Sarajevo - Bosnia

Blog italo-bosniaco di informazione sulla Bosnia. Contro ogni forma di discriminazione: etnica, politica, religiosa, culturale. L'intolleranza non è tollerata. La menzogna neppure.
sabato, 24 maggio 2008

Fino a che punto si può tollerare la falsità?

di Luca Ferrari

Alla ricerca della verità. Della giustizia. L’indifferenza ha avvelenato il mondo. La sofferenza va somministrata a seconda dell’interesse. Ci stanno narcotizzando spacciando mine antiuomo per colombe.

Nel film The hunting party (2007) per la regia di Richard Shepard, i protagonisti Richard Gere e Terrence Howard, indossano le vesti rispettivamente di un agguerrito reporter e del suo fedele cameraman, alla ricerca del più famoso ricercato criminale della guerra dei Balcani.

Gere è un giornalista che durante una diretta televisiva nazionale, si rifiuta di coprire la notizia, e parla apertamente del massacro indiscriminato perpetrato dalle forze serbe ai danni dei bosgnacchi (musulmani bosniaci), e per questo licenziato subito dopo.

In quanti lo avrebbero fatto? Dura la vita del reporter sul fronte. E non parliamo di quelli che se ne stanno comodi a filmare fasulle strette di mano che hanno il solo obbiettivo di deviare lo sguardo del pubblico verso una realtà che non esiste.

La guerra in Bosnia c’è stata. E non facciamo certo uno scoop nel dire ha raccolto più silenzio e che attenzione. “Hanno fatto pulizia etnica per la tua sicurezza” dice il cameraman Duck (Howard) al giovane rampollo, figlio del magnate del network, che accompagna i due protagonisti.

Già, la nostra sicurezza. Sembra di sentire i discorsi di tanti galantuomini. Una donna assassinata, tutta sporca di sangue con il ventre “gonfio” di un bambino, su cui si vedono i fori di quattro proiettili. È questo il prezzo? L’immagine non è per nulla diversa dalla realtà visto che le donne furono squarciate con i figli in grembo.

La verità non ha bisogno di spiegazioni, o correzioni. La verità non segue la regola delle cinque “W”: who (chi), what (cosa), when (quando), where (dove) e why (perchè), più eventuale how (come). È possibile non sporcarsi le mani, sguazzando nel putrido?

I reporter vedono cose orribili. È il loro lavoro. Ma c’è una grossa differenza fra quello che loro vedono e quello che poi si sente (o si legge). Il popolo è traghettato. I telespettatori se ne stanno sul seggiolone in attesa che qualche “papavero” decida cosa dar loro da mangiare.

“Una vita in pericolo è una vita reale. Il resto è televisione”, dice il saggio Simon (Gere). Così come vanno le cose, non è giusto. Ecco perché dobbiamo cambiare le regole. E d’ora in poi la storia dovrà essere raccontata da altri. Già, da chi?

da Il Reporter

giovedì, 27 marzo 2008

Carla Del Ponte: La mia caccia testarda ai boia dei Balcani

In un libro di memorie il procuratore dell’Aja racconta le sue battaglie l’incontro con Tenet, capo della Cia, e la scoperta del muro di gomma
CARLA DEL PONTE
Da bambina andava a caccia di serpenti con i suoi fratelli nei boschi di Bignasco, Vallemaggia, Svizzera italiana; da adulta le è capitato di cacciare gli strateghi del terrore nei Balcani, la guerra più antica e feroce che s’è consumata nella vecchia Europa dopo la fine del conflitto mondiale. Carla Del Ponte, dopo aver lavorato insieme a Giovanni Falcone sulla mafia in quanto procuratore capo della Confederazione elvetica, tra il 1999 e il 2007 ha diretto la procura del Tribunale per i crimini di guerra dell’Onu. È stata lei a portare in giudizio il primo capo di Stato, Slobodan Milosevic. Le sfuggono invece gli altri due pesci grossi di questa difficile «caccia»: Ratko Mladic e Radovan Karadzic. I ricordi e i retroscena di questa incompiuta sono ora raccolti in un libro che andrà a giorni in libreria e che si intitola appunto La caccia (Feltrinelli, 412 pag, 20 euro) scritto dalla Del Ponte insieme con Chuck Sudetic, già reporter del New York Times in Jugoslavia, poi collaboratore del procuratore all’Aja. Del libro anticipiamo una parte del prologo, dove Carla Del Ponte racconta delle difficoltà nella caccia e fa capire perché Mladic e Karadzic siano tuttora latitanti.

Durante la mia prima visita a Washington come Procuratore capo dei Tribunali per i crimini di guerra delle Nazioni Unite, mi sono rivolta a uno degli uomini più potenti della Terra per chiedergli aiuto.

Questo accadeva un mercoledì pomeriggio della fine di settembre del 2000, all’inizio della lunga serie di appelli che nel corso degli anni avrei rivolto a funzionari governativi e capi di organizzazioni internazionali. Avevo bisogno che forzassero la mano di stati non collaborativi come la Serbia, la Croazia e il Ruanda; avevo bisogno che ci aiutassero a ottenere materiale di prova; e, soprattutto, avevo bisogno che ci aiutassero ad arrestare latitanti imputati di crimini di guerra. La sede di questo specifico appello era adiacente alla Casa Bianca, nell’Old Executive Office Building. Un assistente accompagna me e i miei consulenti attraverso il portone d’ingresso. \ Attraversiamo un corridoio che rimbomba dei nostri passi. Poi ci troviamo faccia a faccia con il Potere, sotto le spoglie di George Tenet, direttore della Central Intelligence Agency. È oberato di impegni, impegni pressanti. Dieci anni dopo l’invasione irachena del Kuwait e l’imposizione di sanzioni economiche che hanno distrutto la vita di centinaia di migliaia di iracheni, Saddam Hussein è ancora al potere. Tutti si lamentano che il prezzo del petrolio sia balzato a trentacinque dollari al barile, e tra poche ore a Gerusalemme Sharon salirà sul Monte del Tempio, l’Haram al-Sharif, accendendo la miccia della Seconda intifada. Forse Tenet sa già che nell’arco di qualche settimana la folla invaderà le strade di Belgrado rovesciando Slobodan Milosevic. Nella Corea del Nord, Kim Jong-il si balocca con le armi nucleari. Gli agenti della Cia sono sulle tracce di Osama bin Laden. All’11 settembre mancano ancora undici mesi.

