(ANSA) - SARAJEVO, 26 FEB - Oltre diecimila persone provenienti da tutta la Republika Srpska hanno manifestato oggi a Banja Luka contro l'indipendenza del Kosovo.Alla manifestazione, organizzata dalla Spona, associazione di alcune organizzazioni non governative tra cui quella dei veterani di guerra, hanno partecipato le massime autorita' della Rs (entita' a maggioranza serba di Bosnia), ma non e' intervenuto, come avevano annunciato gli organizzatori, il primo ministro di Belgrado Vojislav Kostunica.
ansa
SERBO-BOSNIACI TENTANO ASSALTO AL CONSOLATO USA
Centinaia di manifestanti serbo-bosniaci hanno tentato di assaltare il consolato Usa a Banja Luka, in Bosnia. L'attacco, con pietre e mortaretti lanciati verso la sede diplomatica, e' stato respinto dai blindati della polizia prima che la folla potesse raggiungere l'edificio. Gli incidenti, in cui sono rimasti feriti due agenti e un manifestante, si sono verificati a margine di un corteo di 10mila persone che avevano manifestato contro la secessione del Kosovo dalla Serbia. La polizia ha fermato diverse persone, tra cui alcuni minorenni. Sono state distrutte anche molte vetrine, tra cui quella di un negozio gestito da un croato, ma, a differenza di quanto accaduto a Belgrado con gli assalti alle ambasciate, stavolta la polizia e' riuscita ad arginare la furia dei manifestanti.
Repubblica.it
L'esperto dei paesi dell'Est spiega come la situazione attuale sia il risultato di una cattiva gestione da parte delle organizzazioni internazionali. Ma il problema nasce adesso
Il Kosovo ha dichiarato l’indipendenza, la Serbia non l’ha accettata, l’Ue e l’Onu si sono divise. Riconoscere uno stato etnico si rivelerà davvero una bomba nelle mani dell’Europa?
Si sta già dimostrando tale. Una società democratica come la Serbia ha perso una parte del suo territorio per la decisione di altri stati. Quali saranno le conseguenze? Già si vedono le prime divisioni. L’Italia ha seguito i più forti, ma la Spagna non ha riconosciuto il nuovo stato. A livello internazionale la Cina è contraria, mentre Taiwan si è dichiarata favorevole. E’ un grande pasticcio. Metà dell’Unione Europea ora dovrà trattare con il Kosovo, l’altra metà con la Serbia. Con il passaporto kosovaro dove si potrà andare? In Albania, forse. Ma non in Bosnia. Infine c’è il rischio di una nuova secessione interna. Se i serbi del Kosovo si dichiareranno appartenenti alla Serbia, chi potrà impedirlo? La Nato? Dovrebbe farlo con le armi.
Chi sarà danneggiato dalla nuova situazione?
Sicuramente non la Serbia. A Belgrado conviene disfarsi del Kosovo. Ha un’economia in pessime condizioni, che dipende per i 2/3 dalla Serbia. Ma in questo caso, più della convenienza, contano i meccanismi politico-culturali. Sono in Kosovo i monasteri che rappresentano una parte importante della storia della Serbia. Soltanto De Gaulle riuscì a convincere i francesi che era arrivato il momento di lasciare l’Algeria. Ma in Serbia non c’è nessuno che abbia tanto prestigio politico. D’altra parte la prospettiva di una Grande Albania che riunisca tutti gli albanesi dei Balcani, non è attuabile. Gli stessi albanesi non la vorrebbero. Mentre negli anni ’90 avevano ancora molto da imparare dal Kosovo, ora si sentono più avanzati.
Perchè l’indipendenza è arrivata proprio adesso?
Tutta questa fretta non è motivata. I turchi di Cipro aspettano da quaranta anni. Anche il Kosovo avrebbe potuto attendere ancora. Il problema è che c’è stata una forte carica emotiva, sin da quando l’Uck capì che l’unico modo per ottenere l’indipendenza era fare leva sui genocidi, sulla perdite umane. Non c’è stato nessun genocidio in Serbia. Ci sono stati crimini contro l’umanità, ma i numeri sono stati gonfiati. Non troverete nessun eroe nella storia dei Balcani.
Dunque, la Serbia cederà al ricatto? Il riconoscimento in cambio dell’ingresso nell’Unione Europea?
