hotmail.it

Il libro:
Collana: Orienti
Titolo: Al di là del caos
Autore: Elvira Mujcic
Prefazione: Predrag Matvejevic
Introduzione: Luca Leone
Caratteristiche: formato cm 15x21, brossura filo refe, copertina plastificata a colori
Pagine: 112
Prezzo: euro 12.00
Isbn: 88-89602-11-2
In libreria da: febbraio 2007.

(da Europa online)

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categoria: recensioni, cultura, libri, testimonianze, memoria, notizie, srebrenica, guerrabosnia


Chi sono

Blogger: LibertAria
Nome: Valeria Taradash
Giornalista, scrittrice... innamorata della Bosnia da molti anni. Da quando una guerra insensata, giocata troppo vicino a casa mia perché riuscissi a restarne fuori, mi ha portato in questo Paese. La spinta somigliava molto alla curiosità o, più gradevole espressione, al desiderio-bisogno di capire. Crimini troppo grandi e incomprensibili venivano commessi, spesso in nome di un Dio che, come al solito, non c'entrava niente. Non ho saputo restare davanti al televisore a scuotere la testa. Il bisogno di partire si è fatto viaggio, il viaggio si è fatto conoscenza, la conoscenza si è fatta amore, partecipazione e necessità di testimoniare. In passato ho collaborato con TV e radio private. Per la carta stampata ho scritto e tradotto per "Shabab", un bollettino che si occupava di MedioOriente, più precisamente della Palestina. Inoltre ho pubblicato tre libri, due saggi ("La fame nel mondo" e "La nonviolenza") e un romanzo ("Concerto per chihuahua ...e frammenti di stelle ...e altre code"). Oltre all'amore per la scrittura, un'altra passione mi ha accompagnato per tutta la vita, divenendo a periodi una professione: i cani. Allevo cani per hobby e per amore. Anni fa sono stata titolare di una scuola di addestramento all'obbedienza e all'agility. Con i miei amici a quattro zampe mi diverto e lascio che mi dipingano sulla faccia sorrisi di tenerezza uniti a sentimenti di protezione e di condivisione affettiva. Insomma a loro concedo il mio lato "morbido", che altrimenti so nascondere benissimo. Chi mi conosce lo sa...


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