Quello di cui ho bisogno è che Tenet coordini le attività della Cia con gli sforzi del nostro ufficio e di altre agenzie di intelligence per aiutarci a catturare due degli uomini più ricercati al mondo, Radovan Karadzic e Ratko Mladic. Il Tribunale li ha incriminati con imputazioni relative, tra l’altro, all’assedio e al bombardamento di Sarajevo, a operazioni di pulizia etnica che hanno provocato centinaia di migliaia di profughi, e all’uccisione di quasi settemilacinquecento prigionieri musulmani, uomini e ragazzi, a Srebrenica: il più vasto massacro avvenuto in Europa dopo quelli delle settimane che seguirono la fine della Seconda guerra mondiale. \ La mia opinione è che potrebbe metterci a disposizione le informazioni raccolte dalla Cia nelle sue operazioni di sorveglianza, intercettazioni telefoniche, consigli e sostegno per gli arresti...

Tenet commenta che Karadzic gli ricorda un capomafia siciliano. Non mi sfugge l’ironia. Di boss mafiosi ne so qualcosa. E Tenet, con le sue origini greche, trasuda una passione mediterranea, una forza di volontà autoritaria e altre qualità tipiche dei capimafia siciliani. La cosa mi va a genio, perché ogni capo di un’organizzazione di spionaggio ha bisogno di queste qualità perché le sue attività siano efficaci. Mi assicura che la Cia è attivamente impegnata nella caccia all’uomo, ma che mettere le mani su Karadzic, che non parla mai al telefono né firma mai una carta, è un compito impervio: «Di gente così ne sto inseguendo in tutto il mondo... Ci abbiamo messo sette giorni per trovare Noriega, con ventimila GI». Butta lì il nome di bin Laden. Poi aggiunge: «Karadzic è la mia priorità numero uno». \

Non dovrei essere tanto ingenua. Confido che Tenet faccia seguire i fatti alle parole. Non immagino che stia innalzando quello che noi di lingua italiana chiamiamo il «muro di gomma», il rifiuto travestito da qualcosa che non sembra un rifiuto. \ La mia carriera ha avuto inizio con una lunga serie di collisioni con il muro di gomma, collisioni seguite talvolta da forme di resistenza più rozze, quando non da minacce fisiche. Mi sono scontrata e continuerò a scontrarmi con il muro di gomma in occasione di incontri con molti personaggi potenti, da finanzieri della mafia a banchieri e politici svizzeri, da capi di stato come George Bush e primi ministri come Silvio Berlusconi, a burocrati responsabili di uffici governativi e di vari dipartimenti delle Nazioni Unite e, più avanti nel mio incarico, ministri degli Esteri europei che sembravano prontissimi ad accogliere la Serbia nell’abbraccio dell’Unione europea anche quando leader politici, poliziotti e militari serbi davano rifugio a uomini responsabili dell’uccisione a sangue freddo, sotto gli occhi del mondo, di migliaia di prigionieri. L’unico modo che conosco per sfondare il muro di gomma e servire gli interessi della giustizia consiste nel cercare, con costanza e persistenza, di imporre la mia volontà.

* * *

Nella primavera del 2001, ho avuto il mio secondo incontro con il Potere nelle vesti di George Tenet. Questa volta il luogo era il quartiere generale della Central Intelligence Agency, un complesso di vetro, acciaio e cemento sormontato da antenne che proiettavano i voleri di quest’uomo e dei suoi superiori in ogni capitale e in ogni angolo del mondo devastato da una guerra. \ Tenet esce a ricevermi nel corridoio subito prima del nostro colloquio. «Carla» esclama, «la mia cara Madame Prosecutor.» Poi vengono i bacini-bacetti, che tanto mi danno sui nervi. Entriamo in una sala riunioni senza finestre e con le pareti rivestite di pannelli, forse legno di ciliegio. Tenet si siede alla testa del tavolo, dopo che io ho preso la sedia accanto alla sua. Dice qualche bagattella in tono informale. Specifica che non può dirmi tutto quello che la Cia sta facendo. È comprensibile. Assicura che arrestare i nostri latitanti rimane una priorità alta. Dice che sono state condotte operazioni che non hanno avuto successo e queste dichiarazioni mi facilitano abbastanza il compito di venire al punto senza tanti discorsi infiorettati e mielate espressioni di gratitudine. Forse è stato un errore immaginare che Tenet, il top delle spie della superpotenza, non scambierà la mia franchezza per mancanza di rispetto: «George, ci siamo visti a settembre. Allora mi hai detto che Karadzic era la priorità numero uno della Cia. Ma sono passati sei mesi e, visti i risultati, faccio fatica a crederti». I pezzi grossi dell’intelligence non amano che qualcuno che non faccia parte del giro dica loro come fare il loro mestiere, e molti pensano di non aver nulla da guadagnare e molto da perdere mettendosi a inseguire criminali di guerra in terre lontane. Forse a Tenet brucia che io abbia detto quelle cose davanti al suo staff. Ma sa che non sono venuta a ringraziare gli Usa per il loro appoggio finanziario alle Nazioni Unite. Sa che sono lì per discutere di come assicurare l’arresto di Karadzic e Mladic. A questo punto so che quello che ha fatto nel nostro precedente incontro di settembre è stato innalzare il muro di gomma, quando mi assicurava che Karadzic era una priorità allo stesso livello di bin Laden. Ma se il direttore della Cia mi dice che arrestare Karadzic è una priorità, io presumo che gli operativi della Cia siano sufficientemente competenti per realizzare tempestivamente gli obiettivi del loro direttore. «Quali misure sono state prese per assicurare gli arresti?» domando. «In che modo la Cia può cooperare con il Tribunale?» L’Ufficio della Procura ha intenzione di formare un team che si occupi di rintracciare i fuggitivi, gli dico. Poi propongo di elaborare una nuova strategia per arrestare Karadzic. Penso che, entro i limiti della legge degli Stati Uniti, dovremmo essere in grado di scambiare informazioni e di lavorare di conserva con le agenzie di intelligence di altri paesi, in particolare di Francia, Gran Bretagna e Germania. Se non avete intenzione di fare qualcosa, dico, penso che dovreste almeno sostenere i nostri sforzi. «Guarda, Madame» risponde Tenet, «che di quello che pensi tu non me ne frega un cazzo».
da LaStampa.it
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lunedì, 25 febbraio 2008