No, la Serbia non riconoscerà il Kosovo. C’è una parte della popolazione serba che vorrebbe entrare nell’Unione ma soltanto per i visti e i soldi. Per gli altri aspetti no. Non dimentichiamo che l’Europa ha bombardato Belgrado.
Che cosa succederà ora in Kosovo?
E’ difficile da dire. Il Kosovo è uno stato con grandi difficoltà interne. La Nato gli ha garantito la sicurezza, ma non ha fatto niente per combattere la corruzione e la criminalità. C’è il 40% di disoccupazione, la giustizia non riesce a far rispettare i contratti. In questo clima dilagano il commercio di droga, armi e corpi.
Ma il problema è quello che accadrà intorno al Kosovo. In breve la Bosnia sarà persa. I Serbi di Srpska chiederanno il referendum e presto si presenterà anche il problema delle minoranze croate. Il Montenegro e la Macedonia ancora non hanno riconosciuto il nuovo stato. Sarà il caos. Gli unici che riusciranno, come sempre, a trovare un accordo, sono i membri della mafia serba e kosovara. Loro hanno sempre collaborato benissimo, non hanno mai avuto problemi di divisione etnica.
E l’Italia?
L’Italia non conta niente sul piano internazionale e conterà sempre meno. Colpa della politica interna, troppo debole. E se non si decide in fretta sulla costruzione della Tav si rischia di perdere anche l’ultimo corridoio che passa per la Slovenia. Dovrebbe favorire il commercio e la circolazione delle merci in Europa. Ma in questo momento, i problemi per noi sono altri.
di Sonia Arpaia e Roberta Giaconi
(ANSA)- SARAJEVO, 23 FEB - Gli ambasciatori dei Paesi dell'Ue in Bosnia dicono no al referendum sull'indipendenza statale serbo-bosniaca sul modello del Kosovo. Hanno cioe' respinto la risoluzione del parlamento della Republika Srpska (Rs) a Banja Luka in cui si proclamava il diritto a sottoporre a referendum l'indipendenza. Per gli ambasciatori le due entita', in base alla Pace di Dayton, formano la Bosnia- Erzegovina (Rs e Federazione Croato-musulmana), e 'non hanno diritto alla secessione'.
Roma, 22 feb (Velino) - Potrebbe partire dalla Bosnia-Erzegovina il temuto effetto domino della secessione del Kosovo. Con un voto tenuto nella tarda serata di giovedì, il Parlamento della Srpska, la Repubblica serba di Bosnia, ha decretato che nel caso molti paesi, soprattutto europei, riconoscessero l’indipendenza del Kosovo, sarà indetto un referendum sulla separazione della Srpska dallo stato bosniaco. La risoluzione, cui si sono opposti solo cinque deputati di etnia non serba, avverte le nazioni del mondo che il riconoscimento della sovranità del Kosovo stabilisce un precedente internazionale. “L’Assemblea del popolo della Repubblica Srpska – recita il testo – ritiene di conseguenza di avere il diritto di rilevare l’opinione pubblica sul proprio status legale attraverso la diretta dichiarazione dei cittadini in un referendum”. La presa di posizione di parlamentari serbo-bosniaci, come ha spiegato il premier Milorad Dodik, leader dei socialdemocratici indipendenti, non significa che la Srpska stia per decretare la secessione. L’atto rappresenta però una spada di Damocle contro l’inviato dell’Onu Miroslav Lajcak, incaricato di semplificare le farraginose procedure decisionali di governo e parlamento della Bosnia-Erzegovina, ed entrato da tempo in rotta di collisione con la componente serba dello stato.
Il referendum sull’indipendenza – ha dunque precisato Dodik – verrà utilizzato solo qualora “lo status della Srpska fosse messo in dubbio dai musulmani bosniaci, dai croato-bosniaci o da diplomatici internazionali”. Nel mirino di Dodik sono soprattutto le proposte lanciate da Lajcak di modifica del sistema di voto, che hanno fatto paventare ai serbo-bosniaci la possibilità di essere messi in minoranza sia in ambito governativo che parlamentare. L’unità della Bosnia-Erzegovina, scaturita dagli accordi di Dayton del 1995 che conclusero una guerra sanguinosa, si regge su una precaria impalcatura statale divisa in due tronconi, la federazione croato-musulmana e la Srpska. A 13 anni di distanza il soggetto statale si regge solo grazie a una rigorosa separazione delle due componenti e al sostegno delle forze militari prima della Nato e poi dell’Unione europea. Le intese di Dayton proibiscono la secessione. Ma è altrettanto vero che l’idea di fondare uno stato multietnico in quel territorio, come si può notare, non ha avuto molto successo, e il precario equilibrio raggiunto rischia di rompersi definitivamente in seguito alla secessione del Kosovo.
