Sarajevo - Bosnia

Blog italo-bosniaco di informazione sulla Bosnia. Contro ogni forma di discriminazione: etnica, politica, religiosa, culturale. L'intolleranza non è tollerata. La menzogna neppure.
martedì, 17 giugno 2008

Ue. Firmato accordo Asa tra Unione Europea e Bosnia-Erzegovina

È stato firmato l'accordo di Associazione e Stabilizzazione (Asa) tra Unione Europea e Bosnia-Erzegovina. Si tratta del primo passo verso l'integrazione del Paese nella Ue.
A Lussemburgo durante una cerimonia ufficiale, il premier bosniaco Nikola Spiric e i rappresentanti della presidenza di turno slovena dell'Ue hanno firmato l'intesa alla presenza del leader dei musulmani di Bosnia, Haris Silajdzic.
L'Unione europea aveva dato lo scorso aprile, il suo consenso alla firma di tale accordo dopo che il parlamento bosniaco aveva approvato le leggi sulla riforma della polizia. L'Alto rappresentante della comunità internazionale per la Bosnia- Erzegovina, lo slovacco Miroslav Lajcak, aveva avvertito i politici locali che solo una riforma della polizia avrebbe potuto spianare la strada alla firma dell'Accordo di Associazione e Stabilizzazione.

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martedì, 22 aprile 2008

Nudi alla meta

 21.04.2008    scrive Massimo Moratti
Dopo l'approvazione della riforma della polizia, la Bosnia Erzegovina si avvia a firmare l'Accordo di Associazione con Bruxelles. I contenuti della riforma sono stati però sacrificati di fronte al rischio di instabilità regionale dopo l'indipendenza del Kosovo.
Nostro commento
Luce verde per la firma dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione (ASA) per la Bosnia ed Erzegovina. L’accordo sarà firmato molto probabilmente il 28 aprile prossimo, o in alternativa il 26 maggio, ma di fatto oramai la strada è stata spianata. Lo ha confermato Olli Rehn il 16 aprile scorso, immediatamente dopo che entrambe le camere del Parlamento della Bosnia ed Erzegovina avevano approvato le leggi necessarie per la riforma della polizia. Tali provvedimenti consistono nella legge sul “Direttorato per il coordinamento dei corpi di polizia” e nella legge sulle “Agenzie per il supporto delle strutture di polizia in Bosnia ed Erzegovina”, che prevede la creazione di una serie di istituti volti a coadiuvare il lavoro delle agenzie di polizia nel Paese.

In sospeso fino all’ultimo

L’adozione di queste leggi dà attuazione alla “dichiarazione di Mostar”, il documento multipartito che era stato firmato dai rappresentanti delle maggiori forze politiche bosniache lo scorso novembre, e che aveva consentito la parafatura dell’ASA. L’adozione della “dichiarazione di Mostar” era giunta al termine di una crisi istituzionale che per lungo tempo era sembrata senza via d’uscita.

La “dichiarazione di Mostar” aveva stabilito che ulteriori riforme della polizia sarebbero state adottate solamente dopo l’entrata in vigore della nuova Costituzione. Il percorso di adozione di queste due importanti leggi non è stato dunque facile e, ad un certo punto, l’accordo raggiunto con la “dichiarazione di Mostar” era sembrato in pericolo. A metà febbraio l'SDA (Partito di Azione Democratica) e l'SBIH (Partito per la Bosnia Erzegovina) avevano praticamente ritirato il proprio sostegno alla dichiarazione annunciando che avrebbero votato contro la bozza delle leggi approvate in Parlamento. Secondo questi partiti infatti i principi contenuti nella dichiarazione di Mostar non presentavano garanzie sufficienti per la creazione di una polizia centralizzata. L'SDA aveva anche ribadito che la riforma della polizia non era necessaria per la firma dell’ASA.

L'Ufficio dell'Alto Rappresentante (OHR) a quel punto era intervenuto con un comunicato stampa, precisando che non c’era altra soluzione per la firma dell’ASA e che la riforma della polizia doveva essere adottata così come previsto dalla “Dichiarazione di Mostar”.

Alla resa dei conti, quando si è arrivati al voto nelle due camere del Parlamento, nessuno dei partiti politici bosniaci si è voluto assumere la responsabilità di rimandare ulteriormente la firma dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione, e si sono quindi o astenuti o non hanno sollevato la questione degli interessi vitali che può bloccare l’intero procedimento.

La controversa riforma della polizia

L’adozione delle leggi sulla riforma della polizia è avvenuta solo dopo che l’Unione Europea aveva progressivamente ridotto i requisiti richiesti alla Bosnia ed Erzegovina per la conclusione dell’ASA. Inizialmente il modello di riforma della polizia, auspicato a suo tempo da Paddy Ashdown, era molto più ambizioso e controverso: si prevedeva infatti la creazione di un’unica struttura di polizia sotto la guida del Consiglio dei Ministri della Bosnia ed Erzegovina, e la creazione di regioni di polizia che non tenessero conto della linea di separazione tra le due entità (IEBL). Tale proposta aveva da sempre incontrato l’opposizione dei vari governi della Republika Srpska, ultimo tra i quali quello di Dodik, che della riforma della polizia aveva fatto uno dei punti principali della propria linea politica.

