Sarajevo - Bosnia

Blog italo-bosniaco di informazione sulla Bosnia. Contro ogni forma di discriminazione: etnica, politica, religiosa, culturale. L'intolleranza non è tollerata. La menzogna neppure.
mercoledì, 23 luglio 2008

E ora dateci Mladic

Festa a Sarajevo per l'arresto del boja Karadžić

Barba e baffi, lavorava come medico

Radovan Karadžić aveva assunto una falsa identità e prestava servizio in un ambulatorio fuori Belgrado

BELGRADO - Barba e baffoni bianchi, sotto i quali camuffare la sua identità e sfuggire all'arresto. L'ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadžić aveva assunto una falsa identità - quella di Dragan Dabic - e lavorava negli ultimi tempi come medico in un ambulatorio privato alla periferia di Belgrado. Lo ha rivelato il procuratore nazionale serbo per la lotta ai crimini di guerra, Vladimir Vukcevic, mostrando una foto dell'ex latitante ormai in arresto nella quale egli appare difficilmente riconoscibile. Secondo il procuratore, nell'ambulatorio - individuato dalle forze di sicurezza serbe nel quartiere residenziale di Nuova Belgrado - nessuno sapeva chi fosse in realtà.

UN "GURU" SPECIALIZZATO IN MEDICINE ALTERNATIVE - La copertura era rafforzata e avvalorata dal nuovo look ascetico, in stile "guru": barba bianca folta e lunga, capelli anch'essi lunghi, lasciati crescere volutamente in maniera disordinata. La polizia ha rilasciato una prima foto di Karadžić, in versione «dottor» Dragan Dabic. A quanto pare la sua fasulla specializzazione in ambito medico consisteva nelle medicine alternative, come l'omeopatia, che praticava presso una clinica privata di Belgrado. Il suo nuovo aspetto non avrebbe mai destato sospetti o dubbi sulla sua vera identitá, oltre che sulle sue presunte competenze in campo medico. «Tanto che girava indisturbato e tranquillo» per le strade di Belgrado, ha riferito una fonte ufficiale serba coperta dall'anonimato. L'arresto, ha confermato Vukcevic, è avvenuto «nelle vicinanze di Belgrado»: secondo alcune indiscrezioni nel sobborgo di Batajnica, a 13 chilometri dalla capitale.

L'INTERROGATORIO. «UNA FARSA» - In mattinata si è svolto il primo interrogatorio dell'ex leader dei serbo-bosniaci, Radovan Karadzic. Lo ha riferito il giudice Milan Dilparic che ha comunque rifiutato di rivelare ulteriori dettagli, definendolo come "confidenziale". Secondo quanto riferito dall'avvocato di Radovan Karadžić, Svetozar Vujakic, citato dall'agenzia Beta news, l'ex leader politico dei serbo-bosniaci «è stato arrestato venerdì» a Belgrado e da allora è rimasto «detenuto in una cella». Secondo un'altra versione sarebbe invece stato fermato lunedì.

L'avvocato ha poi spiegato che Radovan Karadžić, ha descritto la situazione come una «farsa» e che avrebbe anche usufruito del suo «diritto di rimanere in silenzio durante l'interrogatorio».

ANNUNCIATO RICORSO IN APPELLO -
Vujacic ha poi annunciato che il suo cliente presenterà ricorso in appello contro la decisione del giudice istruttore per i crimini di guerra, Milan Dilparic, di consegnare l'ex latitante al Tribunale penale internazionale dell'Aja. Il processo presso il Tribunale serbo prevede una durata di tre giorni. La legge serba prevede altri tre giorni per il processo di appello la cui sentenza sarà poi definitiva. Quindi il superlatitante dovrebbe essere trasferito all’Aia entro una settimana dove l'attende una condanna all'ergastolo. «Speriamo che sia trasferito al più presto sotto la nostra giurisdizione, ma non sappiamo ancora quando - ha dichiarato un portavoce del Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia - tutto dipende dalle autorità serbe. Quasi certamente sarà detenuto in isolamento e portato di fronte alla Corte il prima possibile per procedere con il giudizio». «Questo arresto - continuano dal Tpi - è un altro passo fondamentale per il raggiungimento del nostro mandato». Nel corso della prima udienza, a Karadžić sarà chiesto di dichiararsi colpevole o innocente. Nel caso - considerato altamente improbabile - in cui Karadžić si dichiarasse colpevole, i giudici si limiterebbero a stabilire la pena. Altrimenti, sempre che l'ex leader serbo-bosniaco sia dichiarato idoneo dal punto di vista medico, inizierà la fase preparatoria del processo, durante la quale la difesa verrà informata di tutti gli elementi di prova a carico dell'imputato.