Dalla capitale Belgrado, alle enclave serbe in Kosovo e in Bosnia, ovunque, dove c'è una comunità serba c'è stata anche una protesta oggi, contro la secessione dichiarata unilateralmente da Pristina.
"Il Kosovo è nostro": lo slogan ripetuto, tra bandiere e canti patriottici anche in piazza a Belgrado da migliaia di persone che hanno sfilato, mentre gli studenti davano vita alla protesta negli atenei.
Manifestazioni anche a Mitrovica a ridosso del ponte sul fiume Ibar che taglia in due la città e separa le due etnie, serbi da una parte e albanesi dall'altra.
I Serbi in Kosovo sono oltre 100 mila e abitano per lo più nel nord, nell'area di confine vicino alla Serbia. Fedeli a Belgrado, ora minaccerebbero di staccarsi dal nuovo Kosovo indipendente, in cui non credono più di avere un posto.
Stesse bandiere e stessi canti in un altra enclave serba Kosovara, Gracanica. E stesse mano levate con le tre dita aperte nel simbolo della trinità ortodossa e del nazionalismo serbo.
A Gracanica si trova un monastero del 1300, capolavoro dell'arte medievale serba, un esempio del patrimonio artistico e culturale oltre che simbolico al quale i Serbi non intendono rinunciare.
Lo hanno ribadito a Banja Luka migliaia di studenti. Banja Luka è il capoluogo della Repubblica Serpska, entità a maggioranza serba in Bosnia. Se qualcuno ha diritto all'indipendenza - dicevano alcuni dei manifestanti - quelli siamo noi.
EuroNews
Cautela dei principali politici bosniaci sulla dichiarazione di indipendenza di Pristina, le posizioni restano per ora all'interno del quadro definito da Dayton. Manifestazioni a Banja Luka
SARAJEVO - La polizia della republika Srpska (Rs, entità a maggioranza serba di Bosnia) è in stato d'allerta e decisa a prevenire eventuali incidenti nel caso di proteste di massa alla eventuale proclamazione dell'indipendenza del Kosovo, prevista per questo fine settimana. Lo ha reso noto il ministero dell'interno della Rs.
Il Premier Milorad Dodik, intervenendo in occasione al forum di Berlino organizzazione dalla Friedrich Ebert Foundation del 23 gennaio, ha affermato che la Bosnia Erzegovina deve essere completamente demilitarizzata, considerando le forti tensioni che ancora la tormentano.
Il leader del Partito democratico indipendente della Republika Srspka, interviene al forum di Berlino della Friedrich Ebert Foundation, affermando che "la Bosnia e Erzegovina deve essere completamente demilitarizzata e che le stesse forze armate bosniache devono essere abolite." Questo in relazioni alle crescenti tensioni interne che spingono il leader a temere una qualche reazione ostile nei confronti delle entità che costituiscono la Bosnia, e in particolare verso la Republika Srpska, che troppo spesso viene minacciata di isolamento, anche con eccessiva leggerezza. Dodik infatti precisa che "la Nato può garantire la sicurezza della Bosnia", e che "l'attuale esercito della BiH è una caricatura".
Il suo intervento ha tuttavia sollevato la dura replica della comunità bosniaca, e in particolare del Partito dei Bosniacchi per la BiH (SBiH) che ha definito la dichiarazione di Dodik "irresponsabile ed inaccettabile", in quanto non ha considerato il fatto che resterebbero in vita gli eserciti dei Paesi confinanti, e ha dimenticato la struttura militare della Bosnia. Infatti, sotto la soprintendenza della comunità internazionale e della Nato stessa, gli eserciti delle tre entità che costituiscono la Bosnia, sono stati uniti sotto la medesima struttura militare, andando a formare l'esercito bosniaco. Per cui, affinchè sia decisa la demilitarizzazione completa occorre che ci sia l'accordo di tutte le entità, tra cui quella bosniacca e croata, che non accettaranno mai un tale compromesso temendo, per esempio, l'esercito della Serbia. Inoltre, fa notare il Partito dei Bosniacchi che l'esercito della Bosnia è attualmente schierato in Iraq, e la sua abolizione potrebbe compromettere la stabilità finanziaria dell'intera nazione. Le parole di Dodik sono state in ogni caso manipolate e non contestualizzate, considerando che rispondono all'esigenza di garantire, prima di ogni cosa, la sicurezza della Republika Srpska .
