L'esperto dei paesi dell'Est spiega come la situazione attuale sia il risultato di una cattiva gestione da parte delle organizzazioni internazionali. Ma il problema nasce adesso
Il Kosovo ha dichiarato l’indipendenza, la Serbia non l’ha accettata, l’Ue e l’Onu si sono divise. Riconoscere uno stato etnico si rivelerà davvero una bomba nelle mani dell’Europa?
Si sta già dimostrando tale. Una società democratica come la Serbia ha perso una parte del suo territorio per la decisione di altri stati. Quali saranno le conseguenze? Già si vedono le prime divisioni. L’Italia ha seguito i più forti, ma la Spagna non ha riconosciuto il nuovo stato. A livello internazionale la Cina è contraria, mentre Taiwan si è dichiarata favorevole. E’ un grande pasticcio. Metà dell’Unione Europea ora dovrà trattare con il Kosovo, l’altra metà con la Serbia. Con il passaporto kosovaro dove si potrà andare? In Albania, forse. Ma non in Bosnia. Infine c’è il rischio di una nuova secessione interna. Se i serbi del Kosovo si dichiareranno appartenenti alla Serbia, chi potrà impedirlo? La Nato? Dovrebbe farlo con le armi.
Chi sarà danneggiato dalla nuova situazione?
Sicuramente non la Serbia. A Belgrado conviene disfarsi del Kosovo. Ha un’economia in pessime condizioni, che dipende per i 2/3 dalla Serbia. Ma in questo caso, più della convenienza, contano i meccanismi politico-culturali. Sono in Kosovo i monasteri che rappresentano una parte importante della storia della Serbia. Soltanto De Gaulle riuscì a convincere i francesi che era arrivato il momento di lasciare l’Algeria. Ma in Serbia non c’è nessuno che abbia tanto prestigio politico. D’altra parte la prospettiva di una Grande Albania che riunisca tutti gli albanesi dei Balcani, non è attuabile. Gli stessi albanesi non la vorrebbero. Mentre negli anni ’90 avevano ancora molto da imparare dal Kosovo, ora si sentono più avanzati.
Perchè l’indipendenza è arrivata proprio adesso?
Tutta questa fretta non è motivata. I turchi di Cipro aspettano da quaranta anni. Anche il Kosovo avrebbe potuto attendere ancora. Il problema è che c’è stata una forte carica emotiva, sin da quando l’Uck capì che l’unico modo per ottenere l’indipendenza era fare leva sui genocidi, sulla perdite umane. Non c’è stato nessun genocidio in Serbia. Ci sono stati crimini contro l’umanità, ma i numeri sono stati gonfiati. Non troverete nessun eroe nella storia dei Balcani.
Dunque, la Serbia cederà al ricatto? Il riconoscimento in cambio dell’ingresso nell’Unione Europea?
No, la Serbia non riconoscerà il Kosovo. C’è una parte della popolazione serba che vorrebbe entrare nell’Unione ma soltanto per i visti e i soldi. Per gli altri aspetti no. Non dimentichiamo che l’Europa ha bombardato Belgrado.
Che cosa succederà ora in Kosovo?
E’ difficile da dire. Il Kosovo è uno stato con grandi difficoltà interne. La Nato gli ha garantito la sicurezza, ma non ha fatto niente per combattere la corruzione e la criminalità. C’è il 40% di disoccupazione, la giustizia non riesce a far rispettare i contratti. In questo clima dilagano il commercio di droga, armi e corpi.
Ma il problema è quello che accadrà intorno al Kosovo. In breve la Bosnia sarà persa. I Serbi di Srpska chiederanno il referendum e presto si presenterà anche il problema delle minoranze croate. Il Montenegro e la Macedonia ancora non hanno riconosciuto il nuovo stato. Sarà il caos. Gli unici che riusciranno, come sempre, a trovare un accordo, sono i membri della mafia serba e kosovara. Loro hanno sempre collaborato benissimo, non hanno mai avuto problemi di divisione etnica.
E l’Italia?