La proposta di Ashdown era già stata criticata dallo European Stability Initiative (ESI) che, in un recente rapporto (“The worst in class: How the international protectorate hurts the European future of Bosnia and Herzegovina”), aveva illustrato come la proposta Ashdown proponesse un modello di polizia centralizzato che rifletteva più una scelta di Ashdown che il risultato di un’attenta analisi della situazione. Il team di esperti dell’Unione Europea che si era occupato della possibile revisione delle forze di polizia, nel rapporto “Financial, Organisational And Administrative Assessment of The Bih Police Forces And The State Border Service: Final Assessment Report”, non aveva poi riscontrato che la presenza di un così gran numero di forze di polizia fosse una debolezza istituzionale di per sé: tale situazione era infatti compatibile con gli standard già esistenti in Europa (per esempio sia in Svizzera che nei Paesi Bassi vi sono circa 20 forze di polizia locali). Il problema, secondo loro, sussisteva nella mancanza di coordinamento tra queste forze di polizia.

Secondo quanto raccomandato dagli esperti UE, tra i criteri da prendere in considerazione per la riforma della polizia vi era quello di privilegiare un processo di consultazioni locali rispetto a quello di una riforma imposta dall’alto. Alquanto polemicamente, ESI faceva del resto notare che agli altri Paesi dell’ex Jugoslavia non erano state imposte condizioni così rigide per la firma dell’ASA e che, nel caso ad esempio della Macedonia, l’ASA era stato firmato addirittura quando il Paese era sull’orlo di una guerra civile. In sostanza, il processo di adesione all’Unione Europea della Bosnia ed Erzegovina era prigioniero della decisione unilaterale di Ashdown di favorire un certo modello di riforma della polizia, centralizzato e a scapito delle entità.

Cambio di rotta

Favorire la centralità a scapito delle entità, tradotto nella logica della competizione politica bosniaca, significa favorire i partiti che più di altri aspirano a centralizzare la Bosnia ed Erzegovina e cioè l'SDA e l'SBIH, i principali partiti bosgnacchi. Ciò crea una reazione uguale e contraria nei partiti della Republika Srpska (RS) che mirano a preservare le prerogative di quella entità, e la sua relativa autonomia. Non solo. Milorad Dodik, molto più dell'SDS (Partito Democratico Serbo), ha come obiettivo quello di resistere a tale centralizzazione, e di riprendersi le competenze che la RS ha trasferito a livello centrale nel corso di questi anni. Fondato o meno, questo timore blocca le possibilità di dialogo e rafforza le posizioni dell’uomo forte di Laktasi all’interno della RS.

Consapevole della potenziale pericolosità di questa situazione, nell’agosto del 2007 l'OHR ha fatto circolare tra i maggiori partiti politici della Bosnia ed Erzegovina un Protocollo sulla riforma della polizia. Il testo non è stato reso pubblico, ma è facile ritenere che sia stato alla base della “dichiarazione di Mostar”. Tale dichiarazione infatti prevedeva che inizialmente si dovessero adottare solamente le leggi sul “Direttorato per il coordinamento dei corpi di polizia” e sulle “Agenzie per il supporto delle strutture di polizia in Bosnia ed Erzegovina”. Per quanto riguardava la creazione di una futura forza di polizia unica e le relazioni tra questa e le forze di polizia locali, il discorso veniva rimandato alla riforma costituzionale e all’assetto che avrà il Paese dopo tale riforma.

Di fatto, l’ambiziosa riforma voluta da Ashdown è stata, nel migliore dei casi, posticipata, e il modello di riforma che è stato ora approvato mira più a soddisfare le condizioni per la firma dell’ASA che a centralizzare le forze di polizia. Ciò ha provocato le reazioni negative dell'SDA, SBIH e anche dell'SDP (partito socialdemocratico), che hanno visto questa riforma come un successo dei partiti della RS. Ciò nonostante, questi partiti non se la sono sentita di bloccare il processo di adesione. Nel corso di questi mesi, la UE ha infatti dato chiaramente ad intendere che una volta passata la riforma non ci sarebbero stati altri ostacoli verso la firma dell’Accordo, aumentando di fatto la pressione su coloro che non erano d’accordo con le riforme proposte.

