L'ex leader è accusato di genocidio e crimini di guerra in particolare per l'assedio di Sarajevo e per la strage di Srebrenica. La Nato: "Una buona notizia per la comunità internazionale".
BELGRADO - L'ex leader dei serbo-bosniaci, Radovan Karadzic, è stato arrestato. Lo ha reso noto questa sera a Belgrado la presidenza della Serbia. Karadzic è ritenuto responsabile di genocidio per l'assedio di Sarajevo, durato 43 mesi e costato la vita a 12.000 persone, e per la strage di Srebrenica del 1995, che ha portato al massacro di 8.000 musulmani.
Secondo la nota della presidenza serba, Karadzic è stato "localizzato e arrestato" nelle ultime ore dalle forze di sicurezza serbe. Il comunicato non precisa il luogo del fermo, ma rende noto che Karadzic è attualmente detenuto a Belgrado dagli organi della procura nazionale serba per la lotta ai crimini di guerra. Si tratta di "una buona notizia" per la comunità internazionale, afferma un portavoce della Nato. La cattura di Karadzic rappresenta inoltre sicuramente un passo in più nel processo di avvicinamento di Belgrado all'Ue.
L'ex leader serbo bosniaco era al primo posto fra gli ultimi tre ricercati rimasti nella lista nera del Tribunale internazionale dell'Aja (Tpi) per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia.
Latitante da circa 13 anni, deve rispondere delle accuse di genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità per il ruolo svolto nella sanguinosa guerra di Bosnia (1993-95, 200.000 morti in totale), la più feroce fra quelle scatenate dalla dissoluzione della Jugoslavia.
(21 luglio 2008)
da Repubblica.it
Dietro questa storia ci sono un uomo, una donna, una famiglia e 8000 fantasmi; le vittime del massacro di Srebrenica. Ricordate? Era il caldo luglio del 1995. C’era la guerra in Bosnia. L’uomo è Hasan Nuhanovic.
Ora ha 40 anni. Allora era un interprete dei caschi blu olandesi. È stato uno dei pochi sopravvissuti a quella che è stata definita “la peggiore atrocità” commessa in Europa dopo la Secondo Guerra Mondiale.
La donna è Liesbeth Zegveld, avvocato di Amsterdam, specializzata nella difesa dei diritti umani. Mehida, Damir e Alma Mustafic sono invece la famiglia di Rizo, meccanico impiegato presso la base militare delle Nazioni Unite della cittadina bosniaca. Lui non ce la fece: venne ucciso dai soldati del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic. Il 16 giugno, la vedova e le figlie di Mustafic sedevano accanto ad Hasan, e dietro al loro avvocato, nella aula del Tribunale dell’Aja. Dove è iniziata una delle più importanti cause riguardanti il massacro. E non è l’unica che parte in questi giorni. Il 18 giugno un’altra corte olandese discuterà della denuncia presentata da un’associazione che si chiama “Le madri di Srebrenica”, una sorta di prima class action del genocidio.
Potrebbero essere due sentenze pilota, in grado di creare un precedente, dare ossigeno a migliaia e migliaia di altri ricorsi. Ma, soprattutto potrebbe essere la prima volta che una corte di giustizia indica chi furono i conniventi, i complici, i corresponsabili di quella strage. Dopo numerosi tentativi, Liesbeth Zegveld è riuscita a portare sul banco degli imputati il governo olandese e le Nazioni Unite. Coloro che avevano il compito di difendere gli abitanti dell’enclave bosniaca. E che, invece, lasciarono il campo libero ai fucili e ai coltelli serbi. I suoi assistiti erano lì. Videro tutto e, dopo averlo fatto in interviste, conferenze, denunce, hanno finalmente potuto raccontarlo anche ai magistrati dei soldati che avrebbero dovuto difenderli e che, invece, li tradirono, aprendo le porte ai loro carnefici.
Hasan Nuhanovic ha descritto il momento in cui i caschi blu olandesi ordinarono a lui e alla sua famiglia di lasciare la base militare in cui erano rifugiati. “Sapevo io, sapevano tutti, che equivaleva a una condanna a morte. Mia madre piangeva, io anche. Solo mio fratello, 22 anni, era troppo orgoglioso per farlo”. Sotto gli occhi dei soldati Onu, i serbi uccisero quasi tutti i maschi della comunità. Vecchi, adulti, giovani, bambini, tanti bambini. Ci sono filmati che immortalano l’entrata in città del generale Mladic. Un paio di strette di mano ai caschi blu; i bosniaci incolonnati e caricati sugli autobus che li avrebbero portati alle fossi comuni; le carezze sui visi terrorizzati dei più piccoli, che, dopo quelle riprese, avrebbero avuto ancora solo qualche minuto di vita in più.