L’Italia non conta niente sul piano internazionale e conterà sempre meno. Colpa della politica interna, troppo debole. E se non si decide in fretta sulla costruzione della Tav si rischia di perdere anche l’ultimo corridoio che passa per la Slovenia. Dovrebbe favorire il commercio e la circolazione delle merci in Europa. Ma in questo momento, i problemi per noi sono altri.
di Sonia Arpaia e Roberta Giaconi
Cautela dei principali politici bosniaci sulla dichiarazione di indipendenza di Pristina, le posizioni restano per ora all'interno del quadro definito da Dayton. Manifestazioni a Banja Luka
E' il documentario "Dopo Srebrenica" il vincitore del secondo premio del Tekfestival 2006. Esso sara' premiato domani 18 gennaio alle 20.30 presso il Piccolo Apollo, Via Conte Verde, 51, a Roma.
Il film richiama il luglio di dieci anni fa, quando l'esercito serbo-bosniaco del generale Ratko Mladic occupo' l'enclave di Srebrenica, cittadina della Bosnia orientale dichiarata dalle Nazioni Unite "area protetta". Nei giorni successivi, oltre 8000 prigionieri bosniaco-musulmani furono uccisi e gettati in fosse comuni. Le donne furono deportate verso Tuzla. Le forze internazionali presenti non intervennero a fermare la strage e le deportazioni.
Il film di Andrea Rossini - girato in Bosnia nel 2005 - sara' proiettato e premiato alla presenza di Arianna Isidori e Cristina Petrucci e della giuria che ha assegnato i premi, composta da: Giovanna Boursier, Agostino Ferrente, Elisabetta Lodoli e Roberto Nanni. Al termine della proiezione si terra' un incontro con il giornalista Giuseppe Zaccaria.
La motivazione della Giuria per l'assegnazione del riconoscimento recita: "Per la scelta coraggiosa e difficile di un tema che si cerca di rimuovere ma che invece ci riguarda da vicino. Perche' racconta la guerra etnica che ha riproposto memorie antiche, ma anche anticipato l'attualita' tragica del conflitto totalizzante nell'idea dell'annientamento del nemico".
di osservatoriosullalegalita.org
Debutto con Orso d’Oro per la giovane bosniaca Jasmila Zbanic (foto), che con “Grbavica” ha vinto la 56° edizione del Festival del cinema di Berlino. La giuria, presieduta da Charlotte Rampling, ha attribuito a sorpresa il primo premio al film che prende il titolo da uno dei quartieri di Sarajevo dove la guerra degli anni ’90 con il lungo assedio fu più cruenta. Il film è stato possibile grazie ad una coproduzione fra Bosnia (Deblokada), Austria, Croazia e Germania.
La regista trentunenne, già conosciuta e apprezzata per una serie di bei cortometraggi e documentari, racconta con tocco personale il dramma all’interno di una famiglia solo al femminile: madre Esma e figlia dodicenne Sara, frutto di uno stupro etnico durante la detenzione in un campo di concentramento.
La prima lavora fino a tarda notte in un pub, frequenta un’associazione di donne che hanno subito stupri e non sa come rivelare la verità alla figlia. L’adolescente si ribella come tante coetanee e vuole scoprire il mondo, inclusa l’identità del padre, che crede essere uno shaheed, un combattente che ha difeso la città dall’assedio serbo e scomparso in guerra.
Un film toccante, molto umano, che non rinuncia allo humor balcanico senza ridurre tutto a stereotipo. Solo le figure maschili, del resto molto secondarie, sono un po’ clichè: violente e inclini al denaro facile e agli affari illegali. Solo Samir, il ragazzino amico di Sara, ha qualcosa di diverso dagli altri. È orfano di padre, ucciso dai cetnici nei dintorni di Zuc, e vive un po’ sospeso dal mondo.
Alle riprese del film (un po’ come aveva fatto Marco Bechis con i desaparecidos argentini in “Garage Olimpo”) hanno partecipato anche alcune donne violentate durante il conflitto e che, nel silenzio e nella dimenticanza generale, cercano di superare il trauma.
Come segno di riconciliazione e speranza la madre è interpretata da una delle più grandi attrici serbe, Mirjana Karanovic (foto), protagonista di molti film di Kusturica e Paskaljevic, che, dopo la disgregazione dell’ex Jugoslavia, ha lavorato in quasi tutte le nuove Repubbliche sia al cinema sia in teatro. La figlia è interpretata dalla giovane Luna Mijovic che allo scoppio della guerra nel ’92 aveva poche settimane. Nel cast anche Dejan Acimovic e Leon Lucev. Il finale è in crescendo, molto intenso e forte. Jasmila Zbanic sa cogliere la verità delle sue attrici e sa trasmettere emozioni che vanno dirette al cuore dello spettatore.
