Sarajevo - Bosnia

Blog italo-bosniaco di informazione sulla Bosnia. Contro ogni forma di discriminazione: etnica, politica, religiosa, culturale. L'intolleranza non è tollerata. La menzogna neppure.
martedì, 26 febbraio 2008

Bianchini: “Rischio caos nei Balcani"

L'esperto dei paesi dell'Est spiega come la situazione attuale sia il risultato di una cattiva gestione da parte delle organizzazioni internazionali. Ma il problema nasce adesso

Il Kosovo ha dichiarato l’indipendenza, la Serbia non l’ha accettata, l’Ue e l’Onu si sono divise. Riconoscere uno stato etnico si rivelerà davvero una bomba nelle mani dell’Europa?

Si sta già dimostrando tale. Una società democratica come la Serbia ha perso una parte del suo territorio per la decisione di altri stati. Quali saranno le conseguenze? Già si vedono le prime divisioni. L’Italia ha seguito i più forti, ma la Spagna non ha riconosciuto il nuovo stato. A livello internazionale la Cina è contraria, mentre Taiwan si è dichiarata favorevole. E’ un grande pasticcio. Metà dell’Unione Europea ora dovrà trattare con il Kosovo, l’altra metà con la Serbia. Con il passaporto kosovaro dove si potrà andare? In Albania, forse. Ma non in Bosnia. Infine c’è il rischio di una nuova secessione interna. Se i serbi del Kosovo si dichiareranno appartenenti alla Serbia, chi potrà impedirlo? La Nato? Dovrebbe farlo con le armi.

Chi sarà danneggiato dalla nuova situazione?

Sicuramente non la Serbia. A Belgrado conviene disfarsi del Kosovo. Ha un’economia in pessime condizioni, che dipende per i 2/3 dalla Serbia. Ma in questo caso, più della convenienza, contano i meccanismi politico-culturali. Sono in Kosovo i monasteri che rappresentano una parte importante della storia della Serbia. Soltanto De Gaulle riuscì a convincere i francesi che era arrivato il momento di lasciare l’Algeria. Ma in Serbia non c’è nessuno che abbia tanto prestigio politico. D’altra parte la prospettiva di una Grande Albania che riunisca tutti gli albanesi dei Balcani, non è attuabile. Gli stessi albanesi non la vorrebbero. Mentre negli anni ’90 avevano ancora molto da imparare dal Kosovo, ora si sentono più avanzati.

Perchè l’indipendenza è arrivata proprio adesso?

Tutta questa fretta non è motivata. I turchi di Cipro aspettano da quaranta anni. Anche il Kosovo avrebbe potuto attendere ancora. Il problema è che c’è stata una forte carica emotiva, sin da quando l’Uck capì che l’unico modo per ottenere l’indipendenza era fare leva sui genocidi, sulla perdite umane. Non c’è stato nessun genocidio in Serbia. Ci sono stati crimini contro l’umanità, ma i numeri sono stati gonfiati. Non troverete nessun eroe nella storia dei Balcani.

Dunque, la Serbia cederà al ricatto? Il riconoscimento in cambio dell’ingresso nell’Unione Europea?

No, la Serbia non riconoscerà il Kosovo. C’è una parte della popolazione serba che vorrebbe entrare nell’Unione ma soltanto per i visti e i soldi. Per gli altri aspetti no. Non dimentichiamo che l’Europa ha bombardato Belgrado.

Che cosa succederà ora in Kosovo?

E’ difficile da dire. Il Kosovo è uno stato con grandi difficoltà interne. La Nato gli ha garantito la sicurezza, ma non ha fatto niente per combattere la corruzione e la criminalità. C’è il 40% di disoccupazione, la giustizia non riesce a far rispettare i contratti. In questo clima dilagano il commercio di droga, armi e corpi.
Ma il problema è quello che accadrà intorno al Kosovo. In breve la Bosnia sarà persa. I Serbi di Srpska chiederanno il referendum e presto si presenterà anche il problema delle minoranze croate. Il Montenegro e la Macedonia ancora non hanno riconosciuto il nuovo stato. Sarà il caos. Gli unici che riusciranno, come sempre, a trovare un accordo, sono i membri della mafia serba e kosovara. Loro hanno sempre collaborato benissimo, non hanno mai avuto problemi di divisione etnica.

E l’Italia?