Nel 2002, un’inchiesta indipendente dell’Istituto olandese per la documentazione di guerra indicò le responsabilità del governo dell’Aja per aver mandato in Bosnia truppe male addestrate ed equipaggiate, creando così i presupposti per la loro “resa” incondizionata” di fronte alle truppe serbe. Una missione impossibile, condizionata – in quella sanguinosa estate - anche dalla scarsa volontà delle Nazioni Unite di intervenire a difesa dei bosniaci.
L’autodifesa burocratica del governo olandese. Ieri, per difendersi dalle accuse di Hasan, Mehida, Damir e Alma, il rappresentante dell’esecutivo olandese Bert Jan Houtzagers si è trincerato dietro una giustificazione burocratica: ha detto che i parenti uccisi non erano sulla lista degli impiegati delle Nazioni Unite e quindi non avevano il diritto a una protezione speciale. Rizo Mustafic lavorò per 18 mesi presso la base dell’ Onu, ma nessuno gli fece mai un contratto. Quindi, quando arrivarono i serbi, gli venne detto di lasciare l’accampamento olandese. Il rapporto del 2002, classificò questo come un caso di “cattiva comunicazione”. “Noi vogliamo giustizia. Non potete dirci che nostro padre è morto a causa di un problema di comunicazione “ - ha detto ai giornalisti Alma Mustafic. L’avvocato Zegveld cercherà di dimostrare che venne violato statuto contro i crimini di guerra adottato dall’Aja nel dopoguerra, secondo il quale è un delitto “abbandonare qualcuno al nemico”. Bene – ha scandito la docente universitaria - è proprio quello che fecero i nostri soldati laggiù”. L’uomo, la famiglia (e gli 8000 fantasmi che li accompagnano) hanno già annunciato che non mancheranno alla prossima udienza, fissata per il 10 settembre prossimo.
Da Panorama.it
di Luca Ferrari
Alla ricerca della verità. Della giustizia. L’indifferenza ha avvelenato il mondo. La sofferenza va somministrata a seconda dell’interesse. Ci stanno narcotizzando spacciando mine antiuomo per colombe.
Nel film The hunting party (2007) per la regia di Richard Shepard, i protagonisti Richard Gere e Terrence Howard, indossano le vesti rispettivamente di un agguerrito reporter e del suo fedele cameraman, alla ricerca del più famoso ricercato criminale della guerra dei Balcani.
Gere è un giornalista che durante una diretta televisiva nazionale, si rifiuta di coprire la notizia, e parla apertamente del massacro indiscriminato perpetrato dalle forze serbe ai danni dei bosgnacchi (musulmani bosniaci), e per questo licenziato subito dopo.
In quanti lo avrebbero fatto? Dura la vita del reporter sul fronte. E non parliamo di quelli che se ne stanno comodi a filmare fasulle strette di mano che hanno il solo obbiettivo di deviare lo sguardo del pubblico verso una realtà che non esiste.
La guerra in Bosnia c’è stata. E non facciamo certo uno scoop nel dire ha raccolto più silenzio e che attenzione. “Hanno fatto pulizia etnica per la tua sicurezza” dice il cameraman Duck (Howard) al giovane rampollo, figlio del magnate del network, che accompagna i due protagonisti.
Già, la nostra sicurezza. Sembra di sentire i discorsi di tanti galantuomini. Una donna assassinata, tutta sporca di sangue con il ventre “gonfio” di un bambino, su cui si vedono i fori di quattro proiettili. È questo il prezzo? L’immagine non è per nulla diversa dalla realtà visto che le donne furono squarciate con i figli in grembo.
La verità non ha bisogno di spiegazioni, o correzioni. La verità non segue la regola delle cinque “W”: who (chi), what (cosa), when (quando), where (dove) e why (perchè), più eventuale how (come). È possibile non sporcarsi le mani, sguazzando nel putrido?
I reporter vedono cose orribili. È il loro lavoro. Ma c’è una grossa differenza fra quello che loro vedono e quello che poi si sente (o si legge). Il popolo è traghettato. I telespettatori se ne stanno sul seggiolone in attesa che qualche “papavero” decida cosa dar loro da mangiare.
“Una vita in pericolo è una vita reale. Il resto è televisione”, dice il saggio Simon (Gere). Così come vanno le cose, non è giusto. Ecco perché dobbiamo cambiare le regole. E d’ora in poi la storia dovrà essere raccontata da altri. Già, da chi?
da Il Reporter
Il genocidio in un libro e due mostre. Mujcic racconta il suo viaggio fino all'Italia. E poi immagini sconvolgenti. A Palazzo Doria Spinola
di Francesco Pedemonte
GENOVA, 15 MARZO 2008

Prima della deflagrazione della vecchia federazione jugoslava, Srebrenica era una cittadina della Bosnia orientale, situata vicino al confine della Serbia e nota soprattutto per le miniere d’oro, di argento e bauxite. Nel corso della guerra (1992/95) era un enclave musulmana situata in territorio serbo-bosniaco, un'area di sicurezza soggetta al controllo dell’ UNPROFOR, la forza di protezione delle Nazioni Unite. L'11 luglio 1995 venne occupata dalle truppe serbo-bosniache che, guidate dal generale Ratko Mladic, deportarono la popolazione civile compiendo il massacro in cui morirono oltre 7500 persone, in gran parte uomini e ragazzi.
