Sarajevo - Bosnia

Blog italo-bosniaco di informazione sulla Bosnia. Contro ogni forma di discriminazione: etnica, politica, religiosa, culturale. L'intolleranza non è tollerata. La menzogna neppure.
martedì, 17 giugno 2008

Srebrenica: parte il processo ai caschi blu olandesi

Dietro questa storia ci sono un uomo, una donna, una famiglia e 8000 fantasmi; le vittime del massacro di Srebrenica. Ricordate? Era il caldo luglio del 1995. C’era la guerra in Bosnia. L’uomo è Hasan Nuhanovic.
Ora ha 40 anni. Allora era un interprete dei caschi blu olandesi. È stato uno dei pochi sopravvissuti a quella che è stata definita “la peggiore atrocità” commessa in Europa dopo la Secondo Guerra Mondiale.

La donna è Liesbeth Zegveld, avvocato di Amsterdam, specializzata nella difesa dei diritti umani. Mehida, Damir e Alma Mustafic sono invece la famiglia di Rizo, meccanico impiegato presso la base militare delle Nazioni Unite della cittadina bosniaca. Lui non ce la fece: venne ucciso dai soldati del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic. Il 16 giugno, la vedova e le figlie di Mustafic sedevano accanto ad Hasan, e dietro al loro avvocato, nella aula del Tribunale dell’Aja. Dove è iniziata una delle più importanti cause riguardanti il massacro. E non è l’unica che parte in questi giorni. Il 18 giugno un’altra corte olandese discuterà della denuncia presentata da un’associazione che si chiama “Le madri di Srebrenica”, una sorta di prima class action del genocidio.

Potrebbero essere due sentenze pilota, in grado di creare un precedente, dare ossigeno a migliaia e migliaia di altri ricorsi. Ma, soprattutto potrebbe essere la prima volta che una corte di giustizia indica chi furono i conniventi, i complici, i corresponsabili di quella strage. Dopo numerosi tentativi, Liesbeth Zegveld è riuscita a portare sul banco degli imputati il governo olandese e le Nazioni Unite. Coloro che avevano il compito di difendere gli abitanti dell’enclave bosniaca. E che, invece, lasciarono il campo libero ai fucili e ai coltelli serbi. I suoi assistiti erano lì. Videro tutto e, dopo averlo fatto in interviste, conferenze, denunce, hanno finalmente potuto raccontarlo anche ai magistrati dei soldati che avrebbero dovuto difenderli e che, invece, li tradirono, aprendo le porte ai loro carnefici.

Hasan Nuhanovic ha descritto il momento in cui i caschi blu olandesi ordinarono a lui e alla sua famiglia di lasciare la base militare in cui erano rifugiati. “Sapevo io, sapevano tutti, che equivaleva a una condanna a morte. Mia madre piangeva, io anche. Solo mio fratello, 22 anni, era troppo orgoglioso per farlo”. Sotto gli occhi dei soldati Onu, i serbi uccisero quasi tutti i maschi della comunità. Vecchi, adulti, giovani, bambini, tanti bambini. Ci sono filmati che immortalano l’entrata in città del generale Mladic. Un paio di strette di mano ai caschi blu; i bosniaci incolonnati e caricati sugli autobus che li avrebbero portati alle fossi comuni; le carezze sui visi terrorizzati dei più piccoli, che, dopo quelle riprese, avrebbero avuto ancora solo qualche minuto di vita in più.

 

Nel 2002, un’inchiesta indipendente dell’Istituto olandese per la documentazione di guerra indicò le responsabilità del governo dell’Aja per aver mandato in Bosnia truppe male addestrate ed equipaggiate, creando così i presupposti per la loro “resa” incondizionata” di fronte alle truppe serbe. Una missione impossibile, condizionata – in quella sanguinosa estate - anche dalla scarsa volontà delle Nazioni Unite di intervenire a difesa dei bosniaci.

11 luglio 2007

L’autodifesa burocratica del governo olandese. Ieri, per difendersi dalle accuse di Hasan, Mehida, Damir e Alma, il rappresentante dell’esecutivo olandese Bert Jan Houtzagers si è trincerato dietro una giustificazione burocratica: ha detto che i parenti uccisi non erano sulla lista degli impiegati delle Nazioni Unite e quindi non avevano il diritto a una protezione speciale. Rizo Mustafic lavorò per 18 mesi presso la base dell’ Onu, ma nessuno gli fece mai un contratto. Quindi, quando arrivarono i serbi, gli venne detto di lasciare l’accampamento olandese. Il rapporto del 2002, classificò questo come un caso di “cattiva comunicazione”. “Noi vogliamo giustizia. Non potete dirci che nostro padre è morto a causa di un problema di comunicazione “ - ha detto ai giornalisti Alma Mustafic. L’avvocato Zegveld cercherà di dimostrare che venne violato statuto contro i crimini di guerra adottato dall’Aja nel dopoguerra, secondo il quale è un delitto “abbandonare qualcuno al nemico”. Bene – ha scandito la docente universitaria - è proprio quello che fecero i nostri soldati laggiù”. L’uomo, la famiglia (e gli 8000 fantasmi che li accompagnano) hanno già annunciato che non mancheranno alla prossima udienza, fissata per il 10 settembre prossimo.

Da Panorama.it

venerdì, 29 febbraio 2008

Sono quello che sono

NdR: Non è mai semplice decidere quale articolo pubblicare e quale non, dal sito  Osservatorio Balcani, data l'alta qualità degli stessi. A questo non abbiamo saputo rinunciare data la grande abilità dell'autrice nel trattare un argomento estremamente difficile senza mai scivolare nella retorica nè nella banalità. A lei e ai redattori di OB, i nostri più vivi complimenti.

Barak Obama e i musulmani bosniaci. Viaggio a ritroso dalle presidenziali americane alla Jugoslavia di Tito.

Di: Azra Nuhefendić
Editing: Ljiljana Avirović


Visto che uno dei candidati alla presidenza degli Stati uniti, Barak Ehud Obama, è stato accusato di essere musulmano [v. "The Sunday Times" (Culture International), 16 dicembre 2007], che alcuni musulmani nell’Italia settentrionale furono detenuti avendo pregato in pubblico, ho deciso che la cosa migliore per me sia di ammettere: va bene, anch’io sono una musulmana.

Come mai mi è successa una cosa del genere? E perché è capitato proprio a me? Di solito, come nei casi di malattie gravi o di tradimenti sentimentali, sono stati altri ad accorgersene per primi.