dal CorrieredellaSera.it

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giovedì, 15 maggio 2008

Bosnia: incastrato il Gasi, il boss di Sarajevo

E' stato arrestato e condannato uno dei capisaldi della criminalità in Bosnia, Muhammed Ali Gasi, boss incontrastato di Sarajevo. La sua condanna è una vittoria per gli sforzi messi in campo dall'Unione Europea per contrastare l'illegalità in questo paese. E' stato dato, inoltre, un forte segnale alla criminalità organizzata, rimasta finora completamente impunita. Il boss, 35 anni, era libero di agire indisturbato, non rispettando le regole; viveva una vita di soldi, donne derivanti dalla illegalità delle sue azioni. Possedeva una Ferrari rossa che lasciava parcheggiata indisturbata nelle zone pedonali della città sicuro che nessuno avrebbe mai osato fargli una multa.

"Abbiamo dimostrato alla gente che questo tipo di persone non sono intoccabili" sottolinea Edin Vranj, il capo del dipartimento anti-criminalità della Federazione croato-musulmana (una delle due entità della Bosnia insieme alla Republika Srpska), il quale ha 350 poliziotti alla caccia di Gasi.

Prima dell'arrivo, nel 2006, della polizia Ue in Bosnia Erzegovina (Eupm) giudata dal Generale di Brigata dei Carabinieri, Vincenzo Coppola, Gasi era libero di scorrazzare per le strade della capitale indisturbato. Fin qundo le autorità non hanno trovato il coraggio di affrontare il problema, la latitanza del boss è continuata. Inoltre, Gasi attaccava continuamente, supportato dalla complicità dei media che hanno costruito intorno al boss la figura di un eroe di guerra, nonostante le umili origini, Oleg Cavka, il quale ha raccolto per quattro mesi consecutivi, indizi contro Gasi.

"Una volta ha avuto perfino la faccia tosta di telefonarmi per chiedermi perchè ce l'avessi con lui. Ha avuto il mio numero dal suo avvocato", ha raccontato Cavka in un incontro a Sarajevo con alcuni giornalisti la settimana scorsa. "E' stato un bel successo, che secondo me sarà un catalizzatore per operazioni simili che saranno condotte in futuro" concorda Coppola, sottolineando che la magistratura locale e l'Eupm stanno indagando su "altri 32 o 33 casi di criminalità organizzata in tutto il territorio della Bosnia-Erzegovina".

Il generale ci tiene a sottolineare che l'arresto del boss " è stata un'eccezione". Conferma questa posizione Drew Engel, americano a capo del Dipartimento anti-criminalità della Corte della Bosnia-Erzegovina. "Mi piacerebbe vedere i miei procuratori battersi fra di loro per vedersi assegnati i casi più difficili, invece, per il momento, hanno ancora un atteggiamento passivo, anche se individualmente sono molto preparati", dichiara.

Il lavoro dei magistrati e dei poliziotti in Bosnia è complicato enormemente dall'assetto iperfederalista del Paese creato dagli accordi di pace di Dayton del 1995. Questo prevede la Republika Srpska dei serbo-bosniaci e la Federazione croato-musulmana, due entità  che possono essere considerati come due 'mini-Stati', ognuno dei quali ha un proprio governo, parlamento e corpi di polizia. In più nella Federazione ci sono 10 cantoni divisi tra croati e musulmani con strutture di governo  completamente autonome. La volta in cui Gasi è stato avvistato a est di Sarajevo ci sono volute due ore e mezzo per mettersi d'accordo su quale corpo di polizia avesse dovuto provare a prenderlo. "Avrebbe avuto il tempo di scappare fino in Slovenia", denuncia Cavka.

Agenzia Radicale

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martedì, 22 aprile 2008

CINEMA: 'IT'S HARD TO BE NICE' DI VULETIC VINCE IL FESTIVAL 'LINEA D'OMBRA'

Roma, 20 apr. (Adnkronos) - ''It's hard to be nice'' di Srdan Vuletic, il film sulla Sarajevo del dopoguerra, ha vinto la 13esima edizione di ''Linea d'Ombra'', festival internazionale di Salerno, nella sezione ''Passaggi d'Europa'' che ha messo a confronto sette opere prime e seconde del giovane cinema europeo. Per la sezione ''CortoEuropa'' vince il tedesco ''Bende Sira'' della regista e pubblicitaria Ismet Ergun. L'opera racconta una storia di bambini che in Turchia per andare al cinema devono fare una colletta. I film sono stati valutati da una giuria popolare di 300 giovani dai 18 ai 35 anni.