Per la Bosnia la conferma di un periodo di grande creatività a dispetto delle difficili condizioni economiche: l’onda innescata dall’Oscar a “No Man’s Land” di Danis Tanovic pare non fermarsi. Zbanic è la prima regista a completare un lungometraggio, ma anche Aida Begic (già vincitrice a Cannes fra i cortometraggi) è pronta a seguirne le orme.
“Grbavica” era l’unico film balcanico nella selezione ufficiale e anche al sempre più importante mercato del cinema, l’European Film Market, il sud est europeo era poco rappresentato: vi erano solo Slovenia e Ungheria, riunite con Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca nello stand “Europa Centrale”. Nel “Panorama” è invece passato il rumeno “Legaturi bolnavicioase – L’amore malato” di Tudor Giurgiu, già aiuto regia di Radu Mihaileanu e Lucian Pintilie all’esordio nel lungometraggio.
(da Osservatorio sui Balcani)
SARAJEVO, January 6 (FENA) – PhD Haris Silajdzic and PhD Fikret Karcic are the winners of this year’s award presented by the Gazi Husrev-beg’s Medresa to its former students.
The Teaching Council of this, the oldest education institution in BiH, presents this award every year to its former students who have contributed the most to the promotion of its name and role.
Gazi Husrev-beg’s Medresa Director Zijad Ljevakovic said in Sarajevo on Friday at a ceremony marking the 469 anniversary of this institution that it works based on a curriculum which is capable of adapting to the needs required by the road towards Europe and other integrations.
Silajdzic, who received the award for his key role in the defence of BiH, said that Gazi Husrev-beg’s Medresa through history was one of the pillars of the survival of Bosniaks and BiH.
“Without people there is nothing, but without institutions nothing lasts”, Silajdzic said and added that Gazi Husrev-beg’s Medresa produced people who contributed immensely to the defence of BiH, but also to science, economy and other fields.
Karcic received the award for the large number of research papers in the field of Islamic law.
Certificates of gratitude for cooperation with the Gazi Husrev-beg’s Medresa were also presented at the ceremony.
A large number of religious, cultural and political representatives attended the ceremony, including Reisu-l-ulema Mustafa ef. Ceric and BiH Civil Affairs Minister Safet Halilovic.
«Stress da detenzione e superlavoro, sembrava provato»
PISA — «Qua dentro vedo cose tremende. Ragazzi che si tagliano, che si spezzano le ossa, che ingoiano lamette e accendini. L’autolesionismo in carcere è un fenomeno tragico e tragicamente usuale. Non si ha idea di quanti detenuti finiscano in ospedale perché fanno del male al proprio corpo». Lo raccontava a chiunque lo andasse a trovare. Adriano Sofri non riusciva ad accettare questo accanirsi contro se stessi dei suoi compagni di cella più disperati e più sventurati. E ora a pensare al suo corpo disteso immobile in un letto del reparto di rianimazione, a pensarlo con tutti i tubi e le flebo che lo tengono attaccato al mondo, a pensarlo lacerato dopo un intervento chirurgico di più di tre ore, tornano in mente le sue riflessioni sul disastro che il carcere provoca sui corpi senza speranza dei detenuti. «Siamo corpi rinchiusi», diceva.
Ieri, 19 ottobre, si è celebrato il secondo anniversario della morte del primo Presidente della Repubblica di Bosnia, Alija Izetbegović.
Nell'occasione, la piazza della Liberazione è stata ribattezzata Piazza della Liberazione - Alija Izetbegović.
L'Aeroporto di Butmir, che pure avrebbe dovuto essere dedicato al Presidente scomparso, a causa del rifiuto operato dall'Alto Commissario Paddy Ashdown, manterrà invece il vecchio nome.

La tomba di Alija al Cimitero del Leone
(ANSA) - SARAJEVO, 23 SET -
Questa sera si apre nella capitale bosniaca la quarta edizione degli Incontri internazionali di poesia dedicati al poeta sarajevese Izet Sarajlić, scomparso nel 2002, che hanno lo scopo di realizzare quello che negli ultimi anni era stato il sogno del grande poeta bosniaco: riportare la grande poesia internazionale nella sua città.