I miei genitori non mi hanno dato alcuna educazione religiosa. Nessun riferimento alla religione si è fatto né a scuola né nelle varie associazioni sportive o culturali che frequentavo. Così sono cresciuta non solo come un’atea, ma anche in una profonda ignoranza sulla storia delle religioni.

Riflettendo, potrei scavare dalla memoria due episodi dai quali si deduce che tipo di rapporto io e la mia famiglia, ma pure la maggior parte dei bosniaci, avevamo con la religione.

Il nome di mia sorella minore, Sunita, non era comune né diffuso nella Bosnia degli anni Sessanta. Né mia mamma, e neanche la madrina di mia sorella che le diede il nome, sapevano quale fosse l’origine di tale nome, né il suo significato. Ero già adulta quando ho imparato che esistono i musulmani sciiti e sunniti, e soltanto allora ho capito da dove proveniva il nome della mia sorellina.

Già adolescente, un giorno il nostro papà mi fece una domanda da un "milione di dollari": "Quale è la differenza tra i turchi e i musulmani"? Non sapevo, naturalmente. Mi spiegò che i turchi sono una nazione, e i musulmani una religione.

Negli anni Settanta del secolo scorso, i musulmani bosniaci sono diventati una nazione, cioè Musulmani con la "M" maiuscola. Il partito comunista li ha promossi a nazione, uno dei popoli costitutivi dell'ex Jugoslavia.

Fu una mossa di Tito allo scopo di compiacere i nuovi amici della Jugoslavia, i membri del Movimento dei Non-allineati (ideato da Tito, dal presidente egiziano Nasser e da quello indiano, Nehru). Il Movimento fu una specie di contrappunto al mondo diviso in due tra l’Alleanza Atlantica e il Patto di Varsavia. La maggior parte dei membri del movimento proveniva da paesi arabi o musulmani, e per mostrare loro a che titolo anche la Jugoslavia potesse farne parte, Tito si decise e tirò fuori i musulmani del suo paese...

Una tale decisione ebbe anche uno scopo a livello interno nonché un risvolto storico. I nazionalisti, sia croati che serbi, già dal secolo XIX con i loro movimenti di risveglio nazionale, pretendevano che i musulmani bosniaci fossero o croati o serbi, ma di diversa religione. Ciò non perché stessero loro molto a cuore, ma in quanto aspiravano soprattutto al controllo dei territori in cui vivevano i musulmani: la Bosnia, appunto.

La prima volta in cui potei dichiarare la mia nazionalità, al censimento, a 18 anni, mi dichiarai proprio così come mi sentivo: jugoslava.

Nella ex Jugoslavia, e in Bosnia in particolare, si teneva rigorosamente conto di avere, in tutti i posti pubblici e in tutte le istituzioni, la rappresentanza equilibrata dei popoli e delle religioni presenti in quelle terre.

Malgrado mi fossi dichiarata come jugoslava, ogni volta quando alle autorità "serviva" una musulmana, per completare il quadro nazionale, mettevano il mio nome. Si trattava di puro opportunismo. Protestavo, ma invano. Questo dialogo tra me e le autorità non è mai stato una cosa seria né importante: in qualche modo lo Stato, le sue istituzioni, e soprattutto il partito comunista, giocavano, ma giocavo anch'io.

Talvolta questi giochi si fecero davvero assurdi. La rappresentanza proporzionale delle varie nazionalità era obbligatoria pure nei sondaggi che noi giornalisti facevamo per esempio al mercato, per sapere se la gente era contenta del prezzo delle patate; non potevamo citare solo 5 musulmani, o solo serbi, o i croati. Per non parlare delle occasioni importanti come i congressi del Partito comunista. Ovviamente non si poteva chiedere prima a una persona di che nazionalità fosse per poi procedere con la domanda del tipo "Sei soddisfatto delle ultime risoluzioni del Partito circa il prossimo piano di sviluppo quinquennale?" Noi parlavamo con la gente, ma dopo, tra di noi, nel retroscena barattavamo due serbi per un croato, oppure un musulmano per uno jugoslavo.

Ci divertivano quei giochi, ma era indispensabile avere un quadro che riflettesse precisamente la composizione nazionale della Bosnia Erzegovina.

Le tracce di questa necessità di ottenere una rappresentanza equilibrata le ho trovate anche dopo quest’ultima guerra, quando alcuni reclamavano perché tra gli accusati per i crimini contro l’umanità ci fossero maggiormente i serbi o solo i croati ecc., senza che si tenesse conto dei fatti!

Negli anni Ottanta mi sono trasferita a Belgrado. Proprio là, per la prima volta nella mia vita, mi hanno fatto capire che sono una musulmana. "Perché tu, una turca, ti sei trasferita a Belgrado?", mi chiesero alcuni nuovi colleghi. Cercando l’appartamento, accompagnata dalla mia amica Jelena, pure lei bosniaca, ma di nazionalità serba, un proprietario ci ha sbattuto la porta in faccia quando ha sentito il mio nome: "Non affitto la casa ai turchi".

"Che stupido", abbiamo concluso scherzando dell’uomo che per noi era proprio suonato. Questi casi erano comunque sporadici, così che né io né i miei amici più prossimi davamo a ciò alcun peso.

Con l'ultima guerra nei Balcani, la situazione è cambiata radicalmente. La propaganda del regime nazionalista serbo contro i bosniaci musulmani fu forte, esagerata, e davvero efficace; ci chiamavano esclusivamente "turchi", ci presentavano come i nemici peggiori, infedeli, assassini, nati per sgozzare e uccidere, "che un convertito all'islam (cioè i bosniaci) sia peggio dei turchi" prendendo le parole dell’attuale ambasciatore serbo in Vaticano, D. Tanasković. Suggerivano, come il prof. Serbo M. Jeftic, "la distruzione completa di ogni parte del corpo dei turchi" come unico modo di fare i conti con i bosniaci.

Nenad, il figlio della mia amica Jelena, aveva sei anni e un giorno, con l’orrore negli occhi, scoprì che "la madrina, la sua kuma Azra, è una turca".

Altri episodi furono più seri: il figlio di una coppia mista, Nino, madre serba e padre musulmano bosniaco, è tornato da scuola piangendo. Terrorizzato diceva alla mamma: "Ho dovuto ammettere che sono musulmano". Tara, figlia di un’altra coppia mista, si è rivolta alla mamma con: "Stai zitta sporca musulmana".