Nel film vincitore (co-produzione tra Germania, Slovenia, Bosnia Herzegovina, Serbia e Montenegro), si racconta la storia di un tassista di Sarajevo che combatte la sua battaglia per la sopravvivenza nella citta' attraversata dall'ansia per la facile ricchezza e dal mercato nero. Indebitatosi per acquistare un nuovo taxi, l'uomo sara' costretto a compiere azioni criminali. Vuletic, documentarista affermato, e' gia' stato premiato al festival di Rotterdam.

''Linea d'Ombra'' fa parte del programma cinema del III Festival Culture Giovani che stasera assegnera' i premi 2008 ai registi italiani Andrea Molaioli e Gianni Zanasi e agli attori Filippo Timi, Alba Rohrwacher, Michele Venitucci. Con la proiezione del film ''Il vento fa il suo giro'' alla Chiesa dell'Addolorata e il concerto dei Baustelle e dei Giardini di Miro' al Teatro Cinema Augusteo, si chiudera' la terza edizione del Festival, diretto da Peppe D'Antonio.

Adnkronos


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sabato, 23 febbraio 2008

Intervista al vescovo di Sarajevo

Della difficile e complessa realtà dei Balcani e in particolare della Bosnia Erzegovina, ci parla, al microfono di Luca Collodi, mons. Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo:

R. – Da secoli noi siamo coinvolti nella stessa storia. Ogni uomo che riflette prova una certa paura, un certo timore, perché nonostante l’indipendenza sia stata già da tempo annunciata e quindi aspettata, si teme per le conseguenze che questo potrebbe portare. Questo viene sentito sia dalla Chiesa, sia dai popoli della Bosnia Erzegovina – poiché potrebbe aggravare una ormai già da tempo difficile situazione politica in Bosnia ed Erzegovina.

D. – In particolare il riferimento è alla Repubblica Srpska di Bosnia, il cui parlamento ha votato una Risoluzione che esprime il diritto a proclamare l’indipendenza…

 
R. – Per quanto risulta a noi, in base alle notizie che abbiamo, è stato fatta una dichiarazione in cui prima di tutto si dice che non accettano e non accetteranno mai l’indipendenza del Kosovo, poiché questa indipendenza nega i diritti fondamentali del popolo serbo, di cui si sentono parte. Nel secondo punto si dice che il parlamento della Repubblica Srpska rispetterà tutte le decisioni dell’accordo di Dayton se non verranno però messi in discussione i diritti garantiti da questo stesso accordo alla Repubblica Srspka e che è disponibile a continuare il processo di integrazione nella Comunità europea della Bosnia Erzegovina se questo non porterà però conseguenze o cambiamenti ai diritti, che sono stati già garantiti dagli accordi di Dayton. In questa Dichiarazione, quindi, non si parla del diritto all’indipendenza.

D. – Mons. Sudar, la situazione in Kosovo può allontanare l’integrazione fra cattolici ortodossi e musulmani in Bosnia Erzegovina?

 
R. – Certamente. Qui le cose gravi - come appunta la dichiarazione di indipendenza del Kosovo – si riflettono su tutte le realtà, compresa quella ecumenica o quella interreligiosa. Mi auguro che si possa continuare su questa strada, visto che le Chiese e le comunità religiose hanno finora dimostrato una grande prudenza: non ho letto, infatti, alcuna dichiarazione che appoggi o che neghi l’indipendenza. Il primo compito delle Chiese e delle comunità interreligiose è quello di riuscire ad essere i fattori principali della convivenza a livello meramente umano. Se non facciamo questo, rischiamo di non riuscire neanche a svolgere il nostro compito fondamentale.
 La Russia ha minacciato questa mattina l'uso della forza nel Kosovo, affermando che sarà costretta al peggio se l'Europa continuerà a muoversi al di fuori di una posizione comune, o se la NATO continuerà ad infrangere il proprio mandato a Pristina. Salvatore Sabatino ha chiesto un commento a Fulvio Scaglione, vice-direttore di Famiglia Cristiana ed esperto di area balcanica ed ex sovietica:


R. – Mi sembra una posizione molto aggressiva dal punto di vista diplomatico, ma anche abbastanza impraticabile dal punto di vista concreto, per fortuna. Io credo che questo valga soprattutto per stabilire, per mostrare la decisione con cui la Russia si schiera al fianco di Belgrado, e quindi in un certo senso anche per rincuorare i serbi, rispetto alla questione del Kosovo.

