Sarajevo - Bosnia

Blog italo-bosniaco di informazione sulla Bosnia. Contro ogni forma di discriminazione: etnica, politica, religiosa, culturale. L'intolleranza non è tollerata. La menzogna neppure.
martedì, 17 giugno 2008

Srebrenica: parte il processo ai caschi blu olandesi

Dietro questa storia ci sono un uomo, una donna, una famiglia e 8000 fantasmi; le vittime del massacro di Srebrenica. Ricordate? Era il caldo luglio del 1995. C’era la guerra in Bosnia. L’uomo è Hasan Nuhanovic.
Ora ha 40 anni. Allora era un interprete dei caschi blu olandesi. È stato uno dei pochi sopravvissuti a quella che è stata definita “la peggiore atrocità” commessa in Europa dopo la Secondo Guerra Mondiale.

La donna è Liesbeth Zegveld, avvocato di Amsterdam, specializzata nella difesa dei diritti umani. Mehida, Damir e Alma Mustafic sono invece la famiglia di Rizo, meccanico impiegato presso la base militare delle Nazioni Unite della cittadina bosniaca. Lui non ce la fece: venne ucciso dai soldati del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic. Il 16 giugno, la vedova e le figlie di Mustafic sedevano accanto ad Hasan, e dietro al loro avvocato, nella aula del Tribunale dell’Aja. Dove è iniziata una delle più importanti cause riguardanti il massacro. E non è l’unica che parte in questi giorni. Il 18 giugno un’altra corte olandese discuterà della denuncia presentata da un’associazione che si chiama “Le madri di Srebrenica”, una sorta di prima class action del genocidio.

Potrebbero essere due sentenze pilota, in grado di creare un precedente, dare ossigeno a migliaia e migliaia di altri ricorsi. Ma, soprattutto potrebbe essere la prima volta che una corte di giustizia indica chi furono i conniventi, i complici, i corresponsabili di quella strage. Dopo numerosi tentativi, Liesbeth Zegveld è riuscita a portare sul banco degli imputati il governo olandese e le Nazioni Unite. Coloro che avevano il compito di difendere gli abitanti dell’enclave bosniaca. E che, invece, lasciarono il campo libero ai fucili e ai coltelli serbi. I suoi assistiti erano lì. Videro tutto e, dopo averlo fatto in interviste, conferenze, denunce, hanno finalmente potuto raccontarlo anche ai magistrati dei soldati che avrebbero dovuto difenderli e che, invece, li tradirono, aprendo le porte ai loro carnefici.

Hasan Nuhanovic ha descritto il momento in cui i caschi blu olandesi ordinarono a lui e alla sua famiglia di lasciare la base militare in cui erano rifugiati. “Sapevo io, sapevano tutti, che equivaleva a una condanna a morte. Mia madre piangeva, io anche. Solo mio fratello, 22 anni, era troppo orgoglioso per farlo”. Sotto gli occhi dei soldati Onu, i serbi uccisero quasi tutti i maschi della comunità. Vecchi, adulti, giovani, bambini, tanti bambini. Ci sono filmati che immortalano l’entrata in città del generale Mladic. Un paio di strette di mano ai caschi blu; i bosniaci incolonnati e caricati sugli autobus che li avrebbero portati alle fossi comuni; le carezze sui visi terrorizzati dei più piccoli, che, dopo quelle riprese, avrebbero avuto ancora solo qualche minuto di vita in più.

 

Nel 2002, un’inchiesta indipendente dell’Istituto olandese per la documentazione di guerra indicò le responsabilità del governo dell’Aja per aver mandato in Bosnia truppe male addestrate ed equipaggiate, creando così i presupposti per la loro “resa” incondizionata” di fronte alle truppe serbe. Una missione impossibile, condizionata – in quella sanguinosa estate - anche dalla scarsa volontà delle Nazioni Unite di intervenire a difesa dei bosniaci.

11 luglio 2007

L’autodifesa burocratica del governo olandese. Ieri, per difendersi dalle accuse di Hasan, Mehida, Damir e Alma, il rappresentante dell’esecutivo olandese Bert Jan Houtzagers si è trincerato dietro una giustificazione burocratica: ha detto che i parenti uccisi non erano sulla lista degli impiegati delle Nazioni Unite e quindi non avevano il diritto a una protezione speciale. Rizo Mustafic lavorò per 18 mesi presso la base dell’ Onu, ma nessuno gli fece mai un contratto. Quindi, quando arrivarono i serbi, gli venne detto di lasciare l’accampamento olandese. Il rapporto del 2002, classificò questo come un caso di “cattiva comunicazione”. “Noi vogliamo giustizia. Non potete dirci che nostro padre è morto a causa di un problema di comunicazione “ - ha detto ai giornalisti Alma Mustafic. L’avvocato Zegveld cercherà di dimostrare che venne violato statuto contro i crimini di guerra adottato dall’Aja nel dopoguerra, secondo il quale è un delitto “abbandonare qualcuno al nemico”. Bene – ha scandito la docente universitaria - è proprio quello che fecero i nostri soldati laggiù”. L’uomo, la famiglia (e gli 8000 fantasmi che li accompagnano) hanno già annunciato che non mancheranno alla prossima udienza, fissata per il 10 settembre prossimo.

Da Panorama.it

sabato, 24 maggio 2008

Fino a che punto si può tollerare la falsità?

di Luca Ferrari

Alla ricerca della verità. Della giustizia. L’indifferenza ha avvelenato il mondo. La sofferenza va somministrata a seconda dell’interesse. Ci stanno narcotizzando spacciando mine antiuomo per colombe.

Nel film The hunting party (2007) per la regia di Richard Shepard, i protagonisti Richard Gere e Terrence Howard, indossano le vesti rispettivamente di un agguerrito reporter e del suo fedele cameraman, alla ricerca del più famoso ricercato criminale della guerra dei Balcani.

Gere è un giornalista che durante una diretta televisiva nazionale, si rifiuta di coprire la notizia, e parla apertamente del massacro indiscriminato perpetrato dalle forze serbe ai danni dei bosgnacchi (musulmani bosniaci), e per questo licenziato subito dopo.