Fu allora che capii come il fatto di etichettarci come "turchi" non fosse per ignoranza, bensì contenesse un preciso messaggio. Dando dei “turchi" a noi bosniaci, in realtà ci dicevano che eravamo estranei alle terre, alle case, alle città, ai campi, insomma all’Europa, che siamo "una piaga asiatica", per citare le colorate parole di Radovan Karadžić, latitante e accusato di crimini contro l’umanità.

In quel turbolento e tragico periodo molti dei miei amici, colleghi e conoscenti volevano tornare alle radici dei loro antenati, scoprivano la religione, si facevano battezzare da adulti. L'avanguardia di un simile "movimento" furono gli ex comunisti, quelli duri, quelli che da un momento all'altro si scoprirono religiosi. È stata una religiosità da opportunisti, superficiale; coloro che fino a ieri occupavano le prime file nei congressi del Partito, ora si facevano vedere nelle varie manifestazioni religiose. Messi ben in vista, con le catenine e la croce, usavano mettere una croce lignea sopra il parabrezza dell’automobile.

Invece io non volevo cambiare. Anzi, avevo bisogno di rafforzare quella che ero; davanti alla distruzione fisica e mentale del mondo nel quale sono nata e cresciuta, io avevo bisogno di conservare me stessa; così mi difendevo dai nazionalisti, dai ladri delle nostre vite, dai criminali che hanno fatto sparire la Jugoslavia e che con il terrore hanno distrutto la Bosnia.

Una volta giunta in Italia, ho lasciato alle spalle la storia dei turchi e dei musulmani. A Trieste, dove giunsi, fui costretta a fare i conti con i pregiudizi della città nei confronti degli slavi, precisamente s’ciavi de merda, come i triestini usavano chiamare tutte le genti della ex Jugoslavia. Dei musulmani, a Trieste, non importava nulla a nessuno. Fino all’undici settembre e al rilancio dello "scontro di civiltà" (Samuel Huntington) o "scontro di ignoranza" [v. Edward W. Said: The Nation, "The Clash of Ignorance", October 22, 2001].

Man mano che cambiava l’immagine dei musulmani nel mondo, i conoscenti, gli amici e colleghi hanno cominciato più spesso a chiedermi: "Ma tu che tipo di bosniaca sei”? A volte, sussurrando, e in confidenza girandosi intorno come se si trattasse di un segreto "sei per caso una musulmana"? Sui loro visi appariva un’espressione di empatia, proprio come si fa quando si parla con i malati gravi. Mancava soltanto che mi esprimessero le condoglianze.

Recentemente, un mio conoscente dal Medio Oriente mi ha fatto gli auguri per Il Bajram, una festa musulmana che corrisponde al Natale.

Grazie, ma io non lo festeggio. Sono atea.
Ma sei una bosniaca?, voleva assicurasi.
Si, lo sono, ma atea.
Allora non sei una musulmana, mi disse. Non preghi e non credi in Allah, allora non sei una musulmana.
Beh?!

Ho riflettuto un po’ su quelle parole, e mi sono ricordata della zia paterna, quella che ogni sera prendeva una medicina, non importa per cosa: "Non si sa, per ogni buon conto, dovesse succedere qualcosa nel sonno".

Beh intanto, per ogni buon conto, io ho confessato. Dovesse succedere qualcosa. Non si sa mai.

da Osservatorio Balcani

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lunedì, 28 gennaio 2008

Bosnia: 12 anni dopo

Bosnia: 12 anni dopo
26 Gennaio - 10 Febbraio 2008
Foto di Fernando Scarlata

Durante il mio viaggio ho scattato oltre 400 fotografie (la mostra è composta da 49 fotografie), immortalando le macerie, la manifestazione di Tuzla, i cimiteri, il tunnel di Sarajevo scavato dalla città assediata dai serbi nel 1993.

Ma ho fotografato anche l'altro aspetto della Bosnia: la vita che continua, la voglia delle persone di vivere una vita pacifica e normale.

Ho fotografato i fedeli nelle moschee di Sarajevo, i bambini di Zavidovici durante un laboratorio di teatro in un campo estivo tenuto da animatori bosniaci e italiani, le persone nei bar, nelle strade mentre aspettano l'autobus, mentre giocano a scacchi, mentre conducono una vita normale, anche se talvolta la loro vita si svolge in una scenografia dove i colpi delle granate sono visibili.

INFORMAZIONI:

dove: Brescia (BS)
presso: Nuovo Cinema Eden, Via Nino Bixio 9
biglietti: ingresso libero

PER ULTERIORI INFORMAZIONI:

info@lda-zavidovici.it

da Fotoantologia.it

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venerdì, 06 aprile 2007

Sarajevo, 15 anni dopo. Azra Nuhefendic: “Così cominciò la mia guerra”

di Azra Nuhefendic
Ex reporter bosniaco-musulmana della tv di Stato di Belgrado. Arriva a Sarajevo, la sua città natale, il 5 aprile 1992, alla vigilia dell’assedio. Quando torna a Belgrado, un mese dopo, i colleghi e i vicini di casa serbi non la salutano quasi più. Passa una settimana e viene licenziata.

La guerra è come il cancro: pare che capiti sempre agli altri, mai a noi stessi.

Io non volevo credere che la guerra arrivasse a Sarajevo. Ma il 5 Aprile 1992 non potevo più negare quello che per altri versi era evidente: la guerra era alle porte della città dove ero cresciuta.

Mi pareva assurdo guardarla da una distanza di 500 chilometri. Lavoravo a Belgrado, facevo la giornalista per la Tv statale. Ho preso due settimane d’aspettativa, nell’illusione che la guerra potesse durare meno di un mese.

Tutti i collegamenti con la Bosnia erano già interrotti. Partii al seguito di una Tv svedese. Mi offrii per far loro da guida, e loro in cambio mi avrebbero dato un passaggio.

Al confine tra Bosnia e Serbia, c’erano già i soldati dell’armata iugoslava, i poliziotti anche loro armati fino ai denti, e infine i paramilitari serbi. Sembravano appena usciti dai film della seconda guerra mondiale: barbe e capelli lunghi con cartucciere che gli pesavano come macigni intorno al collo. I cannoni avevano le bocche puntate verso la sponda bosniaca del fiume. Il famoso criminale di guerra Zeljko Raznatovic Arkan dava ordini a tutti. Fu lì, sul ponte di Drina, che capii che cosa stava succedendo.Le strade verso Sarajevo erano vuote. Ogni tanto apparivano e scomparivano, come le silhouette, i vari gruppi armati. Non sparavano, appena ci vedevano si ritiravano.