L’Italia non conta niente sul piano internazionale e conterà sempre meno. Colpa della politica interna, troppo debole. E se non si decide in fretta sulla costruzione della Tav si rischia di perdere anche l’ultimo corridoio che passa per la Slovenia. Dovrebbe favorire il commercio e la circolazione delle merci in Europa. Ma in questo momento, i problemi per noi sono altri.

di Sonia Arpaia e Roberta Giaconi

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lunedì, 18 febbraio 2008

17 febbraio: le reazioni in Bosnia Erzegovina

Cautela dei principali politici bosniaci sulla dichiarazione di indipendenza di Pristina, le posizioni restano per ora all'interno del quadro definito da Dayton. Manifestazioni a Banja Luka

La Bosnia Erzegovina ha seguito con preoccupazione ma in un'atmosfera di sostanziale calma la proclamazione di indipendenza del Kosovo e gli eventi che ne sono seguiti a Pristina, Mitrovica e Belgrado. Nelle loro prime dichiarazioni, i politici serbo bosniaci si sono mostrati più orientati ad utilizzare la questione kosovara per rafforzare la posizione della Republika Srpska all'interno del Paese che per spingersi al di fuori della cornice di Dayton. La Bosnia Erzegovina sembra dunque avviata a restare saldamente all'interno del quadro di stabile instabilità definito dagli accordi di pace firmati 13 anni or sono. Almeno per ora. Il botto innescato ieri a Pristina, infatti, non è ancora stato del tutto metabolizzato. Molto dipenderà dall'evoluzione degli avvenimenti nei prossimi giorni, e in particolare dalla posizione che assumeranno le cancellerie europee e internazionali. Se il risultato del 17 febbraio di Pristina dovesse essere comunicato come l'acquiescenza delle principali democrazie alla politica della costituzione di Stati su base nazionale, significherebbe che davvero il processo di disgregazione della Jugoslavia, come ritengono alcuni osservatori, non è ancora terminato. La delicata architettura istituzionale bosniaca sarebbe in questo caso la prima candidata nella regione a subire possibili contraccolpi.

I tre principali leader della Republika Srpska, Milorad Dodik (premier), Rajko Kuzmanovic (presidente) e Igor Radojicic (presidente del Parlamento), hanno emesso una dichiarazione congiunta nella serata di ieri, affermando che i cittadini della RS hanno il diritto di protestare in forma pacifica e dignitosa contro questo atto unilaterale ma che ogni incidente, provocazione o azione violenta sarebbe contrario agli interessi della RS, danneggiandone la stabilità politica.

Il premier Dodik ha inoltre dichiarato all'agenzia Srna che la proclamazione di Pristina rappresenta “un evidente calpestare tutte le convenzioni internazionali”, aggiungendo in modo sibillino che la RS e i suoi cittadini devono in questo momento rimanere calmi e “trarre insegnamento da questa dichiarazione unilaterale di indipendenza”.

Alla domanda su cosa potrebbe accadere se l'opinione pubblica in RS reclamasse un referendum per l'indipendenza dell'entità, Dodik ha dichiarato che ogni processo deve avere una propria legittimità e che deve prima essere chiaro se il suo risultato possa essere riconosciuto in maniera legale oppure no.

Una sessione speciale dell'assemblea parlamentare della RS si terrà nella giornata di oggi, lunedì, a Banja Luka, per adottare una posizione ufficiale sul Kosovo e discutere la situazione creatasi dopo la dichiarazione di Pristina.

Diverse associazioni e organizzazioni non governative, intanto, hanno invitato i cittadini a scendere in piazza e protestare. Le manifestazioni però, per il momento, non hanno però avuto molto seguito.

Gli organizzatori di queste prime manifestazioni, tuttavia, hanno rilasciato alcune dichiarazioni sulla questione del possibile referendum. Dane Cankovic, presidente della ong “La scelta è nostra”, ha dichiarato che questo era solo l'inizio e che in marzo verrà organizzata una grande manifestazione per chiedere al premier Dodik di mantenere le sue promesse elettorali sul referendum per l'indipendenza della Republika Srpska.

Il leader del cartello di ong “Spona”, Branislav Dukic, ha invece dichiarato che la propria organizzazione chiederà all'assemblea parlamentare di Banja Luka di dichiarare l'indipendenza della RS nel caso che l'Europa e gli Stati Uniti riconoscano l'indipendenza del Kosovo, senza il bisogno che venga organizzato un referendum sulla questione.

Dukic ha anche sostenuto che, nel caso in cui i Paesi della ex Jugoslavia riconoscano l'indipendenza kosovara, tutti i poteri che in questi anni sono stati trasferiti dal livello delle entità a quello statale dovrebbero essere restituiti.

Sotto il profilo istituzionale, la questione più delicata che la Bosnia Erzegovina dovrà affrontare è quella dell'eventuale riconoscimento del Kosovo. Dodik ha però già lasciato chiaramente intendere che la RS, attraverso i propri rappresentanti nelle istituzioni comuni, non autorizzerà mai il riconoscimento della dichiarazione di Pristina.

In realtà anche i rappresentanti bosgnacco (bosniaco musulmano) e croato dell'ufficio di presidenza bosniaco hanno dimostrato grande cautela.

Haris Silajdzic (nella foto in alto a sinistra) ha infatti dichiarato che l'indipendenza del Kosovo non riguarda la Bosnia, e che le istituzioni bosniache non permetteranno che la questione abbia conseguenze negli affari interni del Paese.