In quanti lo avrebbero fatto? Dura la vita del reporter sul fronte. E non parliamo di quelli che se ne stanno comodi a filmare fasulle strette di mano che hanno il solo obbiettivo di deviare lo sguardo del pubblico verso una realtà che non esiste.

La guerra in Bosnia c’è stata. E non facciamo certo uno scoop nel dire ha raccolto più silenzio e che attenzione. “Hanno fatto pulizia etnica per la tua sicurezza” dice il cameraman Duck (Howard) al giovane rampollo, figlio del magnate del network, che accompagna i due protagonisti.

Già, la nostra sicurezza. Sembra di sentire i discorsi di tanti galantuomini. Una donna assassinata, tutta sporca di sangue con il ventre “gonfio” di un bambino, su cui si vedono i fori di quattro proiettili. È questo il prezzo? L’immagine non è per nulla diversa dalla realtà visto che le donne furono squarciate con i figli in grembo.

La verità non ha bisogno di spiegazioni, o correzioni. La verità non segue la regola delle cinque “W”: who (chi), what (cosa), when (quando), where (dove) e why (perchè), più eventuale how (come). È possibile non sporcarsi le mani, sguazzando nel putrido?

I reporter vedono cose orribili. È il loro lavoro. Ma c’è una grossa differenza fra quello che loro vedono e quello che poi si sente (o si legge). Il popolo è traghettato. I telespettatori se ne stanno sul seggiolone in attesa che qualche “papavero” decida cosa dar loro da mangiare.

“Una vita in pericolo è una vita reale. Il resto è televisione”, dice il saggio Simon (Gere). Così come vanno le cose, non è giusto. Ecco perché dobbiamo cambiare le regole. E d’ora in poi la storia dovrà essere raccontata da altri. Già, da chi?

da Il Reporter

sabato, 24 maggio 2008

Fino a Mladić

21.05.2008    Da Sarajevo, scrive Andrea Rossini

Fausto Pocar
Il presidente del Tribunale Penale per la ex Jugoslavia, Fausto Pocar, è giunto lunedì a Sarajevo per una visita di tre giorni. Al centro dei colloqui la cooperazione della Bosnia Erzegovina con L'Aja e la questione dell'eredità del Tribunale. Nostro resoconto
Karadžić, Mladić, Hadžić e Župljanin. I primi due accusati di genocidio, gli altri per crimini di guerra e contro l'umanità, sono ricercati da anni. La loro persistente latitanza rappresenta “il principale ostacolo al successo del Tribunale Penale per la ex Jugoslavia (Tpi), un'ombra sulla credibilità della comunità internazionale nel suo impegno per la giustizia e un impedimento al progresso di questa regione”.

Lunedì pomeriggio a Sarajevo, nella sala stampa della Presidenza della Bosnia Erzegovina, il presidente del Tpi, l'italiano Fausto Pocar, ha voluto rassicurare gli scettici. Si sbagliano quanti pensano che, dopo il via libera dato dall'Unione Europea alla firma dell'Accordo di Associazione e Stabilizzazione con la Serbia, la volontà di arrestare i quattro superlatitanti sia venuta meno. L'impegno resta. Almeno quello del Tribunale. Ma il tempo a disposizione sta per scadere. La strategia di completamento prevista dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite stabilisce infatti il 2011 come data di chiusura del Tribunale.

"Il Tribunale non deve chiudere fino a quando i latitanti non saranno arrestati e processati"
Incontrando la stampa insieme a Željko Komšić, rappresentante dell'Ufficio di presidenza della Bosnia Erzegovina, Pocar è ritornato su alcune questioni generali legate all'attività del Tribunale Internazionale e al suo futuro. In primo luogo ricordando proprio che, nonostante la prevista data di chiusura, “ho ribadito più volte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e all'Assemblea Generale la posizione del Tpi e mia personale sulla questione: il Tribunale non deve essere chiuso fino a che i latitanti non saranno arrestati e processati”.

Pocar, che ha parlato di “irreversibilità” del processo di verità e giustizia nella regione in conseguenza del lavoro svolto in questi anni dal Tpi, ha poi affrontato numerose questioni specificamente bosniache. Tra le altre, quella della fuga di Radovan Stanković. L'uomo, il cui caso era stato trasferito dall'Aja alla Corte di Stato della Bosnia Erzegovina, era stato condannato a 20 anni per stupro e altri crimini contro l'umanità commessi a Foća nel 1992. Secondo la sentenza, Stankovic era uno dei responsabili del tristemente noto campo di detenzione per donne (Karaman kuća), la cui detenuta più giovane aveva 12 anni. Proprio a Foća era stato mandato per scontare la pena, ma l'anno scorso i suoi secondini si sono distratti – tutti insieme e allo stesso momento – mentre lo portavano in città per una visita dentistica. Da allora è latitante [v. sulla questione il nostro articolo
Il fuggiasco].

Il presidente del Tribunale Internazionale ha espresso il proprio disappunto per la persistente latitanza del detenuto, annunciando per il giorno dopo [ieri, ndr] la propria visita a Foća “per raccogliere informazioni sulla vicenda”.

Sulla affidabilità del sistema giudiziario (e detentivo) bosniaco si gioca molta parte del futuro del Tribunale. Dopo la sua chiusura saranno infatti le Corti locali (e in primo luogo quella della Bosnia Erzegovina) a dover continuare il lavoro dei giudici dell'Aja. Sotto questo profilo, l'interesse del Tribunale per lo sviluppo e il rafforzamento delle istituzioni giudiziarie in Bosnia Erzegovina è probabilmente il motivo principale alla base della visita di Pocar.

La volontà delle istituzioni bosniache a collaborare pienamente con il Tpi è stata ribadita dal membro dell'Ufficio di presidenza Željko Komšić, cha ha sostenuto in conferenza stampa la posizione secondo cui “il Tribunale deve continuare fino a quando Karadžić e Mladić non saranno processati”.