 
D. – Quanto questa crisi può riaccendere il focolaio balcanico?

 
R. – Io non credo, ripeto, che il focolaio balcanico sia un problema enorme, perchè potrà essere controllato in tante maniere e non tutti, peraltro, i politici serbi sono schierati sulla linea di questo nazionalismo un po’ forsennato e fuori dalla storia, di cui si sono resi protagonisti i teppisti nelle strade. Il presidente Tadic, per esempio, è molto moderato e ha sicuramente molto interesse che il nazionalismo non mandi in frantumi la possibilità per la Serbia di essere inserita nell’Unione Europea. Credo piuttosto che questo del Kosovo sia un ennesimo e forse uno dei più gravi, più pericolosi e insidiosi episodi di questo scontro, cui assistiamo ormai da anni, che è lo scontro tra il neoimperialismo americano e il risorgente nazionalismo russo, che nei Balcani, ovviamente, si combatteranno, perché i Balcani sono ormai diventati lo sbocco in Occidente e la via di transito di tutti i principali gasdotti e oleodotti del mondo. Quindi, hanno un’importanza strategica incredibile, per quanto riguarda tutti i Paesi sviluppati. Lì si combatte esattamente come si è combattuto e si combatte per le stesse identiche ragioni, nell’Asia centrale, nel Caucaso, sempre tra Stati Uniti e Russia.

da Radio Vaticana

NdR: Le notizie che in questi giorni arrivano dal Kosovo sono moltissime e non sono riportate in questo blog. Potete infatti leggerle ovunque. Qui troverete solo quelle che coinvolgono, direttamente o indirettamente, la Bosnia.

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venerdì, 15 febbraio 2008

Mezzogiorno meno cinque

Una sequenza di omicidi e attentati a Sarajevo provoca la reazione dei cittadini contro il degrado sociale, e la più grande manifestazione nella Bosnia del dopoguerra. Il muro contro muro tra dimostranti e istituzioni degenera però in violenze di piazza
A Sarajevo le manifestazioni iniziano in orario. La convocazione di mercoledì però, a mezzogiorno meno cinque, alludeva ad un tempo (quasi) scaduto. Il tempo rimasto per rispondere a un’ondata di proteste che sta crescendo, in una dimensione inedita nella storia del lungo dopoguerra bosniaco.

E’ tutto iniziato con una serie di crimini che hanno sconvolto la comunità sarajevese, imponendo al dibattito pubblico la questione del degrado sociale che attraversa il Paese. Il 20 gennaio tre minorenni hanno aggredito in modo efferato un’anziana, Ljubica Spasojevic, a Novo Sarajevo. Dopo un alterco i tre hanno preso una tanica di benzina e l’hanno gettata sulla donna, dandole fuoco. La signora Spasojevic è morta in ospedale, dopo sette giorni.

Poi, il 5 febbraio, Denis. Denis Mrnjavac, 17 anni, era sul tram per tornare a casa da scuola quando è stato aggredito da tre persone, tra cui un minorenne. Quest’ultimo ha colpito Denis con un coltello all’addome, uccidendolo. Le modalità della tragedia, avvenuta senza motivo in pieno giorno e in pieno centro, sulla linea del tram tra la Bas Carsija e Marin Dvor, hanno scioccato la città.

La reazione dei sarajevesi è cresciuta sottotraccia, trovando forma nei molti forum organizzati in rete. Il portale Sarajevo-x (www.sarajevo-x.com), in particolare, ha catalizzato gli umori della città.

La gente si è data appuntamento per sabato pomeriggio, il 9, di fronte alla cattedrale cattolica. Dopo un momento di commemorazione, alla presenza della madre di Denis, è partito un corteo, che è diventato la più grande manifestazione dalla fine della guerra in Bosnia Erzegovina. Circa 10.000 persone hanno attraversato il centro in modo pacifico, ma allo stesso tempo individuando nelle istituzioni la responsabilità di quanto sta accadendo.

Accanto a “Siamo tutti Denis”, “Perdonaci Denis”, “Perdonaci per la gente che nel tram non è intervenuta”, sono infatti cominciati slogan come “Perdonaci per il governo che abbiamo”, “Perdonaci per 12 anni di passività” ecc.