A Olovo, piccola città nel centro della Bosnia, incontriamo due autobus pieni di minatori: tornavano da Sarajevo dove, quel giorno, mezzo milione dei bosniaci aveva appena manifestato contro la guerra.

Faceva buio quando siamo entrati a Sarajevo. Sulla città regnava un silenzio minaccioso. Le strade che conoscevo come le mie tasche, mi sembravano sinistre, irreali. La foschia e la nebbia, le luci gialle lampeggianti dei semafori, tutto mi faceva paura. Ogni cento metri ci fermavano i civili armati, alle barricate. In fretta e correndo ci chiedevano chi fossimo, dove andassimo.

Volevo andare dritto a casa, dai miei genitori, ma non mi hanno lasciato. “Troppo pericoloso”, ci dicevano spingendoci verso il centro.

Le porte dell’albergo “Belgrado” (oggi “Bosna”) erano chiuse a chiave. Non ci lasciavano entrare. Tutto pieno, ci diceva attraverso la porta chiusa il consierge. Provammo a insistere finché la porta non si aprì. Cercò di scusarsi: “Le bande armate girano per la città”. Sulla Tv di Belgrado vediamo Arkan: “Dicono che stai per attaccare Zvornik? - gli chiede giornalista. E Arkan: “Sono qui, a Belgrado, davanti al mio negozio, dove stiamo parlando”. Alle prime ore del 6 aprile, arriva la notizia che Arkan, i suoi paramilitari e l’armata iugoslava hanno attaccato Zvornik. Si parla di decine di morti, centinaia feriti, scomparsi, detenuti.Vado dai miei genitori e li trovo tranquilli.

- E la guerra? - chiedo.

- Ma lascia perdere i “papci” - dice papà.

“Papci” è un termine peggiorativo che a Sarajevo si usa per definire i vigliacchi, montanari che non riuscivano ad integrarsi con i sarajevesi.

“Perché sei venuta? Non ce n’è bisogno: qui tutto è a posto” mi dice mamma.

E’ una bella giornata, soleggiata. Il 6 Aprile è festa, il giorno della liberazione di Sarajevo dai nazisti. Vado a trovare le sorelle e gli amici. Beviamo il caffè nei bar coi tavolini di fuori. Nell’aria pendono le paure non pronunciate. Bisogna scappare, dico, e spiego cosa ho visto arrivando a Sarajevo. “Ma lascia perdere, anche se succedesse qualcosa, non sarà niente grave. Ai “papci” bisogna dare un lezione” mi dicono.

Nel primo pomeriggio però le vie si svuotano. Rari passanti camminano in fretta.

Con la notte cade la paura. Si guarda la Tv cercando notizie che ci tranquillizzino. Il presidente bosniaco Izetbegovic dice che non ci sarà la guerra. “State tranquilli. Per la guerra ci vogliono due parti. Noi bosniaci non faremo la guerra”.

Dal primo sonno ci svegliano le cannonate: il primo attacco a Sarajevo è in corso. Serbi paramilitari, scedendo dalla collina Vrace, tentano di tagliare la città in due. Si combatte sotto la mia casa, a Grbavica. I genitori ed io, trascinandoci, ci troviamo in un angolo, dietro un piccolo muro che ci sembrava più sicuro. Abbracciati tremiamo insieme alle mura della casa. Sembra che combattano nella stanza accanto. Suonano i telefoni, e sempre strisciando, rispondo. Ma hanno appeso. Dopo un'altra telefonata, risponde mia sorella: “Siete vivi?”.

Cosi è cominciata la mia guerra.

da Panorama.it Mondo

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mercoledì, 04 aprile 2007

Vicini di guerra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6 aprile 2007: 15 anni fa si stringeva l`assedio intorno a Sarajevo, il centro del mondo in cui la convivenza delle culture era la normalità di tutti i giorni. I film, le fotografie, le letture e i concerti, le tavole rotonde sul giornalismo di guerra, gli aiuti umanitari, la ricostruzione urbanistica: 6 strumenti per riannodare i fili di un discorso interrotto. Racconti che visualizzano la disintegrazione e la ricostruzione di un mondo, visioni che raccontano le vite degli uomini sorprese dalla guerra.

Il 6 aprile del 1992 le truppe serbo bosniache lanciarono il primo massiccio bombardamento su Sarajevo, decretando l’inizio dell’assedio più lungo del Novecento. Per questa ricorrenza l’Associazione culturale Franti Nisi Masa Italia e il Gruppo studentesco “Progetto Balcani” hanno voluto riproporre le tappe principali che hanno segnato quel periodo storico non tanto per commemorare quanto per stimolare l’attenzione, la comprensione e la discussione fra chi ha vissuto quegli anni e chi appartiene a una generazione più giovane, nel tentativo di scoprire che cosa hanno rappresentato le guerre bosniache nel nostro Paese e cosa rimane di un conflitto che si è svolto a pochi passi da noi. Dal 6 al 18 aprile quindi in vari luoghi di Torino si svolgerà la manifestazione Vicini di guerra.
Filo conduttore del progetto la narrazione presente in più forme in tutte le iniziative: dal racconto per immagini, attraverso una rassegna di film e documentari e una mostra fotografica, al racconto su carta, attraverso un incontro sul reportage di guerra, alla narrazione per voce e musica. 6 quindi i percorsi tematici: il cinema, la fotografia, il giornalismo di guerra, gli aiuti umanitari, la ricostruzione, la testimonianza attraverso musica, reading e performance teatrali.

1) Il cinema: “Schermi di guerra”

Una raccolta di pellicole da una delle cinematografie più vivaci al mondo, quella ex-Jugoslava, insieme ad alcune opere italiane e internazionali di grande interesse. Lungometraggi e documentari poco noti o mai visti in Italia, per uno sguardo inedito su quelle vicende rese cinematograficamente famose dai film di Kusturica e Tanovic.

2) La fotografia: “Bosnians” di Paul Lowe

Folgoranti scatti in bianco e nero che ritraggono la vita durante e dopo il conflitto in Bosnia. Immagini che portano davanti ai nostri occhi le ferite di una terra e dei suoi abitanti senza scivolare nel pietismo né nella pura esibizione dell’orrore. Fotografie ‘utili’, che evocano un mondo e aiutano a capirlo. Una mostra presentata in molte parti del mondo ma ancora inedita in Italia.