La situazione vista da Bruxelles

L'Unione Europea non poteva permettersi di mantenere la situazione in sospeso. La dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo, lungi dal portare stabilità alla regione, favorisce e rafforza le opzioni secessioniste nella RS. La UE si è presentata divisa sul Kosovo e si è preoccupata più volte di sottolineare (in modo alquanto contraddittorio) che l’indipendenza della provincia “non rappresenta un precedente”. Allo stesso tempo, però, la UE ha una posizione comune sulla Bosnia, dove secessioni unilaterali non verrebbero riconosciute. In questo senso, la UE si è preoccupata di mandare dei segnali precisi alla Bosnia e soprattutto di rendere possibile l’accesso all’UE anche allo scopo di evitare future tendenze separatiste. Lajcak stesso ha ricordato come una volta firmato l’ASA nessun Paese ha poi mancato l’ingresso nell'Unione. In questo senso, la firma dell'ASA diventa anche un modo per scongiurare una futura instabilità e per togliere tentazioni secessioniste ai leader serbo-bosniaci. Questo approccio potrebbe rendere più semplice anche la riforma costituzionale, rimuovendo dalla discussione alcuni punti controversi quali per esempio l’eventuale diritto alla secessione delle componenti della BiH. Ciò contribuirebbe a far scendere la temperatura del dibattito costituzionale all’interno del Paese, rendendo più facili le riforme sulla struttura interna dello Stato.

La preoccupazione, dopo le tensioni politiche del 2006 e 2007, è stata quindi quella di porre la Bosnia ed Erzegovina irreversibilmente sulla strada dell’Unione Europea. La riforma della polizia, così come unilateralmente suggerita da Ashdown, è stata parzialmente sacrificata e via via spogliata degli aspetti più controversi. Vista la posta in gioco, e i rischi associati all’indipendenza del Kosovo, questo approccio pragmatico sembra essere quello che più facilmente permetterà di sbloccare la situazione. Ancora una volta però, nonostante il compito fosse stato facilitato dalla UE, i partiti politici della BiH hanno rischiato di fallire l’obiettivo, più per ragioni parrocchiali che per vere e proprie questioni di principio. Un ennesimo segnale della necessità di un ricambio di contenuti nel dibattito politico in Bosnia Erzegovina.
da Osservatorio sui Balcani
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mercoledì, 27 febbraio 2008

BOSNIA, UE SI ACCONTENTA DELL'ACCORDO AL RIBASSO SULLA POLIZIA

Bruxelles, 27 feb. (Apcom) - L'Unione europea ha rinunciato a pretendere dai politici della Bosnia-Erzegovina l'unificazione delle forze di polizia per procedere alla firma dell'Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa). Bruxelles, ha indicato il comandante della missione di polizia Ue a Sarajevo, il brigadiere generale dei Carabinieri Vincenzo Coppola, si accontenterebbe di un "forte coordinamento" tra le varie forze di polizia del Paese, divise su basi etniche, che verrebbe garantito dalle due leggi attualmente in esame al Parlamento di Sarajevo. Le due leggi metterebbero in pratica l'accordo politico sulla riforma della polizia raggiunto a Mostar a fine ottobre dai rappresentanti delle tre comunità principali del Paese: serbi, bosniaco-musulmani e croati. Ma la loro approvazione è messa a repentaglio dal recente voltafaccia del leader del principale partito bosniaco musulmano Sda, Suleiman Tihic (Sda), che ha sconfessato l'intesa di Mostar rimproverando all'Ue un approccio troppo indulgente nei confronti dei serbo-bosniaci, i quali hanno rilanciato i loro propositi separatisti sull'onda dell'indipendenza del Kosovo. Secondo Coppola, che ha parlato con alcuni giornalisti a Bruxelles, i politici bosniaci "devono ancora dimostrare di voler entrare in Europa, cioé di essere disposti a negoziare abbastanza per poter raggiungere un risultato positivo". Il comandante Ue si è dichiarato ottimista sulle chance di un accordo a condizione che i leader serbo-bosniaci "prenderanno il loro tempo". Entro due settimane, comunque, le leggi sulla polizia dovrebbero essere votate.

Fonte: Apcom

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lunedì, 21 gennaio 2008

Bosnia Erzegovina: tredici costituzioni, dodici anni di recessione

Il premier Dodik ha dichiarato che intende odificare almeno una cinquantina dileggi e normative emesse dalla comunità internazionale e non smette di ripetere che i serbobosniaci sono "la parte migliore della Bosnia Erzegovina"
Roma, 20 gen.- Nonostante l’accettazione dei principi del Saa (Accordo di Associazione e Stabilizzazione) con la Ue firmato con grande euforia lo scorso 4 dicembre la Bosnia-Erzegovina è in piena crisi. I tanto celebrati Accordi di Pace di Dayton del 1995 sono una zavorra che ha solo garantito la continuazione della permanenza al potere di una classe politica che non si è certo preoccupata troppo della creazione di uno stato unitario democratico. Il compromesso di Dayton, ebbe sicuramente il merito di fermare il conflitto, ma al tempo stesso ha generato una fragile architettura di State Building, istituendo un debolissimo Stato centrale costituito da due “Entità”: quella della Repubblica Serba (con il 49% del territorio) e quella della Federazione croato-musulmana (con il 51%), seguendo in sostanza la suddivisione per linee etniche tra i gruppi maggioritari nel paese e soddisfacendo in tal modo le richieste dei “signori della guerra” presenti al tavolo della pace.