A quasi 13 anni di distanza, pochi, quasi nessuno, tra i massimi responsabili del massacro ha pagato o scontato in parte la condanna per genocidio e crimini contro l’umanità comminata dal Tribunale dell’Aja. Non resta che ricordare, a maggior ragione dopo i recenti avvenimenti, per evitare che quello che è stato possa ripetersi.
Presso la Sala del Consiglio provinciale, occasione di riflessione e dibattito sul massacro di Srebrenica, promossa dalla S.p.a Politiche di donne, è stata la presentazione del libro Al di là del caos di Elvira Mujcic: un racconto-terapia del viaggio che ha portato l’autrice da Srebrenica all’Italia attraverso la Croazia. Contemporaneamente è stata inaugurata la mostra Identify, una raccolta di 12 pannelli realizzata da Arci-Genova.
CSK-3 non è una sigla priva di significato, ma il codice assegnato ad una scarpa dallo staff del Progetto di identificazione Podrinje che lavora al riconoscimento delle vittime del massacro.
Immagini di scarpe, giubbotti, t-shirt, orologi, felpe, jeans: capi di abbigliamento appartenuti alle vittime del genocidio. Attraverso i nomi di griffe celebri si attiva il processo di identificazione rispetto alla tragedia, tramite sigle come Adidas, Puma, Diesel, Seiko, Lacoste, Rifle e Carrera si ricorda al mondo consumista l’assurdità del genocidio e l’insignificanza dei segni che aiutano a sentire la vicinanza con gli altri. Un segmento di mondo non immune da responsabilità, soprattutto nelle dinamiche politiche e diplomatiche che condussero al massacro, un genocidio che, al pari di altri, è caduto nell’indifferenza.
Completa la mostra, Nema Problema, raccolta di fotografie scattate da Laura Rossi.
Tuzla, Srebrenica, Potocari e Sarajevo: istantanee che non trasmettono un segnale di denuncia, ma ricordano che nei luoghi del massacro, oggi, bambini giocano ancora a pallone. Scatti senza alcuna connotazione etnica, a segnalare come la Bosnia non sia stata solo terra di sangue, ma anche di ricostruzione. Se i pannelli propongono un’identificazione post mortem delle vittime di Srebrenica, l’appendice fotografica pone l’accento su chi è vivo, su quelle persone che nonostante gli orrori della guerra riescono ancora a pronunciare le parole Nema Problema: nessun problema.
I pannelli di Identify e gli scatti fotografici saranno a disposizione del pubblico da lunedì 17 a giovedì 20 marzo, presso il Loggiato Inferiore di Palazzo Doria Spinola (largo Eros Lanfranco 1).
La notizia è nota da una decina di giorni, ma presenta già i contorni di un avvenimento che potrebbe rimettere in discussione parecchi fatti e relativi giudizi del tormentato decennio balcanico o finire per alimentare polemiche sempre più acute: un tribunale olandese (un organo di giustizia ordinaria nazionale, da non confondere quindi con la corte internazionale di giustizia dell’Aja o con la corte internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia che siede nella stessa città) non ha riconosciuto alle Nazioni Unite l’immunità giudiziaria di fronte alla chiamata in giudizio presentata contro il governo olandese e contro le Nazioni Unite da un gruppo di superstiti del massacro di Srebrenica accaduto nel luglio 1995. A più di mezzo secolo dalla fondazione delle Nazioni Unite, e dopo decine di missioni internazionali e interventi di varia natura, indubbiamente si tratta di un evento senza precedenti e l’aggettivo ‘storico’ in questo caso non sembra del tutto fuori posto.
Il quotidiano di Sarajevo Oslobodjenje (28.11.07) ha dato alla notizia comprensibilmente un certo risalto e riportato anche qualche particolare. Per prima cosa non si tratta di una sentenza – che a sua volta può avere diversi gradi – ma del rifiuto delle motivazioni addotte dalle Nazioni Unite per non essere citate in giudizio, un atto quindi in questa fase iniziale più legato alla procedura che al merito. Secondo l’atto della corte olandese, le Nazioni Unite, infatti, non potrebbero invocare l’immunità non tanto secondo le convenzioni internazionali – che pure la riconoscono e la ammettono – ma sulla base del fatto che, avendo sottoscritto la convenzione per la prevenzione del genocidio, di fatto non avrebbero fatto nulla per evitare il massacro di Srebrenica, la pagina più oscura e vergognosa della storia europea dopo il 1945. La chiamata in giudizio sarebbe quindi diretta.
