SARAJEVO (Reuters) - Il regista bosniaco Danis Tanovic, il cui film "No Man's Land" ha vinto nel 2001 l'Oscar per il miglior film straniero, ha presentato ieri il nuovo partito politico che ha fondato con l'intenzione di superare le divisioni etniche del paese.
Tanovic, 38 anni, ha espresso la speranza che la formazione, "Nostro partito", riuscirà a sedurre gli elettori disillusi che non hanno votato alle ultime elezioni.
"E' un tentativo di smuovere le cose... e noi possiamo offrire una nuova scelta ai bosniaci che si lamentano da anni che non ci sia nessuno per cui votare", ha detto Tanovic durante la prima convenzione del partito.
Secondo alcuni commentatori politici, la figura di Tanovic potrebbe contribuire a un successo elettorale alle amministrative di ottobre, primo test per il nuovo partito.
La Bosnia è divisa in due regioni autonome, la Federazione croato-musulmana e la Repubblica Serba. Dalla fine della guerra del 1992-95, il paese è governato da partiti nazionalisti serbi, musulmani e croati che con le loro contese hanno bloccato le riforme.
L'opposizione è divisa e debole e l'astensionismo è in crescita.
Tanovic, che è musulmano, sarà il co-presidente del nuovo partito insieme a un croato-bosniaco e a un serbo-bosniaco.
© Reuters 2008.
L'esperto dei paesi dell'Est spiega come la situazione attuale sia il risultato di una cattiva gestione da parte delle organizzazioni internazionali. Ma il problema nasce adesso
Il Kosovo ha dichiarato l’indipendenza, la Serbia non l’ha accettata, l’Ue e l’Onu si sono divise. Riconoscere uno stato etnico si rivelerà davvero una bomba nelle mani dell’Europa?
Si sta già dimostrando tale. Una società democratica come la Serbia ha perso una parte del suo territorio per la decisione di altri stati. Quali saranno le conseguenze? Già si vedono le prime divisioni. L’Italia ha seguito i più forti, ma la Spagna non ha riconosciuto il nuovo stato. A livello internazionale la Cina è contraria, mentre Taiwan si è dichiarata favorevole. E’ un grande pasticcio. Metà dell’Unione Europea ora dovrà trattare con il Kosovo, l’altra metà con la Serbia. Con il passaporto kosovaro dove si potrà andare? In Albania, forse. Ma non in Bosnia. Infine c’è il rischio di una nuova secessione interna. Se i serbi del Kosovo si dichiareranno appartenenti alla Serbia, chi potrà impedirlo? La Nato? Dovrebbe farlo con le armi.
Chi sarà danneggiato dalla nuova situazione?
Sicuramente non la Serbia. A Belgrado conviene disfarsi del Kosovo. Ha un’economia in pessime condizioni, che dipende per i 2/3 dalla Serbia. Ma in questo caso, più della convenienza, contano i meccanismi politico-culturali. Sono in Kosovo i monasteri che rappresentano una parte importante della storia della Serbia. Soltanto De Gaulle riuscì a convincere i francesi che era arrivato il momento di lasciare l’Algeria. Ma in Serbia non c’è nessuno che abbia tanto prestigio politico. D’altra parte la prospettiva di una Grande Albania che riunisca tutti gli albanesi dei Balcani, non è attuabile. Gli stessi albanesi non la vorrebbero. Mentre negli anni ’90 avevano ancora molto da imparare dal Kosovo, ora si sentono più avanzati.
Perchè l’indipendenza è arrivata proprio adesso?
Tutta questa fretta non è motivata. I turchi di Cipro aspettano da quaranta anni. Anche il Kosovo avrebbe potuto attendere ancora. Il problema è che c’è stata una forte carica emotiva, sin da quando l’Uck capì che l’unico modo per ottenere l’indipendenza era fare leva sui genocidi, sulla perdite umane. Non c’è stato nessun genocidio in Serbia. Ci sono stati crimini contro l’umanità, ma i numeri sono stati gonfiati. Non troverete nessun eroe nella storia dei Balcani.
