di Luca Ferrari
Alla ricerca della verità. Della giustizia. L’indifferenza ha avvelenato il mondo. La sofferenza va somministrata a seconda dell’interesse. Ci stanno narcotizzando spacciando mine antiuomo per colombe.
Nel film The hunting party (2007) per la regia di Richard Shepard, i protagonisti Richard Gere e Terrence Howard, indossano le vesti rispettivamente di un agguerrito reporter e del suo fedele cameraman, alla ricerca del più famoso ricercato criminale della guerra dei Balcani.
Gere è un giornalista che durante una diretta televisiva nazionale, si rifiuta di coprire la notizia, e parla apertamente del massacro indiscriminato perpetrato dalle forze serbe ai danni dei bosgnacchi (musulmani bosniaci), e per questo licenziato subito dopo.
In quanti lo avrebbero fatto? Dura la vita del reporter sul fronte. E non parliamo di quelli che se ne stanno comodi a filmare fasulle strette di mano che hanno il solo obbiettivo di deviare lo sguardo del pubblico verso una realtà che non esiste.
La guerra in Bosnia c’è stata. E non facciamo certo uno scoop nel dire ha raccolto più silenzio e che attenzione. “Hanno fatto pulizia etnica per la tua sicurezza” dice il cameraman Duck (Howard) al giovane rampollo, figlio del magnate del network, che accompagna i due protagonisti.
Già, la nostra sicurezza. Sembra di sentire i discorsi di tanti galantuomini. Una donna assassinata, tutta sporca di sangue con il ventre “gonfio” di un bambino, su cui si vedono i fori di quattro proiettili. È questo il prezzo? L’immagine non è per nulla diversa dalla realtà visto che le donne furono squarciate con i figli in grembo.
La verità non ha bisogno di spiegazioni, o correzioni. La verità non segue la regola delle cinque “W”: who (chi), what (cosa), when (quando), where (dove) e why (perchè), più eventuale how (come). È possibile non sporcarsi le mani, sguazzando nel putrido?
I reporter vedono cose orribili. È il loro lavoro. Ma c’è una grossa differenza fra quello che loro vedono e quello che poi si sente (o si legge). Il popolo è traghettato. I telespettatori se ne stanno sul seggiolone in attesa che qualche “papavero” decida cosa dar loro da mangiare.
“Una vita in pericolo è una vita reale. Il resto è televisione”, dice il saggio Simon (Gere). Così come vanno le cose, non è giusto. Ecco perché dobbiamo cambiare le regole. E d’ora in poi la storia dovrà essere raccontata da altri. Già, da chi?
da Il Reporter

Il Segretario generale della NATO, Jaap de Hop Scheffer, riferendosi ai sviluppi in Kosovo, ha dichiarato per il quotidiano francese “Le Monde”, che "se sarà necessario, le truppe della NATO dislocate in Bosnia Erzegovina potrebbero intervenire in Kosovo, come rinforzi aggiuntivi". "In ogni caso, ad intervenire in caso di tumulti, toccherà innanzitutto alla polizia kosovara, poi a quella della UNMIK, e infine alla KFOR” ha precisato Scheffer.
Il capo dell'Alleanza Nord-Atlantica ha affermato che "la distruzione delle ambasciate a Belgrado è assolutamente inaccettabile" ed ha espresso la sua preoccupazione "sull' incitazione alla violenza" da parte di alcuni Ministri serbi. “Capisco bene che per la Serbia non e` facile accettare l`indipendenza del Kosovo - aggiunge Jaap de Hop Scheffer - ma un conto è che questa venga accettata, e un altro ancora che si inciti pubblicamente la popolazione ad utilizzare la violenza”. Secondo il capo della Nato, "se gli hooligans vengono appoggiati dai ministri serbi, allora questo è innaccettabile e rischioso".