Nato: inaccettabile l'incitazione della violenza a Belgrado

Il Segretario generale della NATO, Jaap de Hop Scheffer, riferendosi ai sviluppi in Kosovo, ha dichiarato per il quotidiano francese “Le Monde”, che "se sarà necessario, le truppe della NATO dislocate in Bosnia Erzegovina potrebbero intervenire in Kosovo, come rinforzi aggiuntivi". "In ogni caso, ad intervenire in caso di tumulti, toccherà innanzitutto alla polizia kosovara, poi a quella della UNMIK, e infine alla KFOR” ha precisato Scheffer.
Il capo dell'Alleanza Nord-Atlantica ha affermato che "la distruzione delle ambasciate a Belgrado è assolutamente inaccettabile" ed ha espresso la sua preoccupazione "sull' incitazione alla violenza" da parte di alcuni Ministri serbi. “Capisco bene che per la Serbia non e` facile accettare l`indipendenza del Kosovo - aggiunge Jaap de Hop Scheffer - ma un conto è che questa venga accettata, e un altro ancora che si inciti pubblicamente la popolazione ad utilizzare la violenza”. Secondo il capo della Nato, "se gli hooligans vengono appoggiati dai ministri serbi, allora questo è innaccettabile e rischioso".

Rinascita Balcanica

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sabato, 23 febbraio 2008

Ma all'origine di tutto ci sono le colpe di Milosevic

di Anne Applebaum

Forse non tutti ricordano che la guerra nella ex Yugoslavia non comincia in Bosnia e neppure in Croazia, ma in Kosovo. La catena di eventi che ha  portato al massacro di Srebrenica e al bombardamento di Belgrado parte da lì, alla fine degli anni ’80, quando il leader serbo Slobodan Milosevic lanciò un serie di misure repressive contro questa provincia autonoma,  semi-indipendente e a prevalenza albanese all’interno della Serbia. Questa situazione culminò nel 1990 quando Milosevic pose fine alla semi-indipendenza, revocò l’autonomia del Kosovo, installò nuovi controlli di polizia, chiuse i giornali in lingua albanese, licenziò i professori universitari e inflisse un caos politico ed economico alla regione.

L’intenzione di Milosevic era quella di ristabilire il dominio serbo-ortodosso sul Kosovo, luogo storico di una importante battaglia tra i serbi e l’impero Ottomano nel 1389 (in cui i serbi vennero sconfitti) e patria di una sostanziosa minoranza serba. Il risultato di tutto questo? Proprio in questi giorni, quasi vent’anni dopo, il Kosovo – uno stato di lingua albanese e a maggioranza musulmana in cui, è facile prevedere, la minoranza serba non sia particolarmente benvoluta e dove le chiese ortodosse difficilmente saranno a riparo da vandalismi - ha dichiarato la sua indipendenza. Sarebbe difficile trovare una dimostrazione più eloquente della legge sulle conseguenze inintenzionali.

Infatti, guardando le folle in festa sabato notte per le strade di Pristina, mi sono chiesta se non ci fosse una più profonda lezione da trarre per tutta l’area balcanica. L’obiettivo dichiarato di Milosevic era la maggior gloria della Serbia (ne aveva anche di non dichiarati, come la perpetuazione della struttura di potere dell’era comunista, ma qui non importa). Riattizzare il nazionalismo serbo ha trasformato le minoranze serbe in Yugoslavia in mini-milizie. Queste a loro volta hanno ispirato la nascita di mini-milizie croate, bosniache, albanesi che hanno cominciato a combattersi tra di loro in una serie di piccole ma sanguinose guerre.

Posso certamente essere accusata di ipersemplificare questa cronologia, ma resta comunque vero che il risultato di queste iniziative – pulizia etnica, discriminazione, aggressività – sono state un completo disastro per la Serbia. L’economia serba è andata a picco; l’influenza serba sulla ex Yugoslavia è evaporata; Belgrado, la capitale, bombardata. Ora la Serbia sembra anche destinata a essere smembrata.  Alcuni paesi europei e gli Stati Uniti hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, qualcosa che non sarebbe mai accaduta vent’anni fa. Milosevic, il leader super-nazionalista che coltivava il sogno di una Serbia rinata, più forte e più rispettata, ha danneggiato il suo paese più di qualsiasi altro.

E’ bene tenere a mente questa lezione nei prossimi mesi se qualcun altro in Europa o altrove pensa di prendere il Kosovo come precedente.  Dopo tutto, se gli albanesi possono essere indipendenti dai serbi, gli abkazi e gli osseti del sud vorranno esserlo dalla Georgia, i baschi e catalani non capiranno perché non lasciare la Spagna e chissà cosa succederà a Cipro.

In qualcuno di questi casi ci sono paesi vicini che possono essere interessati ad incoraggiare la secessione, così come la Serbia incoraggiava le sue minoranze in Bosnia e in Croazia. In particolare la Russia ha già lanciato segnali minacciosi nel caso dei separatisti georgiani, e si capisce perché. Quale modo migliore per prendersi una rivincita contro quegli amanti della Nato dei georgiani che aiutare le minoranze etniche della Georgia in una guerra civile. Per altro il momento non potrebbe essere più propizio. Nella fase finale dell’amministrazione Bush qualcuno penserà all’Abkazia? E mentre si gioca una delle più interessanti campagne elettorali che gli Usa abbiano visto da decadi, ci sarà spazio per ciò che accade nell’Ossezia del Sud?

Di certo però, se l’Abkazia e l’Ossezia finiranno con lo staccarsi dalla Georgia e se ne seguisse una guerra civile, la Russia avrà uno stato fallito ai suo confini.  E come ben sappiamo dalla Yugoslavia, dal Medio Oriente e dall’Africa, le guerre civili etniche o religiose hanno una terribile capacità di contagio. Il caos in Georgia potrebbe essere, nel medio termine, un vantaggio per il clan Putin, bisognoso di evocare uno stato di guerra, di infastidire l’Occidente e di tenersi stretto il potere (proprio come il Milosevic di una volta), ma di certo non è nell’interesse della Russia nel lungo termine.