Dunque, la Serbia cederà al ricatto? Il riconoscimento in cambio dell’ingresso nell’Unione Europea?
No, la Serbia non riconoscerà il Kosovo. C’è una parte della popolazione serba che vorrebbe entrare nell’Unione ma soltanto per i visti e i soldi. Per gli altri aspetti no. Non dimentichiamo che l’Europa ha bombardato Belgrado.
Che cosa succederà ora in Kosovo?
E’ difficile da dire. Il Kosovo è uno stato con grandi difficoltà interne. La Nato gli ha garantito la sicurezza, ma non ha fatto niente per combattere la corruzione e la criminalità. C’è il 40% di disoccupazione, la giustizia non riesce a far rispettare i contratti. In questo clima dilagano il commercio di droga, armi e corpi.
Ma il problema è quello che accadrà intorno al Kosovo. In breve la Bosnia sarà persa. I Serbi di Srpska chiederanno il referendum e presto si presenterà anche il problema delle minoranze croate. Il Montenegro e la Macedonia ancora non hanno riconosciuto il nuovo stato. Sarà il caos. Gli unici che riusciranno, come sempre, a trovare un accordo, sono i membri della mafia serba e kosovara. Loro hanno sempre collaborato benissimo, non hanno mai avuto problemi di divisione etnica.
E l’Italia?
L’Italia non conta niente sul piano internazionale e conterà sempre meno. Colpa della politica interna, troppo debole. E se non si decide in fretta sulla costruzione della Tav si rischia di perdere anche l’ultimo corridoio che passa per la Slovenia. Dovrebbe favorire il commercio e la circolazione delle merci in Europa. Ma in questo momento, i problemi per noi sono altri.
di Sonia Arpaia e Roberta Giaconi
Forse non tutti ricordano che la guerra nella ex Yugoslavia non comincia in Bosnia e neppure in Croazia, ma in Kosovo. La catena di eventi che ha portato al massacro di Srebrenica e al bombardamento di Belgrado parte da lì, alla fine degli anni ’80, quando il leader serbo Slobodan Milosevic lanciò un serie di misure repressive contro questa provincia autonoma, semi-indipendente e a prevalenza albanese all’interno della Serbia. Questa situazione culminò nel 1990 quando Milosevic pose fine alla semi-indipendenza, revocò l’autonomia del Kosovo, installò nuovi controlli di polizia, chiuse i giornali in lingua albanese, licenziò i professori universitari e inflisse un caos politico ed economico alla regione.
L’intenzione di Milosevic era quella di ristabilire il dominio serbo-ortodosso sul Kosovo, luogo storico di una importante battaglia tra i serbi e l’impero Ottomano nel 1389 (in cui i serbi vennero sconfitti) e patria di una sostanziosa minoranza serba. Il risultato di tutto questo? Proprio in questi giorni, quasi vent’anni dopo, il Kosovo – uno stato di lingua albanese e a maggioranza musulmana in cui, è facile prevedere, la minoranza serba non sia particolarmente benvoluta e dove le chiese ortodosse difficilmente saranno a riparo da vandalismi - ha dichiarato la sua indipendenza. Sarebbe difficile trovare una dimostrazione più eloquente della legge sulle conseguenze inintenzionali.
Infatti, guardando le folle in festa sabato notte per le strade di Pristina, mi sono chiesta se non ci fosse una più profonda lezione da trarre per tutta l’area balcanica. L’obiettivo dichiarato di Milosevic era la maggior gloria della Serbia (ne aveva anche di non dichiarati, come la perpetuazione della struttura di potere dell’era comunista, ma qui non importa). Riattizzare il nazionalismo serbo ha trasformato le minoranze serbe in Yugoslavia in mini-milizie. Queste a loro volta hanno ispirato la nascita di mini-milizie croate, bosniache, albanesi che hanno cominciato a combattersi tra di loro in una serie di piccole ma sanguinose guerre.