Gradualmente le parole d’ordine si sono concentrate sulla richiesta di dimissioni della sindaca di Sarajevo, Semiha Borovac, e del premier del Cantone, Samir Silajdzic, individuati come i principali responsabili dell’insicurezza e del malgoverno. Qualche uovo è volato sui palazzi della politica, ma la manifestazione si è poi sciolta senza nessun incidente.

La sera però, sempre a Sarajevo, è successo un altro episodio inquietante. Una macchina che proveniva da Lukavica si è avvicinata alla gente ferma a una fermata dell’autobus a Dobrinija, vicino all’aeroporto. Dalla macchina è stata lanciata una bomba a mano, che ha ferito tre persone. La vettura ha poi invertito la propria marcia ritornando verso Lukavica, oltre la linea che separa le due entità e che per la polizia funziona ancora come una sorta di confine interno.

Nella notte, infine, al “SA klub”, di nuovo nel centro di Sarajevo, c’è stata una sparatoria. Un giovane di 20 anni, Armin Alikadic, è stato ferito da un colpo di pistola ed è ora ricoverato in gravi condizioni.

La cronaca aveva registrato altri fatti gravi nelle scorse settimane, come l’esplosione dell’auto bomba che il 30 gennaio a Pale aveva ucciso tre persone. Il pericolo finora era però avvertito come lontano, e la violenza circoscritta alla lotta tra le gang di criminali. I 4 fatti avvenuti in rapida successione a Sarajevo invece, e soprattutto l’assassinio di Denis, hanno reso evidente che la cultura della violenza e il degrado si stanno estendendo dai gruppi criminali all’intera società. Tutti si sentono potenziali vittime.

Luoghi virtuali come Sarajevo-x e i portali delle organizzazioni più attive della società civile bosniaca, come Dosta (http://www.dosta.ba/), hanno ricominciato a riempirsi di malcontento e proposte. Una nuova manifestazione è stata convocata per mercoledì 13, a mezzogiorno meno cinque, di fronte al palazzo del governo cantonale di Sarajevo.

Nonostante l’orario inconsueto e la giornata lavorativa, circa 3.000 persone si sono presentate all’appuntamento riempiendo il parco tra il palazzo del Cantone e la Presidenza del Paese. Molti gli studenti (la maggioranza), ma anche pensionati e gente comune, e slogan più diretti rispetto alla manifestazione di sabato (“Ladri”, “Dimissioni”, “Andatevene”).

Dopo una mezz’ora di grida è cominciato un fitto lancio di uova contro il palazzo impassibile, poi pomodori, ortaggi, bottiglie di plastica (piene), torce da stadio, e infine pietre e sassi. Ogni vetro infranto veniva accompagnato dalla “ola” della folla, che sottolineava la propria approvazione, mentre la linea di poliziotti che difendeva il Cantone restava ferma in modo surreale e qualcuno si rendeva conto che le cose stavano prendendo la piega peggiore.

Il lancio è continuato a lungo, con piccole scaramucce tra gruppi di manifestanti e poliziotti in borghese che infiltravano i dimostranti nel parco. Dopo un paio d’ore alcuni hanno cominciato ad andarsene, mentre altri si sono diretti sulla vicina Marsala Tita per bloccare il traffico. Quando la folla è ulteriormente diminuita le forze speciali sono intervenute facendo sfollare la gente e cercando di arrestare alcune persone individuate come leader del movimento. Tra loro anche il pacifico Sanjin Buzo, di Dosta, poi rilasciato in serata a seguito delle proteste dei compagni che avevano seguito il cellulare in commissariato.

La giornata si è dunque chiusa nel modo peggiore, con la protesta “contro la violenza” diventata la “protesta violenta” nei telegiornali di prima serata e sulla stampa, e il premier cantonale che ha avuto buon gioco nel trasformarsi da accusato in accusatore (dei giovani violenti appunto). Il Parlamento del Cantone ha discusso un piano per combattere la delinquenza, chiedendo ai competenti ministeri della Federazione di mettere a disposizione un edificio da trasformare in carcere minorile, mentre il ministro dell’Interno (cantonale) Mijatovic ha chiesto più poteri per la polizia.

Il degrado di un Paese il cui dopoguerra sembra non finire più, tuttavia, resta, cosi’ come resta grande la distanza tra cittadini e istituzioni. E a Sarajevo, che per pura coincidenza quest’anno dedica il proprio festival invernale al ’68, il tam tam nei caffè e nei forum è ripreso a battere, e l’energia che si respira sembra diretta più alla lotta contro corruzione e malgoverno che a richiedere maggiori poteri di polizia.