Rinascita Balcanica
Forse non tutti ricordano che la guerra nella ex Yugoslavia non comincia in Bosnia e neppure in Croazia, ma in Kosovo. La catena di eventi che ha portato al massacro di Srebrenica e al bombardamento di Belgrado parte da lì, alla fine degli anni ’80, quando il leader serbo Slobodan Milosevic lanciò un serie di misure repressive contro questa provincia autonoma, semi-indipendente e a prevalenza albanese all’interno della Serbia. Questa situazione culminò nel 1990 quando Milosevic pose fine alla semi-indipendenza, revocò l’autonomia del Kosovo, installò nuovi controlli di polizia, chiuse i giornali in lingua albanese, licenziò i professori universitari e inflisse un caos politico ed economico alla regione.
L’intenzione di Milosevic era quella di ristabilire il dominio serbo-ortodosso sul Kosovo, luogo storico di una importante battaglia tra i serbi e l’impero Ottomano nel 1389 (in cui i serbi vennero sconfitti) e patria di una sostanziosa minoranza serba. Il risultato di tutto questo? Proprio in questi giorni, quasi vent’anni dopo, il Kosovo – uno stato di lingua albanese e a maggioranza musulmana in cui, è facile prevedere, la minoranza serba non sia particolarmente benvoluta e dove le chiese ortodosse difficilmente saranno a riparo da vandalismi - ha dichiarato la sua indipendenza. Sarebbe difficile trovare una dimostrazione più eloquente della legge sulle conseguenze inintenzionali.
Infatti, guardando le folle in festa sabato notte per le strade di Pristina, mi sono chiesta se non ci fosse una più profonda lezione da trarre per tutta l’area balcanica. L’obiettivo dichiarato di Milosevic era la maggior gloria della Serbia (ne aveva anche di non dichiarati, come la perpetuazione della struttura di potere dell’era comunista, ma qui non importa). Riattizzare il nazionalismo serbo ha trasformato le minoranze serbe in Yugoslavia in mini-milizie. Queste a loro volta hanno ispirato la nascita di mini-milizie croate, bosniache, albanesi che hanno cominciato a combattersi tra di loro in una serie di piccole ma sanguinose guerre.
Posso certamente essere accusata di ipersemplificare questa cronologia, ma resta comunque vero che il risultato di queste iniziative – pulizia etnica, discriminazione, aggressività – sono state un completo disastro per la Serbia. L’economia serba è andata a picco; l’influenza serba sulla ex Yugoslavia è evaporata; Belgrado, la capitale, bombardata. Ora la Serbia sembra anche destinata a essere smembrata. Alcuni paesi europei e gli Stati Uniti hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, qualcosa che non sarebbe mai accaduta vent’anni fa. Milosevic, il leader super-nazionalista che coltivava il sogno di una Serbia rinata, più forte e più rispettata, ha danneggiato il suo paese più di qualsiasi altro.
E’ bene tenere a mente questa lezione nei prossimi mesi se qualcun altro in Europa o altrove pensa di prendere il Kosovo come precedente. Dopo tutto, se gli albanesi possono essere indipendenti dai serbi, gli abkazi e gli osseti del sud vorranno esserlo dalla Georgia, i baschi e catalani non capiranno perché non lasciare la Spagna e chissà cosa succederà a Cipro.
In qualcuno di questi casi ci sono paesi vicini che possono essere interessati ad incoraggiare la secessione, così come la Serbia incoraggiava le sue minoranze in Bosnia e in Croazia. In particolare la Russia ha già lanciato segnali minacciosi nel caso dei separatisti georgiani, e si capisce perché. Quale modo migliore per prendersi una rivincita contro quegli amanti della Nato dei georgiani che aiutare le minoranze etniche della Georgia in una guerra civile. Per altro il momento non potrebbe essere più propizio. Nella fase finale dell’amministrazione Bush qualcuno penserà all’Abkazia? E mentre si gioca una delle più interessanti campagne elettorali che gli Usa abbiano visto da decadi, ci sarà spazio per ciò che accade nell’Ossezia del Sud?