3) I concerti, le performance, le letture: “Ascoltare i Balcani”

Quattro serate per ascoltare le voci dall’ex-Jugoslavia attraverso la musica, la letteratura e il teatro: una monologo di rara intensità su uno degli episodi più strazianti della guerra, il massacro di Srebrenica; una sorprendente performance di tele-racconto; il concerto degli energetici Dubioza Kolektiv, ‘gli Asian Dub Foundation di Sarajevo’; a conclusione, una serata di reading con accompagnamento musicale dal vivo, per un viaggio inconsueto nella letteratura (ex) jugoslava.

4) Tavola rotonda: “Conflitto d’informazione. Il ruolo dei media nelle guerre jugoslave”

Inviati dei giornali italiani ed ex-Jugoslavi, fotoreporter e film-maker internazionali discuteranno del controverso ruolo dei mezzi di comunicazione nelle guerre balcaniche. In che modo la stampa occidentale ha riportato (o taciuto) gli episodi e le ragioni del conflitto? Quali sono stati i meriti e le responsabilità dei media dei paesi in guerra, schiacciati tra la censura di stato e la diffusione dell’odio etnico?

5) Conferenza: “Ricostruire la Bosnia Erzegovina. Il caso Mostar”

Una giornata di studi per osservare la Bosnia del dopoguerra attraverso una lente ‘tecnica’ altamente rivelatrice: la ricostruzione urbanistica e architettonica dei centri distrutti dagli scontri. Un percorso incentrato sulla città di Mostar, tra le più duramente colpite nel suo tessuto urbano. Una ‘ricostruzione della Ricostruzione’ attraverso i cortometraggi del regista Luca Rosini e le testimonianze degli architetti e ingegneri che hanno lavorato alla riedificazione del ponte-simbolo della città bosniaca.

6) Dibattito: “Gli aiuti umanitari: tanti successi per un fallimento?”

In che misura le organizzazioni umanitarie sono riuscite a svolgere il loro ruolo di assistenza alle popolazioni in guerra? È il caso di “aprire un’analisi dell’intervento umanitario in Jugoslavia con la categoria del fallimento”? Coordinati dal giornalista e scrittore Luca Rastello, si confronteranno su questi temi Giulio Marcon, fondatore del Consorzio Italiano di Solidarietà, e Michele Nardelli, coordinatore dell’Associazione Progetto Prjiedor e tra i fondatori dell’Osservatorio sui Balcani.

Ad anticipare la manifestazione, il 3 aprile al cinema Massimo alle ore 21.00, una serata con il volto e il corpo del cinema (ex) Jugoslavo: Miki Manojlovic, protagonista di Underground, che introdurrà il suo primo film con Emir Kusturica, Papà è in viaggio d’affari, straordinario ritratto di un paese alla vigilia della disintegrazione.

giovedì, 01 marzo 2007

Al di là del caos, in Abruzzo il libro di Elvira Mujcic

Quando i rumori della guerra si spengono, che cosa rimane? Cosa rimane dopo Srebrenica? Il libro sarà presentato in Abruzzo il 2 ed il 3 marzo

Il libro sarà presentato in Abruzzo
- venerdì 2 marzo, CHIETI, presso il Mate Info Shop, via Spaventa 24 - ore 17,30;
- sabato 3 marzo, PESCARA, presso la Ecoteca di via Caboto 19 - ore 22,00;

All’indomani della clamorosa sentenza della Corte di giustizia dell’Aja che solleva la Serbia da ogni responsabilità nel genocidio di Srebrenica, Infinito edizioni presenta questo incredibile diario di viaggio e di vita scritto da una ragazza nata e cresciuta nella ex enclave dove l’11 luglio 1995 si è consumato il genocidio dei cittadini d’origine musulmana.

Con questo libro Elvira Mujcic “ha voluto far conoscere ed esprimere le conseguenze dell’immane eccidio di Srebrenica rivivendolo in se stessa, nei propri sogni e incubi, nei suoi amori giovanili e nelle sue disillusioni. Questo libro è una rara testimonianza proprio perché, a differenza di molti altri testi analoghi, ha trovato un’adeguata espressione letteraria” (dalla prefazione di Predrag Matvejevic).

Il libro di Elvira Mujcic è semplicemente unico, emozionante, duro. In ogni parola è presente una forza d’urto e un impeto rari. In ogni capitolo sono possenti la sua sofferenza, la lacerazione, la certezza della sua piccola vita offuscata dal dramma globale della guerra, la sua giovinezza condizionata, ma anche il suo entusiasmo, l’esuberanza di chi vuole recuperare il tempo perduto.

Al di là del caos è un libro raro perché intelligente e mai banale, è un’auto-terapia per andare al di là di qual caos infernale che procura quei danni “collaterali” di cui mai nessuno parla, di cui mai nessuno si preoccupa.

È, in più, un continuo rimbalzare da qui a lì, dall’Italia alla Bosnia, un irrefrenabile cercare un posto per esistere. Ma è anche un atto d’accusa rabbioso nei confronti di un mondo che si dimostra sempre opportunista e non punisce chi si è macchiato di colpe spaventose, come nel caso dei responsabili del genocidio di Srebrenica.

Accompagnano il libro canzoni e odori che sembrano la colonna sonora di una vita.

Parte dei diritti d’autore di questo libro è destinata alla CASA PAPPAGALLO di Tuzla, una casa-famiglia per ragazzi che devono lasciare l’orfanotrofio, gestita dall’associazione Tuzlanska Amica; altri proventi sono destinati al progetto dell’associazione Pl@netnoprofit ABCSOLETERRE A SCUOLA, per garantire il diritto all’istruzione e a percorsi ludico-formativi ai bambini di Chaouia-Ouardigha, in Marocco.

Con il patrocinio delle Province di Cremona, Lodi e Parma e dei Comuni di Cevo e Pescara.

L’autrice:
Elvira Mujcic è nata nel 1980 in una località serba. Si è trasferita poco dopo a Srebrenica, in Bosnia, dove è vissuta fino all’inizio della guerra, nel 1992. Da Srebrenica si è spostata con sua madre e i fratelli in un villaggio della Bosnia centrale, nella speranza che lì la guerra non arrivasse. Da lì il destino l’ha portata poco dopo in Croazia, dove è vissuta per un anno in un campo profughi. Poi l’arrivo in Italia, dove vive tuttora. Nel 2004 si è laureata in lingue e letterature straniere e si è stabilita a Roma. Per contattarla: aliciri@hotmail.it

Il libro:
Collana: Orienti
Titolo: Al di là del caos
Autore: Elvira Mujcic
Prefazione: Predrag Matvejevic
Introduzione: Luca Leone
Caratteristiche: formato cm 15x21, brossura filo refe, copertina plastificata a colori
Pagine: 112
Prezzo: euro 12.00
Isbn: 88-89602-11-2
In libreria da: febbraio 2007.