Komšić è tuttavia intervenuto anche sullo specifico funzionamento del Tribunale, criticando la pratica – in uso all'Aja da diversi anni - dei patteggiamenti con la Procura. Il Tribunale Internazionale prevede infatti la possibilità per l'imputato di patteggiare con la Procura la propria posizione, offrendo collaborazione in cambio dell'impegno dell'accusa a lasciar cadere alcuni capi di imputazione e richiedere ai giudici una riduzione di pena. Questa prassi, che porta a processi più brevi, è stata estesa anche ad accuse gravissime (genocidio), ed è stata aspramente criticata dalle associazioni delle vittime. Proprio alle vittime ha fatto riferimento Komšić sostenendo che “l'uso troppo frequente dei patteggiamenti offende i [loro] sentimenti, diffondendo una sensazione di svalutazione della giustizia.” (vedi il capitolo sui Patteggiamenti in
Sette giorni d'estate).

Il rappresentante della Presidenza bosniaca ha poi sollevato di fronte a Pocar e alla stampa il caso di Ilja Jurišić, ex presidente del consiglio comunale di Tuzla, da oltre un anno detenuto a Belgrado per i fatti della cosiddetta "Brćanska Malta". La vicenda, per la quale è ricercato da un tribunale serbo anche Sélim Bešlagić, ex sindaco di Tuzla oggi parlamentare della Federazione della Bosnia-Erzegovina, risale al maggio 1992, quando una colonna di militari jugoslavi si scontrò con le milizie locali mentre stava lasciando la città. Si tratta di un caso estremamente delicato su cui esistono versioni diametralmente opposte, e che da tempo rappresenta un contenzioso tra i due Paesi. Komšić ha chiesto al presidente del Tpi di poter verificare se la Serbia arrestando Jurišić non abbia violato gli accordi di Roma del 1996 (le cosiddette “regole della strada”, che prevedono l'approvazione da parte dell'Aja delle inchieste condotte dalle Corti locali su crimini di guerra ).

Gli archivi

Con l'avvicinarsi della chiusura del Tribunale dell'Aja, la questione che sta maggiormente catalizzando il dibattito pubblico nella regione è tuttavia quella degli archivi. L'Aja ha raccolto in questi anni moltissima documentazione, gran parte della quale è ancora segreta, sulle guerre degli anni '90. Chi dovrebbe gestirli, quale uso dovrebbe esserne fatto, quale accesso per il pubblico, quali parti dovrebbero essere mantenute eventualmente segrete? La decisione finale sul futuro degli archivi sarà presa dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dopo che un gruppo di lavoro coordinato dall'ex procuratore Richard Goldstone avrà presentato un proprio rapporto entro il prossimo mese di agosto. Sia la Bosnia Erzegovina che la Croazia e la Serbia hanno un evidente interesse nel ricevere questo materiale. Allo stesso tempo, tuttavia, questi Stati temono l'uso che i propri vicini ne possano fare. Diverse associazioni hanno già preso la parola, sostenendo che gli archivi dovrebbero essere resi integralmente disponibili al pubblico, per la loro importanza in un processo di elaborazione del passato recente di questa regione. Alcuni osservatori hanno posto la questione del rispetto delle famiglie delle vittime su materiali particolarmente sensibili, mentre altri sostengono che dovrebbero essere resi disponibili alle Corti locali per continuare i processi sui crimini di guerra.

Fausto Pocar ha riassunto il proprio pensiero sulla questione: “[Gli archivi] devono essere accessibili alle vittime, al pubblico e alle Corti [locali] che devono continuare a condurre i processi per crimini di guerra”, ricordando tuttavia che si tratta di una decisione che dovrà prendere il Consiglio di Sicurezza.

Per quanto riguarda la Bosnia Erzegovina la vicenda è - se possibile - più complicata. Komšić ha sottolineato che secondo lui gli archivi dovrebbero essere trasferiti a Sarajevo, ma ha ricordato che esiste sulla questione un veto da parte del rappresentante serbo della Presidenza, Radmanović, e che quindi l'Ufficio di presidenza bosniaco non può fare una richiesta in questo senso.

Tutta la conferenza stampa, per la parte bosniaca, è stata attraversata da questo paradosso. Komšić non ha nascosto dall'inizio che, stante la disponibilità di tutti a collaborare con il Tpi, “quando si discute in dettaglio di questa collaborazione ci sono differenze e punti di disaccordo”, ribadendo di aver discusso con Pocar “a livello personale” e di non essere stato autorizzato a parlare anche a nome di Silajdžić e Radmanović .

Questo è pur sempre un Paese in cui i presidenti sono 3, e capita che quando uno di loro incontri le istituzioni internazionali o la stampa parli “a titolo personale”. Questioni bosniache.

da Osservatorio Balcani
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giovedì, 27 marzo 2008

Carla Del Ponte: La mia caccia testarda ai boia dei Balcani

In un libro di memorie il procuratore dell’Aja racconta le sue battaglie l’incontro con Tenet, capo della Cia, e la scoperta del muro di gomma
CARLA DEL PONTE
Da bambina andava a caccia di serpenti con i suoi fratelli nei boschi di Bignasco, Vallemaggia, Svizzera italiana; da adulta le è capitato di cacciare gli strateghi del terrore nei Balcani, la guerra più antica e feroce che s’è consumata nella vecchia Europa dopo la fine del conflitto mondiale. Carla Del Ponte, dopo aver lavorato insieme a Giovanni Falcone sulla mafia in quanto procuratore capo della Confederazione elvetica, tra il 1999 e il 2007 ha diretto la procura del Tribunale per i crimini di guerra dell’Onu. È stata lei a portare in giudizio il primo capo di Stato, Slobodan Milosevic. Le sfuggono invece gli altri due pesci grossi di questa difficile «caccia»: Ratko Mladic e Radovan Karadzic. I ricordi e i retroscena di questa incompiuta sono ora raccolti in un libro che andrà a giorni in libreria e che si intitola appunto La caccia (Feltrinelli, 412 pag, 20 euro) scritto dalla Del Ponte insieme con Chuck Sudetic, già reporter del New York Times in Jugoslavia, poi collaboratore del procuratore all’Aja. Del libro anticipiamo una parte del prologo, dove Carla Del Ponte racconta delle difficoltà nella caccia e fa capire perché Mladic e Karadzic siano tuttora latitanti.

Durante la mia prima visita a Washington come Procuratore capo dei Tribunali per i crimini di guerra delle Nazioni Unite, mi sono rivolta a uno degli uomini più potenti della Terra per chiedergli aiuto.