La politica russa verso queste ambizioni separatiste nelle prossime settimane ci dirà molto sulla mentalità del gruppo dirigente di Mosca. Se gli inquilini del Cremlino hanno a cuore il benessere dei loro compatrioti resteranno in silenzio e cercheranno ci placare gli animi di tutti. Altrimenti, beh, spero che ricordino che la legge delle conseguenze inintenzionali si applica anche a loro

Dal Washington Post del 19 febbraio

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mercoledì, 13 febbraio 2008

Io e i criminali di guerra

Il procuratore dell'Aia lascia l'incarico. E lancia un'accusa contro chi l'ha lasciata sola. Bush, l'Onu, D'Alema. E il Vaticano. Colloquio con Carla Del Ponte

 
Il muro di gomma del Vaticano. La delusione per D'Alema. Il disinteresse di Bush e Condoleezza Rice. Le reticenze di Francia e Germania. La debolezza di Kofi Annan. Non fa sconti a nessuno, come è nel suo costume, Carla Del Ponte, 61 anni, fresca ambasciatrice della Svizzera in Argentina.
Prima di raggiungere l'altro emisfero per il nuovo incarico, lascia in eredità un libro sulla sua esperienza precedente di procuratore del Tribunale internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia. Il volume di prossima uscita per Feltrinelli (20 marzo) è stato scritto con Chuck Sudetic, che seguì i Balcani negli anni '90 per il 'New York Times'. Ha per titolo 'La caccia'. Sottotitolo: 'Io e i criminali di guerra'. I diritti sono già stati venduti in diversi paesi del mondo. 'L'espresso' lo ha letto in anteprima e l'autrice ha accettato di parlarne prima che arrivi in libreria.

In 412 pagine (costo 16 euro) Carla Del Ponte ripercorre gli otto anni di caccia a persone che si sono macchiate di delitti orrendi, con accuse che sono arrivate fino a quella estrema di genocidio. Seppur a denti stretti riconosce una sconfitta: "Non sono riuscita a ottenere dalla comunità internazionale l'arresto di Ratko Mladic e Radovan Karadzic, il capo militare e quello politico dei serbi di Bosnia". Il suo ragionamento comprende una chiamata in correità verso potenti più o meno grandi che hanno ostacolato il suo lavoro. Del resto lei non si riconosce errori: "O meglio, errori piccoli ne ho fatti molti, ma non quelli che hanno pregiudicato la cattura. Forse avrei solo dovuto essere più aggressiva, più cattiva. Ma è sempre molto difficile il rapporto di un procuratore con la politica". Semmai altri le rimproverano esattamente l'opposto. Di essere cioè stata troppo intransigente e aver ostacolato i buoni rapporti tra le nazioni.


Ambasciatrice Carla Del Ponte, lei non ha apprezzato l'atteggiamento di Massimo D'Alema circa l'apertura di colloqui con la Serbia senza che avesse consegnato il generale Mladic.
"No. Non ho apprezzato. D'Alema è stato una delusione. È stato tra i primi a rompere un fronte. E pensare che Romano Prodi, invece, fin da quando stava a Bruxelles ha sempre dimostrato sensibilità circa il tema del rispetto dei diritti umani".

Ma a D'Alema, alla politica in generale, non riconosce almeno, per usare un linguaggio a lei caro, le 'attenuanti generiche'? C'erano delle ragioni. Si è sostenuto: non si può penalizzare un popolo per le colpe di una persona.
"Nessuna attenuante, dal mio punto di vista, per quel tipo di approccio. Siamo già molto in ritardo, sono passati 14 anni. Se si ritiene che la repressione di questi crimini non è più importante, che il passato vada cancellato, lo si deve dire a chiare lettere, assumersi la responsabilità. Ma allora significa che il Tribunale l'avevano creato solo per mettersi la coscienza a posto".

Spostiamoci di pochi chilometri dalla Farnesina e arriviamo alla Santa Sede. Lei racconta un episodio burrascoso con monsignor Giovanni Lajolo, segretario vaticano per le relazioni con gli Stati, il ministro degli Esteri in pratica.
"Ero andata per chiedergli di sostenerci nello sforzo di catturare il generale croato Ante Gotovina. Secondo alcune segnalazioni era protetto in qualche monastero. Ma mi sono trovata davanti al muro di gomma forse più spesso".

Lajolo le ha detto che il Vaticano non è uno Stato e che il pontefice non può fare pressioni sulla Conferenza episcopale croata.
"Esatto. Il che contraddice le nozioni che si apprendono nei libri di scuola".

A quel punto lei ha chiesto un incontro col papa, Benedetto XVI.
"E mi è stato risposto che, se volevo vederlo, mi potevo recare il sabato successivo in piazza San Pietro perché sua santità riceve solo presidenti e ministri. Ma il giorno prima aveva ricevuto il capo di un partito e forse avrebbe potuto fare uno sforzo per il procuratore del Tribunale internazionale".

Non è andata così. Cosa avrebbe chiesto a Benedetto XVI?
"Un intervento ufficiale sulla Croazia per Gotovina. Sono note le relazioni privilegiate del Vaticano con Zagabria fin dall'inizio della dissoluzione jugoslava, no?".

Un suo assistente, scherzando, le ha detto che sarebbe stata scomunicata.
"La scomunica non è arrivata. Io sono una cattolica anche se non praticante. Ma in certi valori ci credo. Da questo punto di vista la sorpresa è stata enorme in negativo".

Valichiamo l'Oceano. George Tenet, allora capo della Cia, non fu di nessun aiuto.
"È un simpaticone. Ma le regole interne dell'agenzia gli impedivano di dare una forma di collaborazione. Comunque è vero: la Cia non mi diede nessun aiuto".

Mentre Colin Powell si dimostrò collaborativo.
"Sì. Ma poi è cambiato anche l'atteggiamento americano. Dopo l'11 settembre. Li ho sentiti impegnati su altri fronti. Sembrava tutto perfetto all'inizio, poi hanno rivolto lo sguardo altrove".