All'evento, promosso dall'Ambasciata d'Italia e organizzato da Multimedia Edizioni-Casa della poesia di Baronissi/Salerno, di cui Sarajlic era presidente onorario, in collaborazione con diverse istituzioni italiane, bosniache e di altri paesi europei, partecipano numerosi poeti da varie parti del mondo, tra cui Alon Altaras (Israele), Beat Brechbuehl (Svizzera), Tommaso Di Francesco, Giancarlo Majorino e Biancamaria Frabotta (Italia); Ferida Durakovi, Josip Osti, Abdulah Sidran e Stevan Tonti (Bosnia Erzegovina), Yvon Le Men (Francia), Maram al Masri (Siria), Juan Carlos Mestre (Spagna), Boris Novak (Slovenia), Ambar Past (USA/Messico), Paul Polansky (USA), René Puthaar (Olanda).
Con alcuni poeti interagiranno musicisti, e oltre a tre serate di reading internazionale, il programma prevede anche dibattiti, seminari e una serie di proiezioni.
Izet Sarajlić, considerato uno dei principali poeti dell'est europeo, è autore di una trentina di raccolte di poesie, di una autobiografia e di libri di prosa, tra cui ''Il libro degli addii'' e ''Qualcuno ha suonato'', premio Moravia 2001.
Grande conoscitore e traduttore della poesia russa, Sarajlić è stato tradotto a sua volta in numerose lingue. Il comune di Salerno gli aveva assegnato la cittadinanza onoraria per i suoi legami con la città, l'amicizia con Alfonso Gatto, prima, e l'adesione, poi, ai progetti della Casa della poesia.
SARAJEVO, July 5 (FENA) – The first BiH foreign minister and founder of the Party for BiH, Haris Silajdžić, on Tuesday arrived to Sarajevo from Geneva, where the University of Geneva on July 2 presented him with an honorary doctorate in international relations and diplomacy.
Promoting Bosnia, Europe, and the international community and people of all nations, the battle against fascism, and exceptional enriching of theory and practice in international diplomacy as well as the contribution to better understanding among the peoples are only some of Silajdžić’s merits stated in the edict of this prestigious European university.
Silajdžić told the press that such a title is certainly very flattering, but noted that he realized the merits by doing his job.
“The edict mentions the merit for the battle against fascism, which particularly suits me and this is my contribution, because we fought a terrible form of fascism, and I can state that the entire ceremony there developed in the symbol of Srebrenica”, said Silajdžić.
In talks with deans of the University in Geneva, Silajdžić underlined the enormous significance of education for a developing country such as BiH.
(Fena) jc
Silajdžić è stato davvero una figura importante negli anni della guerra. Credo che abbia saputo essere un buon diplomatico senza mai dimenticare però di dare pane al pane e vino al vino. Chiarezza e coraggio non sono mai mancati nelle sue azioni. Penso che il riconoscimento che gli è stato attribuito a Ginevra sia decisamente meritato.
Un post per ricordare Federico Bugno. Credevo di trovare materiale online, invece c'è molto poco. In fondo è normale: Federico era un giornalista vecchia maniera, uno di quelli che hanno visto e fatto i tempi eroici del mestiere.
La cosa singolare è che, nei miei ricordi, associo Federico a una bicicletta. Era il compleanno di Hasan, uno dei tanti piccoli Hasan di Sarajevo di quei giorni. Forse un po' speciale visto che lo avevo "adottato a distanza".
I primi bollettini erano partiti normalmente, mentre per me Hasan era un volto di bambino in una foto piccola spillata su un modulo di adozione. Poi non avevo resistito e, nonostante le difficoltà, ero andata a trovarlo nella sua casa sulla collina di Velesici. E gli Hasan si erano così moltiplicati con aggiunta di mamme, zie, amiche, amici... pochi uomini, gli uomini erano in guerra... Sarajevo insomma.
Hasan desiderava tanto una bicicletta e Federico si era offerto di fargliela arrivare. La cosa singolare è che ora che cerco il suo nome in internet trovo biciclette dappertutto perché a Bugno Federico si intervalla Bugno Gianni. Così i ricordi si fanno più vivi.
L'ultima volta che l'ho visto non è stata a Sarajevo ma a Roma, a casa sua. Aveva forti dolori anche se non era ancora la fase finale della malattia. Aveva intenzione di tornare a Sarajevo. Credo amasse troppo quella città per riuscire a farne a meno.
"Credo di essere assolutamente sincero quando affermo che, in questa Sarajevo martoriata, ho trascorso i più bei giorni della mia vita". Questo aveva scritto il grande vecchio giornalista che di giorni pieni e speciali ne aveva vissuti tanti.