Questo accadeva un mercoledì pomeriggio della fine di settembre del 2000, all’inizio della lunga serie di appelli che nel corso degli anni avrei rivolto a funzionari governativi e capi di organizzazioni internazionali. Avevo bisogno che forzassero la mano di stati non collaborativi come la Serbia, la Croazia e il Ruanda; avevo bisogno che ci aiutassero a ottenere materiale di prova; e, soprattutto, avevo bisogno che ci aiutassero ad arrestare latitanti imputati di crimini di guerra. La sede di questo specifico appello era adiacente alla Casa Bianca, nell’Old Executive Office Building. Un assistente accompagna me e i miei consulenti attraverso il portone d’ingresso. \ Attraversiamo un corridoio che rimbomba dei nostri passi. Poi ci troviamo faccia a faccia con il Potere, sotto le spoglie di George Tenet, direttore della Central Intelligence Agency. È oberato di impegni, impegni pressanti. Dieci anni dopo l’invasione irachena del Kuwait e l’imposizione di sanzioni economiche che hanno distrutto la vita di centinaia di migliaia di iracheni, Saddam Hussein è ancora al potere. Tutti si lamentano che il prezzo del petrolio sia balzato a trentacinque dollari al barile, e tra poche ore a Gerusalemme Sharon salirà sul Monte del Tempio, l’Haram al-Sharif, accendendo la miccia della Seconda intifada. Forse Tenet sa già che nell’arco di qualche settimana la folla invaderà le strade di Belgrado rovesciando Slobodan Milosevic. Nella Corea del Nord, Kim Jong-il si balocca con le armi nucleari. Gli agenti della Cia sono sulle tracce di Osama bin Laden. All’11 settembre mancano ancora undici mesi.

Quello di cui ho bisogno è che Tenet coordini le attività della Cia con gli sforzi del nostro ufficio e di altre agenzie di intelligence per aiutarci a catturare due degli uomini più ricercati al mondo, Radovan Karadzic e Ratko Mladic. Il Tribunale li ha incriminati con imputazioni relative, tra l’altro, all’assedio e al bombardamento di Sarajevo, a operazioni di pulizia etnica che hanno provocato centinaia di migliaia di profughi, e all’uccisione di quasi settemilacinquecento prigionieri musulmani, uomini e ragazzi, a Srebrenica: il più vasto massacro avvenuto in Europa dopo quelli delle settimane che seguirono la fine della Seconda guerra mondiale. \ La mia opinione è che potrebbe metterci a disposizione le informazioni raccolte dalla Cia nelle sue operazioni di sorveglianza, intercettazioni telefoniche, consigli e sostegno per gli arresti...

Tenet commenta che Karadzic gli ricorda un capomafia siciliano. Non mi sfugge l’ironia. Di boss mafiosi ne so qualcosa. E Tenet, con le sue origini greche, trasuda una passione mediterranea, una forza di volontà autoritaria e altre qualità tipiche dei capimafia siciliani. La cosa mi va a genio, perché ogni capo di un’organizzazione di spionaggio ha bisogno di queste qualità perché le sue attività siano efficaci. Mi assicura che la Cia è attivamente impegnata nella caccia all’uomo, ma che mettere le mani su Karadzic, che non parla mai al telefono né firma mai una carta, è un compito impervio: «Di gente così ne sto inseguendo in tutto il mondo... Ci abbiamo messo sette giorni per trovare Noriega, con ventimila GI». Butta lì il nome di bin Laden. Poi aggiunge: «Karadzic è la mia priorità numero uno». \

Non dovrei essere tanto ingenua. Confido che Tenet faccia seguire i fatti alle parole. Non immagino che stia innalzando quello che noi di lingua italiana chiamiamo il «muro di gomma», il rifiuto travestito da qualcosa che non sembra un rifiuto. \ La mia carriera ha avuto inizio con una lunga serie di collisioni con il muro di gomma, collisioni seguite talvolta da forme di resistenza più rozze, quando non da minacce fisiche. Mi sono scontrata e continuerò a scontrarmi con il muro di gomma in occasione di incontri con molti personaggi potenti, da finanzieri della mafia a banchieri e politici svizzeri, da capi di stato come George Bush e primi ministri come Silvio Berlusconi, a burocrati responsabili di uffici governativi e di vari dipartimenti delle Nazioni Unite e, più avanti nel mio incarico, ministri degli Esteri europei che sembravano prontissimi ad accogliere la Serbia nell’abbraccio dell’Unione europea anche quando leader politici, poliziotti e militari serbi davano rifugio a uomini responsabili dell’uccisione a sangue freddo, sotto gli occhi del mondo, di migliaia di prigionieri. L’unico modo che conosco per sfondare il muro di gomma e servire gli interessi della giustizia consiste nel cercare, con costanza e persistenza, di imporre la mia volontà.