Si annunciano altre iniziative, mentre una parte della società civile comincia ad organizzarsi. Danis Tanovic, premio Oscar della Bosnia Erzegovina per “No man’s land”, che ha lasciato la ricca Europa per tornare a vivere a Sarajevo, ha creato una propria lista con cui si candida alle prossime elezioni. Non ci sono ancora programmi, ma la notizia è stata accolta da molti con entusiasmo, incluso il settimanale “Dani”, che gli ha dedicato una copertina. Anche Dino Mustafic ha detto che starà con Tanovic. L’indicazione è chiara, quella di un cambiamento di rotta rispetto a tutti quelli che identificano la propria salvezza nel lasciare il Paese.

Un Paese che ha un passato di un certo peso, e un presente ancora gravato dal complesso meccanismo istituzionale creato a Dayton. Ma qualcuno oggi interpreta come un possibile segnale di cambiamento anche una delle notizie più surreali che arrivano in questi giorni da Sarajevo, e che non ha niente a che vedere con i casi di cronaca di cui sopra. Gli accordi di Dayton sono scomparsi. Non è una bufala. Le copie originali erano custodite nell’archivio della Presidenza, ma non si trovano più. Lo ha reso noto con sconcerto il presidente di turno del Paese, Zeljko Komsic. Il procuratore generale sta indagando, e ha chiesto spiegazioni. Quegli accordi, tra le altre cose, contengono anche la Costituzione della Bosnia Erzegovina. Forse è davvero un segnale, che sta arrivando il momento di voltare pagina. Vedremo. Anche perché tutto questo avviene a Sarajevo che, si sa, non è la Bosnia.

15.02.2008    Da Sarajevo, scrive Andrea Rossini


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sabato, 05 gennaio 2008

Bosnia, tribunale incrimina ex generale serbo per strage Tuzla

SARAJEVO (Reuters) - Il tribunale per i crimini di guerra della Bosnia ha incriminato oggi un generale serbo in pensione per avere ordinato il bombardamento che nel 1995 ha ucciso 71 persone nella città di Tuzla.

"Il Tribunale della Bosnia-Herzegovina ha confermato l'incriminazione nel caso Novak Djukic case, con l'accusa per Novak Djukic di crimini di guerra contro civili", si legge in un comunicato.

Djukic era comandante dell'esercito serbo-bosniaco nella regione di Tuzla, nel nord della Bosnia, durante la guerra del 1992-95. Tuzla era stata dichiarata dalle Nazioni Unite "zona protetta" nel 1993.

Djukic, che è stato promosso generale dopo la guerra ed è diventato capo di stato maggiore serbo-bosniaco prima di andare in pensione nel 2005, è stato arrestato lo scorso novembre con l'accusa di avere ordinato uno dei peggiori massacri della guerra in Bosnia.

Un solo colpo di artiglieria, sparato dalle postazioni serbe in altura ad ovest di Tuzla, ha fatto strage di un gruppo di giovani nella piazza centrale della città. Gran parte delle vittime e dei feriti aveva tra i 18 e i 25 anni. Il più giovane era un bambino di tre anni, colpito mentre era in braccio al padre.

L'atto di incriminazione dice che il 25 maggio 1995 Djukic ordinò alle sue unità di sparare un missile sul centro di Tuzla.

"Risultato dell'esplosione del missile, 71 persone sono state uccise, mentre all'incirca 240 sono rimaste ferite", dice il tribunale.

Il tribunale per i crimini di guerra bosniaco è stato creato per alleggerire il carico di lavoro del Tribunale internazionale per i crimini nell'ex Jugoslavia, che ha sede all'Aja, nei Paesi Bassi. Tratta i casi di livello medio-basso, mentre la corte dell'Aja dovrebbe chiudere i battenti entro il 2010.

domenica, 23 dicembre 2007

Joe Sacco: ancora sulla Bosnia

Roma, 22 dic. - (Adnkronos/Adnkronos Cultura) - E' il 2001. La guerra che ha sconvolto Sarajevo e' finita da qualche anno. Joe Sacco decide di tornarvi. Per molti anni e' stato lontano dalla citta' pur di sfuggire alle atrocita' e ai massacri. Quando rientra a Sarajevo, pero', trova un'atmosfera sospesa, angosciata e carica di tensione. La popolazione e' allarmata. Sembra incapace di liberarsi dall'incubo della guerra. E' oramai incapace, soprattutto, di liberarsi dalla paura e dall'angoscia. E' questa l'atmosfera che Joe Sacco ha ritrovato a Sarajevo che racconta nel libro a fumetti ''Neven. Una storia da Sarajevo'', pubblicato dalla casa editrice Mondadori nella collana 'Strade blu'.