Posso certamente essere accusata di ipersemplificare questa cronologia, ma resta comunque vero che il risultato di queste iniziative – pulizia etnica, discriminazione, aggressività – sono state un completo disastro per la Serbia. L’economia serba è andata a picco; l’influenza serba sulla ex Yugoslavia è evaporata; Belgrado, la capitale, bombardata. Ora la Serbia sembra anche destinata a essere smembrata. Alcuni paesi europei e gli Stati Uniti hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, qualcosa che non sarebbe mai accaduta vent’anni fa. Milosevic, il leader super-nazionalista che coltivava il sogno di una Serbia rinata, più forte e più rispettata, ha danneggiato il suo paese più di qualsiasi altro.
E’ bene tenere a mente questa lezione nei prossimi mesi se qualcun altro in Europa o altrove pensa di prendere il Kosovo come precedente. Dopo tutto, se gli albanesi possono essere indipendenti dai serbi, gli abkazi e gli osseti del sud vorranno esserlo dalla Georgia, i baschi e catalani non capiranno perché non lasciare la Spagna e chissà cosa succederà a Cipro.
In qualcuno di questi casi ci sono paesi vicini che possono essere interessati ad incoraggiare la secessione, così come la Serbia incoraggiava le sue minoranze in Bosnia e in Croazia. In particolare la Russia ha già lanciato segnali minacciosi nel caso dei separatisti georgiani, e si capisce perché. Quale modo migliore per prendersi una rivincita contro quegli amanti della Nato dei georgiani che aiutare le minoranze etniche della Georgia in una guerra civile. Per altro il momento non potrebbe essere più propizio. Nella fase finale dell’amministrazione Bush qualcuno penserà all’Abkazia? E mentre si gioca una delle più interessanti campagne elettorali che gli Usa abbiano visto da decadi, ci sarà spazio per ciò che accade nell’Ossezia del Sud?
Di certo però, se l’Abkazia e l’Ossezia finiranno con lo staccarsi dalla Georgia e se ne seguisse una guerra civile, la Russia avrà uno stato fallito ai suo confini. E come ben sappiamo dalla Yugoslavia, dal Medio Oriente e dall’Africa, le guerre civili etniche o religiose hanno una terribile capacità di contagio. Il caos in Georgia potrebbe essere, nel medio termine, un vantaggio per il clan Putin, bisognoso di evocare uno stato di guerra, di infastidire l’Occidente e di tenersi stretto il potere (proprio come il Milosevic di una volta), ma di certo non è nell’interesse della Russia nel lungo termine.
La politica russa verso queste ambizioni separatiste nelle prossime settimane ci dirà molto sulla mentalità del gruppo dirigente di Mosca. Se gli inquilini del Cremlino hanno a cuore il benessere dei loro compatrioti resteranno in silenzio e cercheranno ci placare gli animi di tutti. Altrimenti, beh, spero che ricordino che la legge delle conseguenze inintenzionali si applica anche a loro
Dal Washington Post del 19 febbraio
L’assemblea del parlamento di Pristina, nel corso di una seduta straordinaria tenutasi domenica 17 febbraio alle ore 15.00, ha proclamato la propria indipendenza. Alle ore 16.00, in un messaggio televisivo rivolto alla nazione, il premier serbo Kustunica ha espresso la condanna più ferma di un atto definito nullo e “illegale”. Dalla Russia e dalla Serbia è stato rivolto un appello al Consiglio di sicurezza per l’annullamento della decisione e il presidente Tadic all’indomani era già in volo per New York, mentre si annunciva un veto cinese al possibile riconoscimento.