Il rappresentante croato invece, Zeljko Komsic, ha ribadito che la Bosnia Erzegovina non ha nessuna fretta di riconoscere l'indipendenza del Kosovo, affermando che su questo esiste un consensus all'interno dell'ufficio di presidenza.

Il clima politico sembra riassunto dalle dichiarazioni dell'attuale Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Erzegovina, Miroslav Lajcak: “La RS non ha il diritto di secedere dalla BiH, allo stesso tempo nessuno può abolire unilateralmente la RS”. Come 13 anni fa insomma.

Le maggiori proteste, per ora, sono state rivolte contro la decisione del servizio pubblico radiotelevisivo bosniaco (BHRT) di mandare in onda in diretta la cerimonia di proclamazione dell'indipendenza del Kosovo.

Mladen Ivanic, ex ministro degli Esteri della BiH e leader del Partito del Progresso Democratico, ha definito la decisione del canale televisivo come “un attacco diretto contro i serbo bosniaci”.

Il presidente del Partito Democratico Serbo Mladen Bosic ha invece dichiarato che i cittadini della RS devono decidere se continuare a finanziare il servizio pubblico della Bosnia Erzegovina, un canale che manda in onda cose “che loro non vogliono vedere” come la proclamazione d'indipendenza del Kosovo.

Secondo Rajko Vasic, del Partito Socialdemocratico Indipendente (lo stesso del premier Dodik), la decisione della BHRT dimostra che la televisione pubblica opera contro i serbi e i croati unicamente nell'interesse dei bosgnacchi. Secondo Vasic il servizio pubblico dovrebbe ritornare di competenza delle entità, come definito dagli accordi di Dayton.

Dayton e le entità, appunto. Le polemiche si limitano a questa dimensione, nulla di nuovo per lo scenario politico bosniaco. Almeno per il momento.

18.02.2008    scrive Andrea Rossini    (Osservatorio sui Balcani)
nota: Ci capita spesso di pubblicare articoli e opinioni tratti dal sito Osservatorio sui Balcani. Anche se  dovesse accadere che per un periodo questo fatto non si verifichi, ci tengo a segnalare ai lettori di seguire sempre il sito in questione, data l'alta qualità dello stesso.
LibertAria - V. Taradash
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giovedì, 18 gennaio 2007

Srebrenica : documentario coraggioso premiato a Roma

E' il documentario "Dopo Srebrenica" il vincitore del secondo premio del Tekfestival 2006. Esso sara' premiato domani 18 gennaio alle 20.30 presso il Piccolo Apollo, Via Conte Verde, 51, a Roma.

Il film richiama il luglio di dieci anni fa, quando l'esercito serbo-bosniaco del generale Ratko Mladic occupo' l'enclave di Srebrenica, cittadina della Bosnia orientale dichiarata dalle Nazioni Unite "area protetta". Nei giorni successivi, oltre 8000 prigionieri bosniaco-musulmani furono uccisi e gettati in fosse comuni. Le donne furono deportate verso Tuzla. Le forze internazionali presenti non intervennero a fermare la strage e le deportazioni.

Il film di Andrea Rossini - girato in Bosnia nel 2005 - sara' proiettato e premiato alla presenza di Arianna Isidori e Cristina Petrucci e della giuria che ha assegnato i premi, composta da: Giovanna Boursier, Agostino Ferrente, Elisabetta Lodoli e Roberto Nanni. Al termine della proiezione si terra' un incontro con il giornalista Giuseppe Zaccaria.

La motivazione della Giuria per l'assegnazione del riconoscimento recita: "Per la scelta coraggiosa e difficile di un tema che si cerca di rimuovere ma che invece ci riguarda da vicino. Perche' racconta la guerra etnica che ha riproposto memorie antiche, ma anche anticipato l'attualita' tragica del conflitto totalizzante nell'idea dell'annientamento del nemico".

di osservatoriosullalegalita.org

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martedì, 21 febbraio 2006

Festival di Berlino 2006: alla Bosnia l'Orso d'Oro

Debutto con Orso d’Oro per la giovane bosniaca Jasmila Zbanic (foto), che con “Grbavica” ha vinto la 56° edizione del Festival del cinema di Berlino. La giuria, presieduta da Charlotte Rampling, ha attribuito a sorpresa il primo premio al film che prende il titolo da uno dei quartieri di Sarajevo dove la guerra degli anni ’90 con il lungo assedio fu più cruenta. Il film è stato possibile grazie ad una coproduzione fra Bosnia (Deblokada), Austria, Croazia e Germania.

La regista trentunenne, già conosciuta e apprezzata per una serie di bei cortometraggi e documentari, racconta con tocco personale il dramma all’interno di una famiglia solo al femminile: madre Esma e figlia dodicenne Sara, frutto di uno stupro etnico durante la detenzione in un campo di concentramento.

La prima lavora fino a tarda notte in un pub, frequenta un’associazione di donne che hanno subito stupri e non sa come rivelare la verità alla figlia. L’adolescente si ribella come tante coetanee e vuole scoprire il mondo, inclusa l’identità del padre, che crede essere uno shaheed, un combattente che ha difeso la città dall’assedio serbo e scomparso in guerra.