La concatenazione degli avvenimenti di quel mese di luglio 1995 vale sempre la pena di essere ricordata. Srebrenica godeva dello status di Zona Protetta (safe area), ovvero una zona che su garanzia internazionale doveva essere mantenuta sicura e neutrale per consentire alla popolazione civile di rifugiarvisi e sfuggire in tal modo i combattimenti. La risoluzione 819 del Consiglio di Sicurezza (16 aprile 1993) oltre a Srebrenica, aveva dichiarato zone protette Bihac, Gorazde, Sarajevo e Zepa affidandone la tutela ai diversi reparti di Unprofor che via via si succedettero (prima canadesi e infine – all’epoca dei fatti – olandesi). E in effetti il piccolo centro di Srebrenica da poche migliaia di abitanti passò a più di 40mila nel luglio 1995.
La realtà della tutela internazionale purtroppo fu ben diversa e in circostanze non dissimili tutte queste zone finirono poi per diventare teatri di mattanze più o meno ampie. Se si preferisce, si trattò di uno dei tanti paradossi crudeli di quella guerra: proprio dove si era tentato di proteggere i civili, i combattimenti furono invece più aspri e spietati che altrove, dimostrando indirettamente che il reale obiettivo era proprio la popolazione civile in quanto tale. A Srebrenica, tra il 12 e il 19 luglio 1995, dopo l’arrivo delle milizie serbo-bosniache di Ratko Mladic (attualmente ancora ricercato dal TPI) furono massacrati migliaia di civili, senza che il reparto di Unprofor presente intervenisse.
Ad onor del vero (ma purtroppo non ‘ad onore’ dei soldati olandesi presenti) essi non avrebbero potuto nemmeno farlo, in quanto – se non fisicamente disarmati – erano stati di fatto ‘consegnati’ nel loro compound e messi comunque nell’impossibilità di agire da parte delle milizie serbo-bosniache. Quattrocentocinquanta soldati armati ed equipaggiati in pratica erano stati neutralizzati senza colpo ferire. Al massacro seguì la tragedia delle fosse comuni. I corpi delle vittime furono frettolosamente inumati, spogliandoli spesso non solo dei documenti per impedirne una qualsiasi identificazione successiva ma anche degli abiti. Tuttavia le dimensioni delle fosse e l’attività per scavarle e riempirle furono tali da non sfuggire alla ricognizione satellitare e si trattò della prima documentazione ufficiale, benché inspiegabilmente resa nota piuttosto tardi.
Dopo i fatti furono avviate diverse inchieste da differenti autorità: dalle Nazioni Unite, da Francia e Olanda, dalla Federazione musulmana di Bosnia, dalla Republika Srpska di Bosnia e anche dalla Serbia del dopo Milosevic, oltre naturalmente ai diversi processi alla corte internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia fino alla sentenza del 19 aprile 2004 che definì la vicenda “genocidio”. Sintomatico il fatto che nemmeno le stime del numero delle vittime però concordino: secondo alcuni furono più di diecimila (la somma esatta degli ‘scomparsi’), secondo altri ‘solo’ seimila oppure poche centinaia “caduti in combattimento”. Nel frattempo, poiché la pressione internazionale per far luce su tutta la vicenda aumentava, con l’aiuto di pale meccaniche alcune fosse comuni furono svuotate e il loro macabro contenuto ricollocato altrove per impedire non solo il ricorso alle moderne tecniche del Dna per l’identificazione dei resti, ma la prosecuzione di ogni indagine mirante ad accertare responsabilità individuali.
Soprattutto diventava impossibile stabilire un qualsiasi nesso causale tra la presenza di un accusato e di una vittima nello stesso luogo contemporaneamente in quanto lo stesso Dna si sarebbe rintracciato in due località diverse rendendo vano il tentativo di stabilire il luogo certo della morte di una vittima ma semmai solo quello della sepoltura. Tutte le ricostruzioni delle circostanze in cui erano avvenute le uccisioni e le inumazioni di massa, nonostante l’accuratezza e la precisione dei dati scientifici, diventavano quindi inutili.
Nel 2004 si era tentato un accordo extra-giudiziale per un risarcimento di due miliardi di euro, ma il governo olandese aveva rifiutato l’ammissione di qualsiasi forma di responsabilità per quello che – usando dei termini abbastanza impropri da codice penale militare nazionale – si configurerebbe come un ‘abbandono di posto’ o una ‘violata consegna’ nei confronti del mandato internazionale. Trattative durate anni, svolte all’interno di una commissione mista (Onu, governo olandese, governo bosniaco) nella quale sedevano anche una dozzina di legali bosniaci in rappresentanza delle vittime e dei superstiti, non avevano condotto a nulla, fino alla decisione dei legali bosniaci di rivolgersi appunto a un tribunale olandese, ovvero alla giustizia ordinaria. Il tribunale che ha respinto l’eccezione, oltre a giudicare l’operato delle Nazioni Unite, giudicherà ora evidentemente anche quello del governo olandese.