Accanto al plauso del presidente Bush, più freddamente i ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno parlato di “presa d’atto” della situazione, ma alcuni stati dell’Unione hanno già espresso dubbi e perplessità sull’implicito automatismo tra dichiarazione unilaterale di indipendenza e riconoscimento internazionale (Cipro, Bulgaria, Grecia, Romania, Slovacchia, Spagna). Il ministro degli Esteri sloveno Dimitrj Rupel, alla presidenza di turno dell’UE, ha precisato in maniera significativa che l’Unione in quanto tale non ha la possibilità di riconoscere il Kosovo, ma “molti” Stati sono pronti a farlo.
Non sono mancate quindi altre reazioni sia in Kosovo che in Serbia. A Mitrovica è stato lanciato un ordigno esplosivo contro la sede Onu; a Belgrado si è verificata una sassaiola conto l’ambasciata americana; a Novi Sad contro una filiale dei supermercati Mercator di proprietà slovena e si segnalano altri momenti di tensione davanti a vari Mac Donald in Serbia. I disordini solo a Belgrado avrebbero provocato una sessantina di feriti. Uomini con l’uniforme dell’Jna (ex armata popolare jugoslava) provenienti dalla Serbia sono stati respinti mentre cercavano di forzare il confine con il Kosovo e il patriarca ortodosso serbo ha esortato a difendere il Kosovo. Il ministro serbo per il Kosovo ha però escluso qualsiasi iniziativa a carattere militare e anche la possibilità di un blocco economico o energetico nei confronti della ex provincia.
Comprensibile esultanza invece a Pristina con una nuova bandiera, un nuovo inno nazionale, circa duemila giornalisti presenti a riferire dell’avvenimento e addirittura una torta di 25 metri quadrati chiamata con scarsa fantasia “torta dell’indipendenza”. In verità, nonostante la nuova bandiera, le immagini diffuse hanno mostrato però l’onnipresenza di quella albanese e di quella degli Stati Uniti. Pochi giorni orsono però da parte di alcuni esponenti politici kosovari venivano espressi dei dubbi fondati a proposito della nuova costituzione e si lamentava anche la poca trasparenza sul processo di stesura della stessa: un sito Internet infatti mette a disposizione i testi di alcune costituzioni occidentali, ma non per questo espone ancora al pubblico dibattito il testo di quella kosovara.
Per completare infine il quadro delle immediate reazioni nell’area qualche preoccupazione si manifesta in Bosnia e potrebbe ora materializzarsi nella Republika Srpska: un gruppo di giuristi e politici ha infatti dichiarato che la Republika Srpska ha lo stesso diritto del Kosovo alla proclamazione dell’indipendenza dalla Bosnia. Si temono ora anche contraccolpi in Macedonia e Montenegro dove si trovano consistenti minoranze albanesi. Alla soddisfazione per la dichiarazione di domenica ovviamente si associa la stragrande maggioranza degli albanesi e, con ogni probabilità, l’Albania sarà sicuramente tra i primi Stati a riconoscere l’indipendenza del Kosovo.
Una vicenda iniziata alla fine della prima guerra balcanica nel 1913, quando la Serbia aveva praticamente annesso un territorio dello sconfitto impero ottomano e che aveva avuto il punto di crisi più acuta nel 1999, sembra essersi conclusa. Da un punto di vista di prospettiva storica di lungo periodo la decisione presa chiude apparentemente la lunga conflittualità di questi decenni, ma una “questione balcanica” – non solo limitata al Kosovo – esiste ancora e continuerà a esistere se non si verificheranno radicali cambiamenti di atteggiamento e mentalità o non si attuerà la stabilizzazione dell’area con un processo di integrazione politica, economica e istituzionale. “Bratsvo, Jedintsvo” (fratellanza e unità) in verità erano già state sepolte da falsi miti e dure repressioni. D’altro canto però, è stato osservato con una certa amarezza, la pulizia etnica, o la contropulizia sono state alla fine riconosciute ufficialmente come i motori della storia balcanica.