* * *

Nella primavera del 2001, ho avuto il mio secondo incontro con il Potere nelle vesti di George Tenet. Questa volta il luogo era il quartiere generale della Central Intelligence Agency, un complesso di vetro, acciaio e cemento sormontato da antenne che proiettavano i voleri di quest’uomo e dei suoi superiori in ogni capitale e in ogni angolo del mondo devastato da una guerra. \ Tenet esce a ricevermi nel corridoio subito prima del nostro colloquio. «Carla» esclama, «la mia cara Madame Prosecutor.» Poi vengono i bacini-bacetti, che tanto mi danno sui nervi. Entriamo in una sala riunioni senza finestre e con le pareti rivestite di pannelli, forse legno di ciliegio. Tenet si siede alla testa del tavolo, dopo che io ho preso la sedia accanto alla sua. Dice qualche bagattella in tono informale. Specifica che non può dirmi tutto quello che la Cia sta facendo. È comprensibile. Assicura che arrestare i nostri latitanti rimane una priorità alta. Dice che sono state condotte operazioni che non hanno avuto successo e queste dichiarazioni mi facilitano abbastanza il compito di venire al punto senza tanti discorsi infiorettati e mielate espressioni di gratitudine. Forse è stato un errore immaginare che Tenet, il top delle spie della superpotenza, non scambierà la mia franchezza per mancanza di rispetto: «George, ci siamo visti a settembre. Allora mi hai detto che Karadzic era la priorità numero uno della Cia. Ma sono passati sei mesi e, visti i risultati, faccio fatica a crederti». I pezzi grossi dell’intelligence non amano che qualcuno che non faccia parte del giro dica loro come fare il loro mestiere, e molti pensano di non aver nulla da guadagnare e molto da perdere mettendosi a inseguire criminali di guerra in terre lontane. Forse a Tenet brucia che io abbia detto quelle cose davanti al suo staff. Ma sa che non sono venuta a ringraziare gli Usa per il loro appoggio finanziario alle Nazioni Unite. Sa che sono lì per discutere di come assicurare l’arresto di Karadzic e Mladic. A questo punto so che quello che ha fatto nel nostro precedente incontro di settembre è stato innalzare il muro di gomma, quando mi assicurava che Karadzic era una priorità allo stesso livello di bin Laden. Ma se il direttore della Cia mi dice che arrestare Karadzic è una priorità, io presumo che gli operativi della Cia siano sufficientemente competenti per realizzare tempestivamente gli obiettivi del loro direttore. «Quali misure sono state prese per assicurare gli arresti?» domando. «In che modo la Cia può cooperare con il Tribunale?» L’Ufficio della Procura ha intenzione di formare un team che si occupi di rintracciare i fuggitivi, gli dico. Poi propongo di elaborare una nuova strategia per arrestare Karadzic. Penso che, entro i limiti della legge degli Stati Uniti, dovremmo essere in grado di scambiare informazioni e di lavorare di conserva con le agenzie di intelligence di altri paesi, in particolare di Francia, Gran Bretagna e Germania. Se non avete intenzione di fare qualcosa, dico, penso che dovreste almeno sostenere i nostri sforzi. «Guarda, Madame» risponde Tenet, «che di quello che pensi tu non me ne frega un cazzo».
da LaStampa.it
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mercoledì, 13 febbraio 2008

Io e i criminali di guerra

Il procuratore dell'Aia lascia l'incarico. E lancia un'accusa contro chi l'ha lasciata sola. Bush, l'Onu, D'Alema. E il Vaticano. Colloquio con Carla Del Ponte

 
Il muro di gomma del Vaticano. La delusione per D'Alema. Il disinteresse di Bush e Condoleezza Rice. Le reticenze di Francia e Germania. La debolezza di Kofi Annan. Non fa sconti a nessuno, come è nel suo costume, Carla Del Ponte, 61 anni, fresca ambasciatrice della Svizzera in Argentina.
Prima di raggiungere l'altro emisfero per il nuovo incarico, lascia in eredità un libro sulla sua esperienza precedente di procuratore del Tribunale internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia. Il volume di prossima uscita per Feltrinelli (20 marzo) è stato scritto con Chuck Sudetic, che seguì i Balcani negli anni '90 per il 'New York Times'. Ha per titolo 'La caccia'. Sottotitolo: 'Io e i criminali di guerra'. I diritti sono già stati venduti in diversi paesi del mondo. 'L'espresso' lo ha letto in anteprima e l'autrice ha accettato di parlarne prima che arrivi in libreria.

In 412 pagine (costo 16 euro) Carla Del Ponte ripercorre gli otto anni di caccia a persone che si sono macchiate di delitti orrendi, con accuse che sono arrivate fino a quella estrema di genocidio. Seppur a denti stretti riconosce una sconfitta: "Non sono riuscita a ottenere dalla comunità internazionale l'arresto di Ratko Mladic e Radovan Karadzic, il capo militare e quello politico dei serbi di Bosnia". Il suo ragionamento comprende una chiamata in correità verso potenti più o meno grandi che hanno ostacolato il suo lavoro. Del resto lei non si riconosce errori: "O meglio, errori piccoli ne ho fatti molti, ma non quelli che hanno pregiudicato la cattura. Forse avrei solo dovuto essere più aggressiva, più cattiva. Ma è sempre molto difficile il rapporto di un procuratore con la politica". Semmai altri le rimproverano esattamente l'opposto. Di essere cioè stata troppo intransigente e aver ostacolato i buoni rapporti tra le nazioni.


Ambasciatrice Carla Del Ponte, lei non ha apprezzato l'atteggiamento di Massimo D'Alema circa l'apertura di colloqui con la Serbia senza che avesse consegnato il generale Mladic.
"No. Non ho apprezzato. D'Alema è stato una delusione. È stato tra i primi a rompere un fronte. E pensare che Romano Prodi, invece, fin da quando stava a Bruxelles ha sempre dimostrato sensibilità circa il tema del rispetto dei diritti umani".

Ma a D'Alema, alla politica in generale, non riconosce almeno, per usare un linguaggio a lei caro, le 'attenuanti generiche'? C'erano delle ragioni. Si è sostenuto: non si può penalizzare un popolo per le colpe di una persona.
"Nessuna attenuante, dal mio punto di vista, per quel tipo di approccio. Siamo già molto in ritardo, sono passati 14 anni. Se si ritiene che la repressione di questi crimini non è più importante, che il passato vada cancellato, lo si deve dire a chiare lettere, assumersi la responsabilità. Ma allora significa che il Tribunale l'avevano creato solo per mettersi la coscienza a posto".

Spostiamoci di pochi chilometri dalla Farnesina e arriviamo alla Santa Sede. Lei racconta un episodio burrascoso con monsignor Giovanni Lajolo, segretario vaticano per le relazioni con gli Stati, il ministro degli Esteri in pratica.
"Ero andata per chiedergli di sostenerci nello sforzo di catturare il generale croato Ante Gotovina. Secondo alcune segnalazioni era protetto in qualche monastero. Ma mi sono trovata davanti al muro di gomma forse più spesso".

Lajolo le ha detto che il Vaticano non è uno Stato e che il pontefice non può fare pressioni sulla Conferenza episcopale croata.
"Esatto. Il che contraddice le nozioni che si apprendono nei libri di scuola".

A quel punto lei ha chiesto un incontro col papa, Benedetto XVI.
"E mi è stato risposto che, se volevo vederlo, mi potevo recare il sabato successivo in piazza San Pietro perché sua santità riceve solo presidenti e ministri. Ma il giorno prima aveva ricevuto il capo di un partito e forse avrebbe potuto fare uno sforzo per il procuratore del Tribunale internazionale".