Curiosa la scena in cui lei si infila nell'auto di Condoleezza Rice per strappare un colloquio.
"Disse che il suo problema si chiamava Bin Laden. Risposi che il mio si chiamava Mladic. E Karadzic".

Kofi Annan pure non esce molto bene. Sembra un debole. Chissà perché la scelse, visto che notoriamente lei non è una malleabile.
"Annan mi scelse quando era molto forte, molto in sella. E credeva davvero nel Tribunale. Avrebbe continuato ad avere del coraggio se non si fosse indebolito. Lo ribadisco: l'attacco alle Torri Gemelle ha segnato uno spartiacque. In generale, mi hanno dato l'incarico e forse non si immaginavano che avrei fatto così bene".

Lei aprì e poi richiuse un'inchiesta su eventuali crimini commessi dalla Nato quando bombardò la Serbia. Per questo si attirò alcune critiche.
"Non ho trovato riscontri. Di questo avrei voluto parlare con Slobodan Milosevic. Non è stato possibile".

Vi siete incontrati una sola volta e lui si limitò a guardarla fisso negli occhi.
"Poi ha prodotto un documento, una registrazione. Si sentiva un pilota Nato che parlava con la base di Aviano e faceva notare che c'erano dei civili dove doveva colpire. Dalla base gli hanno risposto 'vai ugualmente', condendo l'invito con qualche parolaccia in buon americano".

Non era una prova?
"Poteva essere una contraffazione, bisognava verificarla. Cosa che feci chiedendo i documenti ad Aviano. Mi risposero che non esistevano più quei documenti. Non ci ho creduto, naturalmente. Comunque non avrei potuto incriminare il pilota perché il mio mandato riguardava le responsabilità di comando".

Forse si sarebbe trovata nelle condizioni di indagare sul generale Wesley Clark. Al quale poi propose di collaborare col Tribunale.
"Non so se sarei arrivata a lui. Comunque avevo bisogno della Nato. Mi serviva. Aveva gli uomini sul terreno che potevano procedere alla cattura dei criminali. Clark non accettò. Stava già pensando alla sua carriera politica: si candidò alle primarie del partito democratico".

Con un altro generale, l'italiano Fabio Mini, ci fu grande affiatamento.
"Sì. Quando comandava in Kosovo si dimostrò molto collaborativo. Per questo ebbe alcune conseguenze spiacevoli. Dovette subire delle ramanzine...".

Da chi? Perché?
"Lo chieda a lui. Io non posso svelarlo".

Da una registrazione di cui eravate in possesso sembra che il presidente francese Chirac avesse garantito l'impunità al generale Mladic.
"L'ho chiesto direttamente a Chirac. Mi ha risposto che non era vero. Io gli credo. È un vero uomo di Stato".

Lei scrive di aver provato rabbia quando Milosevic morì prima della sentenza.
"Rabbia sì. Perché le prove che avevamo raccolto avrebbero assunto maggior valore con una sentenza di condanna. Che per me non poteva essere che il carcere a vita".

Se si fosse trovata davanti Karadzic o Mladic cosa avrebbe loro chiesto?
"Sulla responsabilità criminale non avrei perso tempo perché non possono sussistere dubbi, abbiamo vagoni di prove. La mia curiosità sarebbe stata quella di capire come hanno fatto a stare in latitanza per 14 anni, chi li ha protetti, che contatti avevano con le istituzioni".

Lei è sembrata più concentrata su Mladic.
"Perché so dove è. A Belgrado. Non saprei in quale appartamenti ma sta lì. Di Karadzic invece non abbiamo tracce ormai da diverso tempo".

Si dice sia nei monasteri ortodossi.
"E sarà difficile catturarlo. Comunque fino al 2004 stava a Belgrado pure lui. Ha trascorso persino un mese con la moglie".

È vero che ha allestito una squadra speciale per catturarli?
"Funziona da sei anni. Ha fatto 91 arresti. Ora si è concentrata solo su di loro"

Il suo Tribunale è stato paragonato a quello di Norimberga.
"Le differenze sono enormi. A Norimberga le prove erano già lì in aula. Noi ce le siamo andate a cercare ad una ad una".
(13 febbraio 2008)
Gigi Riva (L'Espresso)
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mercoledì, 09 gennaio 2008

La Serbia prepara la prossima guerra del Kosovo

Nelle sue affascinanti memorie, Paix et Châtiment, Florence Hartmann scrive che finchè ai sopravvissuti sarà negata giustizia, “i morti di Srebrenica si agireranno come fantasmi sul vecchio continente”. Dal 2000 al 2007 la Hartmann è stata la portavoce di Carla Del Ponte, procuratore capo del Tribunale Criminale Internazionale per  l’ex Jugoslavia. Il suo è un appassionato ma amaro j’accuse contro le potenze occidentali (non solo l’Europa ma anche gli USA). Hanno barattato la giustizia per la sicurezza, dice la Hartmann. La diplomazia, l’intelligence e perfino  i peace-keepers occidentali hanno impedito l’arresto di Ratko Mladic e Radovan Karadzic (indiziati per il massacro di Srebrenica) in complicità con una leadership nazionalista serba che continua a proteggere  i due criminali di guerra.

Questo libro va letto e subito, perché ciò che rivela sul  Tribunale dell’Aja non è solo una storia morale sul ruolo della giustizia internazionale e dei diritti umani nelle situazioni di post-conflitto. Ci fa anche vedere il prossimo futuro dei Balcani, specialmente adesso che l’aspirazione del Kosovo all’indipendenza si trova ad affrontare, ancora una volta, le stesse forze che la negarono alla Bosnia.

La Hartmann setaccia documenti chiave che furono per lungo tempo rifiutati al Tribunale. Tra questi, le minute delle riunioni del Consiglio Supremo della Difesa della Repubblica Jugoslava, le stesse che sono state negate alla Corte di Giustizia Internazionale, permettendo così l’assoluzione della Serbia dall’accusa di genocidio in Bosnia. Lì si trovano le prove di come Milosevic e le altre autorità serbe abbiano  orchestrato e siano stati i coautori della guerra in Bosnia, facendo finta di non esserne coinvolti; di come abbiano dissimulato la loro partecipazione diretta, mettendo sotto il commando delle forze militari locali bosniache le proprie unità speciali del Ministro dell’Interno; e di come abbiano finanziato e protetto Mladic e Karadzic per più di dieci anni.