Joe non intende rassegnarsi davanti alla solitudine, alle tragedie e alle vilta' che hanno colpito i suoi concittadini. Il suo obiettivo principale e' quello di ritrovare Neven, un suo vecchio amico di cui da molto tempo ha perso le tracce. Neven e' figlio di una musulmana e di un serbo. Durante la guerra, pur di sopravvivere, ha svolto incarichi e lavori diversi. E' stato, di volta in volta, un eroe di guerra, un pappone, un narratore, una guida turistica e uno scroccone. L'autore del volume lo ha incontrato per la prima volta nel lontano 1995 quando era arrivato in Bosnia Erzegovina poco prima che la guerra finisse. Neven e' intenzionato a riconquistare tutti i soldi perduti.

E' disposto a tutto pur di ricominciare i suoi traffici loschi e illegali. Non esita a farsi accompagnare da Sacco in una rete di storie che hanno per protagonisti soldati regolari e irregolari, cecchini, bande di criminali legalizzate. Mano a mano, dunque, Joe sara' inghiottito da una serie di vicende in cui la corruzione e il malaffare rappresentano soltanto la fase iniziale dell'ascesa dei signori della guerra. Un'ascesa che ha segnato la salvezza della Bosnia ma anche la deriva autoritaria che ha attraversato tutta la Bosnia.

 

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venerdì, 21 dicembre 2007

PROSEGUE L’IMPEGNO DEI MILITARI ITALIANI IN MISSIONE UMANITARIA A SARAJEVO: IL SUPPORTO MEDICO AI BAMBINI BISOGNOSI DI CURE

SARAJEVO\ aise\ - Prosegue l’impegno dei militari italiani in missione umanitaria a Sarajevo. Il Contingente Italfor 29 in Bosnia si è infatti adoperato a favore di un bambino di nove anni di Busovaca, località ubicata a cinquanta chilometri a nord di Sarajevo, affetto da una malattia non curabile presso le strutture ospedaliere locali. Senahid, questo il nome del bambino, nel 2004 è stato sottoposto ad un difficile intervento di trapianto di midollo osseo presso il Reparto di Onco-ematologia Pediatrica dell'Ospedale S. Orsola Malpigli di Bologna.
Come tanti altri bambini affetti da patologie di vario tipo, Sanahid si reca in Italia, periodicamente, con vettori aerei messi a disposizione dal Comando Operativo di Vertice Interforze. L'attività è stata realizzata in collaborazione con l'Ambasciata Italiana in Bosnia Erzegovina e l'Associazione Onlus "Cosmohelp" di Faenza (RA) in Emilia Romagna. Quest'ultima, in particolare, ha sostenuto per intero le spese mediche.
Il Contingente militare italiano dislocato in Bosnia, si è già prodigato negli ultimi tre mesi, al fine di inviare Italia dodici bambini bisognosi di cure mediche specialistiche. (aise) 

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mercoledì, 19 dicembre 2007

Cambio al vertice del contingente italiano in Bosnia

Alla presenza del vice comandante di Eufor, generale di brigata Carmelo De Cicco, si è svolta a Camp Butmir (Sarajevo, sede del comando Eufor) la cerimonia di passaggio di consegne tra il colonnello Carlo Alessandro Orsini, comandante uscente del contingente italiano in Bosnia basato sul 21° reggimento artiglieria terrestre Trieste di Foggia, e il tenente colonnello Felice Senatore, comandante del contingente subentrante su base brigata artiglieria di Portogruaro.

Lasciando il comando, alla vigilia del suo rientro in Italia, il colonnello Orsini ha salutato il personale del contingente, certo e soddisfatto del lavoro svolto dai suoi collaboratori in questi sei mesi, soprattutto dai Lot (Liaison and observation team) che, integrati nel tessuto sociale, hanno consentito il collegamento e l’osservazione.

Il tenente colonnello Senatore assume il comando nel quadro di una progressiva riduzione della presenza militare in Bosnia e nell’ottica di un definitivo passaggio delle responsabilità alle autorità bosniache.