Un film toccante, molto umano, che non rinuncia allo humor balcanico senza ridurre tutto a stereotipo. Solo le figure maschili, del resto molto secondarie, sono un po’ clichè: violente e inclini al denaro facile e agli affari illegali. Solo Samir, il ragazzino amico di Sara, ha qualcosa di diverso dagli altri. È orfano di padre, ucciso dai cetnici nei dintorni di Zuc, e vive un po’ sospeso dal mondo.

Alle riprese del film (un po’ come aveva fatto Marco Bechis con i desaparecidos argentini in “Garage Olimpo”) hanno partecipato anche alcune donne violentate durante il conflitto e che, nel silenzio e nella dimenticanza generale, cercano di superare il trauma.

Come segno di riconciliazione e speranza la madre è interpretata da una delle più grandi attrici serbe, Mirjana Karanovic (foto), protagonista di molti film di Kusturica e Paskaljevic, che, dopo la disgregazione dell’ex Jugoslavia, ha lavorato in quasi tutte le nuove Repubbliche sia al cinema sia in teatro. La figlia è interpretata dalla giovane Luna Mijovic che allo scoppio della guerra nel ’92 aveva poche settimane. Nel cast anche Dejan Acimovic e Leon Lucev. Il finale è in crescendo, molto intenso e forte. Jasmila Zbanic sa cogliere la verità delle sue attrici e sa trasmettere emozioni che vanno dirette al cuore dello spettatore.

Per la Bosnia la conferma di un periodo di grande creatività a dispetto delle difficili condizioni economiche: l’onda innescata dall’Oscar a “No Man’s Land” di Danis Tanovic pare non fermarsi. Zbanic è la prima regista a completare un lungometraggio, ma anche Aida Begic (già vincitrice a Cannes fra i cortometraggi) è pronta a seguirne le orme.

“Grbavica” era l’unico film balcanico nella selezione ufficiale e anche al sempre più importante mercato del cinema, l’European Film Market, il sud est europeo era poco rappresentato: vi erano solo Slovenia e Ungheria, riunite con Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca nello stand “Europa Centrale”. Nel “Panorama” è invece passato il rumeno “Legaturi bolnavicioase – L’amore malato” di Tudor Giurgiu, già aiuto regia di Radu Mihaileanu e Lucian Pintilie all’esordio nel lungometraggio.

(da Osservatorio sui  Balcani)

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sabato, 07 gennaio 2006

SARAJEVO: SILAJDZIC AND KARCIC RECEIVE GAZI HUSREV-BEG'S MEDRESA AWARDS

SARAJEVO, January 6 (FENA) – PhD Haris Silajdzic and PhD Fikret Karcic are the winners of this year’s award presented by the Gazi Husrev-beg’s Medresa to its former students.

The Teaching Council of this, the oldest education institution in BiH, presents this award every year to its former students who have contributed the most to the promotion of its name and role.

Gazi Husrev-beg’s Medresa Director Zijad Ljevakovic said in Sarajevo on Friday at a ceremony marking the 469 anniversary of this institution that it works based on a curriculum which is capable of adapting to the needs required by the road towards Europe and other integrations.

Silajdzic, who received the award for his key role in the defence of BiH, said that Gazi Husrev-beg’s Medresa through history was one of the pillars of the survival of Bosniaks and BiH.

“Without people there is nothing, but without institutions nothing lasts”, Silajdzic said and added that Gazi Husrev-beg’s Medresa produced people who contributed immensely to the defence of BiH, but also to science, economy and other fields.

Karcic received the award for the large number of research papers in the field of Islamic law.

Certificates of gratitude for cooperation with the Gazi Husrev-beg’s Medresa were also presented at the ceremony.

A large number of religious, cultural and political representatives attended the ceremony, including Reisu-l-ulema Mustafa ef. Ceric and BiH Civil Affairs Minister Safet Halilovic.

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domenica, 27 novembre 2005

Guarisci presto Adriano

«Stress da detenzione e superlavoro, sembrava provato»