Non è andata così. Cosa avrebbe chiesto a Benedetto XVI?
"Un intervento ufficiale sulla Croazia per Gotovina. Sono note le relazioni privilegiate del Vaticano con Zagabria fin dall'inizio della dissoluzione jugoslava, no?".

Un suo assistente, scherzando, le ha detto che sarebbe stata scomunicata.
"La scomunica non è arrivata. Io sono una cattolica anche se non praticante. Ma in certi valori ci credo. Da questo punto di vista la sorpresa è stata enorme in negativo".

Valichiamo l'Oceano. George Tenet, allora capo della Cia, non fu di nessun aiuto.
"È un simpaticone. Ma le regole interne dell'agenzia gli impedivano di dare una forma di collaborazione. Comunque è vero: la Cia non mi diede nessun aiuto".

Mentre Colin Powell si dimostrò collaborativo.
"Sì. Ma poi è cambiato anche l'atteggiamento americano. Dopo l'11 settembre. Li ho sentiti impegnati su altri fronti. Sembrava tutto perfetto all'inizio, poi hanno rivolto lo sguardo altrove".

Curiosa la scena in cui lei si infila nell'auto di Condoleezza Rice per strappare un colloquio.
"Disse che il suo problema si chiamava Bin Laden. Risposi che il mio si chiamava Mladic. E Karadzic".

Kofi Annan pure non esce molto bene. Sembra un debole. Chissà perché la scelse, visto che notoriamente lei non è una malleabile.
"Annan mi scelse quando era molto forte, molto in sella. E credeva davvero nel Tribunale. Avrebbe continuato ad avere del coraggio se non si fosse indebolito. Lo ribadisco: l'attacco alle Torri Gemelle ha segnato uno spartiacque. In generale, mi hanno dato l'incarico e forse non si immaginavano che avrei fatto così bene".

Lei aprì e poi richiuse un'inchiesta su eventuali crimini commessi dalla Nato quando bombardò la Serbia. Per questo si attirò alcune critiche.
"Non ho trovato riscontri. Di questo avrei voluto parlare con Slobodan Milosevic. Non è stato possibile".

Vi siete incontrati una sola volta e lui si limitò a guardarla fisso negli occhi.
"Poi ha prodotto un documento, una registrazione. Si sentiva un pilota Nato che parlava con la base di Aviano e faceva notare che c'erano dei civili dove doveva colpire. Dalla base gli hanno risposto 'vai ugualmente', condendo l'invito con qualche parolaccia in buon americano".

Non era una prova?
"Poteva essere una contraffazione, bisognava verificarla. Cosa che feci chiedendo i documenti ad Aviano. Mi risposero che non esistevano più quei documenti. Non ci ho creduto, naturalmente. Comunque non avrei potuto incriminare il pilota perché il mio mandato riguardava le responsabilità di comando".

Forse si sarebbe trovata nelle condizioni di indagare sul generale Wesley Clark. Al quale poi propose di collaborare col Tribunale.
"Non so se sarei arrivata a lui. Comunque avevo bisogno della Nato. Mi serviva. Aveva gli uomini sul terreno che potevano procedere alla cattura dei criminali. Clark non accettò. Stava già pensando alla sua carriera politica: si candidò alle primarie del partito democratico".

Con un altro generale, l'italiano Fabio Mini, ci fu grande affiatamento.
"Sì. Quando comandava in Kosovo si dimostrò molto collaborativo. Per questo ebbe alcune conseguenze spiacevoli. Dovette subire delle ramanzine...".

Da chi? Perché?
"Lo chieda a lui. Io non posso svelarlo".

Da una registrazione di cui eravate in possesso sembra che il presidente francese Chirac avesse garantito l'impunità al generale Mladic.
"L'ho chiesto direttamente a Chirac. Mi ha risposto che non era vero. Io gli credo. È un vero uomo di Stato".

Lei scrive di aver provato rabbia quando Milosevic morì prima della sentenza.
"Rabbia sì. Perché le prove che avevamo raccolto avrebbero assunto maggior valore con una sentenza di condanna. Che per me non poteva essere che il carcere a vita".

Se si fosse trovata davanti Karadzic o Mladic cosa avrebbe loro chiesto?
"Sulla responsabilità criminale non avrei perso tempo perché non possono sussistere dubbi, abbiamo vagoni di prove. La mia curiosità sarebbe stata quella di capire come hanno fatto a stare in latitanza per 14 anni, chi li ha protetti, che contatti avevano con le istituzioni".

Lei è sembrata più concentrata su Mladic.
"Perché so dove è. A Belgrado. Non saprei in quale appartamenti ma sta lì. Di Karadzic invece non abbiamo tracce ormai da diverso tempo".

Si dice sia nei monasteri ortodossi.
"E sarà difficile catturarlo. Comunque fino al 2004 stava a Belgrado pure lui. Ha trascorso persino un mese con la moglie".

È vero che ha allestito una squadra speciale per catturarli?
"Funziona da sei anni. Ha fatto 91 arresti. Ora si è concentrata solo su di loro"

Il suo Tribunale è stato paragonato a quello di Norimberga.
"Le differenze sono enormi. A Norimberga le prove erano già lì in aula. Noi ce le siamo andate a cercare ad una ad una".
(13 febbraio 2008)
Gigi Riva (L'Espresso)
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venerdì, 08 febbraio 2008

Prigioniera del passato

Salta l'intesa tra l'Ue e la Serbia per le bizze di Kostunica e per la mancata consegna dei criminali di guerra

''Vogliamo continuare a rivolgerci ai cittadini serbi e mantenere vivo il dialogo, anche se certi politici lo stanno sabotando, come il premier serbo Kostunica che ha sconfessato l'impegno preso''. Non usa giri di parole il commissario Ue all'allargamento, Olli Rehn, per stigmatizzare il comportamento del primo ministro di Belgrado.