(da Europa online)

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venerdì, 15 dicembre 2006

Bosnia's Horror: A Recollection; On the anniversary of the end of Bosnia's war, a concentration camp Survivor Tells His Tale

NISVET NEZIC, Special to the National Post

Published: Thursday, December 14, 2006

From April 1, 1992 to Dec. 14, 1995, Bosnia and Herzegovina was the sight of a bloody conflict involving the region's Bosnians, Croats and Serbs. Over 100,000 people were killed, including, most notoriously, the slaughter of 8,000 Muslims by Serbs in the July, 1995 Srebrenica massacre -- the largest mass murder in Europe since the Second World War. Eleven years ago today, the war was formally brought to an end by the signing of the General Framework Agreement for Peace in Bosnia and Herzegovina in Paris. On this occasion, the National Post presents a testimonial from a Canadian Muslim who lived through Bosnia's horror.

I am a survivor of a Serb concentration camp. I came to Canada after seven months in the Manjaca camp -- near the city of Banja Luka in northern Bosnia -- where the Serb Chetnik forces held around 5,000 Bosnians and a smaller number of Croats from northwestern Bosnia.

I was arrested on June 2, 1993, while hiding in a forest near my birthplace in Bosnia, with five of my friends. The Chetniks' inhumanity showed itself immediately. They tied our hands behind our backs and started beating us. One of them grabbed me by my hair, pulled a long knife from his boot, placed it on my throat, swore at me and said, "What are you going to do now? I am about to behead you." I looked at him and said, "The knife is in your hands. Do what you want." It was as if someone had put in my head the thought that he was seeking pleasure in my fear. Then his commander came, swore at him and said, "Leave him alone. You know we need them alive."

I arrived at Manjaca on June 12. I was surprised by how many Bosnians were already there. Over the next few months, more than 4,000 people turned into walking skeletons. We were given so little food that in just two months we lost between 20 and 40 kilograms. At times, we went without water for days; when we got it, four of us had to share one cup. We were also tortured in many other ways. We were beaten with baseball bats wrapped in barbed wire and with one-inch-thick electrical cables with metal balls at the ends. Many people had their skin cut with knives, their ears or their genitals cut off and were left to bleed.

Our captors threw hand grenades into rooms full of prisoners. They randomly shot bursts of automatic rifle fire through windows, killing and wounding dozens at a time. They used bulldozers to load corpses onto trucks. Today we know where the bodies went. Teams of international forensic experts are still excavating mass graves of my people.

Sometimes they forced us to load our dead friends onto trucks. One of the corpses I loaded had a slit throat. Another had a punctured heart. But the image that will never leave me is of a dead inmate with his eyes still open. A cigarette butt was extinguished in his right eye.

"Your lives are worth less than our bullets," they kept telling us. They competed at inventing harder ways for Bosnians to die. They took almost everything from us except our faith and pride.

I slept in the same room as my first cousin and best friend, Dragan Draganovic. Almost every night, Chetniks came for him after dusk.

They would take him out and beat him for half an hour. Then they would throw him back inside. Often he had to crawl back to his sleeping spot on a bare concrete floor. This went on for seven months.

Incredibly, his spirit remained intact. Every morning he found the strength to get up and walk around. Sometimes, he told jokes, to cheer up the rest of us. About 400 of us were held in one barn, and we all admired his bravery and refusal to give up. We called him "the rubber man." Many times I wanted to take his place, to receive his beating. But he did not allow it for fear that the Chetniks would find out and kill us both. On the rare nights when they spared him, we talked for hours and gave courage and hope to each other that this horrible evil would end one day, that we would again hug our children, breathe air with full lungs and look up into the sun. We never lost hope.

Three days before my release, we were separated, for the first time in our lives for more than a few days. Dragan was led out of Manjaca with 500 or 600 other Bosnians and Croats. I dried out my tears crying for him. I think I was the only inmate that came out of there more sad than happy. When I came to Croatia and found Dragan's family, I had to explain to his three-year-old daughter why her father was not with me. That was worse than all the torture I endured in those seven months.

Dragan was transferred to another camp called Batkovic, where he endured another year of torture. Midway though the war, he was exchanged for a Serb soldier. He then joined the Bosnian defence army and became one of its fighters. At the end of the war, he rejoined his family.

I asked him how he reacted when the tables were turned, when he visited a prisoner-of-war camp where Serb soldiers were held. He said, "I remembered what you and I had gone through. I remembered all the torture and suffering. I felt compassion toward them. I gave them a pack of cigarettes and asked the prison guards not to harm them in any way."

This is Dragan's message: that whatever happens, your human obligation is to face evil and destruction with compassion, tolerance and humanity. These are values that all our faiths preach. Values that take courage and strength to defend and promote.

Dragan showed me that life with love is incomparably better than life with hatred.

Some of the world's powers encouraged us to give up and surrender. That was impossible, because we would have handed our lives to people who raped our mothers and sisters and bombed our schools and hospitals, who chose not to recognize any human laws and committed acts of genocide.

Even with many of our mosques destroyed, the Serbs' churches are still standing. For all the evil they did us, we did not answer with hatred and revenge. We showed the world how freedom, homeland and family are defended.

© National Post 2006
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venerdì, 17 marzo 2006

EVEN AFTER FULL 12 YEARS THERE IS NO PUNISHMENT FOR BUGOJNO BUTCHERS

BUGOJNO, Mar 17 (FENA) – On Sunday, March 19, the 12th anniversary of the exchange of 294 detained Croats, who spent 8 months in the camps of Bugojno, will be marked.

According to the statements of witnesses, there were many camps in Bugojno in which Croatian civilians and soldiers were detained. In these camps they underwent various tortures: from battery, starvation, forceful blood-taking up to being taken to the frontline, injury infliction and murders.

As the president of the Bugojno HVIDRA and the former camp inmate, Miroslav Zelić, stated for the FENA, 5 persons were killed on the frontline where they had been taken to dig trenches, 20 persons had been taken away and one still does not know where they had been taken and where their bodies are, while about 20 persons were wounded during the forced labour.

In the opinion of the former camp inmates, the most responsible persons for the existence of these camps and the disastrous conditions in them is the warden of the Stadium Camp, Nisvet Gasal, and the president of the Bugojno War Presidency, Dževad Mlaćo, who lives normally in this town, and who has never been indicted or tried.