Non si tratta per questo di conculcare il diritto del popolo kosovaro all’autodeterminazione (ben diversa tuttavia dalla secessione), ma di ammettere francamente che il tentativo di riequilibrare i Balcani dopo i dieci anni che li hanno sconvolti adottando il principio della multietnicità – ovvero quello del rispetto delle minoranze integrate in un unico sistema democratico – si è rivelato fallimentare. Un principio a ben vedere che aveva cominciato a scricchiolare fin dall’inizio del nuovo assetto, da quando cioè le costituzioni dei nuovi Stati avevano in misura diversa creato la cittadinanza etnica, relegando in tal modo le politiche di integrazione nell’utopia. La pulizia etnica, che nel secolo scorso ha assunto dimensioni e carattere omicida di massa, è sospettata ancora una volta di essere una sorta di lato oscuro della democrazia.
Proprio domenica 17 febbraio Le Courrier des Balkans, commentando l’imminente dichiarazione del parlamento di Pristina, presentava un servizio dedicato alla “piccola Jugoslavia” di Shtimje (lungo la strada tra Prizren e Pristina), ovvero un istituto ospedaliero che raccoglie un’ottantina di persone con gravi disagi mentali. Dalla Vojvodina al Sangiaccato, tutti respinti dalle rispettive famiglie, lavorano in un piccolo atelier che produce mediocre bigiotteria o cornici per fotografie. Il luogo è abbastanza noto e spesso, scorgendo da un’auto gli ospiti a passeggio nell’ampio giardino, si aveva l’impressione di una scena scartata da un brutto film di Kosturica.
Si tratta di una considerazione tristemente pessimista, più sarcastica che ironica e forse persino inutilmente gratuita, ma l’altro luogo nel quale convivono relativamente in pace – e da parecchio tempo – numerosi ex-jugoslavi rimane ora anche il carcere annesso al Tribunale dell’Aja: serbi, croati, bosniaci e kosovari sono colà detenuti in attesa di giudizio per crimini di guerra e questo sembra essere l’ultimo microcosmo multietnico dei Balcani. Solo intravedere delle qualsiasi metafore provenienti da questi luoghi sembra tuttavia di pessimo auspicio.
Resta il fatto che la famosa frase “tutto è cominciato in Kosovo e tutto si concluderà in Kosovo”, relativamente alla seconda dissoluzione jugoslava del XX secolo, non sembra più sufficiente a spiegare i fatti né profetica: l’effetto domino si sta estendendo ora alla stessa Serbia, meno di un secolo fa trionfatrice delle guerre balcaniche e nazione vittoriosa dopo la prima guerra mondiale. Un finale forse inaspettato e ancora tutto da scrivere.
Dalla capitale Belgrado, alle enclave serbe in Kosovo e in Bosnia, ovunque, dove c'è una comunità serba c'è stata anche una protesta oggi, contro la secessione dichiarata unilateralmente da Pristina.
"Il Kosovo è nostro": lo slogan ripetuto, tra bandiere e canti patriottici anche in piazza a Belgrado da migliaia di persone che hanno sfilato, mentre gli studenti davano vita alla protesta negli atenei.
Manifestazioni anche a Mitrovica a ridosso del ponte sul fiume Ibar che taglia in due la città e separa le due etnie, serbi da una parte e albanesi dall'altra.
I Serbi in Kosovo sono oltre 100 mila e abitano per lo più nel nord, nell'area di confine vicino alla Serbia. Fedeli a Belgrado, ora minaccerebbero di staccarsi dal nuovo Kosovo indipendente, in cui non credono più di avere un posto.
Stesse bandiere e stessi canti in un altra enclave serba Kosovara, Gracanica. E stesse mano levate con le tre dita aperte nel simbolo della trinità ortodossa e del nazionalismo serbo.
A Gracanica si trova un monastero del 1300, capolavoro dell'arte medievale serba, un esempio del patrimonio artistico e culturale oltre che simbolico al quale i Serbi non intendono rinunciare.