PISA — «Qua dentro vedo cose tremende. Ragazzi che si tagliano, che si spezzano le ossa, che ingoiano lamette e accendini. L’autolesionismo in carcere è un fenomeno tragico e tragicamente usuale. Non si ha idea di quanti detenuti finiscano in ospedale perché fanno del male al proprio corpo». Lo raccontava a chiunque lo andasse a trovare. Adriano Sofri non riusciva ad accettare questo accanirsi contro se stessi dei suoi compagni di cella più disperati e più sventurati. E ora a pensare al suo corpo disteso immobile in un letto del reparto di rianimazione, a pensarlo con tutti i tubi e le flebo che lo tengono attaccato al mondo, a pensarlo lacerato dopo un intervento chirurgico di più di tre ore, tornano in mente le sue riflessioni sul disastro che il carcere provoca sui corpi senza speranza dei detenuti. «Siamo corpi rinchiusi», diceva.
E come è possibile dimenticare l’immagine di Ovidio Bompressi che lascia la sua cella sopra una sedia a rotelle perché il suo corpo non reagisce più agli stimoli della vita. Ridotto quasi a larva dalla detenzione. «Nessuno, tranne quelli che lo hanno provato, può capire cosa significa sentire chiudersi la porta alle spalle. Definitivamente».
Lo diceva l’ex leader di Lotta Continua commentando lo stato di totale assenza nel quale era caduto Bompressi dopo molti mesi passati in carcere, oltretutto con la convinzione di essere innocente e di essere stato schiacciato da un’inchiesta claudicante e da un iter processuale quanto meno tortuoso.
E se la prossima tappa di questo iter sarà la sospensione della pena (dovrebbe scattare da lunedì, secondo quanto è trapelato dopo la visita del magistrato di sorveglianza), rimane il mistero sull’origine della perforazione dell’esofago che ha portato in sala operatoria.
«Stress, logorio, fatica emotiva: Adriano sopporta con incredibile sobrietà e discrezione la sua vicenda terribile», dice Michele Ciliberto, prorettore alle biblioteche dell’Università di Pisa. «Permesso lavorativo », guai a chiamarlo «semilibertà». «Non c’è nessuna porzione di libertà — diceva Sofri —, esco a lavorare e basta». «E lavora in modo splendido —continua Ciliberto —, la decisione difficile che abbiamo preso qualche mese fa è risultata perfetta: Sofri è una persona dalle qualità intellettuali e umane straordinarie». Un affetto che gli testimonia anche Salvatore Settis, il direttore della Normale, che si dichiara «dispiaciutissimo e profondamente scosso da ciò che è capitato a Sofri» ma non vuole parlarne, «è davvero un dolore personale ».
È stato proprio Settis nella notte tra venerdì e sabato a intervenire perché l’ex leader di Lotta Continua fosse operato dai migliori chirurghi. Negli ultimi tempi, raccontano gli amici, sembrava un po’ più stanco e provato del solito. I suoi acciacchi non lo lasciavano in pace. Una bronchite che andava e veniva. Disturbi gastrici. E poi lavorava molto. Stava preparando una relazione sulla politica esterna per il prossimo seminario dei Ds. È stato, proprio pochi giorni fa, uno dei promotori della «rinascita» di una vecchia sigla: «La sinistra per Israele». E poi aveva registrato un video che sarà proiettato al San Carlo di Napoli: una riflessione sulla libertà legata al Fidelio di Beethoven. In cui afferma: «Forse la più grande lezione del Novecento, a parte gli stermini, è che le galere affratellano i carcerati».
Roberto Delera
27 novembre 2005  -  Corriere della Sera
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Adriano Sofri era in Bosnia quando pochi si interessavano a quello che accadeva al di là dell'Adriatico. C'era per raccogliere testimonianze, verità nascoste che, solo ad aver voglia di conoscerle, erano in realtà verità plateali, e riportarle in Italia sotto forma di filmati e richieste di intervento. Tutto quanto era in suo potere per fermare la pulizia etnica, Sofri lo ha fatto, rischiando la sua stessa vita.
In Bosnia nessuno dimenticherà mai quest'uomo e il suo operato. Forse è adesso il momento per restituire qualcosa a chi ha dato molto. Forse è tempo di concedere questa dannata grazia.
E tu Adriano tieni duro.
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giovedì, 20 ottobre 2005

Piazza Alija Izetbegović

Ieri, 19 ottobre, si è celebrato il secondo anniversario della morte del primo Presidente della Repubblica di Bosnia, Alija Izetbegović.

Nell'occasione, la piazza della Liberazione è stata ribattezzata Piazza della Liberazione - Alija  Izetbegović.

L'Aeroporto di Butmir, che pure avrebbe dovuto essere dedicato al Presidente scomparso, a causa del rifiuto operato dall'Alto Commissario Paddy Ashdown, manterrà invece il vecchio nome.


La tomba di Alija al Cimitero del Leone

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sabato, 24 settembre 2005

BOSNIA: INCONTRI INTERNAZIONALI POESIA IN ONORE DI SARAJLIC

(ANSA) - SARAJEVO, 23 SET -
Questa sera si apre nella capitale bosniaca la quarta edizione degli Incontri internazionali di poesia dedicati al poeta sarajevese Izet Sarajlić, scomparso nel 2002, che hanno lo scopo di realizzare quello che negli ultimi anni era stato il sogno del grande poeta bosniaco: riportare la grande poesia internazionale nella sua città.