Era buffo quando ricordava le prime volte a Sarajevo, quando lo chiamavano Federica (vocativo di Federico) e la cosa lo divertiva. "Ora - mi disse quando andai a trovarlo - se mi chiamano Federico nemmeno mi volto. Non dicono a me. Io sono Federica". E sorrideva con nostalgia.
E' stato un grande giornalista e un grande uomo. Penso a lui come a una delle figure più belle che ho incontrato. Mi ha insegnato cose importanti, cose che non dimenticherò mai. Lo ricorderò sempre con grande stima e gratitudine.
Nel web ho trovato questo:
Quando c'era l'assedio a Sarajevo ci fu anche molta amicizia. Molti stranieri furono generosi coi sarajevesi, e viceversa. Successe perfino che dei giornalisti diventarono generosi fra loro, e invece di nascondersi o rubarsi le storie, se le raccontavano e se le regalavano. Ogni nuovo arrivato, lo portavamo a casa di Kanita. Kanita è amica di tanti di noi. La sua storia l'ha raccontata Federico Bugno. Anche per conto nostro, per così dire. È uscita in libro, ora, pubblicata dalle edizioni Magma di Napoli per la Fondazione Laboratorio Mediterraneo: "Kanita", con la prefazione di Izet Sarajlic. È una storia romanzesca di amore, separazioni imposte, ritrovamenti, galera, felicità e morte. Cominciò la guerra, Faruk fu ammazzato, e Kanita restò col suo Faris di tre anni. Fu allora che la incontrammo, e mescolammo le nostre famiglie. Bugno ha raccontato la storia fin li. Dopo, Kanita ha tirato avanti nell'assedio, ha imparato l'italiano per fare l'interprete agli italiani, ha cantato nel coro della città assediata, ha difeso la casa che volevano portarle via, ha parlato tutte le lingue, finché l'assedio è finito e ha potuto rivedere il mare della sua Dalmazia, venire in Italia, e Faris, che di anni ne ha dieci, e quando ne aveva cinque costruiva macchinari fantastici sotto le granate, è già abile come un ingegnere meccanico. Il padre di Kanita era stato il direttore dell'Istituto Geografico Militare, e sapeva insegnare a Faris tante cose da imparare con la testa e da fare con le mani. Faris adorava il nonno che aveva tanta pazienza con lui, e meno con gli altri e con sé, perché non si perdonava di aver disegnato le carte che ora i suoi compatrioti usavano per bombardare e fucilare dalle colline. Ci sono punti in cui una storia sta finendo e un'altra sta cominciando. Chissà a quante storie abbiamo diritto nella vita, Kanita, Faris, e il famoso inviato dell'Espresso Federico Bugno.
Adriano Sofri - Piccola Posta luglio 1999
e questo:
CIAO, FEDERICO
Necrologio per un inviato speciale
Paola Caridi
Lunedi' 10 Febbraio 2003
Federico Bugno se n’è andato il 9 febbraio a Roma, alla vigilia di un Bajram, una festa musulmana che cade in due occasioni: subito dopo il Ramadan e, dopo alcune settimane, per celebrare il sacrificio del figlio di Abramo. Bajram, ironia della sorte, è anche il titolo che Federico aveva voluto dare al suo libro su Sarajevo. Un volume nel quale aveva gettato tutta la sua vita trascorsa nella città-martire sotto l’assedio. Quando il mondo si era girato dall’altra parte e non aveva voluto affrontare la sfida di civiltà che Sarajevo, in sé, rappresentava.
Da inviato dell'Espresso, Federico aveva deciso di trasferirsi tra i palazzi sventrati lungo la Miljacka e viverci come ogni altro cittadino comune. Sotto assedio e sotto le bombe. Nello stesso periodo in cui un altro singolare testimone, Adriano Sofri, aveva deciso altrettanto. Sbocciò il sodalizio, e due persone molto diverse furono unite, probabilmente, da due elementi. La passio di Sarajevo e il rapporto autentico con le parole. Come Sofri, infatti, anche Federico aveva il rispetto delle parole, usate per il loro peso, senza troppo esagerare e senza – al contrario – troppo tralasciare.