da Rinascita Balcanica
Roma, 20 gen.- Nonostante l’accettazione dei principi del Saa (Accordo di Associazione e Stabilizzazione) con la Ue firmato con grande euforia lo scorso 4 dicembre la Bosnia-Erzegovina è in piena crisi. I tanto celebrati Accordi di Pace di Dayton del 1995 sono una zavorra che ha solo garantito la continuazione della permanenza al potere di una classe politica che non si è certo preoccupata troppo della creazione di uno stato unitario democratico. Il compromesso di Dayton, ebbe sicuramente il merito di fermare il conflitto, ma al tempo stesso ha generato una fragile architettura di State Building, istituendo un debolissimo Stato centrale costituito da due “Entità”: quella della Repubblica Serba (con il 49% del territorio) e quella della Federazione croato-musulmana (con il 51%), seguendo in sostanza la suddivisione per linee etniche tra i gruppi maggioritari nel paese e soddisfacendo in tal modo le richieste dei “signori della guerra” presenti al tavolo della pace. 
Rajko Kuzmanovic, candidato della Lega dei socialdemocratici indipendenti (Snsd), il partito del premier della Republika Srpska (Rs, entità a maggioranza serba di Bosnia) Milorad Dodik, ha vinto le elezioni anticipate, indette dopo l'improvvisa morte il 30 settembre del presidente Milan Jelic, e sarà il settimo presidente della Rs.
Secondo i dati preliminari resi noti la scorsa notte, Kuzmanovic ha ottenuto il 44,5% di consensi. Al secondo posto si è piazzato Ognjen Tadic, del nazionalista Partito democratico serbo (Sds), con il 33,3%, seguito dall'ex ministro degli esteri nel governo centrale bosniaco, Mladen Ivanic, leader del Partito del progresso democratico (Pdp), con il 16% di voti.
Il risultato dello scrutinio è soprattutto dovuto alla popolarità dell'Snsd e del suo leader, piuttosto che a quella dello stesso Kuzmanovic, 76 anni, presidente dell'Accademia delle scienze di Banja Luka.
La scarsa affluenza alle urne - si è recato a votare poco più del 35% degli 1,1 milioni di elettori - ha provocato, però, speculazioni su un calo di consensi per il partito al governo. "La Rs è oggi stabile grazie alla dirigenza dell'Snsd che guida con successo la Rs", ha detto invece Kuzmanovic, promettendo che sarà "il presidente di tutti gli abitanti" dell'entità.
ATS
12 Febbraio 2008- Finalmente, tra le mille cose che ho fatto e faccio, ne ho fatta una di cui sono davvero fiera e contenta: ho scritto un libro. Non è il primo che scrivo. Non è nemmeno il primo che pubblico. Però è il mio primo romanzo e, soprattutto, è il libro che avrei voluto scrivere. Per verificare che non ci fossero errori o sviste l'ho riletto da capo a piedi e poi, nonostante sia ipercritica nei confronti di me stessa e di ogni cosa che faccio, mi sono sorpresa a pensare: è bello, è proprio bello. Quasi me ne vergogno ma è la verità e vorrei che tutti potessero leggerlo e dire la loro. La distribuzione partirà tra breve. Al momento è reperibile presso la casa editrice che lo ha messo in vendita in internet, e si può acquistare senza problemi tramite le carte varie previste o anche contrassegno. Se volete... se ne avete voglia, cliccate sull'immagine della copertina subito qui sotto. Se amate gli animali, i cani in particolare... se avete amato un libro che si intitola "Il Piccolo Principe" allora, credetemi, non ve lo dovete perdere. Poi fatemi sapere che ne pensate. Ve ne sarò davvero molto grata. Ciao e buona lettura, Valeria