In particolare la legislazione prodotta dagli Accordi di Dayton si è basata sul (devastante) principio della sovranità etnica come principio fondante del nuovo stato di Bosnia-Erzegovina. La conseguenza è che la Costituzione stessa è diventata la base politico-legale per incessanti conflitti fra le nazionalità e per far prevalere gli interessi delle due Entità rispetto a quelli dello Stato unitario. Il principio etnico pervade tutte le istituzioni dalla Presidenza al Parlamento alle due Assemblee delle Entità e viene ovviamente utilizzato in funzione bloccante da ciascuna tre componenti etniche appena di sentono minacciate da qualche norma o legge ritenuta ingiusta o limitante. Solo la Corte Costituzionale, l’unica istituzione immune dal dogma etnico perché integrata da una componente internazionale, si oppone alla strumentalizzazione che ne fanno le elite politiche bosniache. Il tutto è aggravato dai troppi livelli di governo: ad oggi lo Stato di Bosnia-Erzegovina conta due Entità, dieci cantoni e un distretto, il che equivale a ben quattordici governi, tredici costituzioni e oltre cento ministri: un vero mostro burocratico che divora le magre casse statali e che ha prodotto in questi dodici anni un profondo arretramento economico e sociale.

Il mandato internazionale, coordinato dallo slovacco Miroslav Lajcak, previsto dagli Accordi di Dayton è stato prorogato di un anno per fronteggiare questa pericolosa situazione. Il motivo di questa clamorosa inversione va trovato nei risultati dell’ultima campagna elettorale, che ha condotto al voto del primo ottobre 2006. Una campagna caratterizzata da toni di una violenza inedita dai tempi della guerra. E da tempo due delle tre componenti etniche agiscono sempre più nella direzione opposta ai desideri della Ue. Milorad Dodik, il vero padrone della Republika Srpska (Rs), ribadisce a più riprese: «Per la polizia della Republika Srpska cambiamo l’Europa». Minaccia la secessione per impedire la cruciale riforma della polizia, vero nerbo del controllo del territorio. Tra le due Entità la Republika Srprska è quella messa meglio, avendo il vantaggio della omogeneità etnica. Ha un livello di efficienza di governo superiore della vicina federazione croato-musulmana che invece è sempre più spaccata al suo interno per i contrasti tra le due etnie principali. Il premier Dodik ha dichiarato che intende modificare almeno una cinquantina di leggi e normative emesse dalla comunità internazionale e non smette di ripetere che i serbo-bosniaci sono «la parte migliore della Bosnia-Erzegovina». Dall’altro lato i politici croati della BiH premono per la creazione di un “canale tv croato” nel sistema delle emittenti tv pubbliche della repubblica bosniaca.

Inesorabilmente i nodi irrisolti di Dayton stanno venendo al pettine. Uno scenario sempre più da incubo è l’instaurarsi della relazione tra il Kosovo, che potrebbe anche a breve dichiarare in modo unilaterale l’indipendenza, e il futuro della Republika Srprska (Rs). Cosa potrebbero fare la Rs e la Serbia? Secondo molti osservatori, la Rs sulla scorta del referendum del Montenegro, potrebbe indirne uno simile e lasciarsi poi le mani libere di poter decidere se diventare uno stato indipendente riconosciuto internazionalmente oppure unirsi alla Serbia. Questa tentazione di scambio Kosovo – Republika Srprska è uno scenario molto plausibile, che piace sia a Belgrado che a Mosca. Lo scambio, specie se lo cose precipitassero, potrebbe diventare un’opzione apprezzabile per molte Cancellerie europee al fine conciliare i contrasti con Belgrado, che inevitabilmente sorgeranno da una eventuale dichiarazione di indipendenza unilaterale del Kosovo. In ogni caso dodici anni di immobilismo e recessione economico-sociale sono una punizione assurda per tutti i cittadini bosniaci, che da cittadini europei rischiano invece di diventare cittadini di un failed state nel cuore dell’Europa: la Bosnia-Erzegovina.

Marco Leofrigio 
geopolitica.info
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giovedì, 10 gennaio 2008

Bosnia Hercegovina, la situazione

Il susseguirsi degli eventi che dallo scorso ottobre stanno mutando la faccia politica del Bosnia-Erzegovina hanno preso il via dopo una violenta crisi di governo, la più grossa dalla fine della guerra, partita con la fallita riforma della polizia ed aggravatasi dopo l’intervento dell’Alto rappresentante della comunità internazionale, Miroslav Lajcak, che ha modificato la norma parlamentare secondo cui le leggi potevano essere votate solo in presenza di tutti i deputati. Una decisione che ha scatenato la furia dei serbo-bosniaci della Republika Srpska, ai quali è comunque rimasta la possibilità di veto, ma che ha permesso allo slovacco Lajcak di superare, senza contravvenire quanto sancito dalla Costituzione, la tecnica del boicottaggio dei lavori parlamentari.