Lo hanno ribadito a Banja Luka migliaia di studenti. Banja Luka è il capoluogo della Repubblica Serpska, entità a maggioranza serba in Bosnia. Se qualcuno ha diritto all'indipendenza - dicevano alcuni dei manifestanti - quelli siamo noi.
EuroNews
Cautela dei principali politici bosniaci sulla dichiarazione di indipendenza di Pristina, le posizioni restano per ora all'interno del quadro definito da Dayton. Manifestazioni a Banja Luka
Salta l'intesa tra l'Ue e la Serbia per le bizze di Kostunica e per la mancata consegna dei criminali di guerra
|
''Vogliamo continuare a rivolgerci ai cittadini serbi e mantenere vivo il dialogo, anche se certi politici lo stanno sabotando, come il premier serbo Kostunica che ha sconfessato l'impegno preso''. Non usa giri di parole il commissario Ue all'allargamento, Olli Rehn, per stigmatizzare il comportamento del primo ministro di Belgrado.
Salta l'accordo. Oggi era prevista la firma dell'accordo politico 'ad interim' tra Ue e Serbia, un pacchetto di intese che schiudevano la porta dell'Unione a Belgrado. Ma qualcosa è andato storto e la firma è stata rimandata. Motivo del rinvio le sprezzanti dichiarazioni rilasciate ieri da Kostunica rispetto alla missione civile che l'Ue ha stabilito d'inviare in Kosovo, con il non celato scopo di aiutarne la transizione all'indipendenza. ''La decisione di inviare una missione illegale significa che, insieme con i separatisti albanesi, l'Ue crea, in contraddizione con tutti i principi della legge internazionale, un falso stato albanese nel territorio della Serbia'', ha tuonato Kostunica. Il premier ha inoltre rincarato la dose, sottolineando come sia a suo dire ''criminale accettare un accordo finalizzato a far accettare ai serbi l'indipendenza del Kosovo''.
La proposta 'ad interim' è stata avanzata dall'Unione come gesto di apertura verso la Serbia, non ancora pronta a firmare il vero e proprio Accordo di Stabilizzazione e Associazione (Asa), visto che alcuni stati membri, come l'Olanda, continuano a chiedere come condizione la consegna al Tribunale internazionale dell'Aja dei criminali di guerra serbi Ratko Mladic e Radovan Karadzic.
Fermi al palo. Tutto sembrava risolto, con il neo rieletto presidente Boris Tadic, che avrebbe potuto spendere l'intesa con l'Ue come successo verso il suo elettorato, che lo ha premiato dimostrando (seppur per una manciata di voti) di preferire il suo europeismo all'ultranazionalista Nikolic, proteso verso un'alleanza strategica con Mosca. Ma il grande escluso delle ultime elezioni è stato proprio Kostunica, alleato al governo con Tadic da quattro anni, ma rappresentante dell'ala più conservatrice dello schieramento democratico.Kostunica, proprio alla vigilia del ballottaggio di domenica scorsa, ha fatto venir meno l'appoggio a Tadic e sembrava che la sua decisione potesse regalare la vittoria a Nikolic. Tadic, invece, ce l'ha fatta e senza Kostunica, che adesso si sente messo in un angolo. Tadic non può governare senza di lui, ma il premier con la sua scelta preelettorale si è guadagnato un ruolo da comprimario.
''L'offerta che abbiamo fatto resta sul tavolo, soprattutto per quanto riguarda la liberalizzazione dei visti. Quando Belgrado potrà soddisfare tutti i criteri procederemo anche alla firma dell'accordo di associazione e stabilizzazione'', ha detto Rehn, ma la tensione resta palpabile.
Dell'argomento si discuterà il 18 febbraio al Consiglio dei ministri degli Esteri, poi il procuratore del Tpi andrà a Belgrado e si tornerà a parlare del passato, quello del quale la Serbia sembra ancora prigioniera. |
|
Christian Elia - Peace Reporter
|
Il 27 marzo si terrà a Belgrado (Serbia) una conferenza sulla situazione attuale e sul futuro della ricerca agroalimentare in Albania, in Bosnia-Erzegovina, in Serbia e nell'ex Repubblica iugoslava di Macedonia.