Federico era un finto cinico. Un vecchio inviato speciale che sembrava essersi indurito dopo tanto vedere. Da Tien An Men a Sarajevo, appunto, passando per tutti i luoghi del mondo dove una guerra o un dolore avevano segnato il viso della gente. Ma non era così. Federico è sempre sembrato cinico (“coriaceo”, come ha scritto Sofri) perché in questo modo riusciva ad andare oltre le aggettivazioni. E a essere, semmai, più crudele. Quando era giusto esserlo.
Era un uomo perbene, un gentleman d’altri tempi che amava conversare in luoghi d’annata come l’allora Grand Hotel di Roma, dove col barman esperto discettava di cocktail Martini. Sempre educato, ma mai stucchevole, mai snob, mai sopra le righe.
Aveva amato come non mai Sarajevo. Dove, scrisse, aveva trascorso “i più bei giorni della sua vita”. Aveva amato la verità che si leggeva sui volti dei sarajevesi, la loro incapacità di ricamare sopra il proprio dolore, la sincerità dell’affetto che molti di loro avevano provato per quell’inviato veramente speciale in terra bosniaca.
Da Sarajevo era stato segnato. Per la vita. E anche nella vita che l’aveva riportato a Roma e, poi, in quel lungo e solitario percorso all’interno di una malattia senza sconti. Come la sua prosa. A Sarajevo aveva voluto portare, dopo la guerra, il suo amato Thomas, quel figlio adorato a cui aveva voluto mostrare il luogo più importante della sua vita matura. A Sarajevo ci sono ancora molti che di lui si ricordano. Anche ora che è andato a far compagnia ad altri giusti. E a tutte quelle vittime alle quali ha voluto dedicare il suo lavoro di testimone.
E la presentazione del suo libro:
BAJRAM - JUGOSLAVIA ED EX JUGOSLAVIA. 1991-1997
Federico Bugno, prefazione di Predrag Matvejevic, postfazione di Adriano Sofri. Edizioni Magma - FLM Napoli 1998 (it.) f.to 17x24 - pp. 258
ISBN 88-8127-018-8
La guerra nell'ex-Jugoslavia e il drammatico assedio di Sarajevo raccontati in diretta da uno dei maggiori inviati speciali. Federico Bugno, del settimanale "L'Espresso", ha seguito gli avvenimenti balcanici per l'intera loro durata - da Belgrado a Zagabria alla Bosnia a Bihac alla visita del Papa - e li propone in questo libro nella loro versione originale arricchita da una serie di note che li ripercorrono "a posteriori", col senno di oggi. Dove peraltro si dimostra che, a un attento osservatore, i rischi di un conflitto terribile e criminale erano evidenti fin dall'inizio della crisi. Nelle sue corrispondenze, Federico Bugno denuncia l'atteggiamento passivo e complice delle grandi potenze occidentali e delle Nazioni Unite che non hanno saputo fermare la guerra ma, soprattutto, va alla ricerca della Sarajevo più autentica, quella che il crudele assedio durato 1.300 giorni ha esaltato e che il mondo intero ha imparato a conoscere. Una Sarajevo che, non domata dalla guerra, ha cominciato a cambiare (in peggio) nel momento in cui il processo di pace, sancito dagli accordi di Dayton, si è messo in moto.
Prefazione di Predrag Matvejevic
Postfazione di Adriano Sofri
12 Febbraio 2008- Finalmente, tra le mille cose che ho fatto e faccio, ne ho fatta una di cui sono davvero fiera e contenta: ho scritto un libro. Non è il primo che scrivo. Non è nemmeno il primo che pubblico. Però è il mio primo romanzo e, soprattutto, è il libro che avrei voluto scrivere. Per verificare che non ci fossero errori o sviste l'ho riletto da capo a piedi e poi, nonostante sia ipercritica nei confronti di me stessa e di ogni cosa che faccio, mi sono sorpresa a pensare: è bello, è proprio bello. Quasi me ne vergogno ma è la verità e vorrei che tutti potessero leggerlo e dire la loro. La distribuzione partirà tra breve. Al momento è reperibile presso la casa editrice che lo ha messo in vendita in internet, e si può acquistare senza problemi tramite le carte varie previste o anche contrassegno. Se volete... se ne avete voglia, cliccate sull'immagine della copertina subito qui sotto. Se amate gli animali, i cani in particolare... se avete amato un libro che si intitola "Il Piccolo Principe" allora, credetemi, non ve lo dovete perdere. Poi fatemi sapere che ne pensate. Ve ne sarò davvero molto grata. Ciao e buona lettura, Valeria