Di certo però, se l’Abkazia e l’Ossezia finiranno con lo staccarsi dalla Georgia e se ne seguisse una guerra civile, la Russia avrà uno stato fallito ai suo confini. E come ben sappiamo dalla Yugoslavia, dal Medio Oriente e dall’Africa, le guerre civili etniche o religiose hanno una terribile capacità di contagio. Il caos in Georgia potrebbe essere, nel medio termine, un vantaggio per il clan Putin, bisognoso di evocare uno stato di guerra, di infastidire l’Occidente e di tenersi stretto il potere (proprio come il Milosevic di una volta), ma di certo non è nell’interesse della Russia nel lungo termine.
La politica russa verso queste ambizioni separatiste nelle prossime settimane ci dirà molto sulla mentalità del gruppo dirigente di Mosca. Se gli inquilini del Cremlino hanno a cuore il benessere dei loro compatrioti resteranno in silenzio e cercheranno ci placare gli animi di tutti. Altrimenti, beh, spero che ricordino che la legge delle conseguenze inintenzionali si applica anche a loro
Dal Washington Post del 19 febbraio
Il procuratore dell'Aia lascia l'incarico. E lancia un'accusa contro chi l'ha lasciata sola. Bush, l'Onu, D'Alema. E il Vaticano. Colloquio con Carla Del Ponte
Nelle sue affascinanti memorie, Paix et Châtiment, Florence Hartmann scrive che finchè ai sopravvissuti sarà negata giustizia, “i morti di Srebrenica si agireranno come fantasmi sul vecchio continente”. Dal 2000 al 2007 la Hartmann è stata la portavoce di Carla Del Ponte, procuratore capo del Tribunale Criminale Internazionale per l’ex Jugoslavia. Il suo è un appassionato ma amaro j’accuse contro le potenze occidentali (non solo l’Europa ma anche gli USA). Hanno barattato la giustizia per la sicurezza, dice la Hartmann. La diplomazia, l’intelligence e perfino i peace-keepers occidentali hanno impedito l’arresto di Ratko Mladic e Radovan Karadzic (indiziati per il massacro di Srebrenica) in complicità con una leadership nazionalista serba che continua a proteggere i due criminali di guerra.
Questo libro va letto e subito, perché ciò che rivela sul Tribunale dell’Aja non è solo una storia morale sul ruolo della giustizia internazionale e dei diritti umani nelle situazioni di post-conflitto. Ci fa anche vedere il prossimo futuro dei Balcani, specialmente adesso che l’aspirazione del Kosovo all’indipendenza si trova ad affrontare, ancora una volta, le stesse forze che la negarono alla Bosnia.
La Hartmann setaccia documenti chiave che furono per lungo tempo rifiutati al Tribunale. Tra questi, le minute delle riunioni del Consiglio Supremo della Difesa della Repubblica Jugoslava, le stesse che sono state negate alla Corte di Giustizia Internazionale, permettendo così l’assoluzione della Serbia dall’accusa di genocidio in Bosnia. Lì si trovano le prove di come Milosevic e le altre autorità serbe abbiano orchestrato e siano stati i coautori della guerra in Bosnia, facendo finta di non esserne coinvolti; di come abbiano dissimulato la loro partecipazione diretta, mettendo sotto il commando delle forze militari locali bosniache le proprie unità speciali del Ministro dell’Interno; e di come abbiano finanziato e protetto Mladic e Karadzic per più di dieci anni.
Tutto questo merita grande attenzione. Non c’è nessuno nella leadership post-Milosevic, fatta eccezione del Primo Ministro Zoran Djindjic, che abbia deviato del dittatore. Djindjic mandò Milosevic all’Aja e cercò di fare lo stesso con Mladic, ma fu assassinato prima di riuscirci nel marzo 2003. A succederlo è stato Kostunica. Da Presidente della Serbia Kostunica si era opposto all’arresto di Milosevic e solo con riluttanza aveva firmato il decreto che mandava in pensione Mladic dall’esercito serbo, nel maggio del 2002. E’ sotto il suo governo che Karadzic e Mladic sono vissuti da uomini liberi in Serbia per anni, visitando spesso la Bosnia. Il primo ora viaggia sempre più spesso in Grecia, dove si nasconde vicino al Monte Athos, il secondo si sposta frequentemente tra i sette indirizzi di Belgrado che gli amici militari gli hanno messo a disposizione.