La crisi si è spinta fino alla minaccia di un referendum secessionista annunciato dal premier della Republika Srpska, Milorad Dodik, alle dimissioni del primo ministro del governo centrale, il serbo bosniaco Nikola Spiric, e al rischio di una nuova guerra civile. Allo stesso tempo la frattura politica ha però rilanciato l’operazione riformatrice dell’Ufficio dell’Alto Rappresentate per la Bosnia-Erzegovina che, tra scandali più o meno presunti e promesse più o meno mantenute, aveva ormai perso credibilità e immagine agli occhi dei bosniaci.

L'accordo di Dayton stipulato il 21 novembre 1995 nella base aerea di Wright-Patterson, Ohio (Usa), ha messo fine a più di tre anni di guerra interetnica. Scoppiato nel 1992 a causa delle forte opposizione della comunità serba alla volontà indipendentista della Bosnia-Erzegovina espressa da parte della popolazione croata e musulmana, il conflitto ha causato circa 100 mila morti (65 mila musulmani , 25 mila serbi e 5 mila croati). Dal 1995 la Bosnia-Erzegovina è suddivisa in due: la Federazione di Bosnia-Erzegovina, croato musulmana con il 51% del territorio, e la Republika Srpska, serba con il 49% del territorio; dal 1998 la città di Brcko, nel nord-est del Paese, è stata dichiarata distretto autonomo sotto supervisore internazionale. Dal 2 dicembre 2004, l'applicazione della parte militare dell'accordo di Dayton è passata dalla Nato alla missione dell’Unione Europea Eufor. La parte politica e istituzionale è coordinata dall’Ufficio dell’Alto Rappresentate per la Bosnia-Erzegovina che lavora per assicurare la corretta ed efficace implementazione degli accordi di pace promuovendo e coordinando l’attività delle agenzie civili, rispettando l’autonomia delle organizzazioni locali e mantenendo uno stretto contatto con tutte le etnie.

In questi 12 anni non è stato fatto molto, soprattutto perché i meccanismi costituzionali che di solito mandano avanti i sistemi democratici occidentali in Bosnia non funzionano. Il nodo principale rimane ancora la controversa riforma della polizia, condizione fondamentale richiesta da Bruxelles per il proseguimento del viaggio della Bosnia-Erzegovina verso l’Europa, un cammino iniziato il 4 dicembre scorso a Sarajevo con la firma dell’Accordo di associazione e stabilizzazione con l’Unione Europea. In realtà, più che sottoscrivere l’accordo, il governo centrale di Sarajevo ha preso visione del contenuto di un documento che, una volta firmato, assegna al Paese lo status di candidato per l’UE. L’obbiettivo, che di fatto ha risolto la crisi politica, è stato raggiunto dopo che i leader politici locali si sono impegnati a portare a termine la riforma sulle forze di sicurezza, primo di una lunga serie di atti legislativi che dovrebbero portare ad una soluzione durevole della questione balcanica.

I dubbi sulle reali volontà espresse dalle autorità serbe e musulmane rimangono. Milorad Dodik ha sempre cercato di fare della Republika Srpska una sorta di stato nello stato, uno governo parallelo che di fatto impedisce la realizzazione di una sola Bosnia-Erzegovina. Per difendere l’autonomia serba Dodik non ha mai rinunciato ad una polizia direttamente controllata dal governo locale che protegge la frontiera della Republika Srpska da qualsiasi ingerenza esterna; sa infatti che dall’altra parte della frontiera c’è Haris Silajdzic, leader dei musulmani della Federazione della Bosnia-Erzegovina, che non rinuncerà mai al sogno di creare un solo stato, una grande Bosnia da dove venga cancellata la parola “Republika Srpska” e nel quale governi la maggioranza croato-musulmana. Il 2008 sarà quindi decisivo per capire se ci sono veramente le condizioni necessaria per portare il Paese nell’Unione Europea.

Una Bosnia-Erzegovina all’interno dell’Unione Europea sembra comunque essere più un obbiettivo della comunità internazionale che il desiderio di molti leader politici locali i quali, giocando sul fatto che l’Alto rappresentante non ha mezzi per contrastare le manipolazioni politiche, hanno tutto da guadagnare dall’immobilismo e dall’isolazionismo.

Tratto da http://www.altrenotizie.org

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sabato, 03 febbraio 2007

Tu chiamala se vuoi, indipendenza

L'Onu presenta il piano per il Kosovo: tutela per la minoranza serba, ma nasce un nuovo stato

Nessuno si è voluto prendere la responsabilità di pronunciare la parola indipendenza, ma il senso del piano per il Kosovo presentato poche ore fa dall’inviato speciale dell'Onu Martti Ahtisaari va in quella direzione: alla comunità internazionale si aggiunge un nuovo, bollente, pezzo dei Balcani e della ex-Jugoslavia, il Kosovo.
 