Fonte: Stato Maggiore Difesa

Pagine di Difesa, 18 dicembre 2007
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giovedì, 13 dicembre 2007

Bosnia: condannato a 33 anni ex generale serbo

L'AJA - Il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia ha condannato oggi il generale serbo Dragomir Milosevic a 33 anni di prigione per il lungo e feroce assedio di Sarajevo, la capitale bosniaca ridotta allo stremo dai soldati serbo-bosniaci dal 1992 al 1995. I giudici dell'Aja hanno riconosciuto Milosevic "colpevole di terrore, crimine di guerra; di omicidio, crimine contro l'umanità; di atti disumani, crimine contro l'umanità" e lo hanno condannato a "33 anni di prigione" ha dichiarato il giudice Patrick Robinson.

"Le prove mostrano la terribile storia dell'assedio e della morsa stretta attorno alla città e del suo bombardamento da parte del Srk, l'esercito serbo-bosniaco, sotto il comando di Dragomir Milosevic". Dall'agosto del 1994 fino alla fine della guerra di Bosnia (novembre 1995) Dragomir Milosevic ha comandato i corpi Romanija dell'esercito serbo-bosniaco, che effettuavano il blocco attorno alla capitale bosniaca, bombardando la città mentre i suoi cecchini dalle alture intorno tenevano gli abitanti nel terrore. Secondo organizzazioni dei diritti umani, nell'assedio morirono 12.000 civili, dei quali 1.500 bambini. Le televisioni trasmettevano in tutto il mondo le terribili immagini senza che la comunità internazionale riuscisse a mettere fine al dramma.

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Nome: Valeria Taradash
Giornalista, scrittrice... innamorata della Bosnia da molti anni. Da quando una guerra insensata, giocata troppo vicino a casa mia perché riuscissi a restarne fuori, mi ha portato in questo Paese. La spinta somigliava molto alla curiosità o, più gradevole espressione, al desiderio-bisogno di capire. Crimini troppo grandi e incomprensibili venivano commessi, spesso in nome di un Dio che, come al solito, non c'entrava niente. Non ho saputo restare davanti al televisore a scuotere la testa. Il bisogno di partire si è fatto viaggio, il viaggio si è fatto conoscenza, la conoscenza si è fatta amore, partecipazione e necessità di testimoniare. In passato ho collaborato con TV e radio private. Per la carta stampata ho scritto e tradotto per "Shabab", un bollettino che si occupava di MedioOriente, più precisamente della Palestina. Inoltre ho pubblicato tre libri, due saggi ("La fame nel mondo" e "La nonviolenza") e un romanzo ("Concerto per chihuahua ...e frammenti di stelle ...e altre code"). Oltre all'amore per la scrittura, un'altra passione mi ha accompagnato per tutta la vita, divenendo a periodi una professione: i cani. Allevo cani per hobby e per amore. Anni fa sono stata titolare di una scuola di addestramento all'obbedienza e all'agility. Con i miei amici a quattro zampe mi diverto e lascio che mi dipingano sulla faccia sorrisi di tenerezza uniti a sentimenti di protezione e di condivisione affettiva. Insomma a loro concedo il mio lato "morbido", che altrimenti so nascondere benissimo. Chi mi conosce lo sa...


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Avviso ai lettori

12 Febbraio 2008- Finalmente, tra le mille cose che ho fatto e faccio, ne ho fatta una di cui sono davvero fiera e contenta: ho scritto un libro. Non è il primo che scrivo. Non è nemmeno il primo che pubblico. Però è il mio primo romanzo e, soprattutto, è il libro che avrei voluto scrivere. Per verificare che non ci fossero errori o sviste l'ho riletto da capo a piedi e poi, nonostante sia ipercritica nei confronti di me stessa e di ogni cosa che faccio, mi sono sorpresa a pensare: è bello, è proprio bello. Quasi me ne vergogno ma è la verità e vorrei che tutti potessero leggerlo e dire la loro. La distribuzione partirà tra breve. Al momento è reperibile presso la casa editrice che lo ha messo in vendita in internet, e si può acquistare senza problemi tramite le carte varie previste o anche contrassegno. Se volete... se ne avete voglia, cliccate sull'immagine della copertina subito qui sotto. Se amate gli animali, i cani in particolare... se avete amato un libro che si intitola "Il Piccolo Principe" allora, credetemi, non ve lo dovete perdere. Poi fatemi sapere che ne pensate. Ve ne sarò davvero molto grata. Ciao e buona lettura, Valeria

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