Tutto questo merita grande attenzione. Non c’è nessuno nella leadership post-Milosevic, fatta eccezione del Primo Ministro Zoran Djindjic, che abbia deviato del dittatore. Djindjic mandò Milosevic all’Aja e cercò di fare lo stesso con Mladic, ma fu assassinato prima di riuscirci nel marzo 2003. A succederlo è stato Kostunica. Da Presidente della Serbia Kostunica si era opposto all’arresto di Milosevic e solo con riluttanza aveva firmato il decreto che mandava in pensione Mladic dall’esercito serbo, nel maggio del 2002. E’ sotto il suo governo che Karadzic e Mladic sono vissuti da uomini liberi in Serbia per anni, visitando spesso la Bosnia. Il primo ora viaggia sempre più spesso in Grecia, dove si nasconde vicino al Monte Athos, il secondo si sposta frequentemente tra i sette indirizzi di Belgrado che gli amici militari gli hanno messo a disposizione.

Kostunica si sta preparando a combattere una nuova “battaglia del Kosovo,” come gli piace dire. Non è solo. Una Belgrado unita ha lanciato al nuovo Parlamento del Kosovo, che prevede di dichiarare presto l’indipendenza dalla Serbia,  un messaggio di sfida: la Serbia difenderà ad ogni costo  il Kosovo. Il Ministro degli Esteri, Vuk Jeremic, non si stanca di ripetere che questo non significa che la Serbia comincerà una guerra. E il Presidente Boris Tadic, parlando di fronte ad alcune unità militari alla frontiera del Kosovo, ha rincarato: “Le forze armate della Serbia agiranno in conformità alla legge domestica e internazionale”.

Se non esiste minaccia di una nuova guerra, perché parlarne tanto? La verità è che, come in Bosnia, forze speciali serbe sono già sul terreno in Kosovo. Quando il Kosovo dichiarerà l’indipendenza, queste forze si uniranno agli agenti  serbi oggi inquadrati nel corpo di polizia del Kosovo per prendere  controllo delle municipalità a maggioranza serba. Si prenderanno cura di ripulirle dagli albanesi. E Belgrado darà la colpa delle violenze ad elementi estremisti, di cui professerà di non riconoscerne la paternità. La colpa maggiore sarà data ovviamente agli USA e tutti gli altri paesi che riconosceranno l’indipendenza del Kosovo, secondo un copione già collaudato sulle cause della morte della Yugoslavia.

Sebbene nulla si ripeta esattamente allo stesso modo, questo scenario sembra proprio una replica della Bosnia. Ciò che sorprende è la volontà delle potenze occidentali di permettere che sia così. Come la Hartmann rivela in dettaglio, in Bosnia le potenze occidentali avevano abbastanza informazioni per prevedere - e prevenire -  la tragedia di Srebrenica,  Sarajevo ed altri massacri. Sapevano che  gli architetti e i coautori  della pulizia etnica si trovavano a Belgrado. In registrazioni telefoniche ottenute dal Tribunale, la Hartmann ha ascoltato Milosevic congratularsi con Mladic, inebriato dal successo per la vittoria di Srebrenica, incredulo che l’Occidente gli abbia permesso di guadagnare un territorio dove i serbi non avevano mai vissuto prima di allora.

Cosa hanno fatto le potenze occidentali dopo il massacro? Hanno sanzionato la pulizia etnica, diviso la Bosnia, e si sono dimenticati della giustizia, preferendole la sicurezza. Non hanno mai avuto l’intenzione di rischiare la vita dei loro peace-keepers in Bosnia per arrestare Mladic e Karadzic. Sebbene sapessero sempre dove si nascondevano, fecero finta di non sapere nulla. Cercarono perfino, come dimostra la Hartmann, di evitare il genocidio tra i capi di accusa di Milosevic. Privatamente la loro linea è sempre stata che furono estremisti locali i responsabili del genocidio in Bosnia, e non Belgrado.

Pensavano che avrebbero potuto contenere la crisi, che invece si allargò al Kosovo, dove ai sopravvissuti non è mai stato concesso il diritto di scegliere, con un referendum, la libertà dalla Serbia. E il nazionalismo serbo, per breve tempo addomesticato dopo la caduta di Milosevic, è di nuovo vivo e vegeto con le sue vecchie tattiche. Momir Stojanovic, ex direttore dell’intelligence dell’esercito serbo, ha detto di recente al Glas Javnosti che gli Albanesi stanno programmando un pogrom dei serbi in Kosovo. Questa è la stessa propaganda che preparò e giustificò il riarmo delle milizie serbe e portò alla guerra in Croazia, Bosnia e Kosovo. E’ un segnale molto minaccioso per i Balcani, e ci ricorda che senza giustizia non ci sarà mai sicurezza.

di Anna Di Lellio  da L'Occidentale 
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venerdì, 17 marzo 2006

Milosevic,"Non è stato avvelenato"

Ma Tpi conferma proseguimento inchiesta

Il Tribunale penale internazionale dell'Aja ha confermato che dalle analisi tossicologiche realizzate nel sangue di Slobodan Milosevic non risultano tracce di "avvelenamento". L'annuncio è stato dato dal presidente del Tpi, il giudice italiano Fausto Pocar. Le autorità olandesi, comunque, continueranno l'inchiesta sulla morte dell'ex presidente jugoslavo, i cui funerali si svolgeranno sabato pomeriggio a Pozarevac.

Gli esami tossicologici, ha spiegato Pocar, hanno permesso di accertare che nel sangue di Milosevic non c'erano tracce di rifampicina, l'antibiotico contro la lebbra e la tubercolosi che l'ex leader jugoslavo temeva gli fosse stato somministrato di nascosto. Il presidente del Tpi ha presentato un "rapporto preliminare" sugli esami tossicologici realizzati domenica insieme all'autopsia portata a termine dalle autorità olandesi.

In passato, tuttavia, è stato scoperto un "traffico" di farmaci non prescritti nella cella del centro di detenzione di Scheveningen dove Milosevic è stato trovato morto. E' questo quanto ha detto il cancelliere del Tpi, Hans Holthuis. Subito dopo tale scoperta, le autorità hanno "immediatamente" preso delle misure, ha aggiunto Holthuis, rispondendo alle domande sul fatto che medicine non prescritte erano state trovate nella cella a dicembre e gennaio.