''no ai negoziati per l'autodeterminazione'' - foto di michele luppiIndipendenza de facto. Ahtisaari ha presentato il piano al premier serbo Boris Tadic a Belgrado e, prima di volare a Pristina per parlare con le autorità dell’autonomia kosovara, ha incontrato i giornalisti, chiarendo subito che il piano è “un compromesso”, ma il senso della bozza è molto chiaro. Il Kosovo avrà una sua bandiera, un suo inno e potrà chiedere l’adesione alle organizzazioni internazionali. Un trionfo per gli albanesi, comunità dominante della provincia serba. Per compensazione, Ahtisaari ha sottolineato come il vero nucleo della sua proposta é la protezione delle minoranze etniche kosovare, in primis quella serba. A loro sarà garantita la protezione fisica e dei luoghi di culto, e la comunità internazionale s’impegna a tutelare i serbi con "un alto grado di controllo sui propri affari con la concessione di sei nuove municipalità governate da serbi e una maggiore partecipazione nell'istruzione superiore e nella sanità", come ha specificato l’inviato delle Nazioni Unite, sottolineando che a guardia dell’accordo l’Onu sancirà “un mandato per una futura presenza internazionale, militare e civile, per controllare l'applicazione dell'accordo e per assistere le competenti autorità locali nel salvaguardare la pace e la stabilità in tutto il Kosovo". La prima reazione ufficiale al piano Onu però è di Oliver Ivanovic, leader dei serbi in Kosovo, che dichiara: “E’ una dichiarazione di guerra”.
 
Monumento dedicato ai morti dell’UCK nel centro di Klina/Kline - foto di Michele LuppiTutto come previsto.  Il 29 gennaio scorso Ahtisaari ha esposto il suo piano alle Nazioni Unite e le prime indiscrezioni hanno cominciato a trapelare. Ma il senso della proposta di Ahtisaari era già chiaro all’inizio dell’anno, quando l’Onu ha deciso di rinviare la presentazione del suo piano a dopo le elezioni in Serbia, tenutesi il 20 e 21 gennaio scorso. Il 2006 doveva essere l’anno del piano definitivo per il Kosovo, ma la situazione era paralizzata e alla fine le Nazioni Unite, che dalla guerra del 1999 lo governano, hanno preso tempo. Ma la sensazione è che si è voluto solo dilazionare l’inevitabile, nonostante la modifica della costituzione serba che, nell’autunno dello scorso anno, sanciva l’inalienabilità del Kosovo dalla Serbia. Il risultato era scontato e solo un intervento di Mosca all’ultimo momento in Consiglio di Sicurezza avrebbe potuto cambiare le carte in tavola. Visto il piano di Ahtisaari questo intervento non è arrivato.

Resta da capire cosa possa accadere adesso, ma il clima non è dei migliori. Le elezioni in Serbia, dove ancora non si è formato il nuovo governo, le ha vinte la destra nazionalista, e l’indipendenza del Kosovo non pare il modo migliore per sconfiggere i rigurgiti nazionalisti dei serbi. Boris Tadic, l’uomo politico più europeista della Serbia, rischia di essere travolto dalla propaganda della destra ultranazionalista che lo farà passare come il principale responsabile della perdita del Kosovo, che segue quella dell’indipendenza ottenuta dal Montenegro con un referendum a primavera dello scorso anno. Ma il Kosovo è differente, per la presenza deii luoghi di culto che rappresentano l’identità stessa dei serbi. L’unica soluzione sembra essere quella di un progressivo coinvolgimento serbo nell’Unione europea, che cancellerebbe i tanti, troppi confini che segnano come cicatrici la carcassa della ex-Jugoslavia. Carla Del Ponte però, la grande cacciatrice di criminali di guerra, al tramonto del suo mandato di procuratore generale del Tribunale Penale Internazionale, ha ribadito che fino a quando Belgrado non collaborerà alla consegna dei criminali Ratko Mladic e Radovan Karadzic, la Serbia non potrà entrare nell’Ue. 

(articolo di Christian Elia - Peace Reporter - 03/02/07)

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lunedì, 20 marzo 2006

Bosnia: Serbi, musulmani e croati d'accordo modifica Costituzione

SARAJEVO - I dirigenti delle principali comunità della Bosnia - ossia serbi, musulmani e croati - hanno accettato oggi di modificare la Costituzione per rendere le istituzioni più efficaci e adatte all'integrazione nell'Unione Europea e nella NATO. Lo ha annunciato alla stampa l'ambasciatore americano in Bosnia, Douglas McElhaney, il cui Paese ha svolto un ruolo chiave nei negoziati degli ultimi mesi.

Attualmente la Bosnia ha una presidenza tripartita che cambia ogni otto mesi. Le due entità del Paese, la Republika Srpska (Rs, serbi) e la Federazione croato-musulmana, sono dotate ognuna di un proprio presidente, governo e parlamento.