Kostunica si sta preparando a combattere una nuova “battaglia del Kosovo,” come gli piace dire. Non è solo. Una Belgrado unita ha lanciato al nuovo Parlamento del Kosovo, che prevede di dichiarare presto l’indipendenza dalla Serbia, un messaggio di sfida: la Serbia difenderà ad ogni costo il Kosovo. Il Ministro degli Esteri, Vuk Jeremic, non si stanca di ripetere che questo non significa che la Serbia comincerà una guerra. E il Presidente Boris Tadic, parlando di fronte ad alcune unità militari alla frontiera del Kosovo, ha rincarato: “Le forze armate della Serbia agiranno in conformità alla legge domestica e internazionale”.
Se non esiste minaccia di una nuova guerra, perché parlarne tanto? La verità è che, come in Bosnia, forze speciali serbe sono già sul terreno in Kosovo. Quando il Kosovo dichiarerà l’indipendenza, queste forze si uniranno agli agenti serbi oggi inquadrati nel corpo di polizia del Kosovo per prendere controllo delle municipalità a maggioranza serba. Si prenderanno cura di ripulirle dagli albanesi. E Belgrado darà la colpa delle violenze ad elementi estremisti, di cui professerà di non riconoscerne la paternità. La colpa maggiore sarà data ovviamente agli USA e tutti gli altri paesi che riconosceranno l’indipendenza del Kosovo, secondo un copione già collaudato sulle cause della morte della Yugoslavia.
Sebbene nulla si ripeta esattamente allo stesso modo, questo scenario sembra proprio una replica della Bosnia. Ciò che sorprende è la volontà delle potenze occidentali di permettere che sia così. Come la Hartmann rivela in dettaglio, in Bosnia le potenze occidentali avevano abbastanza informazioni per prevedere - e prevenire - la tragedia di Srebrenica, Sarajevo ed altri massacri. Sapevano che gli architetti e i coautori della pulizia etnica si trovavano a Belgrado. In registrazioni telefoniche ottenute dal Tribunale, la Hartmann ha ascoltato Milosevic congratularsi con Mladic, inebriato dal successo per la vittoria di Srebrenica, incredulo che l’Occidente gli abbia permesso di guadagnare un territorio dove i serbi non avevano mai vissuto prima di allora.
Cosa hanno fatto le potenze occidentali dopo il massacro? Hanno sanzionato la pulizia etnica, diviso la Bosnia, e si sono dimenticati della giustizia, preferendole la sicurezza. Non hanno mai avuto l’intenzione di rischiare la vita dei loro peace-keepers in Bosnia per arrestare Mladic e Karadzic. Sebbene sapessero sempre dove si nascondevano, fecero finta di non sapere nulla. Cercarono perfino, come dimostra la Hartmann, di evitare il genocidio tra i capi di accusa di Milosevic. Privatamente la loro linea è sempre stata che furono estremisti locali i responsabili del genocidio in Bosnia, e non Belgrado.
Pensavano che avrebbero potuto contenere la crisi, che invece si allargò al Kosovo, dove ai sopravvissuti non è mai stato concesso il diritto di scegliere, con un referendum, la libertà dalla Serbia. E il nazionalismo serbo, per breve tempo addomesticato dopo la caduta di Milosevic, è di nuovo vivo e vegeto con le sue vecchie tattiche. Momir Stojanovic, ex direttore dell’intelligence dell’esercito serbo, ha detto di recente al Glas Javnosti che gli Albanesi stanno programmando un pogrom dei serbi in Kosovo. Questa è la stessa propaganda che preparò e giustificò il riarmo delle milizie serbe e portò alla guerra in Croazia, Bosnia e Kosovo. E’ un segnale molto minaccioso per i Balcani, e ci ricorda che senza giustizia non ci sarà mai sicurezza.