“There are hundreds of testimonies by witnesses, and it is beyond comprehensions that nobody should have been called to account for the crimes against the Croats yet. Whether it was in the interest of the international community or the influence of some important people on the Hague Prosecutors not to issue indictments, it is not known” – says Zelić.

(Fena) jk

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martedì, 20 settembre 2005

Intervista col mostro

Introduzione

L'intervista che segue è apparsa a inizio mese su Slobodna Bosna. L'intervistato non ha nome e non ha volto, condizioni senza le quali non vi sarebbe stato alcun colloquio. Si tratta di un membro del 10° distaccamento sabotatori dell'esercito serbo-bosniaco, la formazione accusata di aver portato a termine il massacro di Srebrenica. L'intervistato è un sabotatore, un esperto di esplosivi. Ha combattuto, oltre che in Bosnia, come volontario in Kosovo e in Macedonia, e come mercenario in Zaire. In seguito la sua presenza è stata segnalata nei punti caldi di varie parti del mondo. Nelle pause tra una guerra e l'altra, conduce una tranquilla vita familiare a Bijeljina, città nel nord est della Bosnia, nella Republika Srpska.

"Per ogni morto musulmano a Srebrenica prendevamo cinque marchi... eravamo pagati meglio per i massacri in Zaire, Kosovo e Macedonia."

Ho scelto di fare questa breve introduzione in italiano perché, conoscendo la pigrizia degli italiani nel leggere testi in altre lingue, spero così, con queste poche parole, di invogliare alla lettura di qualcosa che secondo me vale davvero la pena di conoscere. Grazie.     - bosny -

Mladic’s monster finally talks

Author: Suzana Šacic

A former member of the VRS’s 10th commando detachment - a criminal formation accused in the past few days even by Chetnik warlord Vojislav Šešelj, in testimony at The Hague, of having ‘independently’ and ‘uncontrolledly’ carried out genocide against the Bosniaks of Srebrenica - in an appalling confession to Slobodna Bosna reveals hitherto unknown secrets concerning the bestial crimes of the professional Serb death squads.

‘For every dead Bosniak in Srebrenica we got five marks... we were paid better for massacres in Zaire, Kosovo and Macedonia’

He was a member of the notorious 10th commando detachment of the Army of Republika Srpska (VRS), a saboteur, an expert in laying explosive charges, and one of those in whom the war criminal Ratko Mladić placed limitless trust. He saw combat as a volunteer in Kosovo and Macedonia, killed as a mercenary in Zaire, and was sought after for the world’s most dangerous hotspots. In a pause between two wars, he lives a tranquil family life in Bijeljina. He was unwilling to talk to journalists, still less to be photographed, but eventually agreed to tell his life story without revealing his identity - for it is the story of all who accompanied him down that terrible, blood-stained road. He detailed his criminal acts in a confession to Slobodna Bosna with every appearance of calm, cold-bloodedly, only the occasional nervous gesture disclosing that the man seated before us was a beast, pursued not by his conscience but by others of his ilk.

***

When did you join the 10th commando detachment?

When it was established, on 1 October 1994.

Who established the unit and for what purpose?

The VRS security service established it, and we were under the direct command of the general staff, i.e. of General Ratko Mladić. It was a commando unit whose task was to penetrate deep into enemy territory (100 or 200 kilometres) and lay explosive charges under tanks or other military materiel.

What commando operations did you carry out during the war?

At the outset our work consisted of actions in the Federation and Croatia. In Croatia, for instance, we went into the area round Korenica, Jasenovac and Novska, where we blew up railway lines, and once a train carrying soldier and arms. In the Federation it was mainly artillery targets and bridges, the destruction of anything that an army could use. We blew up bridges on the Krivaja and an aqueduct at Stupari near Tuzla, and we destroyed multiple-rocket launchers and mortars in the Tuzla region...

Did you take part in actual fighting, and were you paid more than the members of other units?

We never took part in actual fighting, only in commando raids. Every raid had its price, depending on the difficulty of the task. I always chose the most difficult, because I wanted to earn as much money as possible. For example, for blowing up a multiple-rocket launcher we would get 4,800 marks. The raids usually involved from two to four individuals, and nobody apart from them and their superior knew what their task was. We were well paid. If we were in action it worked out at 4,000 marks a month, otherwise half as much.

Who paid you?

The unit’s sponsors, private individuals who paid up like this in order to avoid having to go to war themselves. We used to get the money for the raids along with our pay at our base in the Stjepa Stjepanović barracks at Bijeljina.

Is it true that there was a large number of non-Serbs in the unit?

First, on 12 November 1993, the anti-terrorist unit for special assignments was formed, in which there were only Croats and Bosniaks - there wasn’t a single Serb. Then on 1 October 1994 this became the 10th commando detachment. At that time just the commander was a Serb, it was only in 1995 that other Serbs began to join the unit, which eventually numbered 33 men. Of that number, only 8 were commandos first class, who had the highest pay, while the rest were auxiliaries: ordinary soldiers and drivers.

Who was the commander of the unit?

The first commander, I don’t want to give his name, was a high-ranking JNA officer, a naval commando, who trained us, but after three months he left because we thought he wasn’t supporting us. We had carried out a raid to destroy a bridge on the Buk, you see, that was 40 km from Vozuća towards Zenica, and we were supposed to get 20,000 dollars for the raid. The money arrived in Doboj, in the hands of the military security officer Mirko Slavuljica. But of that money we got only 100 dollars apiece, the rest was probably shared out by Slavuljica and the other top brass. We made a big fuss and the commander had to go. Then Milorad Pelemiš arrived as commander, and later on he brought Serbs into the unit. A competition was organized in all VRS units, and the best came to us on trial. Out of a hundred, perhaps one got through and that only because he knew how to work with explosives and timers.

'Erdemović betrayed us'

Dražen Erdemović, also a member of the 10th commando detachment who was convicted by the Hague court, testified that Pelemiš was a harsh commander who forced you to commit crimes. What was Pelemiš like?

Erdemović (photo) is a liar! Pelemiš behaved properly. We didn’t know much about him. His family comes from Š ekovići, he’d been commander of an assault detachment, but he hadn’t been a commando and he knew nothing about laying explosive charges. He’d been a VJ officer in Belgrade, a member of the elite Cobra special unit, from whom he’d got an apartment in Belgrade in which he still lives.

I arrested Erdemović in Užica, where he’d taken refuge with his wife and child eight days after the fall of Srebrenica. But Miša Pelemiš ordered us to release him. Four days later Erdemović met with journalists and told them all about Srebrenica, after which the Serbian security police arrested him and handed him over to The Hague. I should have killed him at the time. Nobody could have ordered Erdemović to kill, he killed just like everyone else. But it turned out that he wasn’t psychologically up to it.