All'evento, promosso dall'Ambasciata d'Italia e organizzato da Multimedia Edizioni-Casa della poesia di Baronissi/Salerno, di cui Sarajlic era presidente onorario, in collaborazione con diverse istituzioni italiane, bosniache e di altri paesi europei, partecipano numerosi poeti da varie parti del mondo, tra cui Alon Altaras (Israele), Beat Brechbuehl (Svizzera), Tommaso Di Francesco, Giancarlo Majorino e Biancamaria Frabotta (Italia); Ferida Durakovi, Josip Osti, Abdulah Sidran e Stevan Tonti (Bosnia Erzegovina), Yvon Le Men (Francia), Maram al Masri (Siria), Juan Carlos Mestre (Spagna), Boris Novak (Slovenia), Ambar Past (USA/Messico), Paul Polansky (USA), René Puthaar (Olanda).

Con alcuni poeti interagiranno musicisti, e oltre a tre serate di reading internazionale, il programma prevede anche dibattiti, seminari e una serie di proiezioni.

Izet Sarajlić, considerato uno dei principali poeti dell'est europeo, è autore di una trentina di raccolte di poesie, di una autobiografia e di libri di prosa, tra cui ''Il libro degli addii'' e ''Qualcuno ha suonato'', premio Moravia 2001.

Grande conoscitore e traduttore della poesia russa, Sarajlić è stato tradotto a sua volta in numerose lingue. Il comune di Salerno gli aveva assegnato la cittadinanza onoraria per i suoi legami con la città, l'amicizia con Alfonso Gatto, prima, e l'adesione, poi, ai progetti della Casa della poesia.

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mercoledì, 06 luglio 2005

SARAJEVO: SILAJDŽIĆ PRESENTED WITH AN HONORARY DOCTORATE

SARAJEVO, July 5 (FENA) – The first BiH foreign minister and founder of the Party for BiH, Haris Silajdžić, on Tuesday arrived to Sarajevo from Geneva, where the University of Geneva on July 2 presented him with an honorary doctorate in international relations and diplomacy.

Promoting Bosnia, Europe, and the international community and people of all nations, the battle against fascism, and exceptional enriching of theory and practice in international diplomacy as well as the contribution to better understanding among the peoples are only some of Silajdžić’s merits stated in the edict of this prestigious European university.

Silajdžić told the press that such a title is certainly very flattering, but noted that he realized the merits by doing his job.

“The edict mentions the merit for the battle against fascism, which particularly suits me and this is my contribution, because we fought a terrible form of fascism, and I can state that the entire ceremony there developed in the symbol of Srebrenica”, said Silajdžić.

In talks with deans of the University in Geneva, Silajdžić underlined the enormous significance of education for a developing country such as BiH.

(Fena) jc

Silajdžić è stato davvero una figura importante negli anni della guerra. Credo che abbia saputo essere un buon diplomatico senza mai dimenticare però di dare pane al pane e vino al vino. Chiarezza e coraggio non sono mai mancati nelle sue azioni. Penso che il riconoscimento che gli è stato attribuito a Ginevra sia decisamente meritato.

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domenica, 03 luglio 2005

Ricordo di Federico Bugno

Un post per ricordare Federico Bugno. Credevo di trovare materiale online, invece c'è molto poco. In fondo è normale: Federico era un giornalista vecchia maniera, uno di quelli che hanno visto e fatto i tempi eroici del mestiere.
La cosa singolare è che, nei miei ricordi, associo Federico a una bicicletta. Era il compleanno di Hasan, uno dei tanti piccoli Hasan di Sarajevo di quei giorni. Forse un po' speciale visto che lo avevo "adottato a distanza".
I primi bollettini erano partiti normalmente, mentre per me Hasan era un volto di bambino in una foto piccola spillata su un modulo di adozione. Poi non avevo resistito e, nonostante le difficoltà, ero andata a trovarlo nella sua casa sulla collina di Velesici. E gli Hasan si erano così moltiplicati con aggiunta di mamme, zie, amiche, amici... pochi uomini, gli uomini erano in guerra... Sarajevo insomma.
Hasan desiderava tanto una bicicletta e Federico si era offerto di fargliela arrivare. La cosa singolare è che ora che cerco il suo nome in internet trovo biciclette dappertutto perché a Bugno Federico si intervalla Bugno Gianni. Così i ricordi si fanno più vivi.
L'ultima volta che l'ho visto non è stata a Sarajevo ma a Roma, a casa sua. Aveva forti dolori anche se non era ancora la fase finale della malattia. Aveva intenzione di tornare a Sarajevo. Credo amasse troppo quella città per riuscire a farne a meno.
"Credo di essere assolutamente sincero quando affermo che, in questa Sarajevo martoriata, ho trascorso i più bei giorni della mia vita". Questo aveva scritto il grande vecchio giornalista che di giorni pieni e speciali ne aveva vissuti tanti.
Era buffo quando ricordava le prime volte a Sarajevo, quando lo chiamavano Federica (vocativo di Federico) e la cosa lo divertiva. "Ora - mi disse quando andai a trovarlo - se mi chiamano Federico nemmeno mi volto. Non dicono a me. Io sono Federica". E sorrideva con nostalgia.
E' stato un grande giornalista e un grande uomo. Penso a lui come a una delle figure più belle che ho incontrato. Mi ha insegnato cose importanti, cose che non dimenticherò mai. Lo ricorderò sempre con grande stima e gratitudine.