il commissario ue all'allargamento olli rehnSalta l'accordo. Oggi era prevista la firma dell'accordo politico 'ad interim' tra Ue e Serbia, un pacchetto di intese che schiudevano la porta dell'Unione a Belgrado. Ma qualcosa è andato storto e la firma è stata rimandata. Motivo del rinvio le sprezzanti dichiarazioni rilasciate ieri da Kostunica rispetto alla missione civile che l'Ue ha stabilito d'inviare in Kosovo, con il non celato scopo di aiutarne la transizione all'indipendenza. ''La decisione di inviare una missione illegale significa che, insieme con i separatisti albanesi, l'Ue crea, in contraddizione con tutti i principi della legge internazionale, un falso stato albanese nel territorio della Serbia'', ha tuonato Kostunica.
Il premier ha inoltre rincarato la dose, sottolineando come sia a suo dire ''criminale accettare un accordo finalizzato a far accettare ai serbi l'indipendenza del Kosovo''.
La proposta 'ad interim' è stata avanzata dall'Unione come gesto di apertura verso la Serbia, non ancora pronta a firmare il vero e proprio Accordo di Stabilizzazione e Associazione (Asa), visto che alcuni stati membri, come l'Olanda, continuano a chiedere come condizione la consegna al Tribunale internazionale dell'Aja dei criminali di guerra serbi Ratko Mladic e Radovan Karadzic.

il premier serbo kostunicaFermi al palo. Tutto sembrava risolto, con il neo rieletto presidente Boris Tadic, che avrebbe potuto spendere l'intesa con l'Ue come successo verso il suo elettorato, che lo ha premiato dimostrando (seppur per una manciata di voti) di preferire il suo europeismo all'ultranazionalista Nikolic, proteso verso un'alleanza strategica con Mosca. Ma il grande escluso delle ultime elezioni è stato proprio Kostunica, alleato al governo con Tadic da quattro anni, ma rappresentante dell'ala più conservatrice dello schieramento democratico.
Kostunica, proprio alla vigilia del ballottaggio di domenica scorsa, ha fatto venir meno l'appoggio a Tadic e sembrava che la sua decisione potesse regalare la vittoria a Nikolic. Tadic, invece, ce l'ha fatta e senza Kostunica, che adesso si sente messo in un angolo. Tadic non può governare senza di lui, ma il premier con la sua scelta preelettorale si è guadagnato un ruolo da comprimario.
''L'offerta che abbiamo fatto resta sul tavolo, soprattutto per quanto riguarda la liberalizzazione dei visti. Quando Belgrado potrà soddisfare tutti i criteri procederemo anche alla firma dell'accordo di associazione e stabilizzazione'', ha detto Rehn, ma la tensione resta palpabile.
Dell'argomento si discuterà il 18 febbraio al Consiglio dei ministri degli Esteri, poi il procuratore del Tpi andrà a Belgrado e si tornerà a parlare del passato, quello del quale la Serbia sembra ancora prigioniera.
Christian Elia - Peace Reporter

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venerdì, 08 febbraio 2008

Tpi: Del Ponte, delusa da d'Alema. Vaticano sorpresa negativa

Definisce il ministro degli esteri italiano Massimo D'Alema "una delusione". Ma va giù duro anche contro il Vaticano, "il muro di gomma forse più spesso" che si è trovata di fronte, "una sorpresa enorme in negativo". Carla Del Ponte, nuovo ambasciatore svizzero in Argentina ma soprattutto ex procuratore generale del Tribunale internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia, traccia in un'intervista all'Espresso - di cui il settimanale ha fornito un'anticipazione - il bilancio dei suoi anni all'Aja e non fa sconti a nessuno.

Del Ponte punta il dito contro chi, a suo dire, non l'ha aiutata a catturare Ratko Mladic e Radovan Karadzic, il capo militare e quello politico dei serbi di Bosnia. Tra questi, l'ambasciatore sottolinea di non aver affatto apprezzato l'atteggiamento aperturista del ministro degli Esteri italiano sulla Serbia senza che Belgrado avesse consegnato il generale Mladic: "Non ho apprezzato. D'Alema è stato una delusione. E' stato tra i primi a rompere un fronte. E pensare che Romano Prodi, invece, fin da quando stava a Bruxelles ha sempre dimostrato sensibilità circa il tema del rispetto dei diritti umani".

Contro "un muro di gomma", Del Ponte è andata poi a sbattere quando ha chiesto a monsignor Giovanni Lajolo, segretario vaticano per le relazioni con gli Stati, aiuto per catturare il generale croato Ante Gotovina, secondo alcune segnalazioni protetto in qualche monastero. 'Il Vaticano non e' uno Stato e il Pontefice non può fare pressioni sulla conferenza episcopale croata', racconta di essersi sentita rispondere. A quel punto ha chiesto un incontro con Benedetto XVI: "mi è stato risposto - riferisce - che, se volevo vederlo, mi potevo recare il sabato successivo in piazza San Pietro perché Sua Santità riceve solo presidenti e ministri. Ma il giorno prima aveva ricevuto il capo di un partito e forse avrebbe potuto fare uno sforzo per il procuratore del Tribunale internazionale". "Io sono una cattolica, anche se non praticante. Ma in certi valori ci credo. Da questo punto di vista - è lo sfogo di Del Ponte - la sorpresa è stata enorme, in negativo".


TicinoNews.ch

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lunedì, 28 gennaio 2008

NE/ UE-SERBIA,COMMISSIONE: COLLABORARE CON TPI E' FARE IL MASSIMO

Bruxelles, 28 gen. (Apcom) -

L'Unione europea pretende dalla Serbia una collaborazione piena al lavoro del Tribunale penale internazionale sui crimini della ex Jugoslavia prima di firmare il patto di associazione e stabilizzazione (Asa). I ministri degli Esteri della Ue stanno discutendo in queste ore proprio sulla completezza o meno della collaborazione delle autorità serbe con il Tpi.

Per alcuni Paesi, in particolare l'Olanda e il Belgio, "piena collaborazione" vuol dire la consegna fisica al Tribunale in particolare di Ratko Mladic, ritenuto il responsabile del massacro di Srebrenica nel 1995.

Interpellata su cosa l'Unione europea intende per "collaborazione piena", Cristin Nagy, portavoce del commissario all'allargamento Olli Rehn, ha spiegato che vuol dire "fare tutto quello che è nel proprio potere per catturare i criminali e consegnarli alla corte dell'Aia".