Erdemović says that Pelemiš wanted to throw him out of his apartment. But that was only to be expected, we lived in Muslim houses in Bijeljina and anyone who didn’t want to go into action could be thrown out so that someone else could take his place. And in a raid Erdemović had arrested some neighbour of his and let him go, which he shouldn’t have done, so they soon twigged what kind of person he was.

On whose authority did you go into action, who gave you the orders?

The orders came from the VRS general staff, we received our orders directly from Mladić via his adjutant Major Dragan Pećanac. [Major Pećanac is currently hiding in Russia, and his friends claim that he is engaged on ‘military business’ there too. SB] Moreover, when he wanted to give us some task, Mladić used to summon us to see him at Crna Rijeka, but he couldn’t stand us for long because we used to behave in a rowdy manner, while he always used to insist on iron discipline, as if you were in the JNA. Sometimes we’d be given jobs via the head of counter-intelligence Colonel Petar Salapura or the number one in the 410th intelligence centre Čeda Knežević. This centre was initially housed with us at Bijeljina, but later on they moved them to the Vrbas barracks at Banja Luka. They provided us with information, and we agreed on actions with them and on how much money we’d get.

Were you really not scared of Mladić? He waged war mercilessly against Bosniaks and Croats, how could he trust you Croats and Bosniaks in the unit?

We knew that he respected what we did. He valued us more than the Serbs in the unit.

You say that you never engaged in fighting operations. Yet you were involved on the occasion of the capture of Srebrenica.

That was the only time they involved us, and it was on 16 July when the shootings at Pilica were over. I wasn’t at Srebrenica that day, because our detachment had been deployed in two directions. I went with one group to Modriča, it was our job to mine the dam on the lake, and Erdemović with seven other commandos went to Srebrenica. We didn’t carry out our task, because it was impossible to get to the dam, we’d have had to lower ourselves 70 metres below the dam to carry it out, so we gave it up. And if we’d succeeded, the water would have destroyed Gradačac and the surrounding places. When we came back to Bijeljina and met the other group, they told me what they’d done at Srebrenica. They came with money and gold that they’d collected from the people they’d shot, it was worth about 4,000 marks, mainly rings and chains. We went for a drink together.

Erdemović testified that the leader of his group Brano Gojković ordered the execution of the prisoners. Who gave the order to Gojković?

The commander of the detachment Pelemiš wasn’t at Srebrenica at the time and he named Gojković, a coarse fellow from Vlasenica, to lead the unit. Pelemiš’s dispatch rider and favourite Mladen Filipović, a Croat, had been wounded at Srebrenica and Mišo hurried off with him to the hospital at Milići. He drove fast and they had a road accident and both ended up in the hospital. The remainder of the unit went off to work, to take the people away and shoot them. The order for something like that must have come from the high command. So far as I know and from what I’ve been told, Major Pećanac told them that for every prisoner killed they’d get 4 marks, and for a ‘dunk shot’ [to the nape of the neck] 5 marks and half a kilo of gold when the job was finished. They took people away, shot them, and Stanko Savanović ‘checked’ each one. But they were cheated, Pećanac never paid them the money or the gold. Not one of those people who were at Srebrenica has a house today, they all live in rented accommodation and are dirt poor.

Clash with Naser Orić

When they arrived back, did they talk about how many people they’d killed and how they’d felt about it?

I don’t know the exact number. Erdemović says 1,200 people, but do you know how much work that means? That would take at least two days. If they managed to kill that many in four hours, congratulations! Not just our lads were there, but ones from other Drina Corps units. Apart from Erdemović, another person who felt bad about Srebrenica was Franc Kos, he can’t get over it even today, but the others weren’t affected.

Did your unit have other ‘jobs’ at Srebrenica?

Not then, they returned to Bijeljina after four hours, as soon as the job was done. I’d been at Srebrenica five months before it fell. We got in through the Sase mine and came out in Srebrenica near the Dutch base. We had only 5 minutes in which to fire our rocket-propelled grenades and make our way back through the mine. Our task was to cause a rift between Naser Orić (photo) and his deputy, to make it seem as if they’d been fighting one another, because they were already in conflict. We fired at office buildings, houses and the UNPROFOR. In the end people concluded that special forces from Serbia had done it.

Did the Serbian special forces do anything together with you?

We never worked with any other unit, we always acted alone, in little groups. We had expensive, powerful equipment, such as crossbows with night lasers costing about 30 thousand dollars. We got the explosives from the VRS general staff, and the timers from a factory in Banja Luka.

But you did attack civilian targets, you hit office buildings and houses throughout Srebrenica?

They were military targets, that was where Naser had installed his HQ.

His HQ can’t have been in every apartment that you hit!

If the odd bullet goes astray, what can you do? You can’t guide a bullet.

Even Milošević’s minister Goran Matić spoke about the crimes committed by your unit when the terrorist espionage group Pauk [Spider] was arrested in Serbia.

Of the five arrested, only Pelemiš was a member of the 10th commando detachment. He’d never been a spy, but Jugoslav Petrušić known as Colonel Dominik had worked and still works for the French secret service. He came from the Foreign Legion and I got to know him in Bijeljina in 1998. He was friendly with Pelemiš and we went off with the two of them to various war zones, first Zaire, then Kosovo and Macedonia. The Pauk group was arrested the day after our return from Kosovo, and that was because all our weapons for silent liquidation - which we had brought in illegally across the Drina - had been left at Miša Pelemiš’s place. When these arms were found, they were said to have been intended for an assassination attempt against Milošević, which was absurd.

So through Petrušić you went off in 1998 to fight in Zaire? How many of you went, and how did you go?

Everything was organized by Jugo [Petrušić] and a Russian called Sergej, an officer from a commando regiment. I spent three months in Zaire and earned about 16,000 dollars. Jugo was the commander, and Mišo Pelemiš was his deputy. There were 80 of us, half were members of the 63rd parachute or 72nd special brigade from Serbia, while we from Republika Srpska made up the other half, including several of us from the 10th commando detachment, mainly from Bijeljina and Vlasenica.

For whom did you fight in Zaire, and in what kind of operations?

We fought for President Mobutu. We were fools. If we’d fought for the rebels, we’d have stayed longer and earned more. Our job was to prevent rebel actions. We carried out some big operations, such as mining an airport that the rebels were about to take. We placed 5,000 kilograms of explosives on that airport. After the explosion four buildings could have fitted into the crater.