La conferenza si baserà sui risultati del progetto finanziato dall'UE «Balkan Agrofood Network» (BAFN), che si concluderà nel mese di aprile del 2008. I partner del progetto hanno condotto un'indagine dettagliata sulla situazione della ricerca nel campo dell'agricoltura e dei prodotti alimentari nei Balcani occidentali e hanno stilato relazioni sulle capacità della ricerca in ciascun paese. I comitati di esperti hanno anche identificato priorità future per la ricerca agroalimentare nella regione. Sono state inoltre raccolte idee per potenziali progetti finanziati dall'UE.
Per ulteriori informazioni visitare:
http://www.bafn.eu
Al consiglio dei ministri degli esteri che si tiene oggi a Bruxelles, Javier Solana, Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza della UE, ha dichiarato che farà del suo meglio per questo, affinché "la Serbia possa ricevere dal Consiglio una risposta molto costruttiva, dimostrando il nostro impegno per portare la Serbia il più vicina possibile alla UE''. Solana ha, poi, aggiunto, in riferimento al secondo turno delle elezioni presidenziali che si terranno in Serbia il prossimo 3 febbraio, che l'Unione non vuole interferire nel processo elettorale, ma che "ciò che vogliamo è che tutti (in Serbia) siano consapevoli che la Ue è impegnata perché la Serbia possa avvicinarsi il più possibile all'Unione europea''.
Da parte sua la Serbia, per essere accolta unanimemente dal Consiglio europeo come suo membro, dovrà accettare, come ha affermato Olli Rehn, Commissario UE all'Allargamento, di collaborare pienamente con il Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia (Tpi), il che permetterà alla UE di "firmare rapidamente" un accordo, primo passo verso l'ingresso nell'Unione, di Associazione e stabilizzazione (Asa), che prevede una serie di accordi bilaterali che attengono a questioni politiche, economiche, commerciali come anche relative ai diritti umani e con i quali i paesi richiedenti si impegnano ad adottare le riforme, nella leglislazione interna, necessarie a conformare i propri ordinamenti all'acquis comunitario.
Sempre Rehn ha, poi aggiunto, che ''questa settimana cominceremo anche un dialogo sulla liberalizzazione dei visti e sull'abolizione dei visti per viaggi di lavoro, che dovrebbe concludersi con un risultato in tempi rapidi''. ''Questi sono segnali importanti per una prospettiva europea tangibile per il popolo serbo- ha continuato il Commissario- e io ho fiducia che i cittadini sceglieranno il futuro europeo''.
Quanto alla prospettiva di discutere un accordo ad interim tra UE e Serbia, Rehn ha detto che per il momento ''è prematuro'', nonostante la Serbia abbia fatto significativi progressi, specialmente la scorsa primavera con la formazione del nuovo governo democratico e nonostante oggi sia vicina ad una piena cooperazione con il Tpi. Per Rehn, incoraggiare una chiara prospettiva europea per la Serbia contribuisce anche a garantire stabilità in tutta la regione dei Balcani.
Anche il ministro lussemburghese, Jean Asselborn, ha ribadito la necessità per il popolo serbo della firma dell'accordo Asa, sottolineando l' importanza che la Serbia compia i passi necessari attesi dalla UE. Ciò che sembra, invece, ostacolare la firma dell' Asa è il fatto che non vi è ancora la piena collaborazione serba con il Tpi, senza la quale l'Unione, che deve approvarlo all'unanimità, non potrà procedere verso l'accordo. Contraria alla firma dell'accordo, "fino a quando da parte serba non ci sarà una piena cooperazione con il Tribunale penale internazionale", è anche l'Olanda che pretende, in particolare, la consegna di Ratko Mladic, capo dei serbo-bosniaci e responsabile del massacro di Srebrenica del 1995.