Il Tribunale penale internazionale dell'Aja ha confermato che dalle analisi tossicologiche realizzate nel sangue di Slobodan Milosevic non risultano tracce di "avvelenamento". L'annuncio è stato dato dal presidente del Tpi, il giudice italiano Fausto Pocar. Le autorità olandesi, comunque, continueranno l'inchiesta sulla morte dell'ex presidente jugoslavo, i cui funerali si svolgeranno sabato pomeriggio a Pozarevac.
Gli esami tossicologici, ha spiegato Pocar, hanno permesso di accertare che nel sangue di Milosevic non c'erano tracce di rifampicina, l'antibiotico contro la lebbra e la tubercolosi che l'ex leader jugoslavo temeva gli fosse stato somministrato di nascosto. Il presidente del Tpi ha presentato un "rapporto preliminare" sugli esami tossicologici realizzati domenica insieme all'autopsia portata a termine dalle autorità olandesi.
In passato, tuttavia, è stato scoperto un "traffico" di farmaci non prescritti nella cella del centro di detenzione di Scheveningen dove Milosevic è stato trovato morto. E' questo quanto ha detto il cancelliere del Tpi, Hans Holthuis. Subito dopo tale scoperta, le autorità hanno "immediatamente" preso delle misure, ha aggiunto Holthuis, rispondendo alle domande sul fatto che medicine non prescritte erano state trovate nella cella a dicembre e gennaio.
Camera ardente a Belgrado, poi sarà sepolto nella sua città natale, Pozarevac. La moglie non parteciperà alle esequie. La Duma russa chiede l'abolizione del Tpi dell'Aja .

Belgrado, 15 marzo 2006 - I funerali dell'ex uomo forte di Belgrado, Slobodan Milosevic, si svolgeranno sabato nella sua città natale, Pozarevac. Lo hanno detto due autorevoli esponenti del Partito socialista serbo (il partito che era stato di Milosevic).
Prima del funerale, la salma di Slobodan Milosevic sarà esposta al pubblico prima dei funerali a Belgrado. La camera ardente dovrebbe essere presso la sede del Partito Socialista.
L'arrivo dell'aereo col feretro di Slobodan Milosevic a Belgrado è previsto per le 15.30 di oggi. A bordo dello stesso velivolo, che è partito poco dopo le 13 dall'aeroporto Schiphol di Amsterdam ci sarà Marko Milosevic, il figlio del defunto presidente jugoslavo.
LA VEDOVA RESTA IN RUSSIA
La vedova di Slobodan Milosevic, Mirjana Markovic, non parteciperà ai funerali del marito. Lo ha detto a Mosca Sergei Baburin, uno dei vicepresidenti della Duma di Stato (la Camera dei deputati) russa. «Mirjana Markovic ha dato il suo consenso perché seppelliscano suo marito a Belgrado, però non assisterà alle esequie», ha detto Baburin.
Il deputato, membro del gruppo parlamentare del partito nazionalista Rodina, ha spiegato che la famiglia dell'ex presidente jugoslavo, con la quale - secondo l'agenzia russa Interfax - mantiene contatti permanenti, ha considerate insufficienti le garanzie che le autorità serbe hanno offerto alla Markovic.
Il tribunale di Belgrado martedì ha ritirato l'ordine di cattura emesso tre anni fa contro la vedova di Milosevic: i giudici hanno accettato le garanzie offerte dai legali della vedova (una cauzione di 15.000 euro) e quindi Mirjana, accusata di malversazione e di abuso di potere, «non sarà arrestata» al rientro in patria, ma le sarà ritirato il passaporto e «se mancherà di comparire alle udienze e non giustificherà la sua assenza», scatterà la custodia cautelare (la prossima udienza è stata già fissata per il prossimo 23 marzo).