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mercoledì, 15 marzo 2006

La salma di Milosevic arrivata in Serbia per funerali

Camera ardente a Belgrado, poi sarà sepolto nella sua città natale, Pozarevac. La moglie non parteciperà alle esequie. La Duma russa chiede l'abolizione del Tpi dell'Aja .

Belgrado, 15 marzo 2006 - I funerali dell'ex uomo forte di Belgrado, Slobodan Milosevic, si svolgeranno sabato nella sua città natale, Pozarevac. Lo hanno detto due autorevoli esponenti del Partito socialista serbo (il partito che era stato di Milosevic).

Prima del funerale, la salma di Slobodan Milosevic sarà esposta al pubblico prima dei funerali a Belgrado. La camera ardente dovrebbe essere presso la sede del Partito Socialista.

L'arrivo dell'aereo col feretro di Slobodan Milosevic a Belgrado è previsto per le 15.30 di oggi. A bordo dello stesso velivolo, che è partito poco dopo le 13 dall'aeroporto Schiphol di Amsterdam ci sarà Marko Milosevic, il figlio del defunto presidente jugoslavo.

LA VEDOVA RESTA IN RUSSIA
La vedova di Slobodan Milosevic, Mirjana Markovic, non parteciperà ai funerali del marito. Lo ha detto a Mosca Sergei Baburin, uno dei vicepresidenti della Duma di Stato (la Camera dei deputati) russa. «Mirjana Markovic ha dato il suo consenso perché seppelliscano suo marito a Belgrado, però non assisterà alle esequie», ha detto Baburin.
Il deputato, membro del gruppo parlamentare del partito nazionalista Rodina, ha spiegato che la famiglia dell'ex presidente jugoslavo, con la quale - secondo l'agenzia russa Interfax - mantiene contatti permanenti, ha considerate insufficienti le garanzie che le autorità serbe hanno offerto alla Markovic.
Il tribunale di Belgrado martedì ha ritirato l'ordine di cattura emesso tre anni fa contro la vedova di Milosevic: i giudici hanno accettato le garanzie offerte dai legali della vedova (una cauzione di 15.000 euro) e quindi Mirjana, accusata di malversazione e di abuso di potere, «non sarà arrestata» al rientro in patria, ma le sarà ritirato il passaporto e «se mancherà di comparire alle udienze e non giustificherà la sua assenza», scatterà la custodia cautelare (la prossima udienza è stata già fissata per il prossimo 23 marzo).

POLEMICHE IN RUSSIA
I medici russi venuti all'Aia per informarsi sull'autopsia di Slobodan Milosevic dicono di essere "totalmente" soddisfatti per quanto riguarda i risultati dell'esame autoptico. Con una dichirazione alla stampa il cardiologo Leo Bokeria dice: "approviamo totalmente i risultati dell'autopsia... si sono tutti gli elementi caratteristici di una morte per arresto cardiaco".
Bokeria, direttore del centrocardiavascolare dell'istituto Bakoulev di Mosca, ha anche aggiunto che l'autopsia è stata condotta "In modo professionale". Lunedi il capo della diplomazia russa Sergei Lavrov aveva apertamente messo in dubbio la diagnosi sulla morte di Milosevic dei medici dell'Aia. La Russia, aveva detto il ministro degli esteri russo, "ha il diritto di non fidarsi". Lo stesso Bokeria, prima di lasciare la Russia, aveva affermato: Milosevic "è morto perché i test e i controlli medici sono stati insufficienti".

Ma le polemiche in Russia sulla morte di Sloba sono destinate a non spegnersi: con una risoluzione approvata all' unanimita' i deputati russi hanno chiesto oggi l'apertura di una inchiesta internazionale ''indipendente'' sulle circostanze della morte dell'ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic e hanno definito ''inopportuna'' l'ulteriore esistenza del Tribunale internazionale dell'Aja sull'ex Jugoslavia (Tpi). In aula al momento del voto della risoluzione erano presenti 432 deputati.

Per la Duma russa, il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia è "politicizzato", superfluo e sconsiderato: perciò dovrebbe essere chiuso. Questo il contenuto di una risoluzione votata dalla camera bassa del Parlamento russo dal titolo "In riferimento alla morte dell'ex presidente della Yugoslavia Slobodan Milosevic".
Il testo ribadisce ancora una volta la posizione critica di Mosca nei confronti dell'operato della Corte. La risolusione sarà inviata ai parlamenti degli stati membri della Nato e allo stesso Tpi, accusato nel documento di "serie turbative dei diritti umanitari internazionali, perpetrate sul territorio della ex Yugoslavia da 1991". Tra le molte critiche i tempi troppo lunghi di giudizio e la politica del doppio standard di giudizio (pro occidentale) "diventata la norma del loro lavoro".

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mercoledì, 15 marzo 2006

MILOSEVIC: OMAGGIO DETENUTI TPI, TRA FIRMATARI PURE GOTOVINA

(ANSA) - BELGRADO, 14 MAR - Oltre 30 detenuti serbi, ma anche croati e macedoni, rinchiusi nel carcere olandese del Tribunale penale internazionale sui crimini di guerra nella ex Jugoslavia (Tpi) hanno sottoscritto un necrologio pubblicato oggi sulla stampa di Belgrado nel quale si rende omaggio a Slobodan Milosvic, morto sabato scorso in cella.

Tra i firmatari non manca, a sorpresa, il nome del generale croato Ante Gotovina, arrestato di recente con l'accusa di aver promosso la contropulizia etnica anti-serba in Croazia e protagonista nel 1995 dell'offensiva che porto' alla cacciata definitiva dal suo paese delle forze legate a Milosevic.

''Rendiamo l'ultimo saluto al nostro compagno combattente dell'Aja Slobodan Milosevic rivolgiamo le nostre piu' sincere condoglianze alla famiglia'', si legge nel necrologio, pubblicato stamattina dai quotidiani 'Politika' e 'Vecernje Novosti'. Seguono le firme di 34 detenuti: in maggioranza serbi e serbo-bosniaci, con in piu' quattro croati (tra i quali Gotovina) e due macedoni. Non c'e' invece la firma di nessun detenuto bosniaco-musulmano.