Di contro gli altri Paesi dell'Unione si sono dimostrati ben disposti verso la Serbia e difatti cercano di firmare l'accordo, il prima possibile, cercando anche di collaborare ed aiutare il presidente uscente, l'europeista Boris Tadic, ad essere rieletto al secondo turno delle presidenziali.
di ELENA MAZZONE - Agenzia Radicale
Il Premier Milorad Dodik, intervenendo in occasione al forum di Berlino organizzazione dalla Friedrich Ebert Foundation del 23 gennaio, ha affermato che la Bosnia Erzegovina deve essere completamente demilitarizzata, considerando le forti tensioni che ancora la tormentano.
Il leader del Partito democratico indipendente della Republika Srspka, interviene al forum di Berlino della Friedrich Ebert Foundation, affermando che "la Bosnia e Erzegovina deve essere completamente demilitarizzata e che le stesse forze armate bosniache devono essere abolite." Questo in relazioni alle crescenti tensioni interne che spingono il leader a temere una qualche reazione ostile nei confronti delle entità che costituiscono la Bosnia, e in particolare verso la Republika Srpska, che troppo spesso viene minacciata di isolamento, anche con eccessiva leggerezza. Dodik infatti precisa che "la Nato può garantire la sicurezza della Bosnia", e che "l'attuale esercito della BiH è una caricatura".
Il suo intervento ha tuttavia sollevato la dura replica della comunità bosniaca, e in particolare del Partito dei Bosniacchi per la BiH (SBiH) che ha definito la dichiarazione di Dodik "irresponsabile ed inaccettabile", in quanto non ha considerato il fatto che resterebbero in vita gli eserciti dei Paesi confinanti, e ha dimenticato la struttura militare della Bosnia. Infatti, sotto la soprintendenza della comunità internazionale e della Nato stessa, gli eserciti delle tre entità che costituiscono la Bosnia, sono stati uniti sotto la medesima struttura militare, andando a formare l'esercito bosniaco. Per cui, affinchè sia decisa la demilitarizzazione completa occorre che ci sia l'accordo di tutte le entità, tra cui quella bosniacca e croata, che non accettaranno mai un tale compromesso temendo, per esempio, l'esercito della Serbia. Inoltre, fa notare il Partito dei Bosniacchi che l'esercito della Bosnia è attualmente schierato in Iraq, e la sua abolizione potrebbe compromettere la stabilità finanziaria dell'intera nazione. Le parole di Dodik sono state in ogni caso manipolate e non contestualizzate, considerando che rispondono all'esigenza di garantire, prima di ogni cosa, la sicurezza della Republika Srpska .
da Rinascita Balcanica
12 Febbraio 2008- Finalmente, tra le mille cose che ho fatto e faccio, ne ho fatta una di cui sono davvero fiera e contenta: ho scritto un libro. Non è il primo che scrivo. Non è nemmeno il primo che pubblico. Però è il mio primo romanzo e, soprattutto, è il libro che avrei voluto scrivere. Per verificare che non ci fossero errori o sviste l'ho riletto da capo a piedi e poi, nonostante sia ipercritica nei confronti di me stessa e di ogni cosa che faccio, mi sono sorpresa a pensare: è bello, è proprio bello. Quasi me ne vergogno ma è la verità e vorrei che tutti potessero leggerlo e dire la loro. La distribuzione partirà tra breve. Al momento è reperibile presso la casa editrice che lo ha messo in vendita in internet, e si può acquistare senza problemi tramite le carte varie previste o anche contrassegno. Se volete... se ne avete voglia, cliccate sull'immagine della copertina subito qui sotto. Se amate gli animali, i cani in particolare... se avete amato un libro che si intitola "Il Piccolo Principe" allora, credetemi, non ve lo dovete perdere. Poi fatemi sapere che ne pensate. Ve ne sarò davvero molto grata. Ciao e buona lettura, Valeria