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lunedì, 21 gennaio 2008

Isolamento e sovranità sul Kosovo, nazionalisti in ascesa in Serbia

Una Serbia più isolata con l’incognita del Kosovo. Potrebbe essere questo il futuro dello stato balcanico dopo il primo turno per le elezioni presidenziali: il nazionalista del Partito radicale Tomislav Nikolic ha raggiunto il 39%, superando di quattro punti il suo avversario Boris Tadic, riformista del Partito democratico e attuale presidente della Serbia. Altissima l’affluenza: è andato a votare il 60% degli aventi diritto. Una consultazione che rappresenta un braccio di ferro fra due idee alternative del futuro, e influenzerà i rapporti con la Russia, l’avvicinamento all’Unione europea e le tensioni latenti con l’Albania.

Al ballottaggio del prossimo 3 febbraio il favorito è il leader ultraconservatore Nikolic: ha chiuso la sua campagna elettorale a Kosovksa Mitrovica, in Kosovo, una regione che si è impegnato a conservare sotto la sovranità serba a qualsiasi costo, senza spingersi però fino alla guerra. Tra due giorni il premier kosovaro Hashim Taçhi, ex capo del movimento di liberazione Uck, sarà a Bruxelles proprio per discutere il percorso di indipendenza da Belgrado. Con Nikolic al potere il peso dell’influenza russa sarebbe destinata a durare, rallentando il dialogo con l’Unione europea: al consiglio di sicurezza dell’Onu i rappresentanti della Russia si sono opposti esplicitamente all’avvicinamento della Serbia nell’Ue. E da pochi giorni il capo del governo serbo Vojislav Kostunica ha stretto un’intesa per cedere la quota di maggioranza dell’azienda monopolista di petrolio e gas, la Nis, alla multinazionale Gazprom in cambio della garanzia di rifornimenti energetici. Trattative parallele a quelle che hanno portato a chiudere l’accordo per il passaggio del nuovo gasdotto South Stream, progettato dall’Eni e dalla Gazprom: circa novecento chilometri di condutture che dal mar Nero arriveranno sul Mediterraneo passando dalla Bulgaria e dalla Serbia.

Resta una questione aperta il percorso di Belgrado verso l’Unione europea: l’elezione del riformista Tadic potrebbe accelerare l’integrazione con l’occidente e la riduzione dell’isolamento internazionale, processi che sarebbero invece rallentati dalla vittoria di Nicolic. Come il suo avversario, però, Tadic è contrario all’indipendenza del Kosovo. Entrambi i candidati sono sfavorevoli, comunque, alle trattative con il Tribunale penale internazionale dell’Aja sull’estradizione dei due organizzatori del massacro nella città bosniaca di Srebrenica, Ratko Mladic e Radovan Karadzic.

Al ballottaggio del tre febbraio resta l’incognita del premier Kostunica, leader del Partito democratico della Serbia, schierato al primo turno con il nazionalista Ilic: non ha ancora dichiarato a chi destinerà il suo sostegno tra due settimane. Invece Ištvan Pastor, ungherese della Vojvodina e candidato alle presidenziali, ha già promesso i suoi voti al presidente uscente. Anzi, se l’affluenza non s’abbasserà, “Tadic ha buone chance di ripetere” come sottolinea il politologo Bora Kuzmanovic “la rimonta del 2004″, quando sconfisse Nicolic alle elezioni. Altri osservano tuttavia che il leader nazionalista può contare stavolta su un accresciuto margine di partenza, oltre che sui prevedibili rinforzi dei veterosocialisti di Mrkonic. Mentre per il Tadic non sarà facile attirare insieme, al ballottaggio, i consensi riversatisi da un lato su un filo-occidentale convinto come Jovanovic e dall’altro su un seminazionalista come Ilic.

Luca Dello Jacovo - Panorama.it

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mercoledì, 16 gennaio 2008

Tpi: priorita' a Mladic e Karadzic

Procuratore Brammertz, continuita' con missione Del Ponte

Tpi: priorita' a Mladic e Karadzic(ANSA) - BRUXELLES, 16 GEN - Per il nuovo procuratore del Tpi sull'ex Jugoslavia Serge Brammertz, la priorita' resta l'arresto di Ratko Mladic e Radovan Karadzic. In un messaggio in occasione dell'insediamento alla nuova carica, Brammertz ribadisce la continuita' con la missione del suo predecessore Del Ponte. All'Aja, Brammertz ha incontrato il ministro degli Esteri sloveno e prossimo presidente di turno dell'Ue Rupel, secondo il quale non e' previsto alcun nuovo rapporto sulla cooperazione della Serbia con il Tpi.

Chi sono

Blogger: LibertAria
Nome: Valeria Taradash
Giornalista, scrittrice... innamorata della Bosnia da molti anni. Da quando una guerra insensata, giocata troppo vicino a casa mia perché riuscissi a restarne fuori, mi ha portato in questo Paese. La spinta somigliava molto alla curiosità o, più gradevole espressione, al desiderio-bisogno di capire. Crimini troppo grandi e incomprensibili venivano commessi, spesso in nome di un Dio che, come al solito, non c'entrava niente. Non ho saputo restare davanti al televisore a scuotere la testa. Il bisogno di partire si è fatto viaggio, il viaggio si è fatto conoscenza, la conoscenza si è fatta amore, partecipazione e necessità di testimoniare. In passato ho collaborato con TV e radio private. Per la carta stampata ho scritto e tradotto per "Shabab", un bollettino che si occupava di MedioOriente, più precisamente della Palestina. Inoltre ho pubblicato tre libri, due saggi ("La fame nel mondo" e "La nonviolenza") e un romanzo ("Concerto per chihuahua ...e frammenti di stelle ...e altre code"). Oltre all'amore per la scrittura, un'altra passione mi ha accompagnato per tutta la vita, divenendo a periodi una professione: i cani. Allevo cani per hobby e per amore. Anni fa sono stata titolare di una scuola di addestramento all'obbedienza e all'agility. Con i miei amici a quattro zampe mi diverto e lascio che mi dipingano sulla faccia sorrisi di tenerezza uniti a sentimenti di protezione e di condivisione affettiva. Insomma a loro concedo il mio lato "morbido", che altrimenti so nascondere benissimo. Chi mi conosce lo sa...


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