Nel web ho trovato questo:

Quando c'era l'assedio a Sarajevo ci fu anche molta amicizia. Molti stranieri furono generosi coi sarajevesi, e viceversa. Successe perfino che dei giornalisti diventarono generosi fra loro, e invece di nascondersi o rubarsi le storie, se le raccontavano e se le regalavano. Ogni nuovo arrivato, lo portavamo a casa di Kanita. Kanita è amica di tanti di noi. La sua storia l'ha raccontata Federico Bugno. Anche per conto nostro, per così dire. È uscita in libro, ora, pubblicata dalle edizioni Magma di Napoli per la Fondazione Laboratorio Mediterraneo: "Kanita", con la prefazione di Izet Sarajlic. È una storia romanzesca di amore, separazioni imposte, ritrovamenti, galera, felicità e morte. Cominciò la guerra, Faruk fu ammazzato, e Kanita restò col suo Faris di tre anni. Fu allora che la incontrammo, e mescolammo le nostre famiglie. Bugno ha raccontato la storia fin li. Dopo, Kanita ha tirato avanti nell'assedio, ha imparato l'italiano per fare l'interprete agli italiani, ha cantato nel coro della città assediata, ha difeso la casa che volevano portarle via, ha parlato tutte le lingue, finché l'assedio è finito e ha potuto rivedere il mare della sua Dalmazia, venire in Italia, e Faris, che di anni ne ha dieci, e quando ne aveva cinque costruiva macchinari fantastici sotto le granate, è già abile come un ingegnere meccanico. Il padre di Kanita era stato il direttore dell'Istituto Geografico Militare, e sapeva insegnare a Faris tante cose da imparare con la testa e da fare con le mani. Faris adorava il nonno che aveva tanta pazienza con lui, e meno con gli altri e con sé, perché non si perdonava di aver disegnato le carte che ora i suoi compatrioti usavano per bombardare e fucilare dalle colline. Ci sono punti in cui una storia sta finendo e un'altra sta cominciando. Chissà a quante storie abbiamo diritto nella vita, Kanita, Faris, e il famoso inviato dell'Espresso Federico Bugno.

Adriano Sofri - Piccola Posta luglio 1999

e questo:

CIAO, FEDERICO
Necrologio per un inviato speciale
Paola Caridi

Lunedi' 10 Febbraio 2003
Federico Bugno se n’è andato il 9 febbraio a Roma, alla vigilia di un Bajram, una festa musulmana che cade in due occasioni: subito dopo il Ramadan e, dopo alcune settimane, per celebrare il sacrificio del figlio di Abramo. Bajram, ironia della sorte, è anche il titolo che Federico aveva voluto dare al suo libro su Sarajevo. Un volume nel quale aveva gettato tutta la sua vita trascorsa nella città-martire sotto l’assedio. Quando il mondo si era girato dall’altra parte e non aveva voluto affrontare la sfida di civiltà che Sarajevo, in sé, rappresentava.
Da inviato dell'Espresso, Federico aveva deciso di trasferirsi tra i palazzi sventrati lungo la Miljacka e viverci come ogni altro cittadino comune. Sotto assedio e sotto le bombe. Nello stesso periodo in cui un altro singolare testimone, Adriano Sofri, aveva deciso altrettanto. Sbocciò il sodalizio, e due persone molto diverse furono unite, probabilmente, da due elementi. La passio di Sarajevo e il rapporto autentico con le parole. Come Sofri, infatti, anche Federico aveva il rispetto delle parole, usate per il loro peso, senza troppo esagerare e senza – al contrario – troppo tralasciare.
Federico era un finto cinico. Un vecchio inviato speciale che sembrava essersi indurito dopo tanto vedere. Da Tien An Men a Sarajevo, appunto, passando per tutti i luoghi del mondo dove una guerra o un dolore avevano segnato il viso della gente. Ma non era così. Federico è sempre sembrato cinico (“coriaceo”, come ha scritto Sofri) perché in questo modo riusciva ad andare oltre le aggettivazioni. E a essere, semmai, più crudele. Quando era giusto esserlo.
Era un uomo perbene, un gentleman d’altri tempi che amava conversare in luoghi d’annata come l’allora Grand Hotel di Roma, dove col barman esperto discettava di cocktail Martini. Sempre educato, ma mai stucchevole, mai snob, mai sopra le righe.
Aveva amato come non mai Sarajevo. Dove, scrisse, aveva trascorso “i più bei giorni della sua vita”. Aveva amato la verità che si leggeva sui volti dei sarajevesi, la loro incapacità di ricamare sopra il proprio dolore, la sincerità dell’affetto che molti di loro avevano provato per quell’inviato veramente speciale in terra bosniaca.
Da Sarajevo era stato segnato. Per la vita. E anche nella vita che l’aveva riportato a Roma e, poi, in quel lungo e solitario percorso all’interno di una malattia senza sconti. Come la sua prosa. A Sarajevo aveva voluto portare, dopo la guerra, il suo amato Thomas, quel figlio adorato a cui aveva voluto mostrare il luogo più importante della sua vita matura. A Sarajevo ci sono ancora molti che di lui si ricordano. Anche ora che è andato a far compagnia ad altri giusti. E a tutte quelle vittime alle quali ha voluto dedicare il suo lavoro di testimone.