Fra i cambiamenti accettati oggi, la Bosnia abbandona la presidenza tripartita per un solo presidente coaudiuvato da due vicepresidenti. I tre cambieranno a turno le loro funzioni ogni sedici mesi, per un mandato di quattro anni. Essi verranno eletti dal parlamento e non più direttamente per voto popolare.

Il governo centrale avrà due nuovi portafogli - Agricoltura e Ambiente - che porteranno a undici il numero di ministri. Finora i due campi di attività erano di sola responsabilità di Rs a Federazione croata.

Inoltre il primo ministro avrà maggiori poteri e, in particolare, potrà scegliere e licenziare i membri del suo gabinetto. È stata poi anche accettata una proceura semplificata per l'adozione di leggi nel parlamento centrale.

I dirigente bosniaci si erano impegnati, nel novembre scorso a Washington, a far adottare i cambiamenti costituzionali entro il mese di marzo. In base alla legge ogni modifica della carta fondamentale del paese deve avvenire almeno sei mesi prima delle elezioni generali, previste appunto in ottobre.

Le tre principali comunità della Bosnia si sono anche accordate sull'unificazione delle forze di polizia e su una IVA uniforme in tutto il Paese entrata in vigore all'inzio dell'anno.

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sabato, 07 gennaio 2006

SILAJDZIC: CITIZENS NEED TO BE ASKED IN A REFERENDUM WHAT KIND OF A SYSTEM DO THEY WANT

SARAJEVO, January 6 (FENA) – Party for BiH founder Haris Silajdzic said on Friday that no constitutional changes have taken place, and added that “certain talks are being held, which cannot be described as negotiations”.

Silajdzic thinks that these talks are leading to nothing good.

“We want civil democracy. We do not want an upgrade of Milosevic’s system in BiH”, Silajdzic told journalists in Sarajevo.

According to him, since this is a vital issue for BiH, the citizens should be finally asked in a referendum what system do they wish for BiH, when this was not possible in 1995 because of the war.

The citizens of BiH need to be asked if they want a normal, western type civil democracy, or an upgrade of the system of ethnic division which was imposed by force and genocide, Silajdzic said.

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venerdì, 11 novembre 2005

BOSNIA: LEADER POLITICI A BRUXELLES PER EMENDARE DAYTON

(ANSA) - SARAJEVO, 10 NOV - I leader degli otto maggiori partiti bosniaci, al governo e all'opposizione, si recheranno domani a Bruxelles per negoziare, nel corso del fine settimana e sotto gli auspici dell'Unione europea, le modifiche da apportare alla Costituzione dell'accordo di pace di Dayton, in occasione del decimo anniversario della firma del documento che mise fine alla guerra in Bosnia (1992-95).
''La struttura di governo in Bosnia e' troppo complicata e il processo di adesione all'Ue richiede cambiamenti per i quali e' indispensabile il consenso di tutte le etnie del paese'', ha detto oggi l'Alto rappresentante della comunita' internazionale Paddy Ashdown.
''La flessibilita' dell'accordo di pace e' esaurita e se vogliamo continuare le riforme - ha detto in un'intervista Ashdown - questa cornice, ora, e' troppo stretta, e' arrivato il momento di occuparci piu' dettagliatamente dei problemi di funzionalita' (dello stato) creati da Dayton''.
Con l'assetto costituzionale creato 10 anni fa, la Bosnia e' divisa in due entita', la Republika Srpska (Rs, a maggioranza serba) e la Federazione Bh (a maggioranza croato musulmana), che a sua volta e' divisa in dieci cantoni, ha deboli organi centrali e una presidenza dello stato tripartita.
Il principio della rappresentanza etnica a tutti i livelli ha creato un complicato apparato amministrativo che, oltre a essere troppo costoso, e' poco funzionale grazie al sistema di veti incrociati.
''Secondo le disposizioni di Dayton - ha ricordato Ashdown - la Bosnia funziona in base ai principi di tutela dei diritti collettivi, ma bisogna cominciare a pensare al passaggio alle leggi europee secondo le quali i diritti sono tutelati individualmente e non in base all'appartenenza etnica''.
Negli ultimi cinque anni di riforme richieste da Bruxelles, le istituzioni centrali bosniache sono state notevolmente rafforzate e sono state attuate o avviate riforme importanti come quella del sistema fiscale, giudiziario, della difesa, delle forze di polizia e quella del servizio pubblico radio televisivo, e secondo molti l'accordo di Dayton e' stato ormai superato dalla realta'.
Secondo la stampa, esperti statunitensi, con l'appoggio dell'Ue, hanno gia' redatto un disegno della futura costituzione bosniaca che i leader locali, che il 21 novembre assisteranno a Washington alle celebrazioni per il decimo anniversario dell'accordo di pace siglato nella base americana in Ohio, dovrebbero firmare il giorno seguente, per adottare definitivamente la nuova costituzione nel marzo successivo e avviarsi alle politiche nell'autunno del 2006 in condizioni politiche profondamente modificate.
Il progetto della nuova costituzione prevedrebbe il mantenimento delle due entita', ma private in misura considerevole delle competenze attuali a favore dello stato centrale, con un solo capo dello stato.