Nel giugno di quest’anno è stato quindi presentato al tribunale un documento di 228 pagine con accuse esplicite al comportamento delle Nazioni unite e del governo olandese: a) il comando di Unprofor (dipendente direttamente dalle Nazioni unite) era conoscenza con almeno due settimane di anticipo della imminente offensiva delle milizie serbo-bosniache sulla base di precisi rapporti di intelligence provenienti anche dagli Usa; b) le Nazioni unite non hanno preso alcun provvedimento per tutelare la popolazione civile – in gran parte profughi – presente nella sacca di Srebrenica (safe area) ma soltanto, in collaborazione con il governo olandese, attuato misure relative allo sgombero del proprio personale; c) le Nazioni Unite e il governo olandese hanno reso possibile il massacro non solo con la loro inerzia, ma anche – avendo disarmato tutta la popolazione civile – di fatto l’hanno messa nell’impossibilità di difendersi.
A parte le accuse dei superstiti a Nazioni Unite e governo olandese, ci sono anche i rimpalli di responsabilità tra questi ultimi. Uno dei temi più frequenti è quello del mancato appoggio aereo. Il governo olandese ha lamentato più volte che era stato lasciato solo e nella impossibilità di fermare l’attacco in quanto le Nazioni Unite non avevano concesso l’autorizzazione richiesta a effettuare una sortita aerea. Le Nazioni Unite avevano risposto che la richiesta non era inoltrabile in quanto non formulata correttamente. Da indagini svolte dai legali delle vittime sembrerebbe invece che proprio l’offerta di sostegno aereo fosse stata declinata dal generale olandese Cees Nicolai – capo di stato maggiore di Unprofor – con l’approvazione o (forse) il suggerimento dello stesso ministro della difesa olandese Joris Voorhoeve.
Esisteva infatti il precedente degli altri 350 soldati olandesi tenuti come ostaggi da maggio 1995 dai serbi nei dintorni di Sarajevo a seguito dell’attacco aereo (Nato) che aveva fatto saltare in area il principale deposito munizioni serbo-bosniaco tra Sarajevo e Pale. Resta comunque il fatto che il 19 luglio a Belgrado il comandante di Unprofor generale Rupert Smith e Ratko Mladic sottoscrissero un accordo per fare esfiltrare indenni, con armi ed equipaggiamenti i soldati olandesi dalla zona di Srebrenica.
BELGRADO, 12 aprile 2007 (IPS) - La condanna di quattro persone a un totale di 58 anni di carcere per il massacro di uomini e ragazzi musulmani a Srebrenica nel 1995 è considerata un verdetto importantissimo, anche se non del tutto soddisfacente.
Il tribunale di Belgrado ha stabilito che i quattro, tutti membri della nota unità paramilitare “Scorpions”, fucilarono sei prigionieri musulmani tra i 16 e i 36 anni, dopo l’incursione dell’esercito serbo bosniaco nell’enclave musulmana di Srebrenica nel luglio 1995, alla fine di una guerra in Bosnia durata tre anni.
Unica prova contro quegli uomini, una videocassetta dell’esecuzione filmata da uno di loro. Il nastro del massacro, avvenuto solo qualche giorno dopo la caduta di Srebrenica, mostra gli uomini dell’unità “'Scorpions” che ordinano ai prigionieri musulmani di inginocchiarsi, con le mani legate dietro la schiena, e li fucilano a morte.
Nella cassetta, il cui contenuto circolò pubblicamente, gli assassini ridono, fumano e urlano alle loro vittime, mentre le picchiano brutalmente.
I due assassini, Slobodan Medic e Branislav Medic (parenti), sono stati condannati a 20 anni di carcere. Per Pero Petrasevic, loro aiutante, e l’unico a mostrare rimorso durante il processo, la condanna è di 13 anni.
Aleksandar Medic, altro parente di Slobodan e Branislav, che piantonava i sei musulmani per evitarne la fuga, è stato condannato a cinque anni. Aleksandar era anche l’autista del gruppo.
Un quinto accusato, Aleksandar Vukov, è stato lasciato in libertà perché il tribunale speciale per crimini di guerra di Belgrado non ha rilevato prove sufficienti della sua partecipazione al massacro.
Secondo gli avvocati, questo caso rappresenta una pietra miliare in molti sensi. Innanzitutto, perché l’esecuzione è stata videoregistrata. La cassetta era stata scoperta solo nel 2005, dieci anni dopo l’esecuzione.
È stata ritrovata da un attivista per i diritti umani di Belgrado nella cittadina occidentale di Sid, dove membri dell’unità “Scorpions” continuavano a vivere in libertà malgrado fossero sospettati di crimini di guerra in Bosnia. Il nastro era disponibile per il noleggio da anni in un negozio locale di video.