POLEMICHE IN RUSSIA
I medici russi venuti all'Aia per informarsi sull'autopsia di Slobodan Milosevic dicono di essere "totalmente" soddisfatti per quanto riguarda i risultati dell'esame autoptico. Con una dichirazione alla stampa il cardiologo Leo Bokeria dice: "approviamo totalmente i risultati dell'autopsia... si sono tutti gli elementi caratteristici di una morte per arresto cardiaco".
Bokeria, direttore del centrocardiavascolare dell'istituto Bakoulev di Mosca, ha anche aggiunto che l'autopsia è stata condotta "In modo professionale". Lunedi il capo della diplomazia russa Sergei Lavrov aveva apertamente messo in dubbio la diagnosi sulla morte di Milosevic dei medici dell'Aia. La Russia, aveva detto il ministro degli esteri russo, "ha il diritto di non fidarsi". Lo stesso Bokeria, prima di lasciare la Russia, aveva affermato: Milosevic "è morto perché i test e i controlli medici sono stati insufficienti".
Ma le polemiche in Russia sulla morte di Sloba sono destinate a non spegnersi: con una risoluzione approvata all' unanimita' i deputati russi hanno chiesto oggi l'apertura di una inchiesta internazionale ''indipendente'' sulle circostanze della morte dell'ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic e hanno definito ''inopportuna'' l'ulteriore esistenza del Tribunale internazionale dell'Aja sull'ex Jugoslavia (Tpi). In aula al momento del voto della risoluzione erano presenti 432 deputati.
Per la Duma russa, il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia è "politicizzato", superfluo e sconsiderato: perciò dovrebbe essere chiuso. Questo il contenuto di una risoluzione votata dalla camera bassa del Parlamento russo dal titolo "In riferimento alla morte dell'ex presidente della Yugoslavia Slobodan Milosevic".
Il testo ribadisce ancora una volta la posizione critica di Mosca nei confronti dell'operato della Corte. La risolusione sarà inviata ai parlamenti degli stati membri della Nato e allo stesso Tpi, accusato nel documento di "serie turbative dei diritti umanitari internazionali, perpetrate sul territorio della ex Yugoslavia da 1991". Tra le molte critiche i tempi troppo lunghi di giudizio e la politica del doppio standard di giudizio (pro occidentale) "diventata la norma del loro lavoro".
(ANSA) - BELGRADO, 14 MAR - Oltre 30 detenuti serbi, ma anche croati e macedoni, rinchiusi nel carcere olandese del Tribunale penale internazionale sui crimini di guerra nella ex Jugoslavia (Tpi) hanno sottoscritto un necrologio pubblicato oggi sulla stampa di Belgrado nel quale si rende omaggio a Slobodan Milosvic, morto sabato scorso in cella.
Tra i firmatari non manca, a sorpresa, il nome del generale croato Ante Gotovina, arrestato di recente con l'accusa di aver promosso la contropulizia etnica anti-serba in Croazia e protagonista nel 1995 dell'offensiva che porto' alla cacciata definitiva dal suo paese delle forze legate a Milosevic.
''Rendiamo l'ultimo saluto al nostro compagno combattente dell'Aja Slobodan Milosevic rivolgiamo le nostre piu' sincere condoglianze alla famiglia'', si legge nel necrologio, pubblicato stamattina dai quotidiani 'Politika' e 'Vecernje Novosti'. Seguono le firme di 34 detenuti: in maggioranza serbi e serbo-bosniaci, con in piu' quattro croati (tra i quali Gotovina) e due macedoni. Non c'e' invece la firma di nessun detenuto bosniaco-musulmano.
Microcommento
Vado a chiudermi in bagno per riflettere. Il mondo cambia ma quella resta la stanza migliore per pensare. C'è qualcosa che non capisco. Qualcosa che stride con tutto. Qualcosa che mi sfugge... nostro compagno combattente dell'Aja Slobodan Milosevic. Sì vado. Decisamente vado.