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martedì, 18 ottobre 2005

BOSNIA: APPROVATA RIFORMA POLIZIA, ORA AVVICINAMENTO A UE

(ANSA) - SARAJEVO, 18 OTT - La camera dei popoli, il secondo ramo del parlamento centrale bosniaco ha approvato all'unanimità l'accordo sulla ristrutturazione delle forze di polizia in Bosnia, già approvato dalla camera dei rappresentanti dai parlamenti delle due entità che compongono la Bosnia uscita dagli accordi di Dayton, la Federazione Bh (a maggioranza croato musulmana) e la Republika Srpska (a maggioranza serba).
La riforma, che assegna allo stato centrale le competenze sulla legislazione, il finanziamento e l'organizzazione territoriale delle forze dell'ordine, è stata per un anno ostacolata dalla dirigenza della Rs.
Assieme alla normativa quadro sul servizio pubblico radiotelevisivo, già approvata, la riforma della polizia era una condizione chiave posta da Bruxelles nello studio di fattibilità per avviare i negoziati per l'Accordo di stabilizzazione ed associazione (Asa) all'Ue.
Il processo si è sbloccato quando, dopo le minacce di pesanti sanzioni internazionali, il 5 ottobre il parlamento della Rs ha approvato la riforma che rispetta i tre principi fissati dall'Ue e prevede la costituzione di una 'direzione' con il compito di ristrutturare la polizia in cinque anni.
In previsione del completamento dell'iter parlamentare e della odierna definitiva approvazione dell'accordo, l'ambasciatore britannico a Sarajevo, Matthew Rycroft, ha annunciato ieri che Bruxelles potrebbe dare l'ok per l'inizio dei negoziati il 12 dicembre prossimo.

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Giornalista, scrittrice... innamorata della Bosnia da molti anni. Da quando una guerra insensata, giocata troppo vicino a casa mia perché riuscissi a restarne fuori, mi ha portato in questo Paese. La spinta somigliava molto alla curiosità o, più gradevole espressione, al desiderio-bisogno di capire. Crimini troppo grandi e incomprensibili venivano commessi, spesso in nome di un Dio che, come al solito, non c'entrava niente. Non ho saputo restare davanti al televisore a scuotere la testa. Il bisogno di partire si è fatto viaggio, il viaggio si è fatto conoscenza, la conoscenza si è fatta amore, partecipazione e necessità di testimoniare. In passato ho collaborato con TV e radio private. Per la carta stampata ho scritto e tradotto per "Shabab", un bollettino che si occupava di MedioOriente, più precisamente della Palestina. Inoltre ho pubblicato tre libri, due saggi ("La fame nel mondo" e "La nonviolenza") e un romanzo ("Concerto per chihuahua ...e frammenti di stelle ...e altre code"). Oltre all'amore per la scrittura, un'altra passione mi ha accompagnato per tutta la vita, divenendo a periodi una professione: i cani. Allevo cani per hobby e per amore. Anni fa sono stata titolare di una scuola di addestramento all'obbedienza e all'agility. Con i miei amici a quattro zampe mi diverto e lascio che mi dipingano sulla faccia sorrisi di tenerezza uniti a sentimenti di protezione e di condivisione affettiva. Insomma a loro concedo il mio lato "morbido", che altrimenti so nascondere benissimo. Chi mi conosce lo sa...


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12 Febbraio 2008- Finalmente, tra le mille cose che ho fatto e faccio, ne ho fatta una di cui sono davvero fiera e contenta: ho scritto un libro. Non è il primo che scrivo. Non è nemmeno il primo che pubblico. Però è il mio primo romanzo e, soprattutto, è il libro che avrei voluto scrivere. Per verificare che non ci fossero errori o sviste l'ho riletto da capo a piedi e poi, nonostante sia ipercritica nei confronti di me stessa e di ogni cosa che faccio, mi sono sorpresa a pensare: è bello, è proprio bello. Quasi me ne vergogno ma è la verità e vorrei che tutti potessero leggerlo e dire la loro. La distribuzione partirà tra breve. Al momento è reperibile presso la casa editrice che lo ha messo in vendita in internet, e si può acquistare senza problemi tramite le carte varie previste o anche contrassegno. Se volete... se ne avete voglia, cliccate sull'immagine della copertina subito qui sotto. Se amate gli animali, i cani in particolare... se avete amato un libro che si intitola "Il Piccolo Principe" allora, credetemi, non ve lo dovete perdere. Poi fatemi sapere che ne pensate. Ve ne sarò davvero molto grata. Ciao e buona lettura, Valeria

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