”Questa gente (i massacratori) ha vissuto tranquillamente in mezzo a noi per 10 anni”, ha detto all’IPS Bruno Vekaric, portavoce del tribunale serbo per crimini di guerra. “Questo è un caso importantissimo, perché, come società, dovevamo dimostrare di saper prendere le distanze da chi aveva partecipato al genocidio”. Il processo si è aperto solo dopo mesi dalla decisione della Corte penale internazionale (CPI) secondo cui la Serbia non era responsabile del genocidio avvenuto durante la guerra in Bosnia del 1992-1995. Tuttavia, il verdetto stabiliva che la Serbia non aveva fatto nulla per evitare il massacro.
L’CPI ha inoltre dichiarato che il genocidio non era stato commesso nell’intera area della Bosnia, come accusava la Bosnia-Herzegovina, costituitasi parte civile, ma solo a Srebrenica.
L’esercito serbo bosniaco e il suo comandante Ratko Mladic, ancora latitante, sono stati giudicati responsabili del massacro di 8.000 uomini e ragazzi musulmani a Srebrenica.
Il video dell’esecuzione a sangue freddo dei sei uomini – due ragazzi di 17 anni, e gli altri tra i 20 e i 30 anni – era stato già mostrato durante il processo di Slobodan Milosevic, il primo luglio 2005.
Milosevic è stato processato dal Tribunale internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia (ICTY) dell’Aia, in Olanda. È morto nel marzo del 2006, e il processo non si è mai concluso.
Solo pochi giorni dopo essere stato presentato all’ICTY, il filmato è stato trasmesso da tutti i canali televisivi della regione.
In Serbia, ha messo a tacere molta gente che aveva creduto alla propaganda di Milosevic durante la guerra, secondo cui il massacro di Srebrenica non era mai accaduto.
In Bosnia quel video aveva portato all’identificazione dei sei uomini uccisi. I loro corpi erano stati ritrovati nel 1999 in una fossa comune.
Tuttavia, la sentenza è stata contestata dalle famiglie delle vittime, presenti al processo dal quando è iniziato, nel dicembre 2005.
Safeta Muhic, cugina di Azmir Alispahic (17 anni), una delle vittime, ha detto ai giornalisti che “la sentenza è vergognosa”. “Siamo venuti qui per cercare giustizia, ma non l’abbiamo trovata”, ha aggiunto.
“Tutta questa gente un giorno camminerà libera, ma nulla riporterà in vita mio figlio”, ha detto la mamma di Azmir, Nura Alispahic. L’attivista serba per i diritti umani, Natasa Kandic, che rappresenta le famiglie delle vittime, ha commentato all’IPS che “le sentenze non hanno restituito giustizia ai morti. Sono semplicemente inaccettabili”.
Vi sono state reazioni analoghe nella vicina Bosnia, dove la presidente dell’Associazione delle madri di Srebrenica, Munira Subasic, ha dichiarato alla radio di Sarajevo che “la sentenza non ha ridato giustizia a chi soffre, e si somma all’umiliazione delle vittime”.
Molti dei giornalisti che hanno seguito il processo dall’inizio erano nauseati per l’assoluta assenza di rimorso tra i principali imputati. Durante il processo, Slobodan Medic ha dichiarato che “avrebbe ucciso come un coniglio chi ha girato quel video”, se solo avesse saputo che qualcuno stava riprendendo la scena. Neanche una parola per coloro che ha assassinato.
Vesna Peric Zimonjic
da IPSnotizie.it
Il video che ha inchiodato 4 ex miliziani delle unità paramilitari serbe alle loro responsabilità nel genocidio di Srebrenica (oltre 8100 musulmani bosniaci massacrati dagli uomini di Mladic) fu mostrato per la prima volta nel 2005, davanti al Tribunale Onu dell'Aja. Si vede l'esecuzione sommaria di sei persone, tra uomini e ragazzini, perpetrata nel luglio di dodici anni fa nel villaggio di Trnovo. Prima di colpirli alle spalle con un colpo di pistola i paramilitari serbi ridono e prendono in giro i più giovani per la loro verginità (nella foto un'immagine). Già nel 2005 il video ebbe l'effetto di un colpo di mannaia sull'opinione pubblica serba dato che allora (ma anche adesso) c’era ancora chi dubitava che il massacro di Srebrenica sia mai avvenuto.