BELGRADO (Reuters) - L'ex presidente iugoslavo e imputato di crimini di guerra Slobodan Milosevic sarà sepolto in Serbia, ha detto stasera un alto funzionario del suo partito socialista.
"Slobodan Milosevic sarà sepolto in Serbia", ha detto il vice presidente del partito socialista Milorad Vucelic, parlando in diretta alla tv di stato.
Il corpo arriverà a Belgrado nel primo pomeriggio di domani. Non c'è alcuna indicazione su dove il funerale verrà celebrato.
In precedenza il primo ministro serbo Vojislav Kostunica aveva preannunciato che Milosevic poteva essere sepolto in Serbia, dopo che la decisione di un tribunale ha aperto la strada alla partecipazione della vedova ai funerali.
"La decisione della corte che Mirjana Markovic possa rientrare nel Paese per i funerali di suo marito Slobodan Milosevic consente alla famiglia di svolgere i funerali in Serbia", ha detto Kostunica all'agenzia stampa ufficiale Tanjug.
Mira Markovic si rifugiò a Mosca nel 2003 per evitare di dover rispondere dell'accusa di abuso di potere. Il tribunale serbo ha deciso che se rientrerà dovrà comunque presentarsi in aula e le verrà ritirato il passaporto.
Intanto il figlio di Milosevic, Marko, è arrivato stamattina in Olanda, all'aeroporto Schiphol di Amsterdam, e dovrebbe ricevere in consegna la salma nel corso della giornata. Prima della decisione dei giudici serbi, aveva detto di voler seppellire il padre a Mosca non potendo essere sicuro per la madre nell'eventualità del rientro nel suo Paese.
Milosevic, morto in carcere sabato a pochi mesi dalla sentenza che avrebbe messo fine a un processo di quattro anni, governò per un decennio nella Iugoslavia disintegrata dai conflitti degli anni Novanta.
Le autorità di Belgrado hanno escluso onori di stato per l'ex presidente.
TRIBUNALE ONU CHIUDE PROCESSO
Il Tribunale Onu per i crimini di guerra ha chiuso oggi formalmente il processo durato quattro anni a Milosevic per genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra.
"Esprimiamo il nostro dispiacere per il suo decesso. Ci dispiace anche che la sua morte abbia privato non solo lui, ma tutte le parti interessate, di un giudizio sulle accuse", ha detto in aula il presidente della corte Patrick Robinson.
"Guardo al futuro. Voglio Radovan Karadzic. Voglio Ratko Mladic", ha commentato oggi Carla Del Ponte, procuratore capo del Tribunale Onu, sulle pagine del quotidiano francese Le Monde. "Questa corte deve tornare a vivere, perché al momento è in coma".
A Belgrado presunti criminali di guerra dell'ex Iugoslavia hanno reso omaggio nei giornali a Milosevic. I firmatari - i serbi di Serbia e Bosnia ancora a processo e il generale croato Ante Gotovina - hanno voluto dare "un ultimo addio al nostro compagno combattente all'Aia".
Mosca ha inviato nei Paesi Bassi dei medici russi per analizzare i risultati degli esami su Milosevic. Sono attesi in giornata all'istituto di medicina legale dov'è stata condotta l'autopsia sull'ex presidente iugoslavo.
Secondo le prime notizie, Milosevic - che soffriva di problemi cardiaci e pressione alta - sarebbe morto di infarto, ma i test tossicologici sono ancora in corso. Il tribunale attende i risultati in settimana.
Un esperto olandese ha detto di ritenere che il 64enne ex presidente, che rischiava l'ergastolo, abbia consapevolmente preso farmaci pericolosi per sostenere la sua richiesta di essere ricoverato in Russia.
L'avvocato dell'ex presidente ha detto che il suo assistito temeva di essere avvelenato con farmaci sbagliati per impedirgli di parlare davanti ai giudici.
"Penso che sia stato lui a decidere che il suo stato di salute doveva peggiorare. Stava prendendo segretamente delle medicine", ha detto Del Ponte.