E la presentazione del suo libro:

BAJRAM - JUGOSLAVIA ED EX JUGOSLAVIA. 1991-1997
Federico Bugno, prefazione di Predrag Matvejevic, postfazione di Adriano Sofri. Edizioni Magma - FLM Napoli 1998 (it.) f.to 17x24 - pp. 258
ISBN 88-8127-018-8

La guerra nell'ex-Jugoslavia e il drammatico assedio di Sarajevo raccontati in diretta da uno dei maggiori inviati speciali. Federico Bugno, del settimanale "L'Espresso", ha seguito gli avvenimenti balcanici per l'intera loro durata - da Belgrado a Zagabria alla Bosnia a Bihac alla visita del Papa - e li propone in questo libro nella loro versione originale arricchita da una serie di note che li ripercorrono "a posteriori", col senno di oggi. Dove peraltro si dimostra che, a un attento osservatore, i rischi di un conflitto terribile e criminale erano evidenti fin dall'inizio della crisi. Nelle sue corrispondenze, Federico Bugno denuncia l'atteggiamento passivo e complice delle grandi potenze occidentali e delle Nazioni Unite che non hanno saputo fermare la guerra ma, soprattutto, va alla ricerca della Sarajevo più autentica, quella che il crudele assedio durato 1.300 giorni ha esaltato e che il mondo intero ha imparato a conoscere. Una Sarajevo che, non domata dalla guerra, ha cominciato a cambiare (in peggio) nel momento in cui il processo di pace, sancito dagli accordi di Dayton, si è messo in moto.
 
Prefazione di Predrag Matvejevic
Postfazione di Adriano Sofri

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categoria: libri, memoria, riconoscimenti


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Nome: Valeria Taradash
Giornalista, scrittrice... innamorata della Bosnia da molti anni. Da quando una guerra insensata, giocata troppo vicino a casa mia perché riuscissi a restarne fuori, mi ha portato in questo Paese. La spinta somigliava molto alla curiosità o, più gradevole espressione, al desiderio-bisogno di capire. Crimini troppo grandi e incomprensibili venivano commessi, spesso in nome di un Dio che, come al solito, non c'entrava niente. Non ho saputo restare davanti al televisore a scuotere la testa. Il bisogno di partire si è fatto viaggio, il viaggio si è fatto conoscenza, la conoscenza si è fatta amore, partecipazione e necessità di testimoniare. In passato ho collaborato con TV e radio private. Per la carta stampata ho scritto e tradotto per "Shabab", un bollettino che si occupava di MedioOriente, più precisamente della Palestina. Inoltre ho pubblicato tre libri, due saggi ("La fame nel mondo" e "La nonviolenza") e un romanzo ("Concerto per chihuahua ...e frammenti di stelle ...e altre code"). Oltre all'amore per la scrittura, un'altra passione mi ha accompagnato per tutta la vita, divenendo a periodi una professione: i cani. Allevo cani per hobby e per amore. Anni fa sono stata titolare di una scuola di addestramento all'obbedienza e all'agility. Con i miei amici a quattro zampe mi diverto e lascio che mi dipingano sulla faccia sorrisi di tenerezza uniti a sentimenti di protezione e di condivisione affettiva. Insomma a loro concedo il mio lato "morbido", che altrimenti so nascondere benissimo. Chi mi conosce lo sa...


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12 Febbraio 2008- Finalmente, tra le mille cose che ho fatto e faccio, ne ho fatta una di cui sono davvero fiera e contenta: ho scritto un libro. Non è il primo che scrivo. Non è nemmeno il primo che pubblico. Però è il mio primo romanzo e, soprattutto, è il libro che avrei voluto scrivere. Per verificare che non ci fossero errori o sviste l'ho riletto da capo a piedi e poi, nonostante sia ipercritica nei confronti di me stessa e di ogni cosa che faccio, mi sono sorpresa a pensare: è bello, è proprio bello. Quasi me ne vergogno ma è la verità e vorrei che tutti potessero leggerlo e dire la loro. La distribuzione partirà tra breve. Al momento è reperibile presso la casa editrice che lo ha messo in vendita in internet, e si può acquistare senza problemi tramite le carte varie previste o anche contrassegno. Se volete... se ne avete voglia, cliccate sull'immagine della copertina subito qui sotto. Se amate gli animali, i cani in particolare... se avete amato un libro che si intitola "Il Piccolo Principe" allora, credetemi, non ve lo dovete perdere. Poi fatemi sapere che ne pensate. Ve ne sarò davvero molto grata. Ciao e buona lettura, Valeria

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