Anche per questo motivo la condanna avvenuta martedì di quattro ex miliziani delle unità paramilitari serbe che hanno partecipato al massacro di Srebrenica è importante. I 4 sono stati riconosciuti colpevoli di omicidio plurimo e coinvolgimento nel massacro del '95, e condannati a dal Tribunale Speciale di Belgrado per i Crimini di Guerra nell'ex Jugoslavia (istituito nel 2003 per giudicare reati di gravità relativamente minore rispetto a quelli per cui sono competenti i giudici internazionali dell'Aja). Si tratta insomma del primo processo mai svoltosi in Serbia a proposito dell'eccidio, in cui furono trucidati circa ottomila civili musulmani bosniaci a dispetto della teorica protezione garantita loro da “caschi blu” olandesi delle Nazioni Unite.
I verdetti più pesanti per Slobodan Medic, già comandante della milizia degli Scorpioni, e per il suo allora vice, Branislav Medic: entrambi sono stati condannati a 20 anni di carcere. Anche se la pubblica accusa aveva chiesto una sanzione di durata doppia, per tutti gli imputati. Tredici ne ha avuti invece Pera Petrasevic, unico reo confesso, e cinque un altro ex miliziano, Aleksandar Medic. Assolto Aleksandar Vukov, mentre saranno giudicati separatamente ulteriori due presunti complici.
Da ricordare che a febbraio di quest'anno la Corte internazionale dell'Aja ha deciso che il massacro di Srebrenica fu senza equivoco un atto di genocidio, ma che la Serbia, in quanto stato, non è responsabile.
La regione di Srebrenica nell´est della Bosnia Herzegovina, viene dichiarata il 6 maggio del 1993 dall´Onu «zona protetta», quando la guerra tra serbi e bosniaci sembrava alla fine. Rimanevano in pericolo le enclaves musulmane di Srebrenica, Zepa, Goradze e Bihac. Le Nazioni Unite garantivano la sicurezza della città dall´assedio serbo tramite l´invio di un centinaio di soldati dell´esercito canadese e olandese. Ma l'11 luglio di due anni dopo, Srebrenica cadde sotto il controllo delle forze armate serbo bosniache guidate dal generale Ratko Mladic.
Gli uomini di Mladic portarono via e massacrarono 8106 musulmani bosniaci senza che i caschi blu olandesi incaricati di proteggere la cittadinanza facessero nulla perché richiamati dall´Onu ad abbandonare le enclave musulmane tra cui anche Srebrenica. Circa 15mila abitanti cercarono di fuggire e si misero in salvo scappando verso ovest nel paese di Nezuk, difeso dalle forze bosniache musulmane. Seguono due settimane di rastrellamenti, uccisioni, stupri, e fughe in massa di donne vecchi e bambini. Fino ad ora sono state scoperte 60 fosse comuni nei pressi di Srebrenica, in cui si sono trovati 6000 cadaveri, mentre in un obitorio specializzato si procede all'identificazione del dna di altri resti umani.
da L'Unità.it
L´amministrazione della Repubblica Srpska di Bosnia, il 20 marzo scorso ha promesso che la città di Srebrenica avrà lo status di area speciale di sviluppo. La notizia è stata diffusa dalla radio bosniaca Radio 1, ed è ripresa da Radio Free Europe/Radio Liberty.
Sulla base di un pronunciamento della Corte dell´ONU secondo il quale l´eccidio di Srebrenica nel 1995 fu un ``atto di genocidio´´, alcuni leader musulmani hanno chiesto uno speciale status, in base al quale Srebrenica non cade più sotto l´autorità dell´amministrazione della Repubblica Srpska di Bosnia.
Nei prossimi giorni, il governo della Repubblica Srpska garantirà lo status di sviluppo speciale alla città, come garantito dal primo ministro Milorad Dodik. In un incontro con i rappresentanti della città, il governo ha promesso fondi per 10,2 milioni di dollari, che saranno investiti nelle infrastrutture stradali e nel settore dell´energia.
Fonte: Copyright (c) 2007. RFE/RL, Inc. Translated and reprinted with the permission of Radio Free Europe/Radio Liberty, 1201 Connecticut Ave., N.W. Washington DC 20036. www.rferl.org - by Elena Arena
L'AJA - Carla Del Ponte, procuratore generale del Tribunale penale internazionale (Tpi) per la ex Jugoslavia, è tornata oggi a lanciare critiche per la mancata consegna di Radovan Karadzic e Ratko Mladic, accusati di genocidio e crimini di guerra e contro l'umanità, ricercati da oltre dieci anni. Del Ponte questa volta ha preso di mira l'Unione europea tacciandola di "mutismo" per non aver preso pubblicamente posizione dopo che la Corte internazionale di giustizia ha accusato Mladic di non aver impedito l'eccidio di Srebrenica da parte di reparti serbo-bosniaci.
In particolare il procuratore ha criticato la presidenza tedesca dell'Ue ed il responsabile della politica estera Javier Solana, sostenendo che questo silenzio "può essere devastante anche per le pressioni sempre più forti" affinché il Tpi chiuda, come previsto, definitivamente le sue porte entro il 2010, probabilmente senza aver processato Mladic e Karadzic.