Microcommento
Vado a chiudermi in bagno per riflettere. Il mondo cambia ma quella resta la stanza migliore per pensare. C'è qualcosa che non capisco. Qualcosa che stride con tutto. Qualcosa che mi sfugge...
nostro compagno combattente dell'Aja Slobodan Milosevic. Sì vado. Decisamente vado.

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mercoledì, 15 marzo 2006

Milosevic sarà sepolto in Serbia. Salma arriverà domani

BELGRADO (Reuters) - L'ex presidente iugoslavo e imputato di crimini di guerra Slobodan Milosevic sarà sepolto in Serbia, ha detto stasera un alto funzionario del suo partito socialista.

"Slobodan Milosevic sarà sepolto in Serbia", ha detto il vice presidente del partito socialista Milorad Vucelic, parlando in diretta alla tv di stato.

Il corpo arriverà a Belgrado nel primo pomeriggio di domani. Non c'è alcuna indicazione su dove il funerale verrà celebrato.

In precedenza il primo ministro serbo Vojislav Kostunica aveva preannunciato che Milosevic poteva essere sepolto in Serbia, dopo che la decisione di un tribunale ha aperto la strada alla partecipazione della vedova ai funerali.

"La decisione della corte che Mirjana Markovic possa rientrare nel Paese per i funerali di suo marito Slobodan Milosevic consente alla famiglia di svolgere i funerali in Serbia", ha detto Kostunica all'agenzia stampa ufficiale Tanjug.

Mira Markovic si rifugiò a Mosca nel 2003 per evitare di dover rispondere dell'accusa di abuso di potere. Il tribunale serbo ha deciso che se rientrerà dovrà comunque presentarsi in aula e le verrà ritirato il passaporto.

Intanto il figlio di Milosevic, Marko, è arrivato stamattina in Olanda, all'aeroporto Schiphol di Amsterdam, e dovrebbe ricevere in consegna la salma nel corso della giornata. Prima della decisione dei giudici serbi, aveva detto di voler seppellire il padre a Mosca non potendo essere sicuro per la madre nell'eventualità del rientro nel suo Paese.

Milosevic, morto in carcere sabato a pochi mesi dalla sentenza che avrebbe messo fine a un processo di quattro anni, governò per un decennio nella Iugoslavia disintegrata dai conflitti degli anni Novanta.

Le autorità di Belgrado hanno escluso onori di stato per l'ex presidente.


TRIBUNALE ONU CHIUDE PROCESSO

Il Tribunale Onu per i crimini di guerra ha chiuso oggi formalmente il processo durato quattro anni a Milosevic per genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra.

"Esprimiamo il nostro dispiacere per il suo decesso. Ci dispiace anche che la sua morte abbia privato non solo lui, ma tutte le parti interessate, di un giudizio sulle accuse", ha detto in aula il presidente della corte Patrick Robinson.

"Guardo al futuro. Voglio Radovan Karadzic. Voglio Ratko Mladic", ha commentato oggi Carla Del Ponte, procuratore capo del Tribunale Onu, sulle pagine del quotidiano francese Le Monde. "Questa corte deve tornare a vivere, perché al momento è in coma".

A Belgrado presunti criminali di guerra dell'ex Iugoslavia hanno reso omaggio nei giornali a Milosevic. I firmatari - i serbi di Serbia e Bosnia ancora a processo e il generale croato Ante Gotovina - hanno voluto dare "un ultimo addio al nostro compagno combattente all'Aia".

Mosca ha inviato nei Paesi Bassi dei medici russi per analizzare i risultati degli esami su Milosevic. Sono attesi in giornata all'istituto di medicina legale dov'è stata condotta l'autopsia sull'ex presidente iugoslavo.

Secondo le prime notizie, Milosevic - che soffriva di problemi cardiaci e pressione alta - sarebbe morto di infarto, ma i test tossicologici sono ancora in corso. Il tribunale attende i risultati in settimana.

Un esperto olandese ha detto di ritenere che il 64enne ex presidente, che rischiava l'ergastolo, abbia consapevolmente preso farmaci pericolosi per sostenere la sua richiesta di essere ricoverato in Russia.

L'avvocato dell'ex presidente ha detto che il suo assistito temeva di essere avvelenato con farmaci sbagliati per impedirgli di parlare davanti ai giudici.

"Penso che sia stato lui a decidere che il suo stato di salute doveva peggiorare. Stava prendendo segretamente delle medicine", ha detto Del Ponte.

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Chi sono

Blogger: LibertAria
Nome: Valeria Taradash
Giornalista, scrittrice... innamorata della Bosnia da molti anni. Da quando una guerra insensata, giocata troppo vicino a casa mia perché riuscissi a restarne fuori, mi ha portato in questo Paese. La spinta somigliava molto alla curiosità o, più gradevole espressione, al desiderio-bisogno di capire. Crimini troppo grandi e incomprensibili venivano commessi, spesso in nome di un Dio che, come al solito, non c'entrava niente. Non ho saputo restare davanti al televisore a scuotere la testa. Il bisogno di partire si è fatto viaggio, il viaggio si è fatto conoscenza, la conoscenza si è fatta amore, partecipazione e necessità di testimoniare. In passato ho collaborato con TV e radio private. Per la carta stampata ho scritto e tradotto per "Shabab", un bollettino che si occupava di MedioOriente, più precisamente della Palestina. Inoltre ho pubblicato tre libri, due saggi ("La fame nel mondo" e "La nonviolenza") e un romanzo ("Concerto per chihuahua ...e frammenti di stelle ...e altre code"). Oltre all'amore per la scrittura, un'altra passione mi ha accompagnato per tutta la vita, divenendo a periodi una professione: i cani. Allevo cani per hobby e per amore. Anni fa sono stata titolare di una scuola di addestramento all'obbedienza e all'agility. Con i miei amici a quattro zampe mi diverto e lascio che mi dipingano sulla faccia sorrisi di tenerezza uniti a sentimenti di protezione e di condivisione affettiva. Insomma a loro concedo il mio lato "morbido", che altrimenti so nascondere benissimo. Chi mi conosce lo sa...


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