Domanda che mi sorge spontanea dal profondo dell'anima: la Corte internazionale ha accusato Mladic di non aver impedito l'eccidio... ecc... cioè Mladic è stato accusato di non aver impedito a se stesso di macellare oltre ottomila persone?? Qualcuno mi aiuti. Forse non mi sento bene... V.Taradash
Care madri, mogli , sorelle, figlie e cugine delle vittime di Srebrenica, noi Bosniaci della Diaspora in Italia seguiamo attraverso i media ed internet, già da dodici anni, le vostre coraggiose iniziative per la richiesta di giustizia all'insensata morte dei Vostri cari assassinati brutalmente da parte degli estremisti serbi nel Luglio 1995.
Grazie alla Vostra costanza nel denunciare la sparizione dei Vostri famigliari siete riuscite ad attirare l'attenzione su Srebrenica, dove è stato compiuto il genocidio già riconosciuto dal Tribunale Internazionale dell'Aja il 19 Aprile 2004.I risultati della sentenza del 26 Febbraio 2007 emessa da parte della Corte Internazionale dell'Aja sulla denuncia per genocidio, aggressione e danno economico e morale presentato nel 1993 dallo Stato della Bosnia Erzegovina contro la Serbia e il Montenegro durante il regime di Milosevic non sono stati all'altezza delle aspettative.
Anche noi Bosniaci della Diaspora abbiamo dolorosamente dovuto accettare questa sentenza politica, e riteniamo che questa sia un'ulteriore ingiustizia contro la popolazione Bosniaca. I nostri amici e colleghi italiani condividono con noi questo dolore. Possiamo solamente immaginare quanto sia stato difficile per Voi conoscere l'esito di questa sentenza; le Vostre ferite si sono sicuramente riaperte ed ora il Vostro dolore è più forte di prima perché non è stata fatta giustizia per i Vostri cari che non ci sono più.
In questi giorni abbiamo letto sulla stampa italiana che avete deciso di bruciare le stoffe e le federe ricamate con i nomi dei Vostri cari, durante il Vostro incontro mensile previsto per l'11 Marzo 2007 a Tuzla. Comprendiamo che questa scelta è il prodotto della disperazione per questa ingiustizia, ma noi Vi chiediamo di non farlo perché quelle federe e quelle stoffe rappresentano per Voi la proiezione dell'amore per i Vostri cari, e bruciandole si produrrebbe un ulteriore dolore e danno alle Vostre anime già distrutte.
In dodici anni avete dimostrato di non sapere odiare, nemmeno i colpevoli del Vostro dolore; al contrario, solamente con la costanza e con il silenzio, attraverso la Vostra presenza nelle piazze, avete chiesto giustizia per i Vostri cari perduti e per la nostra Bosnia insanguinata, umiliata e spogliata del proprio patrimonio multiculturale. Continuate a protestare in questo modo, poiché questo tipo di azioni producono esclusivamente comprensione ed amore.
Ora c'è bisogno di fare pressione sul governo Bosniaco e sulla Comunità Internazionale cancellare la Repubblica Serba dentro lo stato bosniaco, già ufficialmente fondata sul genocidio, sulla pulizia etnica, lo stupro etnico e la distruzione di una società multiculturale. L'unità dello stato bosniaco e il ripristino della sua natura multiculturale sarebbero la risposta più appropriata ai nostri sacrifici.
I bosniaci della Diaspora Vi sono vicini, attraverso varie iniziative, insieme a molti amici , intellettuali e volontari delle Ong italiane. Crediamo che alla fine giustizia sarà fatta.
di MEDAGA HODZIC presidente della Diaspora delle comunità bosniache in Italia
12 Febbraio 2008- Finalmente, tra le mille cose che ho fatto e faccio, ne ho fatta una di cui sono davvero fiera e contenta: ho scritto un libro. Non è il primo che scrivo. Non è nemmeno il primo che pubblico. Però è il mio primo romanzo e, soprattutto, è il libro che avrei voluto scrivere. Per verificare che non ci fossero errori o sviste l'ho riletto da capo a piedi e poi, nonostante sia ipercritica nei confronti di me stessa e di ogni cosa che faccio, mi sono sorpresa a pensare: è bello, è proprio bello. Quasi me ne vergogno ma è la verità e vorrei che tutti potessero leggerlo e dire la loro. La distribuzione partirà tra breve. Al momento è reperibile presso la casa editrice che lo ha messo in vendita in internet, e si può acquistare senza problemi tramite le carte varie previste o anche contrassegno. Se volete... se ne avete voglia, cliccate sull'immagine della copertina subito qui sotto. Se amate gli animali, i cani in particolare... se avete amato un libro che si intitola "Il Piccolo Principe" allora, credetemi, non ve lo dovete perdere. Poi fatemi sapere che ne pensate. Ve ne sarò davvero molto grata. Ciao e buona lettura, Valeria
